Capitolo II

 

Il rientro della navicella spaziale era questione di pochi minuti.

Dopo una numerosa serie di esperimenti nello spazio, quella che a ragione era considerata la più moderna e sofisticata delle apparecchiature che l'uomo avesse mai costruito, si avvicinava agli strati densi dell'atmosfera.

A bordo gli astronauti avevano da poco indossato le tute spaziali, avvitato il casco protettivo e sistemato con cura ogni oggetto proprio come descriveva il manuale di volo, attendevano con ansia le ultime fasi del rientro.

Non che la questione rappresentasse una vera e propria novità per l'equipaggio, infatti sia il maggiore Colbert, comandante della Sayuz 3, che il suo vice, l'ingegner Baylor, erano dei veterani dello spazio. Il primo aveva compiuto analoghe esperienze durante cinque missioni mentre il secondo poteva vantare un paio di discese sulla Luna.

L'ansia semmai era dettata da alcune particolarità che avevano contraddistinto questo viaggio.

Intanto la durata del viaggio era di tutto rispetto: cinquantasei settimane a zonzo per lo spazio senza essere condizionati da precisi piani di volo ma, grazie agli ultimi ritrovati della tecnica spaziale, con autonome scelte di obiettivi.

Secondo, gli esperimenti tentati, all'intero della navicella e nello spazio libero, rappresentavano una novità assoluta.

Piante, animali, rocce e metalli erano stati sottoposti alle prove più diverse.

In particolare uno di questi esperimenti che consisteva nella divisione pentacolare degli strati interni di un seme di eucaliptus, realizzata sull'asteroide Plinius, avrebbe dovuto fornire la risposta agli scienziati dello smisurato aumento che nella rarefatta atmosfera del bluastro corpo celeste, colpiva le piante.

Non era stato un esperimento facile. Colbert al pensiero non poteva trattenere un brivido.

Era successo proprio alla quarta incisione. Il seme di eucaliptus gli era sfuggito di mano e malgrado la bassa gravità dell'asteroide i suoi tentativi di afferrarlo non avevano avuto successo. Rotolando sul terreno il seme era rimbalzato su di una specie di licheno, aveva compiuto uno strano salto e dopo aver colpito la scarpa destra di Colbert proprio sulle stringhe, si era infilato in una fessura scomparendo alla vista degli astronauti.

Erano stati momenti di panico, perdere un seme di eucaliptus, nello spazio e senza un'apparente motivo significava dover compilare almeno mezzo chilo di moduli per giustificarne la mancanza.

Per fortuna Baylor che seguiva l'esperimento segnando tutto su di una tavoletta di fairtex, non si era perso d'animo. Con un tuffo degno del miglior playmaker dei Giants (la stupenda squadra di foot-ball americano), era riuscito ad infilare il dito nella fessura e bloccare il seme.

Non che l'operazione avesse risolto immediatamente il problema ma, almeno, i due sapevano dov'era quel dannato seme.

I guai cominciarono dopo, quando lo vollero estrarre. Quasi che il contatto del terreno lo avesse elettrificato il seme cominciò una strana convulsione che riusciva a scuotere il suolo per almeno un metro quadrato. Di estrarlo nemmeno a pensarci.

Ancora una volta Baylor venne a capo del problema.

Fece un cenno al comandante indicando una bombola di ossigeno. Colbert capì al volo. Introdusse il tubo di mandata dell'ossigeno nella fessura e, togliendo di colpo la valvola di sicurezza provocò un getto abbastanza forte da riportare in superficie il seme. Baylor non esitò neppure un istante, afferrò il fuggitivo e lo rinchiuse in un contenitore a tenuta stagna.

Detta così l'operazione sembrava semplice, pensò Colbert, ma trafficare in quasi assenza di peso con un seme che sembrava vivo e che aveva preso il colore del terreno, aprire con una serie successiva di manovre il contenitore AZ32 (memorabile era la serie di insuccessi che molti astronauti avevano collezionato prima di capirne il funzionamento), non era una cosa di poco conto. Il tacito accordo intervenuto tra il comandante ed il suo vice di non far parola dell'accaduto li poneva almeno al riparo dal pericolo di dover riscrivere, per almeno venti volte, come si erano svolti i fatti. se poi le descrizioni non combaciavano, apriti cielo, addio vacanza! 

L'importante era riportare il tutto a casa. E di lì a poco i cervelloni della base avrebbero avuto modo di divertirsi.

Per fortuna, inoltre, per questo rientro una grossa novità ci sarebbe stata.

Basta con la lunga quarantena; ormai erano sufficienti poche ore e le sofisticate apparecchiature usate per assicurarsi che gli astronauti non portassero qualche virus sconosciuto dallo spazio, avrebbero dato l'OK per uomini e cose.

Le spie sul quadro di comando si accendevano e spegnevano regolarmente. Colbert e Baylor rispondevano quasi meccanicamente ai messaggi che giungevano dalla base.

Il solito silenzio radio negli ultimi momenti del rientro, una lunga rullata sulla pista e la Sayu 3 era a casa.

La routine durò meno del previsto. Le strette di mano e gli hurrà degli addetti al controllo si spensero presto. Le casse contenenti i materiali degli esperimenti, dopo gli accertamenti di rito, furono riposte con cura nell'hangar appositamente costruito al termine della pista.

Per la verità ad una cerimonia era impossibile sottrarsi.

Era ormai consuetudine che gli astronauti ricevessero, dopo la altrettanto solita telefonata del Presidente, un ricordo della missione. E, guarda caso, il "ricordo" era sempre lo stesso: le stringhe che stringevano i calzari che gli astronauti indossavano durante le uscite nello spazio.

Colbert odiava qual regalo. Almeno una volta gli avessero lasciato le scarpe. Mai! I legacci e basta.

Ne aveva di tutte le fogge e colori. E ne aveva anche le tasche .. piene.

Comunque, come recitava il motto sulla sua tuta "Mai dire mai", prese le stringhe, salutò amici e superiori. E via. Le Hawaii promettevano panorami assai più interessanti degli animali che avevano condiviso la sua avventura nello spazio e, per di più, erano bibedi con le curve giuste al posto giusto.

Baylor, non fù da meno.

Erano passate solo poche ore ed entrambi erano straiati su di un'amaca a contemplare il passaggio di quelle visioni sognate per cinquantasei lunghe settimane.

 

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