IL DIRITTO E LA TUTELA

ONDE RADIO E SALUTE

Il problema dell'inquinamento da onde elettromagnetiche da radiofrequenza o, più esattamente, quello relativo ai paventati pericoli che tali emissioni potrebbero causare in termine di danno alla salute, si arricchisce di sempre nuovi elementi.

Ciò non per la conseguita "certezza" scientifica della loro nocività o nei confronti dell'uomo e dell'ambiente ma, piuttosto, per le forme di contestazione ed avversione posti in essere a livello dell'opinione pubblica nei confronti della installazione delle antenne necessarie per la diffusione del segnale.

E' indubbio che l'esplosione della telefonia cellulare nel nostro Paese ha amplificato enormemente la questione.

Quello che colpisce, però, è la constatazione che in epoca precedente, prima della spesso invocata emanazione della normativa al riguardo - D.M. 10 settembre 1998, n. 381 "Regolamento recante norme per la determinazione dei tetti di radiofrequenza compatibili con la salute umana" - il livello di attenzione e le relative contestazioni era assai più basso.

Sussistevano in verità sedi ed occasioni per discutere del problema ma, in genere, la contestazione "pubblica" era assai scarsa.

L'avvento di una pluralità di gestori e la citata, abnorme, diffusione dei telefoni cellulari, ha fatto esplodere la rilevata contestazione.

In proposito è forse utile sottolineare come la "conquista" di un lastrico solare (tetto) di un caseggiato per ottenere l'autorizzazione all'installazione dei pannelli irradianti, sia contesa dai gestori con strumenti non sempre trasparenti.

Gli Enti locali, sotto la spinta di comitati o contestazioni di piazza, si sono trovati impreparati e, in qualche caso, tecnicamente inadeguati a fronteggiare le diverse spinte e controspinte.

Per riportare la discussione in termini più adeguati occorre ricordare alcuni fatti.

Dopo l'emanazione del D.M. 381/98 che, si ripete, fissa i limiti di radiofrequenza compatibili per la salute umana nelle frequenze da 0,1 MHz a 300000 MHz, pareva che la questione fosse risolta anche in considerazione che detti limiti sono assai più rigorosi di quelli stabiliti da altri Paesi. Nella realtà ciò, come visto, non si è verificato e le Regioni, oltre alle leggi già emanate in precedenza, hanno provveduto con altre norme. Anche in questo caso la stratificazione delle "regole" ha complicato le cose.

Si osservi di seguito quali siano gli elementi portanti del citato D.M. 381/98.

E' un provvedimento atteso da tempo che consente anche al nostro Paese di avere una legislazione in ordine al discusso problema dell'emissione di onde elettromagnetiche ai fini della tutela della salute dei cittadini.

In Italia, aldilà delle ricordate iniziative regionali, era stato sollevato da tempo il problema della pericolosità dei campi elettromagnetici a radiofrequenze e a microonde emessi da dispositivi trasmittenti, ma ciò malgrado una specifica normativa regolante il settore non era mai stata emanata: il Decreto in questione ha posto fine a tale carenza normativa.

Esso fornisce quindi una prima risposta "ufficiale" determinando il livello dei limiti di esposizione per la popolazione ai campi elettromagnetici ad un problema che è nato praticamente con la liberalizzazione dell'etere per le radio e televisioni circolari a seguito della ormai "storica" sentenza della Corte Costituzionale che ha dato il via libera


agli impianti di trasmissione cosiddetti "liberi" (radio e televisioni sorte un po' dovunque nell'intera penisola); questione come rilevato che si è enfatizzata a seguito del grande sviluppo della telefonia cellulare che ha determinato prese di posizioni assai diverse l'una dall'altra ma sempre tese a "contrastare" gli impianti di antenna delle stazioni emittenti.

Il Decreto nel fissare i limiti massimi delle emissioni si preoccupa anche di un aspetto tutt'altro che marginale: la bonifica del territorio in cui gravitano impianti fuori norma.

Al suo art. 5 - Risanamenti - esplicitamente stabilisce che nelle zone in cui i livelli risultano superiori a quelli stabiliti "devono essere attuate azioni di risanamento a carico dei titolari degli impianti. Le modalità ed i tempi di esecuzione per le azioni di risanamento sono prescritte dalle regioni e dalle provincie autonome, secondo la regolamentazione di cui al precedente art. 4, comma 3."

Articolo che tra l'altro statuisce "Nell'ambito delle proprie competenze, fatte salve le attribuzioni dell'Autorità per le comunicazioni, le regioni e le provincie autonome disciplinano l'installazione e la modifica degli impianti di radiocomunicazione al fine di garantire il rispetto dei limiti ...... nonché le attività di controllo e di vigilanza in accordo con la normativa vigente ..."

Sono disposizioni che peraltro consentono l'avvio di un contenzioso tutt'altro che semplice e tempi indefiniti prima che quella tutela postulata dal Decreto possa dirsi effettivamente applicata.

E' in questa prospettiva che le Regioni hanno iniziato la loro azione legiferatrice.

Una recente legge regionale - legge Regione Liguria 21 giugno 1999, n. 21 che ha integrato la legge regionale 21 giugno 1999, n. 18 "Adeguamento delle discipline e conferimento delle funzioni agli enti locali in materia di ambiente, difesa del suolo ed energia", aggiungendovi un capo VI bis "Tutela dall'inquinamento elettromagnetico" - ci pare emblematica per esaminare nell'insieme il problema del diritto alla diffusione del pensiero (e dei messaggi) e la tutela della salute dei cittadini.

Ciò non tanto e non solo per le censure sollevate dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri alla legge che ne ha imposto una sua "rilettura" ed una diversa articolazione da effettuarsi dal Consiglio regionale, ma, vieppiù, per soffermare l'attenzione sulla scarsa consapevolezza che ha mosso il legislatore in una materia di non facile comprensione.

I rilievi hanno eccepito che la legge regionale ponesse quale termine di individuazione della soglia di pericolosità del limite della irradiazione la "distanza" tra il punto di emissione ed il soggetto colpito.

L'art. 7 septies della legge regionale in esame stabiliva infatti che "non possono essere installati impianti di cui alla presente sezione (impianti con frequenza da 100 KHz e 300 GHZ n.d.r.) che siano posti: a) ad una distanza dal centro dell'antenna inferiore a 50 metri da civili abitazioni ed edifici pubblici e relative pertinenze, limitatamente al cono di emissione dell'impianto, inteso come spazio in cui l'attenuazione di antenna nelle due direzioni orizzontale e verticale sia inferiore a tre decibel; b) ad una altezza che non garantisca il rispetto di 6 V/m di campo elettrico in tutte le adiacenze che prevedano una permanenza di persone non inferiore alle 4 ore; c) ad una altezza inferiore a quattro metri dal suolo".

E' da notare come 71 bis della stessa legge regionale, preveda al punto 4 che le disposizioni della legge non si applicano, tra l'altro," lettera c) agli impianti ed alle apparecchiature con potenza massima irradiata in antenna inferiore a 7 W.".

In proposito alcune osservazioni: una fonte di inquinamento elettromagnetico non ionizzante deve, necessariamente, essere osservata sotto diversi parametri: potenza di emissione, frequenza dell'onda, funzionamento intermittente o continuo.

Per maggior comprensione si osservi che la televisione opera nello spettro delle VHF (da 30-300 MHz) e le UHF (da 300 a 3000 MHz), le radio in FM da 88 a 108 MHz, le stazioni di base dei telefoni cellulari operano nelle frequenze da 900 a 1800 MHz, funzionando tutti in modo continuativo. Sempre per chiarezza è da ricordare che i diversi sistemi utilizzano potenze di emissione assai diverse: dai 10 W dei ponti radio privati si arriva facilmente ai 2 KW (2000 watt) ed oltre nelle trasmissioni radiofoniche e televisive circolari.

I ponti radio privati (ad es. utilizzati dalla Polizia Municipale o dai Taxi) - operano con potenza stabilita per legge non eccedente i 10 W, sono collocati anch'essi nelle VHF e nelle UHF (ovviamente a frequenze diverse rispetto a quelle radiofoniche e televisive) ma hanno normalmente un funzionamento intermittente: vale a dire l'emissione avviene solo in presenza di messaggi.

Ancora si noti come ad una determinata frequenza corrisponda una diversa lunghezza dell'onda radio.

E' sufficiente per conoscerla dividere la frequenza utilizzata, per la velocità della luce (299.792 Km/s - che è uguale alla velocità di propagazione delle onde radio). Tanto più corta è l'onda, a parità di potenza, tanto più essa può risultare pericolosa.


Ben si comprende quindi come non basti stabilire la potenza di emissione di un'antenna ma occorra considerare anche la frequenza radio utilizzata.

Il Decreto Ministeriale 381/98, ha quindi pertinentemente considerato il valore efficace di intensità del campo elettrico (E, V/m), del campo magnetico (H, A/m) e la densità di potenza dell'onda piana equivalente (W/m2); l'insieme dei valori rilevati consente di stabilire l'ammissibilità o meno dell'esposizione a cui sono assoggettate le persone.

Di diverso avviso è stato il legislatore regionale che ha introdotto, quale elemento di valutazione, una misura lineare - 50 metri - assolutamente incapace di determinare alcunchè se non rapportata, appunto, alla potenza, alla frequenza e, aggiungiamo alla continuità o meno dell'emissione.

Non è certo provocatorio chiedere se sia più deleteria (e pericolosa) un'emissione di circa 2000 W di potenza rispetto ad una di 25 W sia pure con frequenze diverse pur situate a 60 metri da un'abitazione.

Parimenti è da chiedere se a parità di emissione (stimiamo 10 W) sia più pericolosa una antenna di una emissione continuativa (telefonini) rispetto ad una appartenente ad un ponte radio privato che "emette" solo in presenza di una messaggio.

Come si può ben notare la questione non può essere affrontata con superficialità.

Un'altro elemento di riflessione scaturisce dalla lettera d) del richiamato punto 4, dell'art. 71 bis della legge regionale in questione.

Prevede il testo regionale preso in esame che non siano assoggettate ad esso "le stazioni di radioamatori per il sui impianto ed esercizio sia stata accordata la concessione prevista dal D.P.R. 5 agosto 1966 n. 1214 "Nuove norme sulle concessioni di impianto e di esercizio di stazioni di radioamatori".

Il Commissario del Governo nella Regione Liguria ha ritenuto, a nostro avviso, errando, di censurare anche questo punto non prevedendo il D.M. 391/98 l'esclusione della stazioni di radioamatore.

E' forse solo il caso di ricordare che il richiamato DPR 1214/66 al suo articolo 4 "Concessioni per l'impianto e l'esercizio di stazioni di radioamatore" prevede al punto 2 "che l'impianto (stazione di radioamatore n.d.r.) deve essere installato sempre nella abituale residenza dell'interessato o nello stabilimento militare per i militari in servizio permanente che abbiano ottenuto apposito nulla osta dall'autorità militare".

Come può un radioamatore installare l'impianto di antenna - indispensabile per poter operare - "distante" dalla sua residenza e dagli edifici vicini se tale ubicazione è stabilita dalla legge? Questo senza nuovamente rammentare la differenza tra un'emissione continua o una intermittente quale è, appunto, quella dei radioamatori.

Le contraddittorietà e le violazioni di legge poste a supporto delle censure sollevate debbono consigliare un'attenta lettura dell'intera problematica. Valutazione da effettuarsi in primis dai "parlamenti" regionali e quindi dagli organi di controllo centrale.

Il problema semmai risulterebbe meglio inquadrato e risolvibile se le Regioni si dotassero di efficienti e puntuali strumenti per la verifica dei limiti nazionalmente adottati.

In ultimo un' osservazione.

Non vorremmo che l'intera vicenda subisse più "l'emotività" del momento piuttosto che avere quale fondamento un sensato ragionamento.

Troppe volte abbiamo potuto notare che a fronte di un pericolo paventato si sottovaluta un pericolo reale: quale ad esempio quello di abusare nell'uso dei telefoni cellulari che costringono a subire emissione di circa 2 W a pochi centimetri dalla testa. Uso che si rende "necessario" magari per organizzare una contestazione collettiva verso quell'antenna posta a 40 metri ma che è indispensabile per poter telefonare.

mgc

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