TELEFONINI 240 MILIARDI EVASI?

TASSA DI CONCESSIONE
e

LICENZA DI STAZIONE

L'esplosione della telefonia cellulare nel nostro Paese se da un lato ha rappresentato un indubbio salto di qualità e facilità nelle comunicazioni telefoniche personali, dall'altro ha determinato l'insorgere di problemi tutt'altro che marginali.

Una recente precisazione trasmessa dal Ministero delle Poste e Telecomunicazioni agli Ispettorati Territoriali (ex Circostel) ha doviziosamente soffermato l'attenzione sul primo di questi problemi: sanzioni amministrative irrogate a possessori di telefoni cellulari trovati sprovvisti di contratto di abbonamento.

E' noto come, per il combinato disposto degli art. 318 e 315 del DPR 156/73 (Codice Postale) e dall'art. 3 comma 2 del D.M. 13/2/90 n. 33, risulti obbligatorio in capo agli utilizzatori di telefoni cellulari essere in possesso di contratto di abbonamento con il concessionario della telefonia (TIM o OMNITEL) da esibirsi a richiesta degli organi di controllo.

Ciò discende dal fatto che ogni stazione trasmittente o ricetrasmittente per essere utilizzata deve essere corredata da una speciale licenza di stazione o, come nel caso che qui ricorre, da un contratto di abbonamento. Licenza di esercizio (o di stazione) prevista dal considerato art. 318 del Codice postale che è stata nuovamente "attualizzata" (dopo anni di limbo) dal Ministero che ha imposto ai concessionari degli impianti in ponte radio privati (PMR) il versamento di 20.000 lire per ogni stazione utilizzata per poter rilasciare la "licenza" che deve accompagnare, appunto, ogni stazione ricetrasmittente.

L'art. 318 statuisce l'obbligo del possesso di tale licenza, indicando che per le stazioni riceventi del servizio di radiodiffusione, il titolo di abbonamento la sostituisca.

Il richiamato art. 3 comma 2 del D.M. 13/2/90 n. 33, al riguardo specifica: "Spetta alla società concessionaria SIP (ora TIM e OMNITEL ndr) provvedere al rilascio all'utente del documento che attesta la sua condizione di abbonato al servizio; tale documento, che sostituisce a tutti gli effetti la licenza della stazione radio, deve contenere gli estremi del tipo di apparato terminale e della relativa omologazione e deve essere esibito dall'abbonato alla pubblica autorità in caso di richiesta di quest'ultima".

Nella precisazione del Ministero delle Poste richiamata in premessa, si chiarisce, citando a supporto analoghe interpretazioni del Ministero dell'Interno e delle Finanze, che l'abbonamento possa anche non accompagnare l'apparecchiatura ed essere esibito "successivamente", lo stesso conferma il Ministero dell'Interno perché "per i possessori di telefoni cellulari non sussiste l'obbligo di portare con sé il contratto di abbonamento, ma solo quello della conservazione ed esibizione, anche non contestuale".

Il problema, a nostro avviso, sussiste sotto diverso profilo. Nessuna delle Autorità che si sono espresse ha sostenuto che è legittima "l'inesistenza" dell'abbonamento ma richiama solo la sua possibilità di "non accompagnare" la stazione ricetrasmittente.

Inoltre, non si può condividere alcune valutazioni che sono state poste a supporto dell'esame del problema come quella che assimilerebbe il telefono cellulare ai cordless che sono regolamentati da un'autonoma disciplina: D.M. 5 luglio 1983. Non è possibile equiparare i telefoni cellulari ai cordless, che hanno caratteristiche tecniche e funzionali completamente diverse: ad esempio, per i cordless, la potenza di emissione è di soli 10mW, mentre il raggio utilizzabile, in spazi aperti, è di circa 200 metri; i telefoni cellulari hanno potenze assai più elevate e sono in grado di comunicare con stazioni di ripetizione molto distanti. Invocare al riguardo una sentenza della Cassazione Civile, I


sezione, n. 5892, del 7/7/87 che chiarisce che i telefoni senza cordone non essendo apparecchi radio trasmittenti non sono assoggettabili alla disciplina del Codice postale per le ricetrasmittenti, pare fuori luogo.

La questione della inesistenza della prevista documentazione interessa, in modo particolare, la telefonia cellulare funzionante a schede pre-pagate.

In questo caso, è noto, non esiste alcun abbonamento e perciò anche l'interpretazione estensiva dei diversi Ministeri non risulta conferente perché non è possibile esibire, né contestualmente, né in epoca successiva un documento inesistente.

Ma è la stessa precisazione del Ministero delle Poste e Telecomunicazioni, richiamata a supporto della intercorsa corrispondenza con l'Interno e le Finanze, che introduce il secondo, grande problema, connesso all'uso della telefonia cellulare funzionante a scheda.

Chiarendo la propria interpretazione in ordine alla violazione dell'art. 318 cod. post., l'Autorità afferma non elevabile contestazione da parte degli Organi di controllo in quanto la norma dell'articolo 318 e quella del comma 2 dell'art. 3 del D.M. 33/90, sono norme in bianco perché prive di specifica sanzione amministrativa: e su ciò potremmo, in astratto, convenire.

Aggiunge però giustamente il Ministero P.T., che se i controlli espletati e che hanno fatto sorgere concretamente il caso, fossero volti ad accertare "illeciti esercizi di apparati telefonici, ovvero l'elusione di tributi", sarebbe più corretto, "qualora il detentore del telefono cellulare non risultasse in possesso al momento della verifica né di concessione, né di contratto di abbonamento, applicare la sanzione prevista dall'art. 195 del codice postale (così come modificato alla 223/90 ndr)" che, è utile ricordarlo, prevede una sanzione amministrativa pecuniaria da lire 500.000 a lire 20.000.000 oltre a quando indicato nel comma 2: "Se il fatto riguarda impianti radioelettrici, si applica la pena dell'arresto da tre a sei mesi".

Chiariti questi aspetti relativi alla mancanza di idonea documentazione e riprendendo l'ipotesi evidenziata dal Ministero di "illeciti esercizi di apparati telefonici", è inevitabile l'insorgere del problema del mancato pagamento della tassa di concessione allo Stato imposto ad ogni utilizzatore dei telefoni cellulari.

Il Decreto Legge 13 maggio 1991, convertito in legge 202/91, ha introdotto in Italia l'obbligo della corresponsione di una tassa di concessione, da pagarsi contestualmente al pagamento dell'abbonamento per la telefonia cellulare.

Dal pagamento di tale tassa, aggiunta alla voce n. 130 della tariffa annessa al DPR 26/10/72 n. 641 (che reca la disciplina delle tasse sulle concessioni governative) sono esenti solo le licenze o i documenti sostitutivi intestati ad invalidi a seguito di perdita anatomica o funzionale di entrambi gli arti, nonché per i non vedenti. Stabilita originariamente in lire 25.000 mensili, la tassa è stata successivamente ridotta a lire 10.000 per le utenze familiari.

Da recenti stime diffuse dai concessionari della telefonia cellulare, in Italia i cellulari utilizzati sono circa 8,4 milioni.

Sempre su base stimata, per difetto, si può considerare che i telefoni cellulari funzionanti a scheda, e quindi privi di abbonamento, siano circa 2.000.000.

Considerando altresì, per comodità di conteggio, che tutti appartengano a utenze familiari e non siano riconducibili alla categoria affari, il conto è presto fatto.

Lire 10.000 al mese per 12 mesi, uguale 120.000 lire annue: moltiplicato per 2.000.000 di apparati, la somma non corrisposta annualmente, quale tassa di concessione, allo Stato, è pari a lire 240 miliardi.

Non è nostra intenzione gridare all'evasione, il problema semmai può riguardare altri, in primis la Corte dei Conti.

La questione riguarda però direttamente i singoli utilizzatori, divisi artificiosamente in due categorie, chi paga la tassa di concessione e chi no.

Se la motivazione di ciò fosse tecnica: manca l'abbonamento, non c'è il modo di far pagare (e versare a norma di legge in tempi certi), la tassa di Concessione; oppure risultasse di "competenza":


non spetta ai Concessionari trovare il sistema di incassare, l'entità della questione e la sua insita pericolosità rimane in tutta la intierezza.

Questo anche se si volesse ipotizzare una sorta di tassazione sostitutiva da applicarsi sulla scheda e non sul telefono. In primo luogo perchè appare difficile poter considerare l'equità, rispetto alla tassa di concessione, di siffatto provvedimento. Come risulterebbe possibile far pagare 60.000 di tassa su di una scheda che costa 50.000 e che vale, appunto, sei mesi?

Inoltre la tassa di concessione è prevista per l'uso del telefonino (comprovato dall'abbonamento che legittima l'utilizzo di un apparato ricetrasmittente) e non per il traffico telefonico effettuato.

Non vorremmo che un singolo utilizzatore, in perfetta buona fede, anche perché non avvertito ai sensi dell'art. 339 del più volte ricordato Codice Postale, delle incombenze a cui la legge lo obbliga, divenisse l'anello più debole di una catena assai lunga e, costretto a pagare, anche penalmente, incertezze od incongruenze di un mercato in forte sviluppo.

Riportare ad equità il settore non è solo necessario oltre che giusto. Eliminare la tassa potrebbe essere la via da seguire, ripristinando un corretto rapporto contrattuale tra concessionario e utente che, oltre tutto, fornirebbe garanzie assai maggiori, anche in tema di ordine pubblico, rispetto a quelle oggi facilmente aggirabili a causa della mancanza di un continuo rapporto tra "abbonato" e Concessionario.

mgc

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