I fatti, le persone, gli ambienti ed ogni altro riferimento contenuto nel libro sono frutto di una fantasia,  ammettiamolo pure, distorta.

Ogni riferimento alla realtà è quindi del tutto casuale.

Chiunque possa identificare il contenuto del racconto con essa è probabilmente in possesso di eguale, alterata fantasia.

L’Autore 

WORK!

Gian Carlo Menti

Capitolo I

Al quattordicesimo piano dell’immenso palazzo di vetro cemento l’aria pareva risentire del generale senso di apatia che avvolgeva uomini e cose.

Era martedì e da poco l'orologio del corridoio aveva segnato le quattordici. Giorno ed ora che non contribuivano certo a movimentare l'ambiente.

Le stesse piante piazzate quasi ad ogni finestra e che normalmente attiravano lo sguardo delle loro premurose custodi, parevano desolatamente sole nell'atmosfera immobile del III ufficio, sezione II, della direzione periferica dell'Ente per la rivalorizzazione delle comunità antropomorfe dell'emisfero australe.

Martedì, il peggior giorno della settimana. Troppo lontano dal venerdì per sentirne i benevoli effetti pre-festivi, seguiva il lunedì che almeno grazie ai risultati delle partite offriva qualche diversivo. Il martedì invece nulla.

Le ore quattordici poi erano il negativo assoluto.

Non si poteva sperare nella pausa per il caffé, da troppo poco tempo era ripreso "il lavoro" dopo la mensa e il caffé a quell'ora non ci stava proprio. Troppo presto, infine, per chiudere bottega.

Neppure le mosche che a volte contribuivano a movimentare la scena creando momenti da vero safari, si degnavano di far visita ai sei addetti del III ufficio. Scacciate dall'aria condizionata, perseguitate dalle ricorrenti disinfestazioni, erano semplicemente scomparse, nel nulla.

Visto da fuori il Palazzo, o come benevolmente lo chiamavano i seimila dipendenti che vi erano sistemati, "la Giungla", non era molto diverso dalle varie sedi di Ministeri, Regioni, Enti vari.

Immense pareti alte una trentina di piani, innumerevoli finestre di vetro da cui occhieggiavano una infinità di piante e piantine, un grande ingresso in cui stazionavano gli addetti alla vigilanza. Al suo interno, poi, le solite visioni di lunghi corridoi, di ascensori sempre in movimento, le grandi bacheche con i soliti avvisi più disparati, sportivi, sindacali, associazionistici, di compro e vendo o recanti la notizia che lassù, al diciottesimo piano, il dottor X aveva finalmente a disposizione gli ski-pass, ecc. ecc.

I piani poi si somigliavano tutti, lunghi con innumerevoli porte, con infiniti cartelli che segnalavano un po' di qua e un po' di la dove era la scala di emergenza, gli estintori ecc.

Proprio tutti per la verità non è esatto, al quarto, all'ottavo al dodicesimo, per esempio, l'attività e l'affluenza era decisamente maggiore. Merito del bar che era appunto in quei piani si diceva. Ma questa era una voce respinta con sdegno.

Il martedì dunque era l'incubo di ogni dipendente. Non tutti i martedì si intende. Demonizzare un giorno della settimana non è giusto. Se ad esempio cadeva tra il lunedì di Pasqua e la festa del Patrono della Città allora, allora sì, che non vi era nulla da ridire.

Quel martedì però era di quelli soliti.

Solite assenze, tenporanee o meno, solita immobile rassegnazione, solita ricerca di un qualsiasi diversivo. Invano.

Al quattordicesimo piano, nel III ufficio della sezione II, i presenti erano nella norma.

Il capo sezione aggiunto Dr. Paruvelli Adelmo, l'archivista di II classe signorina Rosita (aveva un cognome, è vero, ma ormai per tutti era Rosita), il contabile di I classe rag. Alfio Spinetta e il coordinatore supplente dr. Pannocchia Giulio erano i quattro che presidiavano la stanza. Gli assenti erano due, il campione dell'utilizzazione integrale delle possibilità calendaristiche, geom. Fulvio Nicoletti (grazie ai ponti, le ferie, i permessi sindacali, le cure termali, le trasferte ed i recuperi era riuscito a collezionare non presenze per centoventisei giorni su centotrenta: un vero campione!) ed infine il "pensionando" sig. Allegria Michele, addetto alla schedatura delle sottospecie in via di parziale e progressiva diminuzione settoriale, era l'altro "assente per servizio", o, come è più corretto dire, temporaneamente fuori stanza.

Il rag. Spinetta era intento, anzi assorto, nell'esercizio della sua specialità. Semplicemente dormiva. Ma si badi non era un dormire come normalmente si è avvezzi a considerare. Il suo era l'espressione più alta di una tecnica raffinatissima.

Apparentemente chino sulla scrivania come intento a consultare una pratica, teneva la matita in mano leggermente appoggiata al mento.

E quì il "genio" si rivelava: la punta della matita non era rivolta verso il foglio ma bensì contro il mento, con il risultato che nella dannata ipotesi che, nel sonno, il corpo si spostasse in avanti ed il capo si reclinasse più del dovuto, la punta della matita "avvertiva" il ragioniere che, quasi obbedendo ad un riflesso condizionato, riprendeva la posizione di apparente, esemplare dedizione al lavoro.

Gli altri cercavano di ingannare se stessi convincendosi che, tutto sommato, domani era mercoledì e dunque la settimana era in discesa.

Improvvisamente l'atmosfera parve essere attraversata da un fatto assolutamente innaturale.

Il ragionier Spinetta ebbe un brivido, aprì gli occhi, posò la matita e, senza sforzo apparente, prelevò una pratica dalla pila che era sistemata sul lato destro della scrivania e l'aprì.

Si trattava della richiesta avanzata dall'ufficio staccato della trentaseiesima direzione didattica delle scuole elementari di Abbilene (Alto Adige) che compilando il dovuto mod. 36/A/58 aveva inoltrato regolare istanza "onde conoscere per fini didattici" lo stato e la consistenza numerica della sottospecie della cosiddetta pulce australe, della famiglia dei sifonatteri che pare prediligesse tra i marsupiali, i vombati.

La domanda per la verità era un po' vecchiotta risalendo a circa un anno addietro ma non lo era ancora a sufficienza per iniziare il cammino dei cassetti.

Un sistema di "archiviazione" molto in uso che consiste nel mettere nel primo cassetto una pratica inevasa, dopo circa tre mesi passarla nel secondo, dopo quattro  mesi nel terzo ed infine, dopo aver soggiornato per altri tre mesi nel quarto ed ultimo cassetto, se nessuno la rivendica, viene "archiviata" o più semplicemente allontanata dall'Ufficio.

La pratica poi non era neppure di pertinenza dell'Ente.

Le comunità studiate nei vari uffici, erano sì australi ma dovevano quanto meno assomigliare all'uomo, le pulci non lo erano e i vombati neppure. Ma probabilmente il termine australe aveva indotto uno dei riceventi l'istanza a dirottare la cosa a chi aveva qualcosa di australe nel suo indirizzo.

Il gesto di Spinetta non passò ne poteva passare inosservato. Aprire una pratica alle due del martedì pomeriggio era più deflagrante che lo scoppio di un tuono.

Spinetta non era quello che si vuol dire un tipo, vestiva quasi sempre di grigio, di mezza età, con due baffetti striminziti ed un paio di occhiali non firmati.

Il solito burocrate si era portati a dire.

Quel pomeriggio però, pareva trasformato.

Spinti con violenza gli occhiali al suo posto, rassettati con un gesto brusco capelli e baffetti, dritto come un fuso sulla sua poltroncina, cominciò a sfogliare con rapidità i fogli della pratica, prendendo appunti, confrontando date e mittenti, osservando con attenzione timbri e firme.

Una vera furia umana.

"Questa è una vergogna" esclamò a voce alta, "Manca la data del passaggio dall'ufficio di provenienza Ministeriale ed il protocollo dell'Ente non ha indicato la classe di appartenenza!".

Rosita si rintanò dietro il vaso di ficus che divideva la sua scrivania da quella del geometra Nicoletti nascondendosi alla vista dello Spinetta.

Il dr. Paruvelli restò a bocca aperta. Quando mai era successo che il protocollo riempisse la quarta casella a destra del timbro, quella appunto della classe di appartenenza?

Il dr. Pannocchia, forte della sua esperienza al Ministero degli Esteri, si limitò a considerare Spinetta come un terzomondista che, per la prima volta, saliva sul metrò.

Il rag, Spinetta non prestò la minima attenzione allo sconquasso che aveva provocato.

Tutto preso dalla sua pratica si era alzato, aveva consultato l'elenco del telefono, e, quasi urlando nell'apparecchio, cominciò ad inveire contro il malcapitato che aveva avuto l'imprudenza di rispondere.

"Lo volete capire si o no, che senza la classe di appartenenza mi è impossibile accedere al sistema informatico o, peggio, dovrò prolungare la ricerca di molto, ritardando i tempi dell'evasione della pratica?". Poi, senza attendere quella risposta che probabilmente non gli sarebbe venuta lo stesso, sbatté la cornetta sul suo supporto e si avvicinò al computer.

Il computer, il mostro sacro, che mai, prima d'ora, era stato destato dal suo letargo.

Tralasciando infatti i rari momenti di attività conseguenti la sua installazione nell'ambito dell'informatizzazione dell'Ente, non si era mai trovato a tutt'oggi chi, per dovere di masionario o per fideistica passione, lo avesse attivato.

Lo stupore ed il timore che aleggiavano nella II sezione del III ufficio era palpabile.

Sei occhi seguivano attoniti il ragionier Spinetta.

"Dov'è il manuale - chiese più a se stesso che agli altri - è mai possibile che quando si cerca qualcosa, in questo ufficio non è mai al suo posto? Ma che cosa credete che ci paghino a fare" ringhiò verso il posto dell'assente geom. Nicoletti, suo inferiore di grado ma pari per funzione.

Tolse la copertina che avvolgeva il terminale, trafficò con i fili, inserì la spina e azionò l'interrutore.

Il fato si era compiuto.

L'ufficio III, sezione II, entrava nel sistema informatico!

Neppure la richiesta della pass-word fermò l'indemoniato.

Sfogliando il manuale, quasi strappando le pagine, pigiando sui tasti, nel giro di mezz'ora, in collegamento con la rete Ethernet, riuscì ad avere la risposta al quesito della sedicesima direzione didattica.

Soddisfatto, aprì l'armadio dei moduli di risposta, compilò dettagliatamente quello idoneo, lo inserì nella pratica, tolse i giornali che ingombravano il settore "firma" vi inserì la pratica e quasi senza interruzione, ne prelevò un'altra dalla pila sulla sua scrivania e si accinse ad evadere anche questa.

L'inizio di quella che doveva diventare la più grande rivoluzione, capace di porre in crisi ogni sistema, era avviato.

Capitolo II

Il rientro della navicella spaziale era questione di pochi minuti.

Dopo una numerosa serie di esperimenti nello spazio, quella che a ragione era considerata la più moderna e sofisticata delle apparecchiature che l'uomo avesse mai costruito, si avvicinava agli strati densi dell'atmosfera.

A bordo gli astronauti avevano da poco indossato le tute spaziali, avvitato il casco protettivo e sistemato con cura ogni oggetto proprio come descriveva il manuale di volo, attendevano con ansia le ultime fasi del rientro.

Non che la questione rappresentasse una vera e propria novità per l'equipaggio, infatti sia il maggiore Colbert, comandante della Sayu 3, che il suo vice, l'ingegner Baylor, erano dei veterani dello spazio. Il primo aveva compiuto analoghe esperienze durante cinque missioni mentre il secondo poteva vantare un paio di discese sulla Luna.

L'ansia semmai era dettata da alcune particolarità che avevano contraddistinto questo viaggio.

Intanto la durata del viaggio era di tutto rispetto: cinquantasei settimane a zonzo per lo spazio senza essere condizionati da precisi piani di volo ma, grazie agli ultimi ritrovati della tecnica spaziale, con autonome scelte di obiettivi.

Secondo, gli esperimenti tentati, all'intero della navicella e nello spazio libero, rappresentavano una novità assoluta.

Piante, animali, rocce e metalli erano stati sottoposti alle prove più diverse.

In particolare uno di questi esperimenti che consisteva nella divisione pentacolare degli strati interni di un seme di eucaliptus, realizzata sull'asteroide Plinius, avrebbe dovuto fornire la risposta agli scienziati dello smisurato aumento che nella rarefatta atmosfera del bluastro corpo celeste, colpiva le piante.

Non era stato un esperimento facile. Colbert al pensiero non poteva trattenere un brivido.

Era successo proprio alla quarta incisione. Il seme di eucaliptus gli era sfuggito di mano e malgrado la bassa gravità dell'asteroide i suoi tentativi di afferrarlo non avevano avuto successo. Rotolando sul terreno il seme era rimbalzato su di una specie di licheno, aveva compiuto uno strano salto e dopo aver colpito la scarpa destra di Colbert proprio sulle stringhe, si era infilato in una fessura scomparendo alla vista degli astronauti.

Erano stati momenti di panico, perdere un seme di eucaliptus, nello spazio e senza un'apparente motivo significava dover compilare almeno mezzo chilo di moduli per giustificarne la mancanza.

Per fortuna Baylor che seguiva l'esperimento segnando tutto su di una tavoletta di fairtex, non si era perso d'animo. Con un tuffo degno del miglior playmaker dei Giants (la stupenda squadra di foot-ball americano), era riuscito ad infilare il dito nella fessura e bloccare il seme.

Non che l'operazione avesse risolto immediatamente il problema ma, almeno, i due sapevano dov'era quel dannato seme.

I guai cominciarono dopo, quando lo vollero estrarre. Quasi che il contatto del terreno lo avesse elettrificato il seme cominciò una strana convulsione che riusciva a scuotere il suolo per almeno un metro quadrato. Di estrarlo nemmeno a pensarci.

Ancora una volta Baylor venne a capo del problema.

Fece un cenno al comandante indicando una bombola di ossigeno. Colbert capì al volo. Introdusse il tubo di mandata dell'ossigeno nella fessura e, togliendo di colpo la valvola di sicurezza provocò un getto abbastanza forte da riportare in superficie il seme. Baylor non esitò neppure un istante, afferrò il fuggitivo e lo rinchiuse in un contenitore a tenuta stagna.

Detta così l'operazione sembrava semplice, pensò Colbert, ma trafficare in quasi assenza di peso con un seme che sembrava vivo e che aveva preso il colore del terreno, aprire con una serie successiva di manovre il contenitore AZ32 (memorabile era la serie di insuccessi che molti astronauti avevano collezionato prima di capirne il funzionamento), non era una cosa di poco conto. Il tacito accordo intervenuto tra il comandante ed il suo vice di non far parola dell'accaduto li poneva almeno al riparo dal pericolo di dover riscrivere, per almeno venti volte, come si erano svolti i fatti. se poi le descrizioni non combaciavano, apriti cielo, addio vacanza! 

L'importante era riportare il tutto a casa. E di lì a poco i cervelloni della base avrebbero avuto modo di divertirsi.

Per fortuna, inoltre, per questo rientro una grossa novità ci sarebbe stata.

Basta con la lunga quarantena; ormai erano sufficienti poche ore e le sofisticate apparecchiature usate per assicurarsi che gli astronauti non portassero qualche virus sconosciuto dallo spazio, avrebbero dato l'OK per uomini e cose.

Le spie sul quadro di comando si accendevano e spegnevano regolarmente. Colbert e Baylor rispondevano quasi meccanicamente ai messaggi che giungevano dalla base.

Il solito silenzio radio negli ultimi momenti del rientro, una lunga rullata sulla pista e la Sayu 3 era a casa.

La routine durò meno del previsto. Le strette di mano e gli hurrà degli addetti al controllo si spensero presto. Le casse contenenti i materiali degli esperimenti, dopo gli accertamenti di rito, furono riposte con cura nell'hangar appositamente costruito al termine della pista.

Per la verità ad una cerimonia era impossibile sottrarsi.

Era ormai consuetudine che gli astronauti ricevessero, dopo la altrettanto solita telefonata del Presidente, un ricordo della missione. E, guarda caso, il "ricordo" era sempre lo stesso: le stringhe che stringevano i calzari che gli astronauti indossavano durante le uscite nello spazio.

Colbert odiava qual regalo. Almeno una volta gli avessero lasciato le scarpe. Mai! I legacci e basta.

Ne aveva di tutte le fogge e colori. E ne aveva anche le tasche .. piene.

Comunque, come recitava il motto sulla sua tuta "Mai dire mai", prese le stringhe, salutò amici e superiori. E via. Le Hawaii promettevano panorami assai più interessanti degli animali che avevano condiviso la sua avventura nello spazio e, per di più, erano bibedi con le curve giuste al posto giusto.

Baylor, non fù da meno.

Erano passate solo poche ore ed entrambi erano straiati su di un'amaca a contemplare il passaggio di quelle visioni sognate per cinquantasei lunghe settimane.

 Capitolo III

Il mercoledì mattina l'atmosfera del bar del dodicesimo piano era decisamente elettrica.

La notizia dell'exploit del ragionier Spinetta era circolata con una velocità impensabile. Tra un cappuccino, un cornetto ed il solito latte macchiato non si parlava d'altro.

"Vi dico che è proprio così - assicurava con l'aria di saperla lunga il commesso del piano - la pratica questa mattina era pronta per essere inoltrata alla firma! E non solo - aggiungeva con fare misterioso - insieme a quella ve ne erano altre trentadue.".

Quella era senza alcun dubbio una questione che avrebbe polarizzato per chi sà quanto tempo l'attenzione del personale dell'ENRCA.

Nel ricordo dei più anziani forse solo alcuni episodi meritavano una eguale attenzione.

Come quello avvenuto circa sette anni orsono e che riguardava l'iniziativa di un personaggio ancora oggi ricordato con affetto.

Era un esule del Borneo che un bel giorno, o per alcuni un brutto giorno, si era introdotto nell'edificio e dopo aver gironzolato per scale e corridoi aveva adocchiato una tavolo posto proprio al centro di quello del settimo piano e ne aveva preso bellamente possesso.

Non che la cosa fosse proprio eccezionale, la stranezza venne scoperta in seguito.

Il commesso di quel piano non aveva trovato di meglio che posare una pila di pratiche sul piano di quella scrivania alla quale era ben presente un "nuovo" collega.

Questi, forse per ingannare il tempo, aveva cominciato a sfogliarle. Poi, visto che la cosa non lo divertiva più di tanto, si era alzato e infilatosi in una delle tante porte aperte aveva prelevato da un ufficio un timbro che per la magnifica impugnatura rossa attirava particolarmente l'attenzione prendendo prima i uscire anche un tampone inchiostrato con un liquido di un color pervinca particolarmente vivace.

Il timbro in questione non apparteneva all'Ente ma era un gradito ricordo di un funzionario che durante le ferie ad Anchorage se ne era impossessato come souvenir dalla reception della locale sede dell'agenzia per il commercio dei denti dei cani da slitta.

Forse erano state le scritte riportate sul timbro, assolutamente indecifrabili ma graficamente molto attraenti al centro delle quali spiccava la scritta "for operation" a far scattare quell'amore a prima vista che anche in questa occasione conquistò le simpatie del nuovo "proprietario".

Ritornato alla scrivania, Alf Tut Lou, questo era il nome dell'esule, iniziò puntigliosamente a timbrare i fogli di ogni pratica con uno zelo veramente encomiabile.

Se curiosità mosse in allora impiegati, funzionari e l'ignaro commesso che per primo aveva fruito della "cortesia" del nuovo collega, questa era sollecitata dall'impegno che mostrava Alf Tut Lou, ma, si sà, all'inizio ogni scopa funziona bene: il tempo avrebbe provveduto a far rientrare nella norma l'attività di quel giovanotto dall'abbronzatura degna di un bagnino di Ricccione.

La cosa andò avanti per parecchi mesi.

Puntuale, ogni mattina. il "nuovo" si sedeva alla "sua" scrivania e cominciava a timbrare la pila di pratiche che qualcuno aveva lasciato sul suo tavolo in cambio di quella del giorno precedente, .

Ormai all'interno della "Giungla" non vi era praticamente foglio, circolare, modulo, richiesta, pratica, questionario ecc. che non riportasse, in bella evidenza, il timbro con le fatidiche parole: "for operation".

Il caso esplose quanto l'ufficio cassa si rifiutò di pagare lo stipendio al vice funzionario aggiunto Battaglietti Leandro adducendo a motivazione che "mancava" il timbro.

Il Battaglietti si rivolse al Sindacato. Il rappresentante del personale precario si rivolse al vice assistente del vice capo del personale, questi, vista la gravità della cosa, marcò visita.

Il rappresentante del personale precario-confermato fece un comunicato denunciando il comportamento antioperaio dell'addetto alla Cassa.

Il Capo Ufficio cassa dichiarò lo stato di agitazione.

Alla fine il problema venne risolto grazie all'aiuto del figlio del segretario di prima classe Amilcare Zurletti che avendo avuto la fortuna di acquistare tutte le dispense dell'enciclopedia cinomondiale dello sport, ritrovò riprodotto a pag. 12126 il timbro oggetto della discordia.

Dopo una rapida indagine durata solo trentasei giorni, un comunicato al personale "per uso strettamente interno" dichiarò il timbro privo di qualsiasi valore e quindi "non necessario per l'accettazione, l'istruzione, l'espletamento e la satisfazione di ogni pratica relativa ai compiti, le facoltà, i programmi e gli interessi dell'ENRCA, per cui rimanevano in vigore le sole disposizioni contenute nel foglio 1.2234.56/a/42/DG  e relativi allegati a), x1 e z)".

Il tavolo venne preso in carico dall'economato e di Alf Tut Lou non se ne sentì più parlare.

Intanto al bar la discussione era salita di tono.

"Non vi è più alcun rispetto per la gerarchia" ribadiva congestionandosi in viso, l'addetto al protocollo generale Commendator Alvisi, "Quando c'era Lui nessuno, dico nessuno, avrebbe azzardato un'azione come questa. Istruire una pratica e, peggio, completarla senza compilare il brogliaccio dell'Ufficio e senza attendere che il Capo dello stesso Ufficio espletasse le formalità di rito siglando il brogliaccio, è una cosa che grida vendetta!".

"Era una persona così a modo" si permise di osservare di osservare Rosita mentre con attenzione toglieva una minuscola macchia di caffè dal polso della sua camicetta di finta-quasi vera-seta.

"Bell'esempio per i giovani", "E' una manovra antisindacale, bisogna reagire", e via su questo tono.

Improvvisamente un silenzio surreale gelò l'ambiente.

Il ragionier Spinetta, con passo fermo e deciso, guadagnò il bancone: "Un caffè e in fretta! Abbiamo solo cinque minuti di intervallo e non vedo proprio perchè utilizzarli tutti".

"Macchè zucchero! Lo zucchero rischio di appesantire lo stomaco e non mi sembra il caso. Con tutto quello che v'è da fare ...".

Veloce come era arrivato pagò, prese il caffè e via, a passo lesto verso l'ascensore.

Durante tutta questa scena non si sarebbe sentita volare una mosca (ammesso che ve ne fossero).

I presenti si scambiarono sguardi attoniti.

Possibile che fosse proprio lui?

Lui sempre pronto a raccontare l'ultima barzelletta, lui che era conosciuto come il più attento conoscitore di tutte le pubblicazioni turistiche delle varie agenzie di viaggio, lui che aveva al suo attivo qual favoloso fine settimana alle Hawaii?

Ed era stato proprio per quel viaggio, vinto con le merendine del Nocchiero, che era passato alla storia ed alla conoscenza del numeroso popolo dei dipendenti dell'Ente, di quello stesso popolo che oggi doveva registrare un evento così straordinario.

 Capitolo IV

Sulle prime il nuovo arrivo non aveva destato molta attenzione.

Bene in fila sul ripiano dello scaffale di destra, tra i maritozzi e le caramelle "gusta e schiaccia" le nuove merendine "del Nocchiero" non avevano estimatori.

Ben diversa era la sorte dei cornetti, sempre croccanti e profumati, che parevano essere fatti apposta per coronare il rito del cappuccio ben caldo in tazza fredda.

Lo sapevano bene sia i baristi che gli abitanti della "Giungla": un cappuccio in tazza fredda, magari con una spruzzata di cacao, un cornetto e l'immancabile chiaccherata era il pass-partout per una tranquilla giornata di presenza.

Bastò però che un barista particolarmente intraprendente avesse un'idea per far decollare le vendite delle merendine.

Forse il barista in questione era stato quello del quarto piano che era senz'altro più sveglio degli altri in ragione del fatto che il bar era al piano dell'uscita e, quindi, Giorgio, il barista, impiegava molto meno tempo dei propri colleghi ogni qualvolta prendeva servizio d inoltre usciva prima.

Giorgio compilò un grande cartello, utilizzando tutta la gamma degli evidenziatori che gli era stato possibile reperire compilando dettagliatamente il mod. 123/65 (quello della richiesta della cancelleria), mise bene in mostra che le merendine del Nocchiero "REGALAVANO IL SOGNO DI UNA VITA: UN VIAGGIO ALLE HAWAII",  provvedendo altresì (per la verità barando un poco) ad incollare una serie di PIN-UP non troppo vestite sui bordi del cartello e il gioco era fatto. Un successo assicurato!

Le merendine erano balzate ben presto al primo posto tra le preferenze degli avventori (maschili) dei tre bar dell'ENRCA. 

Nella realtà oltre ad un gusto un po' strano delle merendine e le immancabili battute sulle "notti" che il concorso prometteva alle HAWAII, di vincite nemmeno l'ombra.

Il Rag. Spinetta era stato uno degli ultimi ad abbandonare il maritozzo. Gli era sembrato una specie di tradimento. Dal primo giorno di servizio ad oggi, ed erano passati parecchi anni, il rito del cappuccio e maritozzo era consumato con grazia e perseveranza.

Poi un bel giorno, sollecitato più dalla vista del paesaggio del famoso cartello, piuttosto che dal prodotto si lasciò tentare e la stessa perseveranza dedicata al maritozzo passò alla merendina del Nocchiero.

E' facile immaginare cosa successe quando una mattina scartando il prodotto fece capolino un foglio assolutamente inusuale rispetto alla norma: "HAI VINTO" recitava in belle lettere la scritta.

Sulle prime Spinetta pensò al solito trucco, quel HAI VINTO probabilmente nascondeva il resto della frase "se ritenti ancora", "se il tuo nome è Astroligio" o cose di questo genere. Invece nulla. C'era proprio scritto solo HAI VINTO e, in caratteri più piccoli la spiegazione di come doveva comportarsi il fortunato per poter godere dello "splendido, irripetibile e sempre sognato" fine settimana alle Hawaii.

Spinetta era diventato l'eroe dell'ENRCA.

Addirittura il Direttore Centrale Generale aveva voluto sentire dalla sua voce il racconto della vincita Ma tutto questo era nulla rispetto alle volte che il Nostro aveva dovuto raccontare l’esperienza vissuta.

Trasferimento aereo, la collana di fiori che aveva ricevuto all'arrivo da parte di avvenenti isolane, la splendida suite che l'ospitava (in verità era una specie di stanza un po' più grande delle altre ma, si sa, un tantino di esagerazione non guasta mai), le "avventure" (anche queste più fantasiose che reali) erano i temi più ricorrenti. In testa alla classifica vi era però l'incontro con gli astronauti e la famosa partita a briscola con l'altrettanta famosa  testimonianza che Spinetta aveva riportato in Patria.

L'episodio merita di essere raccontato.

Salutati colleghi ed amici Spinetta aveva preso l'aereo a Milano (l’aeroporto Leonardo da Vinci di Roma non era agibile a causa di uno sciopero degli aspiranti coadiutori degli addetti di Terra). Dopo aver cambiato mezzo in almeno una dozzina di scali era giunto finalmente a destinazione.

L'isola di Oahu: meta preferita dei circa tre milioni di turisti che ogni anno visitano l'insieme delle circa 130 isole che compongono lo Stato delle Hawaii.

Spinetta era stato accolto dagli sponsor del concorso. Le prime ore erano state quasi un incubo. Foto, sorrisi a piena pagina. Il mondo doveva "vedere" il "fortunato" ma, soprattutto, doveva "sapere" che il premio delle merendine era realtà!

Come Dio volle la cosa finì e Spinetta, finalmente, potè godersi un minimo di pace.

Fu appunto in quel periodo che nel parco dell'Hotel egli incontrò i due astronauti. Questi,  terminate al momento le avventure di "caccia al bipede femminile" anche per l’esaurimento delle riserve finanziarie, se ne stavano mollemente straiati su due amache in attesa di qualche "pollo" da spennare al poker.

Spinetta attirò la loro attenzione in quanto pareva proprio il tipo adatto per rimpinguare le loro casse.

Forse erano stati i fotografi (strapagati per riprendere il "vincitore") ad acuire la loro curiosità. Detto fatto, con una manovra aggirante, Spinetta conobbe i due eroi dello spazio.

Ancora oggi quell'incontro appartiene all'album delle vicende indimenticabili raccontate dal ragioniere.

Per sfortuna loro però, Spinetta non disponeva di cospicui conti in banca. I due se ne resero conto assai presto e la partita a poker diventò una partita a briscola e l'italiano si limitò (di questa abilità occorreva rendergli atto) a far segnare sul conto degli sponsor le abbondanti libagioni consumate dai due.

Al momento della partenza il ricordo si faceva abbastanza nebuloso Gli astronauti, piuttosto malfermi sulle gambe, regalarono a Spinetta il famoso legaccio ricevuto alla fine dell'ultima missione spaziale.

Un regalo che sino a pochi giorni addietro faceva bella mostra nell'ufficio del ragioniere, debitamente racchiuso in una teca di cristallo,

Quante volte di fronte a quel "trofeo" il racconto della vacanze alle Hawaii era stato snocciolato ed arricchito di nuovi particolari.

Ma il destino, a volte, gioca strani scherzi.

Rosita, nel tentativo di spostare una pianta di ficus che a parer suo soffriva il sole, urtò la scrivania di Spinetta. Un attimo, la teca rotolò e malgrado il tentativo di Spinetta, svegliato dal suo finto-lavoro-dormiente, cadde a terra ed il vetro finì in mille pezzi.

Il ragioniere nel suo inutile tentativo si ferì persino ad una mano. Questa è la ragione per cui il legaccio, testimone di cotanto viaggio pur continuando a far bella mostra di se scrivania del ragionier Spinetta,  oltre al suo indefinibile colore verdastro mostrava anche una macchia rossa: il sangue dell'eroe delle Hawaii.

 Capitolo V

Il ritorno in ufficio del ragioniere avvenne con la stessa foga con cui, pochi minuti prima, era andato al bar.

Seduto al suo posto di combattimento Spinetta non conosceva soste.

Via una pratica, sotto un'altra.

I fascicoli si accumulavano nell'armadio in partenza ed i colleghi di stanza seguivano tra l'ammirato ed il timoroso quell'uragano di attività che riportava alla comune memoria immagini dantesche con i dannati, pardon gli impiegati, coinvolti da un ciclo produttivo senza limiti ne' soste.

Roba da non credere.

Avevano un bel dire gli altri, che non vivevano in quell'ambiente, che forse era tutto uno sbaglio, un'esagerazione messa in giro dai nostalgici del sabato lavorativo, della giornata delle otto ore, dello straordinario non pagato.

Li nell'ufficio III, sezione II era viceversa tutto tremendamente reale.

Anche il geometra Nicoletti, rientrato improvvisamente da un corso di aggiornamento a Cortina forse avvertito da qualche informatore ben addentro alle segrete cose, seguiva con gli occhi sbarrati il ritmo disumano dello Spinetta.

La tabella 12 bis, incubo della sezione, che conteneva gli spostamenti delle mandrie transumanti da ovest ad est degli ornitorinchi, con segnati i percorsi orari rapportati a quelli degli echidna, era aggiornata al giorno precedente.

I danni provocati dall'inserimento degli ovini nell'habitat australiano erano rappresentati da grafici colorati in cui era possibile anche rilevare l'età del dacelite e dell'emu.

Tutto lavoro fatto dallo Spinetta al quale, ormai, nessuno aveva l'ardire di rivolgere la parola.

Le rare risposte che si degnava di fornire assomigliavano più ad un ringhio che ad un articolato umano.

Era lui, viceversa, che continuava a chiedere; chiedere e pretendere risposte dai vari uffici e dai diversi servizi. Il suo telefono era in pratica diventato il centralino dell'Ente.

Se sapeva qualcosa Rosita che azzardando una richiesta, espressa con estrema grazia, allo Spinetta se per caso avesse un pezzo di spago per raddrizzare un ramo del bonsai di mandarino situato sulla sua scrivania, si era sentita rispondere che prendesse pure quel pezzo di canapa che era sulla sua scrivania e ne facesse quello che voleva.

Il guaio era che "quel pezzo di canapa" era niente meno che il famoso legaccio degli astronauti: un cimelio a cui il ragioniere mai avrebbe fatto a meno. Ed invece preso dal lavoro, anche la stringa del maggiore Colbert era per Spinetta niente di più che un pezzo di canapa!

Ed era stato che, forse più per il timore di contraddire il ragioniere che per convinta adesione, Rosita aveva utilizzato il legaccio proprio per raddrizzare il ramo del bonsai.

Episodi come questi la dicevano lunga sullo stato di salute del ragionier Spinetta e la cosa non poteva rimanere a lungo nel chiuso di una stanza.

Filippo, l'usciere del 14 piano, iniziò a lanciare i primi, allarmati segnali.

"Non è un caso. Ve lo garantisco" aveva confidato al commesso del protocollo. "Il ragionier Spinetta sta male. Pensa che ormai sono circa settanta le pratiche finite che pretende vengano portate alla firma. Settanta e non sette. Anche se in questo caso la questione non sarebbe certo da sottovalutare". E più che parlava, più si accalorava Filippo. "Settanta pratiche terminate io non le ho viste eppure in cinque anni di servizio. Altro che in una settimana!"

"E il capo come l'ha presa ?" ribatteva l'altro riferendosi al direttore di sezione da cui dipendeva Spinetta.

"Al momento è in congedo per cui non esiste il problema della firma. Ma te lo immagini cosa succede al suo rientro? Come minimo dovrà richiedere almeno altri tre uscieri per trasportare le pratiche."

"Eh fai presto a dire tre. Il terzo protocollo d'intesa arriva a prevedere sino a cinquanta pratiche e già in quel caso gli uscieri occorrenti sono quattro."

"Quello Spinetta rischia il posto, te lo dico io" finiva amaramente Filippo che ricordava con affetto come il ragioniere fosse un

esempio di rettitudine e probrietà ed oggi, purtroppo....

Voci e sussurri aumentavano di tono.

Quanto accadeva lassù al quattordicesimo piano era l'argomento principale di ogni conversazione.

Poi a questo fatto, già di per sé grave, se ne aggiunse un altro che fece traboccare il vaso.

Il ragionier Spinetta, sempre lui, una mattina prese un fascio di pratiche evase e a passo lesto si avviò verso l'ufficio del Direttore di divisione.

Solo chi conosce la rassicurante articolazione delle competenze e delle rispettive attribuzioni può comprendere la stranezza e la stravolgente eccezionalità dell'iniziativa di Spinetta.

Scavalcare il superiore diretto, il capo dell'Ufficio, quello della sezione da cui dipendono gli uffici per rivolgersi al Direttore di divisione che, come è noto, ha competenza sulle varie sezioni è come immaginare un alpinista che, con un salto nel corso di una scalata, supera pareti e camini, per raggiungere la vetta.

Assolutamente impensabile.

La cosa non deve però essere vista come una violazione dei doveri e l'usurpazione dei poteri, quasi fosse un ammutinamento, ma bensì come gettare alle ortiche una struttura consolidata fatta di sicurezze, di circolari, di interpretazioni e di mansioni per assumersi, personalmente e senza tutele, responsabilità ed iniziative. Pazzesco!

E lo Spinetta faceva proprio tutto questo.

Camminando sempre più lesto, con il suo fascio di pratiche sotto braccio si arrestò solo d'innanzi alla porta del Dott. Onofrio Lucetti, Direttore della II Divisione dell'ENRCA. L'uomo da cui dipendevano sei sezioni, e diciannove uffici: una potenza.

Un lieve colpo sulla porta e senza attendere, Spinetta piombò nell'ufficio.

Il dott. Lucetti era particolarmente impegnato.

Da alcuni giorni cercava disperatamente di risolvere l'ultimo quiz pubblicato sul bollettino del S,A,R. dell'ENRCA: il periodico del Servizio Attività Ricreative, che metteva in palio tra i solutori una visita, guidata e per due persone, alle grotte del massiccio del Bianco nella Val Veny, viaggio, alloggio e vitto compresi.

L'irruzione di Spinetta avvenne proprio quando la soluzione pareva a portata di mano.

Balzato in piedi, più per lo spavento che per l'ira, il Direttore lanciò una specie di latrato: "Cosa le salta in mente. Non ha visto che sono impegnato. Chi è lei? Cosa vuole?".

Spinetta non fece una piega. Sbatté il fascio delle pratiche sulla scrivania del poveraccio e "Vede queste? Sono pratiche finite da almeno due giorni! E nessuno le firma. Sono ferme sempre nel mio ufficio. E' una vergogna!".

Lo sbalordimento del Direttore crebbe di livello. Vuoi vedere che questo matto è quel tale di cui ho sentito parlare che, si dice, mette a soqquadro tutto l'Ente con continue richieste e, peggio, pretende di costringere colleghi e superiori ad un super lavoro solo al fine di eliminare l'arretrato? Se e lui -pensò il Direttore- conviene assecondarlo. Tipi come questi sono pericolosi a sé ed agli altri.

La lunga esperienza del Direttore di divisione acquisita in almeno dodici sedi ed altrettanti incarichi era assolutamente inossidabile.

Il regolamento, ecco, proprio il regolamento è quello che ci vuole.

"Prego si accomodi. Non stia in piedi. Vediamo cosa si può fare".

Lo Spinetta parve rabbonirsi. Finalmente uno che capiva la gravità della situazione.

Altro che i colleghi d'ufficio che adducendo le più puerili scuse non volevano collaborare.

"Vede Direttore, nel nostro ufficio, il III della seconda sezione, arrivano almeno cinquanta nuove pratiche all'anno. Sono rappresentate da richieste aventi oggetti diversi che pervengono da ogni parte del Paese e qualche volta dall'estero ed oltre a questo ci sono da compilare tabelle e relazioni sui diversi e molteplici aspetti della fauna australe. Un lavoro di responsabilità" Immerso nella spiegazione lo Spinetta non si rendeva conto che il Direttore non lo stava ascoltando ma, semplicemente, cercava un qualsiasi diversivo, una telefonata, l'arrivo dell'usciere, la mancanza di energia elettrica, qualcosa insomma capace di fermare le spiegazioni del ragioniere. Invano.

"Quello che preoccupa - continuava imperterrito Spinetta - è che tra poco inizia il periodo delle ferie e l'arretrato salirà ancora. Delle cinquanta nuove pratiche l'ufficio riesce a evaderne circa una diecina all'anno. Ed il conto è presto fatto".

"Si, capisco, ma veda l'art. 32, comma 6 della sezione dodicesima del regolamento interno, non prevede aumento del personale e, dall'altro lato, le ferie costituiscono un necessario ed ineliminabile momento di recupero psico-fisico e cui nessuno, ribadisco, nessuno può sottrarsi."

Lo Spinetta si dominava a stento. Si era sbagliato. Anche il Direttore non capiva la gravità della situazione.

Nel giro di pochi anni l'Ente sarebbe stato sommerso dalle pratiche.

L'informatizzazione non era adeguatamente utilizzata. Il personale sfuggiva dalle proprie responsabilità Gli innumerevoli quesiti che la comunità scientifica internazionale poneva all'ENRCA - questo almeno era il convincimento dello Spinetta - rischiavano di rimanere senza risposta.

E pensare che bastava così poco....

Si alzò, raccolse le sue pratiche e senza salutare lasciò l'ufficio.

Il sospiro di sollievo che il Direttore emise venne bruscamente interrotto da un terribile presentimento. E se questo insiste? Se si rivolge alla stampa? Se non riusciamo a fermarlo?

Un avvenire cupo ed incerto parve disegnarsi sulla parete di fondo dell'ufficio del Direttore. Una catastrofe. Si questa poteva diventare una vera catastrofe.

Anni di corretta interpretazione del ruolo dell'Ente, un passato fatto di regolarità ed articolata presenza nell'Amministrazione del Paese erano in pericolo.

 Capitolo VI

 Che qualcosa non funzionasse nel ragionier Spinetta ormai era fuori di dubbio.

Il sua comportamento superefficientista non era limitato alla sfera del suo lavoro. Anche in famiglia gli effetti erano evidenti.

Non seguiva più con proverbiale cronometricità il ritmo dei suoi trasferimenti casa-ufficio, erano sempre più ricorrenti ritardi al rientro ed anticipi nelle partenza.

Stefania non sapeva più a che Santo votarsi. Il suo Alfio era ormai un'altro uomo.

Non solo parlava sempre di lavoro ma, peggio, si portava a casa fasci di pratiche e, altro impensabile comportamento, la televisione non lo attirava più.

Sempre lì a sfogliare cartacce, prendere appunti, brontolare tra sè e sè.

Sulle prime Stefania aveva sospettato che il classico "colpo della mezzaetà" avesse colpito anche il marito e le manovre del suo strano comportamento mascherassero chissà quali evasioni. "C'è un'altra donna" aveva confidato alle amiche.

"Alfio non ha orari, torna a casa ad ore impensate. Non consulta più i depliants delle agenzie turistiche. Non pensa alle ferie. Al sabato dice di andare in ufficio."

Il colpo di grazia arrivò quando Alfio dichiarò, senza perifrasi, "Quest'anno non si parte. Devo lavorare!".

Era troppo.

Passi per uno slittamento delle ferie. Era già successo una volta: quando la terza sessione aveva organizzato un ciclo di partite di calcio tra scapoli e ammogliati per cui Alfio, che doveva arbitrare un paio di incontri, aveva posticipato di tre giorni l'inizio delle ferie. Questa volta però la questione si presentava assai più grave. Rinunciare alle ferie!

Il sacro appuntamento con sdraio ed ombrelloni, secchielli (dei nipoti) e grigliate sulla spiaggia era stato abiurato.

Stefania non esitò più.

Dopo una serie di telefonate a mamma, zia, cugini vari e nipoti prese il coraggio a quattro mani e si recò nella sede dell'ENRCA.

Il primo, traumatico incontro lo ebbe con tale Alberto Scacchetti.

Era un tipo conosciuto da tutti. Forte della sua carica di vice segretario-archivista del S.R.A. -servizio ricreativo aziendale- e per il fatto di essere il capo della squadra aggiunta di sorveglianza d'atrio, era conosciuto da tutti e, quello che più conta, conosceva tutti.

Anche Stefania era nel novero delle sue conoscenza. In diverse occasioni si erano incontrati. Come quella volta della gita sociale sul lago di Bracciano. Lui era il capo-pullman e lei, Stefania, grazie al quel vestitino a fiori era stata sistemata proprio davanti, vicino a lui.

Non che ci fosse stato nulla di serio ma tra le altre doti Alberto aveva quella della simpatia: Stefania era piacente e tra un complimento e l'altro la conoscenza si era rafforzata.

Vedendola entrare dalla porta principale Albero la riconobbe subito.

Come era cambiata però rispetto ad allora. Più preoccupata, quasi ansiosa.

"Buongiorrrno! Quale buon vento ci regala il piacere di vederti?."

Poco mancò che Stefania si mettesse a piangere.

Il paragone tra il suo Alfio, di allora, e quello di oggi e la evidente immutata indifferenza di Alberto a tutto ciò che era lavoro, la fecero ripiombare nel baratro del dubbio.

"Suvvia cosa ti succede. E' successo qualcosa?". Premuroso Alberto sfoderava tutte le sue arti di usciere, quasi impiegato, attento, disincantato, padrone del Palazzo.

"Sapessi ..". Un singhiozzo la interruppe.

"Vieni, andiamo al bar. Così ti spiegherai meglio".

Fu lì che Stefania, tra un succo ed un sospiro, venne a sapere l'amara verità,.

Il suo Alfio era sulla bocca di tutti.

Il suo inaccettabile comportamento, la sua smania di lavoro, la sua inqualificabile condotta lo avevano isolato dal resto del mondo. ormai era solo. Nessuno, dico nessuno - ammise con evidente fastidio Alberto - si fida più di lui. "E' un elemento estremamente pericoloso e, diciamolo pure, socialmente dannoso."

A sentire la storia delle recenti imprese del marito Stefania se da un lato provò sollievo a sapere che non era una questione di corna, dall'altro non sentì scemare le proprie preoccupazioni.

E' proprio come è successo nella 926 puntata di Tormento, la telenovela interpretata da Silly Malone, -pensò- il protagonista viene espulso dal club degli scacchi e moglie e figli, ridotti alla solitudine in una società che non li accettava più. Terribile.

Intanto Alberto proseguiva implacabile "Capisci Stefy (ah! il ricordo del vezzeggiativo di quella famosa gita rifaceva capolino), non è possibile che qualcuno metta in forse l'organizzazione dell'Ente. E' come se la Bibbia venisse paragonata ai "versetti satanici" che hanno scosso l'Islam.".

Questo era un'altro vezzo di Alberto. Ricevendo ogni mattina il grosso pacco di giornali destinati ai vari uffici, ne scorreva i titoli e, sempre aggiornato, non mancava occasione di far mostra della sua cultura.

"Anzi questo pomeriggio -soggiunge guardandosi in giro quasi stesse per svelare un segreto di Stato- al dodicesimo ci sarà una riunione della RASI (rappresentanza sindacale interna) per esaminare la questione. Non escludo che si possa giungere alla formulazione di un comunicato!"

Stefania si sentì mancare, ancora una volta, la terra sotto i piedi.

Eravamo sull'orlo dell'irreparabile.

Alberto in fondo era un brav'uomo. Rendendosi conto della gravità delle sue affermazioni cercò in tutti i modi di calmare Stefania e, dopo il secondo succo all'ananas, la riaccompagnò all'uscita congedandola con queste parole.

"Stai tranquilla, anche i migliori hanno un attimo di debolezza. Solitamente però cose di questo durano lo spazio di un mattino - altra dotta citazione - e dopo la tempesta torna il sereno. Vai non ti preoccupare il ragionier Spinetta si renderà conto ben presto del suo assurdo comportamento e tutto tornerà come prima. Ciao e .. salutami i bimbi."

Intanto al quattordicesimo piano, nel terzo ufficio della II sezione qualcosa era cambiato.

I sei addetti erano tutti, ripeto tutti, presenti.

Il geometra Nicoletti dal suo improvviso rientro da Cortina non si era più assentato. Il sig. Allegria era in stanza.

Quello che colpiva di più era però il ritmo che ognuno dei presenti aveva impresso alla sua attività.

Silenziosi, assorti nella consultazione delle pratiche e delle tabelle mentre il dr. Paruvelli scrutava ansioso il monitor in attesa di riscontro su di una indagine dell'età media dei canguri maschi, tutti erano avvolti da un efficienza operativa che forse era uguale solo a quella mostrata da Charly Chaplin nel film "Tempi moderni".

Le pratiche erano regolarmente evase, quelle completate sistemate in bella mostra per l'inoltro agli altri uffici (previa la regolare apposizione della firma del Capo Ufficio), e i contenitori di quelle da espletare, già suddivisi per materia, data di inoltro, codice di specie, destinatario e postulante.

Uno spettacolo.

Spinetta dal canto suo stava redigendo con la massima cura la prevista domanda alfine di ottenere, per ognuno dei presenti, una completa stazione informatica e relativo allaccio telefonico onde poter "colloquiare" con le varie sedi dell'Ente e le varie banche dati.

Rosita, che era giunta in ufficio con mezz'ora di anticipo per poter annaffiare le piante prima dell'inizio del lavoro, seduta alla macchina da scrivere, batteva come una forsennata per poter ultimare la relazione Z234/S (che doveva essere inoltrata una volta al mese) concernente il lavoro già svolto dall'ufficio ed il piano di quello relativo al mese successivo.

Non che fosse contenta però. Il foglio che era inserito nella macchina era abbastanza ingiallito (erano anni che quel tipo di relazione non veniva più redatta) e mostrava agli angoli un arrotolamento  che rischiava di farlo inceppare, ritardando in tal modo la sua compilazione.

Un lieve bussare alla porta, modificò per un attimo il ritmo.

"E' permesso? Oh, scusate, cercavo il terzo ufficio". La porta si rinchiuse salvo riaprirsi poco dopo.

Possibile pensò il malcapitato, che sia questo?

Tutto era diverso. Le piante allineate lungo la parete di fondo e sei colleghi che non lo degnavano di uno sguardo tutti assorti nella loro attività.

  Capitolo VII

La riunione non era ancora iniziata.

Convocata in fretta e furia si svolgeva nella sala riunioni del dodicesimo piano. Sala riunioni era un eufemismo per mascherare l'effettivo utilizzo del locale che, grazie al televisore situato nell'angolo, veniva sovente utilizzata per seguire gli avvenimenti sportivi di maggior interesse. Capace di un centinaio di posti questa volta era ritornata al suo iniziale destino: consentire le riunioni del personale per esigenze sindacali.

Alla "presidenza" sedevano i rappresentanti centrali della RASI. Il primo, segretario generale aggiunto fumava la pipa; quello al centro, rappresentante dell'ala "dura" del Consigli dei delegati di sezione mordicchiava nervosamente un toscano mentre il terzo, occhiali da "figo" rigorosamente Armani, consultava attentamente un grosso volume: Il regolamento generale delle funzioni, della pianta organica ed aggiuntiva, delle circolari, specificazioni, interpretazioni e protocolli di intesa dell'Ente: il Vademecum e Vangelo dei rapporti interni; 3205 pagg. senza contare l'indice ed il glossario.

I presenti erano circa una trentina e tra di essi spiccava la fulva capigliatura dell'Angelica: la rappresentante del personale nubile o divorziato con mansioni non inferiori a segretaria di II classe e non superiore a Vice capo ufficio aggiunto.

Il segretario generale chiese ed ottenne un po' di silenzio.

"La riunione di oggi - esordì gravemente - è motivata da una grave situazione determinatasi all'interno dell'Ente."

Breve momento di pausa, e poi riprese.

"E' noto a tutti come uno dei capisaldi dell'azione del sindacato in tutti questi anni è stata quella della difesa dei diritti acquisiti dal personale e la continua attività tesa a portare avanti il discorso delle rivalorizzazione delle mansioni individuali, collettive e di gruppo e del conseguente riequilibrio dei parametri economici e normativi.

Questo - aggiunse - è giusto e doveroso riaffermare anche in questa sede per contrastare l'iniziativa di frange non rappresentative del personale che approfittano di oggettive difficoltà congiunturali per snaturare il corretto rapporto tra sindacato ed iscritti."

Una voce lo interruppe.

"Se la cosa è diretta nei confronti della autonoma iniziativa del movimento di base, allora abbandoniamo subito la seduta."

Almeno dieci voci, immediatamente, sovrapponendosi l'una all'altra, espressero pareri diversi ed con toni difformi.

"Cominciamo bene - sottolineò ridacchiando il rappresentante della I sezione che, da sempre, rivendicava il proprio ruolo culturale all'interno dell'Ente in forza  del fatto che la stessa sezione si occupava della genesi evolutiva delle realtà antropomorfe - cominciamo come al solito" ribatté, forse per dare conferma a questa espressione, approfittò per avvicinare la sedia a quella dell'Angelica con evidente intento di trovare "un punto di contatto".

"Mi scuso  se le mie parole sono state fraintese - riprese con un tono leggermente più alto l'oratore principale - La storia del movimento popolare nel nostro Paese ci è maestra nel dimostrare come dalle incomprensioni tra i lavoratori trae forza il padronato per aumentare i suoi guadagni e limitare gli investimenti."

Non ci fu applauso. Quello era un film già visto innumerevoli volte, ma, almeno, servì a riportare la calma.

"Pregiudiziale!"

Il rappresentante dell'ala "dura" si alzò di colpo in piedi e spiaccicando rabbiosamente il sigaro sul ripiano del tavolo, senza attendere oltre, ribadì il suo concetto.

"Sia chiaro che non ci presteremo ai soliti mezzucci tesi ad  addormentare la giusta rivolta dei dipendenti oppressi. Siamo disposti anche a dichiarare, autonomamente - e calcò su questa parola - lo stato di agitazione - poi infervorandosi proseguì - nel corso di una recente riunione di un gruppo di lavoratori abbiamo deciso di porre sul tappeto la questione ...". Non fece a tempo a completare la frase che scoppiò una pandemonio.

"Scissionisti", "Si fanno le riunioni carbonare", "E' indegno", " Questa è la fine dell'unità sindacale".

Le urla svegliarono il rappresentante del personale ausiliario di prima nomina che si era appisolato in fondo alla sala che alzandosi cominciò a sua volta ad urlare "Siamo stufi, basta con i privilegi!".

"Calma, stiamo facendo il gioco del nemico" affermava un altro salendo su di una sedia che rammentava come questa frase l'avesse sentita in qualche barzelletta su Mao-Tse-Thung ma non ricordava mai quale fosse.

Finalmente anche questa seconda ondata si calmò e l'Angelica ne approfittò per chiedere quale fosse la pregiudiziale annunciata.

"Non ha importanza, mi riservo" rispose il rappresentante dei duri.

Lo svolgersi degli avvenimenti aveva fortunatamente fatto comprendere all'oratore che forse era giunto il momento di parlare della questione all'ordine del giorno.

Prese il problema alla larga.

"Qualcuno ha riferito che sarebbe insorto un problema comportamentale o, sarebbe forse meglio dire, interpretativo in seno alla II Sezione e più precisamente nel III Ufficio".

Il tono era decisamente conciliante e la sostanza della questione illustrata nel modo più soft possibile.

Forse incideva su questo il fatto che lui era cugino, per parte di collaterale, del soggetto destinatario del rilievo: il ragionier Spinetta.

Nulla da fare. Spazientito il rappresentante dei duri riprese con forza la parola.

"E' inaudito che il rappresentante della asserita maggioranza non  voglia chiamare le cose con il proprio nome. I fatti che sono avvenuti in quell'ufficio possono essere definiti in un modo solo: un attacco predeterminato alle conquiste patrimonio dei lavoratori e il tentativo, neppure troppo nascosto, di una classe patronale che approfitta dello smarrimento, forse causato da condizioni fisiche anomale, di un dipendente per stravolgere l'ordinato ritmo produttivo e il buon nome dell'Ente".

"Ma che malattia - strillò dal fondo una voce - Sono stato non più tardi di un'ora fà nell'ufficio III della sezione II e sapete cosa ho trovato? Lo sapete voi? Tutti e sei i dipendenti di quell'ufficio che stavano agitandosi come farfalle impazzite, evadendo pratiche, utilizzando il computer e battendo a macchina con un rumore simile a quello di una mitragliatrice!"

La frittata era servita.

Non rimaneva che prendere atto, senza tentennamenti, della gravità dell'ora.

La discussione prese una via più ordinata ma sempre più preoccupata.

Tra tutte una proposta parve raccogliere i maggiori consensi.

Facciamo una commissione che studi il problema, contatti le segreterie compartimentali e riferisca.

Votazione, due astensioni, una dichiarazione di voto e la proposta divenne operativa.

La commissione risultò così composta: segretario generale aggiunto, rappresentante dell'ala "dura" del Consigli dei delegati e, quale esperto. il terzo componente della presidenza dell'assemblea che per tutto il tempo non aveva mai smesso di consultare il grosso volume che aveva d'innanzi.

Prima di sciogliersi l'assemblea accettò un'altra candidatura quale componente la commissione.

Il rappresentante della I sezione, che aveva quasi ultimato la manovra di completo aggiramento dell'Angelica, per vincerne le ultime, deboli, resistenza, fece il nome del suo obiettivo ed anche Angelica entrò nella commissione.  

  

Capitolo VIII

Nella  base  spaziale  di  Carol Space il  lavoro  relativo  alla catalogazione,  suddivisione ed esame dei reperti spaziali e  dei risultati  degli  esperimenti compiuti nello spazio dalla Sayu  3 procedeva con i ritmi e l'osservanza delle procedure previste  in questi casi.

Era  tutto  sommato un lavoro abbastanza noioso ed il  ticchettio delle stampanti collegate al superelaboratore che sfornavano dati su  dati, unito al sommesso ronzio dei condizionatori,  conciliava una  specie  di torpore a cui non sfuggiva  neppure  il  sergente James  Bartod,  un  veterano  della base che in forza  della  sua laurea in agronomia era incaricato di tutto il lavoro connesso al vasto mondo vegetale che aveva trovato spazio sulla navicella del maggiore Colbert.

Sementi,  piante, ibridi delle varie specie venivano attentamente studiati e catalogati per raffrontare i dati ottenuti con  quelli rilevati prima della partenza.

Uguale sorte toccava agli animali ma questo comparto era sotto la diretta responsabilità del dott.  Louis Cat e che era alloggiato con i suoi "animaletti",  come lui li chiamava,  nell'ala opposta al settore vegetale.

Non  era una scelta casuale.  Nei primi tempi i due reparti erano a stretto contatto ma da quando una capretta, che aveva partecipato ai  primi  voli,  era sfuggita al controllo  degli  addetti  alla sorveglianza  invadendo  il "mondo vegetale" e,  quello  che  era peggio,  si  era  divorata una intera scodella di lattughina  del Nebrasca (causando l'immediata retrocessione a sergente del dott. Bartot), il  pericolo  di  nuove incursioni  era  stato  fugato dividendo perentoriamente i due comparti.

Era stata una esperienza bruciante per Bartot. Una vita di attese distrutta  da  una  stupida capra!  Al solo  pensiero  il  sangue dell'agronomo ribolliva.  Gliela avrebbe fatta pagare al dott. Cat quella sconfitta.  Lui che ne era uscito indenne solo perchè  la seconda  cugina di sua moglie giocava tutti i martedì a  canasta con la moglie del direttore della base.   

Il  mutare del ritmo della stampante,  diventato  improvvisamente assordante, lo scosse dai suoi ricorrenti pensieri di vendetta.

Gettato  un  rapido  sguardo sul monitor si  rese  immediatamente conto che qualcosa non andava.

I  numeri  scorrevano con una velocità impressionante  mentre  un segnale  acustico  avvertiva che tutto il sistema  si  avvicinava pericolosamente all'emissione del temuto messaggio "SYSTEM PANIC".

Tuttavia Bartot non si perse d'animo.

Le  sue  dita corsero veloci sulla tastiera e la  procedura  Z234 pose in stand-bay la successiva elaborazione dei dati.

Che cosa  diavolo sarà successo pensò il sergente  accingendosi  ad una puntigliosa verifica dei dati già sfornati dalla stampante.

I broccoli erano OK. Le ciliegie di Carpi (una ridente località del Modenese-Italy) anche.

Così come le gemme di ginestra, quelle di pino e della rucola selvatica.

Bartod ebbe un sobbalzo!

Il bonsai del colonnello Williams, il Comandante della base, era cresciuto di almeno tre centimetri!

Tra tutte le disgrazie che potevano capitare ad un povero mortale quella era certo la più disastrosa.

Il  bonsai del Colonnello, o meglio della moglie del Colonnello che sino all'ultimo non voleva esporre il suo "adorato" bonsai di mandarino ai rischi di un viaggio spaziale, era irrimediabilmente cresciuto!

Il sudore freddo corse giù per la schiena del sergente.

"Questo  e’ un'altro tiro del dott.  Cat",  ruggì digrignando  i denti.

"E no!, ora basta!".

La sua carriera rischiava di essere distrutta. Altro che menzione di  merito sulla rivista mensile della base.  Quì c'è in  vista una nuova retrocessione.

Passato  il  primo momento di rabbia e di sconforto la ragione prevalse.

"Forse  non  tutto  il  male  viene  per  nuocere.  Se  riesco  a dimostrare che il fatto può essere imputato ad una errata impollinazione di un'ape custodita da Cat, posso rendergli pan per focaccia."

Rincuorato da queste considerazioni si tuffò a corpo morto nell'esame dei dati.

"Dunque, vediamo, sino alla verifica dei semi tutto era regolare".

Via, via i numeri venivano collazionati, spuntati e raggruppati.

Una nuova scarica di adrenalina gli provocò un ulteriore scossone.

"E questo cosa c'entra?"

Il  seme  di  eucaliptus mostrava indubitabilmente  che  aveva  un comportamento a dir poco irrazionale.

Non  solo non era rimasto nella cella AV3 ma, comportandosi come un cavallo nel gioco degli scacchi, era "zompato" nella cella del bonsai.

Ricontrollati  tutti i dati e la verità apparve a Bartod in  tutta  la sua  drammaticità.  Il seme di eucaliptus non  mostrava  più i segni dell'incisione  pentagonale  che il programma prevedeva e che  il maggior Colbert aveva praticato - almeno così egli asseriva - sull'asteroide  Plinius. Il seme aveva mutato il proprio colore originariamente  verde  in  una indefinita gamma di variazioni bluastre.

Ormai il pensiero di Cat era scomparso dalla mente del sergente.

Preso  da  una irrefrenabile e spasmodica voglia di far luce sul mistero fece quello che mai, assolutamente mai, avrebbe dovuto fare.

Si alzò  corse nella stanza adibita a magazzino reperti,  salì u di una scaletta,  afferrò 'intera cassa che conteneva il seme  incriminato  ed il  bonsai,  la  portò sul  tavolo  del laboratorio principale aprendo il contenitore.

Il bonsai era li, innanzi ai suoi occhi e, conficcato nei pressi della radice principale il dannato seme di eucaliptus sembrava pulsare mentre il bonsai cresceva.

Il sergente ebbe come un capogiro.

Tutte le leggi dell'evoluzione della specie, tutte le formule della  dinamica e della fisica erano clamorosamente smentite da quello spettacolo!

Quello che seguì è difficilmente immaginabile.

Le diverse strutture operative della base ne furono investite ed ognuna di questa cercava di trarre le proprie, originali, conclusioni.

Dapprima il fatto rimase circoscritto ai più alti vertici ma finì per diventare di dominio generale grazie anche alle pubbliche e reiterate lagnanze della moglie del direttore della base incapace di darsi pace per la perdita del bonsai (catalogato nel frattempo TOP SECRET).

La notizia ripresa da un cronista locale fece in breve il giro del Paese anche se, in verità, venne trattata più come un fatto di colore "La moglie del direttore perde l'albero!", "Un bonsai sfida in altezza le canne da zucchero". Erano due dei titoli che apparsero sulla stampa.

Il colpo di grazia a quell'evento "eccezionale" venne assestato infine dalla terza Commissione senatoriale che, riducendo gli stanziamenti, mise fine ad ogni ulteriore studio sulla vicenda.

Capitolo IX

I mutamenti denunciati nel corso dell'assemblea della RASI e, sopratutto, evidenziati dal comportamento degli addetti del III ufficio non erano più un fatto isolato.

A quest'amara considerazione era giunto il personale dei vari bar dislocati nei diversi piani del Palazzo.

Sconsolatamente vuoti, senza l'allegro chiaccherio del personale intento a sorseggiare caffé e cappuccini i locali assomigliavano più alle sale di un museo durante l'ora della pennichella piuttosto che a quegli allegri e spensierati luoghi di incontro nei quali il soffio delle macchine del caffé faceva da sottofondo alle allusioni, non sempre velate, che segnalavano l'arrivo o l'uscita delle impiegate del servizio personale, da sempre superiori di almeno una spanna in quanto ad avvenenza rispetto alle colleghe degli altri servizi; superiorità a cui, si mormorava, non era certo estranea la risaputa "esperienza" del capo ufficio personale interno che nel suo curriculum poteva vantare, e la cosa era considerata con il massimo rispetto, anche una supplenza nella giuria del concorso di Miss Italia.

Oggi, invece, nulla.

Ma dove erano mai andati a finire il dott. Caratti, addetto alla relazioni esterne, che era imbattibile nel raccontare le ultime novità? E il rag. Francisci esperto della pesca in acque dolci? E la signorina Valeria che pareva avere la chiave delle prime visioni in videocassetta quando ancora la proiezione dei film non era  iniziata nelle sale cinematografiche?

Tutti spariti o, meglio, la loro comparsa durava pochi attimi e sempre, rigorosamente durante i famosi cinque minuti di intervallo.

Il colpo di grazia finale e che aveva totalmente stravolto i baristi era giunto quando anche le sorelle Gatto erano scomparse dall'angolo destro del bancone (loro punto preferito di sosta). Di conseguenza, letteralmente svanito il Club della lana.

Non che in verità le due dipendenti fossero sorelle e né, tantomeno, che si chiamassero Gatto, ma il fatto era che non esistevano all'interno dell'Ente esperte migliori di loro in tema di punti, lane, ferri ecc. La loro propensione poi per una certa marca di filati le aveva fatte ribattezzare "Gatto". In ogni occasione e sempre nel solito angolo del bancone, il gruppo di adepte che chiedevano spiegazioni, mostravano golfini, scialli, pullover, punti a croce, a nido d'ape, rasatello ecc. Si era in tal modo costituito il più attivo dei club, quello della lana appunto, le cui componenti sciamando dal bar verso le rispettive stanze portava in ogni piano simpatici punti di colore mentre lo sferruzzare discreto dava un tocco di famigliare intimità alla quiete dei diversi reparti.

Oggi tutto questo era un ricordo!

Quasi insinuandosi lungo i condotti dell'aria condizionata, scendendo e salendo trasportata dai moderni ascensori, nascosta nei faldoni delle diverse pratiche, fruendo dell'immensa mole di carta che, senza posa,  dai centri stampa saliva verso i piani più alti accumulandosi sulle scrivanie, invadendo ogni spazio libero, la "stranezza" del rag. Spinetta aveva ormai coinvolto tutto l'Ente per la rivalorizzazione delle comunità antropomorfe dell'emisfero australe.

Simile ad un immenso alveare il Palazzo pareva pulsare di una innaturale forma di parossismo da lavoro che non risparmiava praticamente nessuno.

Non vi era ormai più alcun ufficio, sezione, reparto, divisione in cui non si potesse scorgere una indiavolata attività totalmente diversa da quella paradisiaca e soft del felice recedente passato.

L'arretrato era pressoché smaltito. Si poteva affermare, senza ombra di dubbio, che solo grazie ai solleciti che dall'interno pervenivano all'esterno nei confronti di altri Enti, Ministeri, Direzioni periferiche, Centrali, Uffici staccati ecc., era possibile rifornire quella turba famelica di "divoratori" di pratiche da evadere, analisi da compiere, relazioni da redarre.

Nel contempo e il fatto era duramente stigmatizzato dai dipendenti, la rete di comunicazioni telefonica o quella informatica, non sempre si dimostravano all'altezza del carico di lavoro a cui erano sottoposte e le Aziende che ne avevano la manutenzione non sapevano più a che Santo votarsi Quella che in un primo momento era apparsa una tranquilla sinecura oggi rischiava di tramutarsi in un catastrofico boomerang economico.

L'Ente, nel giro di poche settimane, era completamente cambiato. E già apparivano chiari i sintomi di intolleranza tra gli stessi dipendenti che nella ricerca di nuove incombenze da svolgere erano giunti in più di una occasione alle parole grosse in ordine alla titolarità di questa o quella pratica che gli uni sospettavano venisse sottratta dagli altri.

Lo scontro fisico poi era mancato di un soffio quando, ad esempio, un cittadino presentandosi all'ufficio informazioni dell'Ente per chiedere a quale settore avrebbe dovuto rivolgersi per una dettagliata ricerca sulla formica rossa del Pino-neonatus, era stato letteralmente preso per un braccio da due funzionari, quello dell'Ufficio ricerche multiple e quello della Divisione storico statistica, che affermavano entrambi di essere i più titolati per evadere la richiesta.

Solo l'intervento di un altro utente-cliente, sopraggiunto nel frattempo, aveva consentito di risolvere la questione in quando, essendovi a questo punto due le pratiche da evadere, entrambi i contendenti avevano potuto trascinare ognuno  i malcapitati verso i rispettivi luoghi di lavoro.

La questione però non poteva più essere mantenuta sotto controllo ricorrendo alle normali procedure. A questa considerazione erano pervenuti, più o meno autonomamente i Dirigenti della varie articolazioni dell'ENRCA.

Coinvolti essi stessi dal ritmo sempre più innaturale delle strutture  su iniziativa del Direttore della I Divisione decisero di riunirsi per esaminare l'intera questione. Informato il Direttore Centrale e dopo aver unanimemente convenuto che la riunione si poteva tenere solo dopo il termine dell'orario di lavoro, organizzarono l'incontro al quale doveva partecipare anche la rappresentanza sindacale dell’Ente. 

  Capitolo X

Che si trattasse di una riunione diversa dalle solite apparve subito evidente.

Spariti i giornali dalle mani dei partecipanti, rifiutata la ricerca del posto più idoneo per potersi "defilare" e, successivamente, allontanare, i presenti avevano formato una specie di semicerchio al centro del quale erano seduti i Direttori delle varie divisioni ed i Dirigenti dei diversi Uffici dell’ERCA.

Leggermente più discosto l’inviato del Direttore Generale dell’Ente e sulla sinistra, i rappresentanti della RASI che assolvevano anche al compito di fiduciari delle segreterie Confederali Sindacali.

Nessun brusio, nessuna allegra pacca sulle spalle quando il  Direttore della I Divisione della Direzione Periferica prese, senza tentennamenti, la parola.

"Non vedo altro motivo di questa riunione se non quello di sbrigare con urgenza - e calcò sulla parola - la questione della carenza di strutture operative in cui versiamo e l’individuazione di una decisa azione volta a sollecitare, anzi, pretendere che da parte della altre articolazioni della P.A. non vengano frapposte nuove, irrazionali manovre volte a contrastare l’ordinato operare della nostra Sede".

"In troppe occasioni - proseguì -abbiamo registrato come sia la rete informativa che quella tecnico-burocratica esterna hanno causato irreparabili danni in ordine alla scorrevolezza delle procedure ed al positivo evolversi del flusso operativo generale."

Cenni di consenso ed espliciti apprezzamenti seguirono l’introduzione.

"Voglio allora approfittare di questa occasione per annunciare una precisa scelta, di cui ho già avuto modo di parlare con i miei diretti collaboratori ricevendone la convinta adesione, che è, in breve, questa: la I Divisione sino a ché non saranno rimossi gli ostacoli a cui facevo riferimento ed in attesa degli indispensabili potenziamenti strutturali (adeguati software, nuovi elaboratori, potenziamento delle linee di telecomunicazione), provvederà a proprie spese, grazie a versamenti personali degli addetti incrementati dall’una tantum sulla produttività che il Ministero della Funzione Pubblica ha promesso verrà corrisposta a tutto il personale dello Stato alla fine del mese, ad acquistare quanto occorre e, contestualmente, ad aumentare l’orario di lavoro di due ore giornaliere senza, ovviamente, riceverne alcun compenso aggiuntivo."

Poco mancò che dalla gran parte dei presenti l’oratore ricevesse un caloroso applauso.

Lo sguardo attonito dell’inviato del Direttore Generale, giunto in missione nella mattinata ma che si era presentato nella sede della riunione solo pochi attimi prima dell’inizio, cercò disperatamente un aiuto. Fortunatamente i componenti della RASI non erano meno stravolti.

Passi per quanto avevano appreso nella trascorsa riunione in cui si era presa coscienza dell’anomalo comportamento del II Ufficio della III Sezione e su cui avrebbero dovuto indagare, ma quanto succedeva, ora, in quella stanza sembrava il frutto dell’attenta regia di un Maestro del trilling e dell’orrore.

Forse era loro sfuggito qualche particolare e, quello che più contava, non avendo avuto modo di vivere il cambiamento avvenuto successivamente a causa dei preparativi per il Congresso Nazionale, non riuscivano a capacitarsi come una forma così estesa di follia avesse potuto contagiare tante persone.

Ma dove erano finiti i bei tempi della formulazione del documento conclusivo?

Le parole magiche come livelli, adeguamenti, funzioni, integrazione, mansioni, perequazione, nastro lavorativo, piante organiche ecc., quella sera non erano neppure stati menzionati una volta!

E, neppure, era stato posto sul tappeto il problema del riscatto dell’indennità complementare, aggiuntiva e surrettizia ai fini pensionistici e del TFR (trattamento fine rapporto).

Negli sguardi che si incrociavano preoccupazione e sbalordimento formavano una miscela di incredula costernazione.

Nel frattempo gli altri stavano frettolosamente concludendo.

"Allora siamo d’accordo. Da domani ogni responsabile di Ufficio, Sezione o Divisione farà pervenire al Direttore della I Divisione concrete proposte e suggerimenti. Il tutto, però con lo intento di agevolare il disbrigo delle pratiche e rendere più produttiva qualsiasi procedura e rimuovere ogni ostacolo che potesse frapporsi a questo fine."

In fretta, così come si era svolta la riunione,  i dipendenti della Direzione periferica lasciarono la sala.

Per alcuni attimi piombò il silenzio.

Poi, sia pure distanziati dalle sedie rimaste vuote, il rappresentante del Direttore Generale ed i componenti della RASI, esclusa l’Angelica che faceva parte della commissione d'indagine, si misero contemporaneamente a parlare.

Dire che si trattava di discorsi coerenti era quanto meno azzardato.

Era piuttosto  un insieme di esclamazioni, un vociare semi strozzato che tradiva il nervosismo troppo a lungo represso.

"E ora cosa dico al Direttore?" pareva gemere il poveraccio che mai come in quell’istante si rammaricava di non aver compiutamente considerato l’occasione che gli si era presentata di "marcare visita" per quel foruncolo che gli era spuntato dietro l’orecchio destro.

Più preoccupati però erano quelli della RASI.

Quanto meno una contestazione di scarsa attenzione alle problematiche sindacali era nell’aria, specie in prossimità di un congresso.

"E’ inaudito!" sbottava quasi urlando il rappresentante dell’ala dura. "La vostra azione tipica del più marcato pan-consociativismo ha impedito che all’insorgere del caso si realizzasse la doverosa promozione e conseguente allontanamento del primo soggetto reo di cotanto pandemonio."

"Sì, parlo di quel ragioniere del II Ufficio che sappiamo bene è nelle grazie di suo cugino: il segretario generale!".

"Maoista! Frutto del disfacimento morale di generazioni avventuristiche e dittatoriali." Replicava quest’ultimo con il volto congestionato.

L’intellettuale del gruppo cercava disperatamente almeno un codicillo, una clausola, un inciso che servisse ad evitare la sciagura. Inutilmente: il "Rapporto" non prevedeva in alcuna sua parte l’ipotesi del super-lavoro o di una attività autonomamente resa senza compenso.

Forse più per la stanchezza che per intima convinzione, finalmente la calma si impose.

Prese la parola l’Angelica.

Contrariamente agli altri aveva vissuto in prima persona il mutamento ora oggetto di tanta attenzione e ne aveva subito l’influenza.

"Ma vi rendete conto che è indispensabile proseguire nel lavoro? Che la massima soddisfazione è il vedere conclusa una ricerca? Evasa una pratica?"

Altro momento di sgomento. Possibile che fosse proprio lei a pronunciare quelle parole?  Lei che sino a poco tempo prima vedeva il passaggio alla Segreteria centrale ed il conseguente distacco sindacale, come un obiettivo assolutamente irrinunciabile?

Per nulla scossa Angelica proseguì "Voi forse non comprendete e non mi rendo conto come possiate non farlo, come sia gratificante vedere concretizzarsi sotto le vostre mani il frutto della vostra iniziativa?". Poi, senza altro aggiungere, si alzò ed infilò la porta.

Una disfatta. Ecco cosa rappresentava tutto questo.

Almeno su di un punto i presenti erano concordi: occorreva che il fenomeno venisse prontamente circoscritto. Che il "male" non inquinasse ulteriormente il mondo del lavoro.

Il  segretario generale si alzò, raggiunse il telefono e pigiando nervosamente sui tasti, attese la comunicazione.

"Pronto! Sono Angioletti, il segretario della RASI dell'ERCA, passami Antonio."

"Ciao caro", la voce rilassata e profonda del segretario confederale non contribuì certo a calmare Angioletti.

"Sono in sede, ho appena finito quella riunione. Qui è  un casino! La situazione è gravissima, anzi esplosiva.". Poi di getto, senza attender risposta, prosegui :"Devi riunire subito la segreteria. No! Non sono impazzito. Ne va della vita del sindacato e, forse, della democrazia. Vengo subito. Aspettami".

Riattaccata la cornetta, afferrò la borsa e si precipitò verso l'uscita.

Gli altri, rimasti in silenzio, lo seguirono a testa china.

 Capitolo XI

Un avvenimento come quello interessante la vita dell'ERCA non è cosa di tutti i giorni per cui l'interessamento dei "servizi", se da un lato poteva apparire spropositato, dall'altro si dimostrava pienamente giustificato se veniva traguardato nell'ottica che guidava da tempo le scelte del SIGENAZ (Sicurezza Generale Nazionale).

Infatti, contrariamente ad altri servizi, quello della difesa o della sicurezza dello Stato tanto per fare un esempio, il SIGENAZ aveva la tendenza ad ingigantire le inezie e, purtroppo, a trascurare segnali ben più gravi che intervenivano nella vita socio-politico-economica del Paese.

Non che gli uomini (e le donne) del servizio fossero agenti di  seconda categoria e neppure che l'influenza e le disponibilità economiche del SIGENAZ fossero minori rispetto ad altre ma, più semplicemente, sfuggendo ad ogni inquadramento schematico e non dovendo rispondere a questo o quel Ministero, venivano maggiormente coltivati tutti quegli aspetti che per la loro caratteristica non potevano essere fatti risalire ad un casistica definita.

Ciò spiegava almeno in parte perchè i contatti internazionali erano basati fuoriuscendo dai normali canoni dello spionaggio e del controspionaggio ed erano attivati sulla scorta di "intuizioni", spesso cervellotiche: tipico al riguardo il fatto che, per esempio, a fronte di una crisi che aveva colpito il settore della cosmesi maschile (barbe e parrucchini) era sembrato logico inviare negli States una squadra di agenti con il preciso compito di scoprire come mai i "barboni" ospiti della Grande Mela erano così chiamati e, vieppiù, perchè molti di essi non portavano la barba.

Quindi quando il capo del settore "prime avvisaglie" del SIGENAZ ricevette un allarmato rapporto che segnalava quanto stava succedendo all'ERCA, risultò del tutto naturale che lo stesso dirigente convocasse nel suo ufficio gli esperti di cose del Sol Levante, sulla scorta della assoluta convinzione che l'episodio dovesse essere ascritto ad una manovra di quei "piccoli" giapponesi che erano capaci di vivere in spazi sempre più ristretti e, di maggior peso, erano in grado di lavorare a ritmi indiavolati, senza mai scioperare o, peggio, lavorare di più durante le manifestazioni sindacali.

"E' senza dubbio una operazione giocata a largo spettro" sentenziò il numero 3 (si chiamava in verità Oreste Pacifici ma la sua passione per i romanzi di J.A.Fleming lo aveva indotto a "numerare" tutti e tutto per cui nomi e cognomi erano quasi in disuso). "Nella sfera degli equilibri mondiali, a fronte di un Europa che probabilmente si appresta a divenire una grande, unica potenza economico-commerciale, grazie anche all'apporto dell'Est che sino ad oggi ne era escluso, l'Europa è un concorrente temibile per il Giappone" - poi, infervorandosi, approfondì il suo pensiero- "Tutto si spiega a fronte di un fatto incontrovertibile. I mercati dei Paesi in via di sviluppo sono in attesa. L'America non ha più il suo tradizionale nemico e cerca uno sbocco commerciale per la sua economia sino ad oggi aiutata dalla produzione bellica. La stessa America rischia perciò di trovarsi stretta da una tenaglia commerciale rappresentata dal Giappone e dalla futura Europa".

Seguì una pausa di rispettoso silenzio per la verità frutto più di incomprensione che di effettiva deferenza.

Gli agenti convenuti nell'ufficio del numero 3 erano quattro: il numero 16, il numero 22, il (meglio dire la) numero 6 e il numero 201 (di fresca assunzione).

Fu proprio quest'ultimo che con la candida incoscienza dei neofiti ruppe il silenzio. "Scusi capo, Lei afferma che l'Europa, e quindi anche noi, ed il Giappone rappresentano una temibile concorrenza per l'America. Allora perchè i Giap dovrebbero prendersela con noi?"

Quello che fa diverso un capo e lo pone molto più su di un comune mortale è un insieme di magnanimità paternalistica e di supremo disprezzo verso gli inferiori.

Il numero 3 sospirò con bonaria sopportazione.

"Vedi giovane collega, quando dico che la causa del problema è la situazione economico commerciale ed il ruolo che l'Europa giocherà contro l'America e -con- il Giappone non dico -insieme- al Giappone".

Sempre più frastornato il tapino si affrettò ad annuire ma, oramai, il capo era lanciato.

"Cosa crediamo che succederà quando l'America avrà perso la propria battaglia? Immaginiamo proprio che i giapponesi ci lasceranno dividere la torta del mercato mondiale con loro? O piuttosto non cercheranno di eliminare anche la concorrenza europea?"

Le teste del numero 16, del 22 e quella bionda della numero 6, annuirono più volte.

"E se é così perché non colpire da subito l'Europa e in essa la nazione che reputano più debole? in che modo vi chiederete. Semplice!".

Porre delle domande e, nello stesso tempo fornire le risposte, è un'altra caratteristica dei condottieri.

"Semplice - soggiunse il capo - obbligando l'Italia a compiere sforzi innaturali, stroncando sul nascere ogni velleità di concorrenza operativa con il Giappone e con i suoi ritmi di lavoro. In altri termini far sì che la capacità della macchina pubblica italiana si spezzi, sottoponendola a ritmi di intensità insopportabile, prima che la vera battaglia si sviluppi, privando in tal modo la stessa Europa di un partner che per la sua tradizione e la sua posizione geografica è indispensabile: causando in tal modo la fine dell'unità europea!"

Un breve detergersi del sudore (solo apparente) e poi la stoccata finale.

"Individuato il nemico. Cerchiamo gli alleati."

La discussione che ne seguì non spostò di una virgola l'analisi del numero 3 e le decisioni scaturite la confermarono nei fatti.

La numero 6 doveva immediatamente partire per l'America e cercare con l'Agenzia ogni segnale che confermasse il pericolo per entrambi i Paesi (anche perchè un alleato di oggi non vietava che potesse diventare oggetto di attacco domani); il numero 201 veniva "assunto" dall'ERCA con effetto immediato; il 21 ed il numero 16 componevano il nucleo operativo dell'operazione "yellow": il numero 3, ovviamente, era la mente di tutto.   
 

Capitolo XII

Che Luca Albatrelli (alias numero 201) non fosse uno sciocco lo si era già capito durante lo svolgimento delle prove poste a supporto dell'accertamento della idoneità ad entrare nel SIGENAZ.

Aveva meticolosamente dribblato le domande più insidiose ed aveva con accuratezza enfatizzato il ruolo della gerarchia, della completa dedizione al dovere, esaltato la riservatezza, ecc. In altri termini aveva cercato, ed i risultati gli avevano dato ragione, di rientrare nella più assoluta normalità. Così il giudizio finale "trattasi di elemento fidato, rispettoso e di buon comando" gli aveva assicurato l'assunzione presso il Servizio.

Oggi dunque raccoglieva i primi frutti della sua scaltrezza: la prima missione fuori sede.

Puntuale come un orologio svizzero, alle otto del mattino si presentò presso la sede dell'ENRCA. Era stata una decisione non presa a cuor leggero quella di presentarsi alle otto. L'esperienza maturata nei primi contatti con le varie articolazioni della Pubblica Amministrazione lo avevano reso cosciente di un fatto: avere un appuntamento alle 11 voleva dire "verso le 11", e cioè un arco piuttosto ampio che andava dalle 11,30 alle 13; oppure quando si diceva "in mattinata" stava a significare che non bisognava oltrepassare le 14.

Questa volta però i brevi dati contenuti nel rapporto  fornitogli in fotocopia lo avevano convinto che trattavasi di una situazione veramente eccezionale.

Intanto si parlava di "assoluto, incomprensibile, attaccamento al lavoro" ed, altresì, della "drastica caduta delle percentuale di assenze per malattia" anche in occasione dell'apertura della caccia o delle settimane bianche.

Due segnali da non sottovalutare, soprattutto in ragione della dizione "sollecita evasione delle pratiche", che nello stesso rapporto ricorreva per ben tre volte.

Non era certo una situazione normale.

I suoi sospetti trovarono conferma non appena varcò il portone dell'Ente.

Non solo questo era regolarmente aperto ma, in contrasto con le normali consuetudini, tutti, veramente tutti gli addetti al ricevimento erano ai loro posti di lavoro, nessun giornale tra le mani, non intenti a scambiarsi le impressioni del programma televisivo della serata precedente oppure impegnati ad  individuare collegialmente quale "ponte" fosse più produttivo per lo sfruttamento del monte ferie.

Non aveva ancora compiuto cinque passi nell'atrio che, quasi catapultandosi dalla sedia, un addetto gli si fece incontro e con un sorriso a 32 denti, cortesemente, si informò della ragione della sua visita.

"Attento" una imperiosa voce interna allertò i sensi del nostro agente. Era lo stesso presentimento che lo colpiva quando durante le esercitazioni compiute al corso (simulate, ovviamente) doveva attraversare una palude piena di coccodrilli e attaccato da zanzare giganti.

Troppa gentilezza, eccessiva sospetta sollecitudine.

Quando mai un comune mortale entrando in un qualsiasi Ente Pubblico riceveva una simile accoglienza?

Non succedeva normalmente, invece, che un visitatore qualsiasi dovesse disperatamente attirare l'attenzione di un addetto il quale, per parte sua, dimostrava con quale abilità riusciva ad evitare lo sguardo dell'interlocutore?

Ripensò all'Articolo 326 del Regolamento Interno dei Corpi Speciali per la Sicurezza dello Stato, contro i Pericoli Reali od apparenti e per la  Protezione Territoriale della Nazione Italia, (RICSSSCPRPTNI), che alla pagina 584 così recitava: "fingere indifferenza".

Albatrelli si adeguò con prontezza.

"Dovrei vedere il Capo del personale. Sa, sono un nuovo collega."

Il comportamento dell'addetto mutò repentinamente. Da servizievole, divenne l'immagine stessa della felicità.

Da troppi giorni ormai le richieste di personale, di strutture, di mezzi angustiavano i dipendenti dell'Ente. Le sollecitazioni avanzate verso la Direzione Centrale, Il Ministero della Funzione Pubblica, della Ricerca Scientifica, dell'Economato Centrale dello Stato rimanevano lettera morta. Invece oggi si materializzava l'inizio della soluzione dei problemi: nuovo personale e chissà anche nuove linee telefoniche, nuovi elaboratori, nuovi uffici.

"Il Capo del Personale è al sedicesimo piano. Anzi, aspetti, l'accompagno io."

Sempre più sbigottito il numero 201 lo seguì mentre la sua guida non tralasciava di spiegare, senza fermarsi, ai vari interlocutori via via incontrati, che finalmente il nuovo personale era in arrivo. Il ritmo del lavoro avrebbe potuto essere incrementato, le nuove catalogazioni approntate e via di questo passo.

"Decisamente inconcepibile" rimuginava l'Uomo del Servizio prendendo mentalmente nota di quanto stava succedendo, affannandosi  nel contempo a cercare qualche indizio che confortasse la tesi del suo Capo circa la responsabilità dei giapponesi.

Macchè, nessuno portava il kimono, nessuno aveva la testa cinta dal nastro tanto caro ai Kamikaze, nessuna stampa appesa ai muri, nemmeno una Arundinaria amabilis o Bambusa vulgaris  (bambù) o un fior di loto si nascondevano tra le numerose piante presenti.

Niente, tutto rigorosamente scritto in caratteri latini mentre neppure un ideogramma compariva sulle targhe o sui tasti dell'ascensore.

L'incontro con il Capo del Personale non sfuggì all'atmosfera dominante.

Una rapida stretta di mano, la presa di conoscenza del foglio che, a firma del Ministro, comandava il dottor Luca Albatrelli, Capo Sezione di prima classe, al distacco dal Ministero degli Esteri all'ENRCA, alle dirette dipendenze del Direttore Generale dell'Ente con sede di lavoro presso la Sede della Direzione Periferica dell'Ente per la Rivalorizzazione delle Comunità antropomorfe dell'emisfero Australe ed il Capo del Personale entrò subito nel vivo della questione.

"Lei, noto dal foglio di comando, non sarà alle nostre dipendenze in senso stretto, rimanendo la dipendenza gerarchica ascritta al Direttore Generale, ma questo non toglie l'augurio che la sua venuta tra noi rappresenti l'inizio del potenziamento richiesto. Anzi per favorire questo auspicio La pregherei di valutare, una volta acquisita una più specifica conoscenza delle nostre grandi difficoltà, in quale settore vorrà essere inserito."

"Perfetto! Ancora una volta il Servizio aveva previsto tutto - pensò Albatrelli - questo mi dà la possibilità di ficcare il naso dappertutto per cui qualcosa alla fine verrà fuori."

"Nel frattempo - proseguì  il Capo del Personale - ritengo che sia opportuno che Lei occupi l'Ufficio Collegamenti Esterni che si trova all'ottavo piano. Auguri! E, mi raccomando, ci aiuti anche presso la Direzione Generale. Siamo ancora troppo pochi, il lavoro incombe e di notte molti di noi non riescono neppure a dormire al pensiero di quanto si dovrebbe e purtroppo non si riesce a fare."

Ancora rapidi convenevoli e Albatrelli prese possesso del nuovo Ufficio.

Capitolo XIII

Al sergente Bartod la questione non era proprio andata giù. Che un  fatto così eccezionale, come quello rappresentato dalla crescita del bonsai,  fosse stato semplicemente ignorato solo perché qualcuno, lassù negli alti piani della terza  Commissione Senatoriale, aveva così deciso, era una questione che gridava vendetta. Senza valutare, oltretutto, che ciò poteva consentirgli di raggiungere la  notorietà  da troppo tempo attesa.

E più passavano i giorni, più la sua irritazione cresceva.

Avevano un bel dire i capoccioni, loro non avevano visto nè‚ toccato con mano cotanto stupefacente avvenimento.

Sempre in preda alla sua ossessione Bartod era smagrito. Occhi infossati,  pareva in preda ad un parossismo di attività che, quanto meno, era del tutto inusuale nella base di Carol Space.

Non appena finito il turno di lavoro si rinchiudeva nel suo alloggio e continuava per ore ed ore a sfogliare manuali, enciclopedie, trattati di botanica nella vana ricerca di dare risposta al suo tormento: perchè il bonsai era così cresciuto? Perchè solo il bonsai tra le innumerevoli piante che costituivano il carico della Sayu 3?

E nel frattempo si isolava sempre più dalla vita della comunità che viveva alla base. Non lo si vedeva quasi mai. Neppure Jessica, l'amica del cuore, aveva maggior fortuna.

Molti consideravano il suo atteggiamento la diretta conseguenza di una qualche forma di esaurimento nervoso e quindi, essendo la cosa quasi di moda, non se ne curavano. Risultato: il sergente Bartod era lasciato a se stesso.

Ma la cosa non lo interessava più di tanto: aveva il pallino del bonsai e ciò gli bastava. Così, quasi per una naturale selezione verso il resto del mondo, i suoi contatti avvenivano solo con quanti  mostravano interesse allo stesso problema. Tra questi vi era un giovane chimico in forza presso la locale università. Passavano intere serate ad approfondire le varie angolazioni del fenomeno. Per parte sua Bartod insisteva sugli aspetti visivi del fatto: la crescita, il colore, la turbolenza che pareva aver colpito il bonsai quando  nella sua cella era piombato il seme di eucaliptus. Dall'altro lato il chimico  riempiva fogli su fogli di formule nel vano tentativo di trovare una risposta.

Malgrado ciò il mistero restava impenetrabile.

Fu durante una di queste sedute che al giovane venne un'idea. "Perchè non sottoponiamo il bonsai ad un nuovo esame, magari esaminandone la struttura grazie al microscopio elettronico dell'Università?".

Facile a dirsi, assai più difficile a farsi.

L'etichetta di TOP SECRET, affissa sulla porta della stanza in cui era la cassa contenente l'oggetto di tanta attenzione, non era facilmente superabile. Nessuno, senza uno speciale permesso rilasciato dal Comandante della base, poteva accedervi.

Ancora una volta lo sconforto assalì Bartod ma altrettanto durò poco. La stessa inquietudine e agitazione che costituiva ormai la norma del suo comportamento gli fornì la risposta.

La moglie del Comandante e i mezzi di comunicazione, questa era la via da seguire.

Il piano di battaglia fu presto steso. La sera stessa una voce misteriosa chiamò al telefono la moglie del Comandante "Signora, sono un amico, anzi l'amico del suo bonsai. Non le rimorde la coscienza di averlo abbandonato? Pensi tutto solo, chiuso in una cassa .. ". Clich. E la comunicazione si interruppe.

Poco mancò che la base temesse un attacco aereo. Tale risultò la potenza dell'urlo, anzi dello strillo lanciato dalla gentile consorte del Comandante.

Risvegliato dal torpore televisivo, il Colonnello corse al fianco della moglie e la sua attenzione venne ripagata da una serie irripetibile di insulti "Assassino!, uomo senza scrupoli, vuoi la mia fine!" Erano queste solo alcune delle "gentili" espressioni accompagnate da esplicite vie di fatto che costrinsero il Colonnello ad una immediata ritirata.

Fu però il giorno successivo che le cose presero una svolta decisamente più propizia per gli sforzi del sergente Bartod.

La signora Williams, dopo aver riunito le sue più care amiche, diede vita al "Comitato per la salvezza del bonsai".

Solo chi ha avuto a che fare con Comitati spontanei del tipo di quello costituito dalla moglie del Colonnello può immaginare la vera forza distruttrice di ogni serena pausa che, al termine di una giornata di lavoro, un militare può concedersi.

Il vitto è il primo obiettivo: rigorosamente bandito ogni piatto caldo e quindi cucinato. L'alternativa concessa è lo scatolame.

La televisione è l'altro fronte delle ostilità. Appena iniziato il programma preferito, i sospiri, lo strascicare delle sedie, le esclamazioni semi-mozzate, l'attivarsi degli elettrodomestici sono i soli rumori chiaramente percettibili.

L'atteggiamento, poi, è il colpo del maestro. Rigorosamente pensierose, con gli angoli della bocca rivolti all'ingiù, stringendo nervosamente un fazzoletto, perennemente assenti nello sguardo, le aderenti al movimento non pronunciano alcuna frase coerente o, in alternativa, sfoggiano una incipiente sordità che fa cadere nel vuoto qualsiasi domanda loro rivolta, mentre il mutismo è la "lingua", si fa per dire, adottata per l'occasione.

Vittime, rigorosamente prescelte, i più vicini collaboratori del Colonnello che, dopo innumerevoli tentativi, riescono a conoscere la causa di tanta disperazione.

Se non è il successo, a volte limitato dall'immediato avvio delle pratiche di separazione legale, poco ci manca. In capo ad alcuni giorni il destinatario della protesta si trova accerchiato, per l'intera giornata, da richieste del tipo "Non ti sembra che questo fottutissimo bonsai potresti renderlo a tua moglie?".

Se poi, forte della disciplina acquisita a West Point, il "misero" resiste, il ricorso alla grande forza di "persuasione" rappresentata dalla stampa, è la stoccata  finale.

Il Comitato fa discretamente sapere al solito cronista locale di turno che alla base "c'è preoccupazione". Sempre discretamente la notizia è corredata da alcuni particolari. Il Comandante "è irascibile". Gli alti gradi "spesso non dormono a casa".

Che cosa succede alla base? E' questo il titolo a tutta pagina che il locale "Carol New" pubblicò di lì a poco. Nell'articolo poi la storia del bonsai assunse i contorni del più classico dei fanta-giallo-horror.

"Alla base pare si siano registrati avvenimenti a dir poco sconvolgenti: uno dei magazzini custodisce un segreto che turba il sonno dei responsabili. Da fonti solitamente bene informate si apprende che una pianta, che faceva parte del carico di una spedizione spaziale, ha mostrato chiari segni di mutazione che non possono far escludere la presenza di un 'essere' venuto dallo spazio. Le stesse fonti hanno lasciato intendere che sino ad oggi non ci sono stati, ancora, pericoli per gli umani." Questa la sostanza dell'articolo che rispolverava anche la storia, già apparsa sulla stampa, relativa "alla sfida del bonsai che batteva, in altezza, le canne da zucchero". L'interrogativo con cui l'articolista concludeva era: "Si tratta forse di una pianta carnivora?"

L'immancabile conferenza stampa organizzata nella base chiarì viceversa che "tutto era sotto controllo", che "non vi erano pericoli", "tutto si trova nella norma" e, punto nodale per l'azione di Bartod e C., "il vegetale oggetto di tanta, infondata curiosità "era stato" restituito alla legittima proprietaria a comprova della sua assoluta inoffensività".

Una vittoria su tutti i fronti: per la signora Williams che riportò trionfante a casa la "sua piantina" (per la verità era ormai diventata un vero e proprio albero), per il Colonnello che sia pure a fronte di notevoli sforzi era riuscito ad ottenere la cancellazione del TOP SECRET e, soprattutto, per Bartod che alcune sere dopo, grazie al party organizzato dalla trionfante "colonnella", riuscì a strappare un ramoscello della pianta e portarlo al suo amico chimico.

Capitolo XIV

Nel suo complesso l’ufficio non si discostava molto dai restanti situati all ‘ottavo piano: una scrivania mod. DIR (esplicitamente citato nel manuale “Arredi e strumenti”) che spetta ai Dipendenti di grado non inferiore al secondo livello carriera Direttiva, una lampada Ministeriale, una poltrona girevole, quattro sedie di cui due pivottanti, un armadio con ante e scomparti di dimensione idonea alla custodia dei contenitori per pratiche Mod. Doc Plus, un computer con drive da 3,5 e stampante a 9 aghi, monitor monocromatico con regolamentare schermo antiriflesso così come previsto dalla normativa vigente, telefono (abilitato alle interurbane, ma non alle internazionali), cestino per i rifiuti e regolare dotazione di cancelleria.

“Tutto nella norma” pensò Albatrelli - alias numero duecentouno mentre si accingeva ad adempiere al primo dei doveri di un agente segreto che si rispetti: il controllo per scoprire eventuali microfoni, “pulci” (spie telefoniche) ed attrezzature di registrazione varie.

All’interno della lampada, nulla. Eguale riscontro lo ebbe dopo aver rapidamente passato le dita sui bordi interni dell’armadio. Regolarmente avvitati i piedi delle sedie e della poltrona. Perfetto e quindi insospettabile anche l’insieme della scrivania.

Dalla sua ventiquattrore che teneva sempre con sé e nella quale era contenuta l’attrezzatura completa per missioni come quella presente, Albatrelli estrasse il Super-scanner AM-FM (con la possibilità di spettro da 1,8 kHz a 2Ghz modello “guerra dell’etere”) e azionata la scansione, alzò la cornetta telefonica. Nulla. Anche l’apparecchio telefonico era pulito.

E che tutto fosse “tremendamente pulito” era un ‘altra delle anomalie che colpirono la sua attenzione. Non un granello di polvere, nemmeno un fermaglio, assenza assoluta di ragnatele. Una pulizia nel vero senso della parola degna di una sala operatoria caratterizzava l’intero ufficio.

“Singolare”. “Troppo perfetto”. Ripetè a se stesso l’agente del SIGENAZ. “Come è mai possibile che un’impresa di pulizia per quanto solerte e puntigliosa sia tratti gli Uffici in questo modo? Quando mai la pulizia andava oltre lo svuotare dei portacenere e ad un rapido spolverare delle superficivisibili?”. Si trovava di fronte ad un altro mistero tutto da chiarire. Senza por tempo in mezzo il Nostro si attrezzò. Innanzi tutto occorreva sistemare i “collegamenti”.

C’era voluta un’intera sessione di lezioni per impadronirsi delle procedure

da osservare e per conoscere la tipologia e le apparecchiature indispensabili per fare di un agente in missione un “punto di contatto costantemente

attivo”. Nell’ordine: stazione RXTX satellitare con annessa segreteria-fax

incorporata, stazione multifrequenza VHF-UHF del tipo micro-palmare con cripto digitale, avvisatore vibrofonico modello “orologio subacqueo da polso”, penna emetto-ricevente modello “pulsar”, microricevitore direzionale, “oliva intercettiva”, rilevatore ad ultrasuoni, segnalatore cardioidale di esplosivi, senza dimenticare le relative espansioni autoregistranti ed interconnetivamente collegabili ad ogni rete fonica o per ricetrasmissione dei dati con discriminatore-analizzatore tecno-tipologico in grado di registrare solo le comunicazioni che contenessero un qualche interesse per il tipo di indagine in corso.

Un rapido inventano, l’avvio funzionale e Albatrelli divenne “attivo”.

Immediatamente presso la stazione centrale del SIGENAZ grazie ad un polling scandito ogni 13 secondi, la sua posizione risultò OK in modo da poter essere costantemente seguita.

“Dunque -pensò Albatrelli- per prima cosa stendiamo la solita rete di ascolto”.

Presa l’apparecchiatura necessaria in capo a soli dieci minuti, utilizzando il doppino dell’apparato telefonico e la presa seriale del computer, caricò il software “SECR 14” (altra diavoleria del SIGENAZ) sia nel mainframe dell ‘Ente che nella centrale telefonica dell’ENRCA. Piazzati i relativi micro registratori ed introdotta la discriminante, che per l’occasione il numero duecentouno individuò in un file contenente precisi riferimenti a tutto ciò che si configurasse con “giapponese”, l’agente tese la sua trappola.

Da quel momento ogni conversazione telefonica o una qualsiasi trasmissione dei dati in cui un argomento, una parola, un accenno potesse essere riconosciuto “afferente al mondo giapponese” sarebbe stata irrimediabilmente registrata.

Secondo passaggio “conoscere i luoghi”.

La prima cosa che saltò agli occhi del Nostro fu la constatazione che tutti i piani dell’Ente da punto di vista strutturale erano identici. “Bene!”. Conosciuta la dislocazione delle stanze di un piano era come conoscere quelle dell’intero edificio.

Terzo intervento: i sopralluoghi.

E a questo punto le cose si complicarono un poco. Infatti secondo i dati in suo possesso (il famoso rapporto), in tutte le articolazioni dell’ENRCA e quindi in ogni stanza o piano era presente la stessa, parossistica dedizione al lavoro.

Da escludersi perciò un indagine minuziosa. Troppo lunga. Tanto più che il tempo a sua disposizione era limitato,

Con l’irresponsabile presunzione dei neofiti Albatrelli prese la decisione.

Non avrebbe condotta alcuna indagine a tappeto. “Affrontiamo il toro per le corna! La prima visita deve essere nel punto in cui il fenomeno si è evidenziato. L’Ufficio terzo della sezione seconda!”.

Se Albatrelli avesse avuto un’esperienza maggiore delle abitudini e dei ritmi della Pubblica Amministrazione probabilmente non avrebbe commesso tutta una serie di errori,

Intanto è risaputo che uno dei cardini su cui si basa il reciproco contatto è la conoscenza comune di una terza persona, meglio se amico di un parente, ottimale se è un cugino. In secondo luogo è impensabile aggirarsi per i corridoi senza tenere in mano un foglio (poco importa se bianco), una pratica, un raccoglitore. In terzo luogo lo sguardo deve essere assorto, l’atteggiamento compreso, il capo delicatamente piegato in avanti, il passo moderatamente lesto. In ultimo i polsini della camicia (se in estate) distrattamente arrotolati, la cravatta leggermente allentata, la giacca (nelle altre stagioni) rigorosamente mai completamente abbottonata.

Rispettando tali regole è come avere un passaporto per ogni lido. Non vi è Ufficio, Sezione, Divisione che sospetti di un “collega” che corrisponda alle predette caratteristiche anche in una situazione anomala come quella presente all’ENRCA che rimaneva pur sempre radicato nella struttura consolidata dell’Amministrazione,

Presentandosi con un’aria vagamente interrogativa e priva della necessaria “sopportata” aria di abitudinaria frequenza e ancor più grave senza pratiche in mano, l’accoglienza non poteva essere diversa.

“Desidera?” lo apostrofò quasi gelidamente il signor Allegria che smise per un solo istante di collazionare dati su dati. “Desidera?. Ripetè con evidente fastidio nei confronti di chi, estraneo, si permetteva di interrompere il suo lavoro.

“Vede - quasi sussurrò Albatrelli - sono un nuovo collega e vorrei alcune informazioni”.

Non ebbe modo di proseguire che la risposta rapida ed incisiva lo fermò. “Bene, piacere. Ed ora dica presto, chiaramente e senza perdere tempo in che modo questo ufficio può evadere una sua richiesta. Anzi! Proprio per non rallentare il nostro lavoro, usi la modulistica necessaria e brevemente formuli la sua richiesta.”.

Allegria ripiombò nel suo lavoro ed all’uomo del SIGENAZ non rimase che guardarsi in giro. Incredibile, nessuno dei presenti aveva prestato la minima attenzione al colloquio e tutti chini sulla scrivania o davanti ai monitors, avevano a cuore solo il proprio lavoro.

Un rapido dietro front e Albatrelli si ritrovò nel corridoio con in mano il classico pugno di mosche.

Non rimaneva che tentare su altri fronti.

Evitò di riprendere l’ascensore per raggiungere il proprio ufficio e si mise a girovagare per i corridoi. Poche le persone che procedevano a passo normale. Parevano tutti podisti in allenamento. Poco importava se attardati dal peso di incartamenti o gravati da profondi pensieri. Accennavano appena qualche raro cenno di saluto verso gli altri colleghi e via verso la rispettiva destinazioni.

Nemmeno un capannello di persone, ma che dico, neppure una coppia era ferma a parlare.

Al settimo piano finalmente gli apparve una scena diversa. Due persone, un uomo con le mani pigramente ficcate in tasca ed una donna sostavano davanti ad una bacheca contenente avvisi vari e senza alcuna fretta li scorrevano da cima a fondo. Anzi la lettura si interrompeva spesso e i due si intrattenevano in un pacato colloquio. A quella distanza non gli era possibile seguire la conversazione per cui affrettò il passo. Inutile, da una porta poco distante un addetto balzò fuori e quasi strattonò i due spingendoli verso l’Ufficio “E’ un po’ che aspettiamo, ci ha avvertito la portineria, se avete delle richieste da avanzare all’ENRCA, fatelo! Il nostro ufficio non può certo stare ad aspettare chi per motivi suoi vuol conferire con l’Amministrazione e poi si ferma nel corridoio mentre gli impiegati aspettano!”.

Un altro fallimento! Albatrelli aveva sperato che almeno due dipendenti su tanti si comportassero in modo razionale. Invece erano solo due estranei che si rivolgevano all’Ente per una qualche loro necessità.

Ma il colpo di grazia gli venne assestato all’ottavo piano, quello del suo Ufficio, quando passò davanti al bar.

“Ecco questa è la sede ideale per parlare con qualcuno” bisbigliò tra i denti. Un passo all’interno e la delusione si fece cocente.

Al di fuori del lucido bancone, dei vari tavolini e di un addetto tutto era desolatamente vuoto: innaturalmente vuoto! Anzi il barista non era intento ad una qualsiasi occupazione tipica del proprio ruolo ma dopo aver spostato spostato la merce posta sull’estremità del banco era freneticamente intento

a numerare una miriade di fogli.

Il rapporto che la sera stessa, debitamente criptografato, venne trasmesso al SIGENZ non lasciava dubbi.

AT SERVIZIO INDPREL (INDAGINI PRELIMINARI) DA AG. 201

NULLA! PERSONALE TUTUO PRESENTE

AT ECCEZIONE VENTIDUE CASI STOP

ATTIVITA’ LAVORATIVA ASSURDAMENTE INTENSA STOP

INDAGINE TELEDATOFONICA NEGATIVA STOP

NESSUNA TRACCIA GIAP STOP

ATTENDO ISTRUZIONI FINE

 

  Capitolo XV

Se sino a quel momento qualche ragionevole dubbio poteva trovare giustificazione le ultime notizie avevano fatto impietosamente piazza pulita.

Il problema dilagava.

Non solo all’interno dell’ENRCA la situazione era deprecabilmente peggiorata, ma anche altri Enti o Ministeri che per qualche ragione avevano più frequenti contatti con la Direzione Periferica incriminata, mostravano oramai chiari i sintomi di quel “fenomeno” così anormale.

La segreteria generale sindacale quasi giornalmente riceveva segnalazioni in tal senso. Dapprima da parte del Delegato interno presso il Ministero del Tesoro e più precisamente di quello della Sezione che curava i rapporti economici con i dipendenti dell’ENRCA. Poi dalla Sanità che più che incuriosita aveva segnalato alla Funzione Pubblica, con una mal celata punta di orgoglio, che le assenze per malattia in seno all’ENRCA erano divenute quasi inesistenti. Per giungere infine al Coordinamento dei Circoli Aziendali che aveva visto ritornare in bianco le prenotazioni per il prossimo periodo feriale.

Quindi, se in un primo momento la segnalazione allarmata (in verità considerata solo allarmistica) sullo stato funzionale dei dipendenti del1’ENRCA ricevuta da parte di Angioletti era stata sottovalutata, ora ogni silenzio in merito rischiava di essere considerato colpevole.

Le notizie di determinazioni autonomamente assunte all’interno delle diverse strutture al fine di aumentare l’impegno gratuito degli addetti sopperendo così alle carenze strutturali o, in altre occasioni, il ricorso ad un supplemento di lavoro svolto a casa per affrontare, il giorno successivo l’attività lavorativa con già predisposta una griglia operativa, si susseguivano quasi fossero bollettini di guerra.

E di una battaglia in effetti si trattava, di un conflitto sferrato senza esclusioni di colpi nei confronti della rappresentatività delle articolazioni sindacali. Ogni dipendente, raggruppamento, ufficio pareva si sentisse titolato a sottoscrivere impegni, accettare modificazioni di orario, di procedura odi prassi all’unico fine di evadere pratiche, limitare le soste, incrementare i ritmi di lavoro.

In tale dimensione ogni altro problema non assumeva rilevanza per i dipendenti “assatanati”. In questo modo li definì un dirigente periferico della Funzione Pubblica nel corso di una riunione.

Inoltre la questione provocava non solo assurde comparazioni tra Ente ed Ente, tra operosità dell’uno rispetto ad un altro, ma determinava una sorta di incompatibilità ambientale che mal si conciliava con una siffatta ansia di lavoro tanto diversa rispetto alla norma.

Accadeva così che l’Ente X ricevesse insulti da “colleghi” operanti in un altro solo perché ad una richiesta di dati inviata via fax, qualcuno aveva pensato di attendere le canoniche cinque settimane prima di approntare la bozza della risposta che in seguito sarebbe stata trasmessa via servizio postale solo dopo aver ottenuto il regolamentare visto da parte dei vari uffici.

Allo stesso modo non era ormai raro il caso di vere e proprie intrusioni da parte di dipendenti inferociti, i quali pretendevano di avere immediata risposta in assenza della quale passavano sovente all’azione, gettando tutto sottosopra per ottenere i dati desiderati. Infine i sistemi di collegamento, telefonico o in rete dati venivano sottoposti a vere e proprie valanghe di richieste del tipo più diverso con l’inevitabile conseguenza di entrare in un loop pauroso che provocava per varie ore la paralisi delle comunicazioni. Non meravigliò più di tanto quindi la decisione assunta al termine di lunghe ore trascorse in conciliaboli e vani tentativi di risolvere una situazioni sempre più ingarbugliata.

Decisione che venne unanimemente presa da parte della triplice rappresentanza sindacale centrale.

Il documento conclusivo che sarebbe stato inviato al Ministro della Funzione Pubblica e per conoscenza al Presidente del Consiglio dei Ministri ed ai Gruppi Parlamentari, venne così redatto.

“La TRC (Triplice Rappresentanza Centrale) riunita a seguito della grave situazione determinatasi in alcuni comparii del Pubblico Impiego, preso atto delle sollecitazioni che sul tema gli sono state avanzate da parte delle diverse RSA, dopo ampia discussione unanimemente sottolinea quanto segue:

- è in atto una deprecabile strumentalizzazione dei lavoratori che vengono sottoposti a ritmi di lavoro, orari e procedure totalmente estranei agli accordi sindacali ed in aperta violazione delle pattuizioni sottoscritte;

- i fenomeni di irrazionale alterazione della prevista turnazione feriale, della ciclicità dei turni di riposo, la sospensione in alcuni comparii delle previste procedure di ricorso alla fruizione delle cure termali minano profondamente lo stato psico-fisico dei lavoratori;

- da alcuni evidenti momenti di conflittualità tra sfere di competenza e personali attribuzioni verificatisi con preoccupante cadenza, si possono trarre altresì elementi di pericolosa involuzione nei rapporti tra Enti;

- la mancata osservanza delle più elementari norme di ordinato afflusso alle procedure rischia di paralizzare la necessaria azione di controllo che su di esse deve esercitarsi.

Premesso tutto ciò: la TRC, esprimendo la più viva preoccupazione per il marcato deterioramento registratosi nel corretto rapporto tra Stato e Cittadini, invita con sollecitudine il Ministero competente ad organizzare un incontro tra le organizzazioni scriventi, la Direzione centrale del Personale ed un rappresentante del Ministero della Sanità.

In mancanza di un sollecito riscontro saranno attuate le forme di lotta più idonee a difesa dei lavoratori e dei loro diritti”.

In verità l’ultima parte della stesura originale era diversa.

Il documento infatti si chiudeva con la frase: “sarà dichiarato lo SCIOPERO GENERALE ad oltranza nei comparti interessati alle gravi situazioni citate in premessa.”

Una più serena lettura aveva consigliato di modificare la chiusa soprattutto in considerazione del fatto che nei comparti interessati di sospendere il lavoro non se ne parlava affatto!

E fu proprio a causa ditale documento-denuncia che la stampa si impadronì del problema e dapprima timidamente e poi con sempre maggiore rilievo la questione divenne di dominio pubblico.

Un’interpellanza presentata in Parlamento da parte del rappresentante dell’Autonoma Lista dei Dipendenti Oppressi, cui seguirono interrogazioni da parte di quasi tutti i Gruppi ne conclamò la rilevanza nazionale.

Non erano ancora passati sei mesi dai primi sintomi rilevati nel terzo Ufficio della seconda Sezione che simile ad un uragano il fenomeno rischiava di dividere profondamente il Paese incapace oramai di rassegnarsi di fronte a due comportamenti diametralmente opposti.

Da una parte un settore della Pubblica Amministrazione che corrispondeva con celerità alle varie esigenze, sollecitando sempre nuove richieste dall’altra ed ancora in larghissima parte, una struttura perennemente arroccata su prassi, articolazioni operative e tempi risalenti agli “Ufficiali di Scrittura”.

 

 Capitolo XVI

La missione in America dell’agente numero sei, la biondissima Henrica Habbler (che malgrado il nome era italianissima o meglio “romana de Roma”), non era la prima compiuta all’estero. Già altre volte aveva avuto modo di andare negli States per collaborare con i colleghi della CIA per cui tutto si svolse come di routine.

Radunate in poco tempo le sue cose (in tutto tre bauli di vestiti ed attrezzature varie), un salto all’Ufficio Cassa per ricevere il congruo fondo di dotazione e via. Nel giro di poche ore comodamente seduta a bordo del 747 della TWA, Henrica aveva modo di riflettere sull’incarico ricevuto.

Iniziò passando in rassegna i probabili contatti che avrebbe attivato all’arrivo.

Ne conosceva diversi di agenti della CIA e non tutte le conoscenze erano superficiali, come quella “consumata” con l’atletico Alan durante un favoloso fine settimana a Miami e che le aveva lasciato un certo languore. Di qui i rosei contorni dell’imminente arrivo. Poi c’era quella vecchia volpe di Louis, fine intenditore dei ristoranti alla moda e ciò che forse più contava proprietario di un attico con vista, dotato di un letto vistavision a due piazze e mezza oltre ad un impianto superstereo CD che l’avevano cullata per diverse notti.

Sì, decisamente si configurava una missione nata sotto i migliori auspici. Poco importavano in tale contesto le curiose osservazioni del suo capo:

Giapponesi o no avrebbe svolto il minimo di lavoro indispensabile e ricercato il massimo svago possibile durante il soggiorno americano.

Socchiuse gli occhi e mentre il brontolio dei motori la faceva sprofondare in un sonno profondo l’ultimo pensiero che la colpì riguardava il negligè color fuxia che si augurava proprio di non aver dimenticato a Roma.

Il trasferimento dall’aeroporto alla sede della CIA si svolse secondo il solito copione. Una Buick marrone scuro con autista di colore si trovava all ‘uscita. Pochi convenevoli con un tizio “da non passare inosservato” che l’attendeva alla dogana, qualche imprecazione degli addetti ai bagagli che si chiedevano come mai, nei film, l’agente in arrivo avesse al massimo un beauty casementre questo viaggiasse con tre bauli formato extra large e di lì a poco Henrica fece l’ingresso nella storica sede della CIA , la Central Intelligence Agency.

Qualcosa univa il SIGENZ alla CIA. Infatti quest’ultima fondata nel 1947, oltre ai compiti specifici di informare il Presidente ed il Consiglio di Sicurezza nazionale sugli sviluppi internazionali; nonchè condurre ricerche su problemi politici, economici, scientifici, tecnici e militari, con il passare degli anni e sotto la guida del suo più famoso presidente Allen Welsh Dulles, si trovò ad espandere la propria attività in numerose operazioni ed indagini segrete. Storia che gli consentiva ancora oggi e malgrado le modificazioni introdotte a partire dal 1976, di interessarsi delle questioni più disparate. Così quando l’agente Habbler espose i dubbi e le preoccupazioni del proprio Capo in merito alle misteriose cause che ave’ano determinato la grave crisi operativa dell ‘ENRCA risultò del tutto naturale l’immediata costituzione di un gruppo di lavoro, con adeguate facoltà di iniziativa e di indagine per far luce sul caso.

Per prima cosa venne richiesta ampia documentazione al settore notizie e stampa su casi consimili. Successivamente il super elaboratore venne “interrogato”. Nel giro di pochi giorni sul tavolo della “nostra” vennero raccolti sette casi degni di nota racchiusi in altrettante cartelline ove, manco a dirlo, il timbro della “massima segretezza” faceva bella mostra.

Nell’ordine i casi erano:

-1) una mandria di bufali aveva corso in tondo, senza fermarsi, per quattro giorni e tre notti;

- 2) l’addetto ad una pompa di carburante aveva prestato servizio senza mai dormire per 124 ore consecutive;

- 3) in una scuola del Sud Dakota un insegnante, tale Alfred Ghardy, si era barricato all’interno di un’aula rifiutandosi di andare in vacanza asserendo che “doveva finire di correggere i compiti”;

- 4) il sergente Bartod, addetto alla catalogazione dei reperti presso la base spaziale di Carol Space, pareva in preda ad una sorta di allucinata, spasmodica, voglia di lavoro e rifiutava cibo e sonno;

- 5) a China Town una banda di piccoli cinesi, tra cui un giapponese, avevano percorso 112 miglia correndo su skate appositamente attrezzati intorno alla statua del generale Lin Pahu Let;

- 6) gli addetti alla catena dei super magazzini “Fast e Last” avevano rifiutato l’aumento di 24 cents l’ora motivando il fatto con la diminuzione delle vendite dello 0,01% rispetto al mese precedente;

- 7) il quotidiano Carol New riportava la notizia di un aumento abnorme delle dimensioni di un bonsai che aveva compiuto un “viaggio” spaziale. Non è neppure il caso di sottolineare quante e quali fossero le motivazioni che facevano propendere l’attenzione del “gruppo di studio” a favore dell’uno piuttosto dell’altro caso.

Per intere giornate tutto era passato sotto la lente degli investigatori o forse è più corretto dire di “quasi” tutti gli investigatori impegnati nel caso. Infatti la bionda Henrica (complice il ritrovato, atletico Alan) preferiva altri interessi che la portavano la sera nei migliori ritrovi per farla ritrovare assonnata al mattino a ricercare un nesso tra quei sette casi. Nel frattempo la situazione in Italia rischiava di peggiorare sempre più.

Per questo motivo i “rapporti” trasmessi al SIGENAZ parlavano di approfondimento, di piste utili, di strane coincidenze ma purtroppo non consentivano di cavare un ragno dal buco anche se puntigliosamente elencavano gli “strani” episodi su cui si lavorava.

Inutili le sfuriate telefoniche del numero tre: dei “giap” nessuna traccia né sul fronte americano né su quello interno dell’ENRCA.

   Capitolo XVII

La situazione era notevolmente peggiorata tanto che non poteva più parlarsi di episodi ma di preoccupante stato di irrazionalità e di crisi che giorno dopo giorno colpiva nuovi e diversi settori della Pubblica Amministrazione. Iniziato come fatto eccezionale degno forse più di una notazione di colore che di un vero e proprio problema, il fenomeno della super attività segnalava nuovi focolai col passare delle ore.

Al Ministero della Funzione Pubblica non si respirava aria meno preoccupata di quella che aveva già coinvolto le centrali sindacali.

Il fatto che anche nell’indotto i riflessi si facessero sentire sempre più pesantemente non costituiva certo motivo di tranquillità.

Nei trasporti pubblici, ad esempio, la crisi appariva evidente. Avendo molti dipendenti dei Ministeri e degli Enti pubblici autonomamente scelto di sospendere la pausa per il pranzo e soprattutto di posticipare l’uscita serale e/o anticipare l’entrata del mattino, il flusso dei passeggeri della metropolitana e delle linee di superficie era del tutto cambiato con la conseguenza di provocare intasamenti e super affollarnenti nelle cosiddette ore di calma, che degeneravano sovente in autentici assalti ai pochi mezzi in circolazione. I piani di servizio consolidati da decenni di consueti spostamenti non reggevano più e ciò aveva visto il proliferare nella vicinanza degli uffici, di veri e propri attendamenti (i più fortunati disponevano di roulotte talvolta usate in coabitazione) all’interno dei quali era possibile trascorre le poche ore di riposo per essere in tal modo pronti a riprendere il lavoro senza “perdere” tempo in faticosi spostamenti.

Altro settore entrato in crisi era quello della ristorazione o più semplicemente dei bar e delle tavole calde. Erano in molti che preferivano acquistare (uno per tanti) pane, acqua minerale e “qualcosa” da mangiare al fine di evitare abbandoni del posto di lavoro.

I giornalai dal canto loro vedevano con preoccupazione crescere le “rese” dei quotidiani che rimanevano invenduti per il semplice fatto che ai più pareva un’inutile perdita di tempo leggere notizie che potevano essere conosciute in pochi minuti grazie ai tele e radio giornali.

In generale si poteva ben affermare che salvo qualche rara eccezione, l’intero comparto del Pubblico impiego era in procinto di far precipitare l’economia verso il baratro di una irrazionalità cui nessuno sino a pochi mesi addietro avrebbe mai osato pensare.

Questa situazione, innescando una specie di spirale pericolosissima, provocava tutta una serie di episodi che partendo dal pubblico riverberavano sull’indotto privato.

Al Ministero quindi la richiesta di incontro avanzata dalla Triplice apparve più come un’ancora di salvezza per “salvare il salvabile” che una nuova fonte di preoccupazione.

Nel quadro generale una particolarità era però degna di nota. Dalle notizie acquisite e che ormai formavano una raccolta assai voluminosa, emergeva che, stranamente e con le dovute eccezioni l’ansia di lavoro e la voglia di strafare era inversamente proporzionale rispetto a due specifiche componenti. La prima riguardava la tipologia della struttura coinvolta: maggiore si era rivelato il fenomeno, tanto minore era la “pubblicità” della struttura. Vale a dire che nei Ministeri tradizionali e nelle Direzioni centrali minore era la sensibilità e la smania rispetto a quanto si verificava nelle strutture decentrate e non strettamente “ministeriali”. L’altro elemento consisteva nel fatto che tanto minore era il coinvolgimento dei singoli rispetto al “grado” ricoperto: cioè i massimi livelli dirigenziali parevano meno vulnerabili al problema rispetto ai livelli medi e a quelli inferiori.

Come a dire che la “tradizione” e le “esperienze” maturate nella Pubblica Amministrazione pareva fungessero da antidoto nei confronti della rivoluzione in atto.

Perciò quando al dottor Esposito Comm. Vincenzo, Direttore Generale del Ministero della Funzione Pubblica con delega al riordino delle procedure e all’introduzione delle tecnologie informatiche, venne affidato il compito di preparare la riunione postulata dai Sindacati, egli affrontò il problema con la pacatezza e la sicurezza che solo i suoi trascorsi presso diversi Ministeri e la consolidata preparazione conseguita presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione gli permettevano.

Primo occorreva stendere l’elenco dei partecipanti. Una situazione tanto diversa imponeva che la riunione fosse “plenaria”. Gli pareva un errore gravissimo preparare una riunione in cui data l’esiguità dei presenti si potesse correre il pericolo di assumersi precise responsabilità. Secondo il luogo di riunione. Altro errore da evitarsi era quello di evidenziare troppo tramite la sede la titolarità e la paternità dell’iniziativa. Terzo, il grado “minimo” posseduto degli intervenuti: doveva essere per usare una sua espressione, rigorosamente equitativo e comunque sia non sperequato tra le varie istanze presenti.

La prima delle questioni venne facilmente risolta.

Dovevano essere presenti il Ministro della Funzione Pubblica (meglio se con espressa delega da parte del Presidente del Consiglio), i rappresentanti della Triplice (che d’altro canto erano proprio quelli che si erano presi la responsabilità di richiedere la riunione), i Direttori Generali dei Ministeri interessati al problema (in pratica tutti), i Direttori degli Istituti Superiori del Lavoro, della Sanità, della Statistica, dell ‘Economia, dei rapporti con i Paesi Terzi, dei Servizi Difesa e Informazioni (i cosiddetti servizi segreti), della Ricerca scientifica e la Direzione Nazionale Anti Tutto (DNAT) in pratica le forze deputate alla prevenzione-repressione della criminalità e poste a tutela dell’ordine pubblico.

Unico assente il potere Giudiziario ma ciò era perfettamente comprensibile alla luce della sua assoluta indipendenza nell’ordinamento dello Stato.

Partecipanti consultivi gli esponenti delle Forze Sociali e della Presenza nella Società (vale a dire un ‘altra trentina di persone in rappresentanza di Industriali, Mass media, Terza Età, Commercio all’ingrosso ed al Minuto, Categorie protette ecc, ecc.).

Per la Sede il problema appariva un po’ più complesso. Scartato il Ministero organizzatore (per i motivi indicati in precedenza) non rimaneva che il Dipartimento della Protezione Civile che come è noto dipendeva dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e quindi era un’istituzione super partes. La scelta si rivelava azzeccata tanto più che a fondamento della sua attività detto Dipartimento possedeva una duplice valenza: costituire un servizio dello Stato col compito di proteggere la vita e i beni dei Cittadini da calamità naturali o indotte dall’attività dell’Uomo e cosa non meno importante, essere articolato in quattro distinti momenti operativi: Previsione,Prevenzione, Soccorso ed Interventi per la ripresa della vita economica e sociale nelle aree colpite.

Per il terzo problema riferito al grado degli intervenuti, il Direttore dottor Esposito annotò con mal celata soddisfazione, che già nella redazione della lista degli invitati alla riunione la sua esperienza gli aveva fornito risposta positiva anche a tale questione.

Per la data nessun problema, sarebbe stato lo stesso Ministro a deciderla.

Soddisfatto il Commendatore sollevò il telefono e si annunciò al Ministro. Non era tutto sommato una scelta facile. Il Ministro rigirava i fogli e pensava. Pensava e rigirava i fogli.

“Dunque vediamo, per i partecipanti mi pare che sia tutto a posto, per la sede lo stesso. E’ la data che costituisce il vero problema!”.

“Da scartarsi il lunedì, troppe le normali assenze per servizio. Il martedì c’è Consiglio dei Ministri. Per i prossimi due mercoledì, neppure a parlarne. La Nazionale di calcio giocava nel pomeriggio del primo alle 14,30 (e la partita era trasmessa anche per TV) e per il secondo era previsto il recupero di Milan-Roma. Non rimaneva che il giovedì. Esistevano è vero alcuni problemi quali ad esempio quello della Convocazione della Direzione del suo Partito ma, ormai siamo in ballo - rimuginò tra sé e sé il Ministro - vada per giovedì alle 15.’

Con un sospiro firmò le convocazioni e il Direttore soddisfatto trasmise il tutto ai competenti Uffici.

All’esterno intanto si verificavano le solite scene causate dall’irrazionale follia che aggrediva sempre più l’articolata e multiforme “famiglia” dei Pubblici Dipendenti. Con un crescendo quasi “rossiniano” i cui echi riuscivano anche a superare le massicce mura del Palazzo l’attività si intensificava facendo aumentare i problemi.

Finalmente arrivò il giovedì.

Superati gli ultimi problemi organizzativi non meno importante quello di trovare una sala abbastanza grande e degna di tanto pubblico considerato che alla Protezione Civile non solo gli Uffici erano scarsi ma tutto sommato lo stesso Dipartimento era più una espressione “cartacea” che una realtà effettivamente operativa, anche questo ultimo dettaglio trovò soluzione. La riunione venne preparata nel giardino interno del Dipartimento sotto una tenda da campo modello “alluvione con sisma” ove vennero sistemate un numero adeguato di poltroncine ed una lunga tavola a ferro di cavallo.

Registrati i presenti e constatato che praticamente tutti i settori invitati erano rappresentati il Ministro prese la parola. Alla sua destra nel frattempo gli esponenti della Triplice sindacale finivano di sistemare le consuete agende su cui erano rigorosamente riportati gli appunti delle riunioni precedenti così come si conviene ad ogni buon sindacalista.

“Il motivo di questo gradito incontro - esordì - per il quale ringrazio tutti i presenti,Vi è forse noto”. Dopo una breve pausa di circostanza preseguì: ”Su sollecitazione delle rappresentanze sindacali centrali che in verità hanno interpretato una iniziativa che il Ministero aveva già in calendario (mai lasciare agli altri il merito di qualcosa: è una regola non scritta ma sempre rigorosamente osservata), abbiamo deciso di convocare su esplicita delega del Primo Ministro la presente riunione alla quale come tutti potranno constatare abbiamo il piacere di annoverare tutti - e calcò su questa parola

- i massimi Dirigenti dei Ministeri, i Direttori degli Istituti Superiori dello Stato, dell’Ordine Pubblico, della Sicurezza e delle realtà sociali. In pratica è qui presente ogni ganglio - e pronunciando il termine sorrise compiaciuto - operativo dello Stato talché sarà possibile ad ognuno per la parte di propria competenza fare il punto su una questione che a ragion veduta preoccupa non poco l’ordinato operare della nostra Nazione”

Si trattava di una introduzione lungamente pensata e concretizzata in modo tale da non precludersi alcuna via di uscita e soprattutto da non esporre l’oratore ad alcun pericolo in relazione alle diverse accuse che secondo l’uso ognuno rivolge agli altri prima che potessero essere loro rivolte.

“Si tratta di un problema, così come si legge nell’ordine del giorno inviatoci dai sindacati che attiene al modo di lavorare, produrre e servire nell’interesse dello Stato. E’ un tema che come è facile capire riveste la massima importanza per l’intera collettività”

Niente da fare. Il Ministro non pensava minimamente ad affrontare il nodo della questione.

Fu a questo punto che il dottor Esposito venne in aiuto del suo Capo. Con un colpo di tosse attirò l’attenzione del Ministro al quale non parve vero di interrompersi, chiedendo se per caso ci fosse qualche proposta per dare ordine e produttività ai lavori.

“Se il signor Ministro mi consente - esordì il Direttore - forse sarebbe utile che ognuno per la propria parte relazionasse brevemente su quanto è di sua diretta conoscenza. Ciò risulterebbe utile per la comune consapevolezza circa l’esatta dimensione del problema posto all’ordine del giorno”. Un colpo da maestro.

Spiazzati i Sindacati che erano in procinto di sollevare la pregiudiziale della salute dei lavoratori sottoposti ad un vero e proprio attacco all’essenza stessa delle conquiste frutto di lunghe lotte (la presenza dei rappresentanti dei mass media non era ininfluente a siffatta impostazione), ben volentieri gli astanti aderirono all’invito. Sia pure con sfumature e precisazioni diverse il quadro che emerse appariva terrificante. In effetti si poteva affermare senza tema di smentite che il fenomeno dell’iper attività oramai non lasciava indenni che rare isole dell’arcipelago della struttura burocratica dello Stato. Non vi era Ministero che non si trovasse nell’esigenza di segnalare casi “anomali”; non esisteva praticamente più una omogeneità comportamentale all’interno del Pubblico Impiego.

Con il proseguire delle relazioni il clima della riunione passò rapidamente dal preoccupato all’ ansioso sino a che in un silenzio glaciale la relazione del rappresentante dell‘Istituto di Statistica si trovò a collimare quasi perfettamente con le rilevazioni di quello della Sanità.

Il fenomeno aveva colpito e colpito duro specialmente in quei soggetti che non si erano mai discostati dal tradizionale, apatico “sorvolare” sulle tentazioni che viceversa concretizzavano il modo di lavorare tipico delle strutture private: annullati i rinvii, rinnegati i regolamenti e le prassi, stravolti i rapporti gerarchici, ignorati i “bolli tondi”, sottovalutati i “ponti feriali”, dimenticate la cure termali gli interpreti fedeli del “non fare oggi quello che potresti rinviare domani” erano risultati i più vulnerabili. Gli artisti del “non fare” o meglio “dello scazzo”, una forma di sublimazione dell’attesa, erano quasi del tutto scomparsi.

Gli unici che fatte le debite proporzioni parevano non risentire di questa singolare epidemia erano i soggetti che in qualche modo svolgevano le mansioni loro affidate.

Le altre relazioni confermavano tutta la pericolosità della questione.

Così quella dei “servizi” che con dovizia di particolari grazie anche alla presenza del Direttore del SIGENAZ, evidenziava l’inutilità delle indagini sino ad allora svolte. Dello stesso tenore la pedissequa elencazione delle iniziative intraprese, anche in questo caso inutilmente, da parte della Difesa Nazionale Anti Tutto (D.N.A.T.).

Oramai il problema sollevato dai Sindacati era passato in secondo piano e gli stessi rappresentanti della Triplice se ne erano resi perfettamente conto. Non si trattava più di una conflittualità risolvibile in qualche modo: era una vera e propria Caporetto.

Anche le diverse proposte avanzate nella vana ricerca di soluzioni dimostravano la loro inutilità.

Non serviva certo “privatizzare” i settori infetti in modo che non si potesse affermare che la Pubblica Amministrazione era rea di un simile sconquasso ma semmai lo era il “privato” teso secondo consolidata tradizione alla ricerca del massimo profitto. E neppure introdurre qualche nuova forma di ticket in modo da frenare l’afflusso delle richieste dei cittadini nei confronti della Pubblica Amministrazione, parevano ai più le strade da percorrere. Fu proprio a questo punto che il rappresentante della Sanità chiese di nuovo la parola.

Con evidente imbarazzo tergendosi la fronte egli si accinse a rendere di dominio pubblico uno dei segreti maggiormente custoditi dallo Stato.

“Avrei voluto evitare questa mia dichiarazione ma credo che sarò capito soprattutto perché sono convinto che se non riusciremo ad arrestare questa spirale perniciosa non ci sarà più nulla da nascondere: potrebbe infatti essere la fine dell’intero assetto storico-burocratico del nostro Paese.”

L’attenzione si fece quasi palpabile.

“Forse molti di voi si sono chiesti come mai nel corso di tanti anni nessuna innovazione, protocollo di intesa, nuova procedura sia mai riuscita a scalfire l’ordinato, granitico, rassicurante sistema di “lavoro” all’interno della struttura dello Stato. La risposta esiste!”.

Lo stesso Ministro smise di disegnare la solita rosa dei venti che lo aveva reso famoso.

“La risposta esiste - continuò il Direttore del Ministero della Sanità - essa si chiama SAL. - Scarsa Attività Lavorativa. E’ un anticorpo presente nei dipendenti dello Stato che li rende refrattari a qualsiasi innovazione, immuni ad ogni tentativo di razionalizzare, aggiornandolo, il modo di lavorare. E’ un anticorpo la cui esistenza è stata rilevata da diversi decenni e che è presente nel sangue di molti dipendenti. Il Ministero della Sanità lo ha scoperto casualmente nel corso delle ricorrenti indagini di massa sui dipendenti statali. La scoperta, per collegiale decisione dei massimi Dirigenti, è stata finora rigorosamente tenuta segreta proprio per evitare situazioni simili a quelle che oggi purtroppo dobbiamo registrare.”

“Infine - concluse con una specie di lamento - negli ultimi tempi abbiamo scoperto che i soggetti colpiti da questa che potremmo ben definire l’epidemia del secolo, sono proprio quelli che possiedono l’anticorpo SAL mentre quanti ne sono privi non hanno aumentato neppure di un millimetro la velocità della loro attività.”

L’ultima rivelazione gelò letteralmente tutti i presenti.

Poco importava a questo punto se non ne erano mai stati messi al corrente. Il problema oggi era quello di trovare la causa dell’irrazionale mutazione del SAL. Almeno su questo ci fu concordanza assoluta. Nello stesso modo venne sottoscritto un patto: il segreto doveva essere mantenuto ed ognuno doveva attivarsi per trovare la soluzione.

Dopo aver stabilito che doveva essere lo stesso Ministro vincolato anch’esso al segreto, a fare da capofila per raccogliere ogni novità al riguardo la riunione si sciolse. Ed assai più mestamente di come erano arrivati, saliti sulle auto blu i massimi dirigenti dell’apparato dello Stato fecero ritorno alle rispettive sedi.

  

 Capitolo  XVIII

“Eccoti finalmente, brutto figlio di un cane”.

Chino sul microscopio elettronico il chimico amico del sergente Bartod non stava più nella pelle.

Da quando era entrato in possesso del famoso reperto dell’altrettanto famoso bonsai grazie allo stratagemma ideato per farlo restituire alla sua ansiosa proprietaria, i due non avevano smesso di esaminare, sezionare, studiare il ramoscello.

Ed ora gli sforzi parevano aver raggiunto il risultato cercato.

Il chimico aumentata la risoluzione del campo visivo trasferì la visione sul monitor.

L’immagine mostrava chiaramente che oltre alle normali componenti di un qualsiasi vegetale, vale a dire le molecole capaci di assorbire la luce, clorofilla a e b, oltre ai pigmenti carotenoidi ed alle pareti cellulari costituite da cellulosa, era presente uno strano “oggetto” di colore blu intenso che pareva pulsare e che ricordava vagamente uno di quegli organelli chiamati centrioli presenti negli animali ma totalmente assenti nelle piante.

Anche Bartod rimase affascinato da quanto vedeva sul monitor.

Ma che cosa era mai quella specie di “coso” che assomigliava ad una specie di V doppio?

“Calma - raccomandava il chimico - dobbiamo accertarci che veramente appartenga al bonsai e non si tratti di un qualche microbo o impurità presente nello strumento”.

Figuriamoci, il sergente “pretendeva” che quella fosse la risposta a tutti i suoi dubbi. “Voleva” che quello stramaledetto “V double” fosse la causa dell’aumento del bonsai.

Ci volle del bello e del buono per convincerlo a sottoporre la scoperta a nuove e più approfondite verifiche.

Calato il doppio V in un brodo di coltura, venne richiuso in una camera sterile e pazientemente i due si misero ad aspettare.

Le ore passavano troppo lentamente e neppure le ipotesi più fantascientifiche formulate nel corso dell’attesa dai due amici servirono molto per ingannare l’attesa.

Passavano le ore e cresceva la smania di verificare, vedere, approfondire il problema.

Finalmente alle prime luci dell’alba la camera sterile venne aperta e il risultato venne risistemato sotto l’occhio elettronico dello strumento.

Era vero! Il corpo misterioso non solo era ancora vivo e vegeto ma anzi sdoppiandosi oltre a moltiplicarsi aveva colorato di blu l’intero liquido che lo custodiva per cui a disposizione dei due impazienti ricercatori vi era una ampolla colma sino all’orlo di un liquido color blu, tipo blu di Prussia. E ciò che più contava innumerevoli “doppi V” si agitavano nel liquido perfettamente a loro agio.

Due lattine di birra ed un abbraccio frenetico tra i due suggellarono la scoperta.

“Il nome, dobbiamo dargli un nome!” quasi urlava Bartod.

“Lo chiameremo BC - gli faceva eco il chimico - B come Bartod e C come Chilow, come me!”.

“Mi sembra riduttivo una scoperta ditale portata merita ben altro” ribatteva il sergente.

Alla fine venne trovato un accordo.

Era o non era vero che il misterioso componente somigliava ad una doppia V? Era o non era vero che per qualche ancora sconosciuto motivo provocava irrazionali aumenti di attività così come era dimostrato dalla abnorme crescita del bonsai? Era o no vero che questa era una sorta di extra-lavoro a cui la pianta era stata sottoposta? Ed allora perché non chiamarlo WORK, vale a dire LAVORO?

Dopo aver bevuto due altre lattine di birra WORK divenne il nome distintivo del misterioso agente.

La settimana seguente in un aula gremita di addetti alla base, rappresentanti della locale comunità scientifica e curiosi le foto di WORK vennero presentate in pubblico. Il Comandante della base consegnò ufficialmente gli originali al Rettore dell’Università che a sua volta li, trasferì agli esponenti del Ministero della Cultura e Ricerca Scientifica e mentre sullo sfondo la bandiera a stelle e strisce saliva in alto, il Sergente Bartod riceveva con un luccichio negli occhi le barrette di sottotenente. Per il chimico invece una citazione nell’albo dell’Università ed insieme assai gradita una promozione “sul campo”.

Tutti felici insomma. Anche il cronista del Caro! New che poteva titolare a caratteri cubitali la notizia: SVELATO IL SEGRETO DELLA BASE. Sotto la foto che campeggiava a centro pagina la didascalia recitava:

WORK: il Candidato alla Stella al merito del Lavoro.

Nel frattempo lui, WORK, sempre rinchiuso nella sua ampolla viaggiava veloce a bordo di un Phantom verso il Pentagono per mettersi a disposizione di militari e non che con tutta tranquillità ne avrebbero sviscerato possibilità, pregi e difetti.

 

Capitolo XIX

Al Ministro il risultato della riunione non era piaciuto.

Per prima cosa si era ritrovato sulle spalle la responsabilità di “fare da capofila” per un problema che rischiava di diventare una vera e propria bomba. Inoltre era diventato detentore di un segreto, quello riferito alla presenza del SAL, che quando meno poteva costargli l’accusa di omissione di atti d’ufficio se non peggio. Il suo umore perciò non era certo dei più trattabili quando il dottor Esposito adempiendo al solito rito della “visita” al Ministro, chiese udienza per rendergli omaggio. L’atmosfera che si respirava nell’Ufficio mise immediatamente in allarme il Direttore. Alcuni indizi gli rivelarono che qualcosa non andava.

I giornali: non erano neppure stati aperti; la cartella della firma era ancora rigorosamente chiusa.

Il tambureggiare delle dita del Ministro sul ripiano della scrivania facevano inoltre presagire un prossimo temporale.

Faire bon vis à mouvais jeu” disse fra sé e sé il Commendatore.

Con un leggero inchino cercò di informarsi sulla salute del Ministro, su come egli avesse dormito.

Nulla da fare questa volta. Il tambureggiare era diventato più insistente.

Il dottor Esposito maledisse in cuor suo di non aver scelto la strada dell’assenza fuori sede.

“Allora dottore non Le sembra che la sua “sparata” di far parlare tutti si sia rivelata un vero e proprio boomerang? Eccoci qui con questo coccodrillo sulla scrivania che se non riusciamo a passarlo a qualche altro, rischia di divorarci”. Il plurale majestatis del Ministro voleva dire un’unica cosa:

“Caro dottore io me ne tiro fuori. Tutto il resto sono cavoli suoi e sarà lei a pagare”.

“Signor Ministro- replicò subito il suo interlocutore (un Direttore Generale infatti non si fa mai chiudere in un angolo) - come avrà certamente notato è stato il rappresentate della Sanità responsabile di quanto avvenuto. Se costui si fosse limitato ad esporre le solite tabelle senza parlare di problemi che riguardavano unicamente il suo ministero tutto sarebbe filato liscio ed anzi avremmo colto il risultato di sottoscrivere un accordo con la Triplice; fatto che si può sempre spendere positivamente sulla stampa.”

“Poi - aggiunse - esiste comunque la possibilità di relazionare al Primo Ministro che Le ricordo l’aveva espressamente delegata.”

Come nel gioco del biliardo quando si colpisce una palla per indirizzarla su un’altra che a sua volta finisce sui birilli, Esposito tentava di scindere tra l’altro le sue e le responsabilità del Ministro.

Nell’ordine: si toglieva da una posizione scomoda; metteva in cattiva luce il collega della Sanità che, non lo dimenticava mai, lo aveva superato di 0,01 punti di coefficiente attitudinale nelle classifiche qualitative dei Direttori Generali; spostava infine il tiro verso una Autorità più alta che se ve ne fosse stata la necessità poteva fungere da para fulmine.

Il Ministro parve rasserenarsi. Era proprio vero: che cosa centrava lui? In fondo solo un “delegato”. Il Primo Ministro, Lui doveva provvedere a sbrogliare la matassa. L’assioma che la Gloria ha cento Padri e la sconfitta è orfana trovava un’ulteriore conferma.

Dal momento che il Primo Ministro era il naturale destinatario alla carica “di Padre dell’orfano”, era altrettanto naturale che la palla passasse a lui.

“Dottore mi sembra che il suo suggerimento sia pertinente. Mi faccia la cortesia. Cerchi il Primo Ministro e me lo passi al telefono.”

Nel giro di mezz’ora le rispettive Segreterie avevano stabilito il contatto. “Ti ricordi di quella riunione alla quale ho partecipato al tuo posto?”, insinuò il Ministro della Funzione Pubblica “Ma sì, quell’incontro senza importanza con la Triplice e qualche altro. Sì proprio quello. Ecco vedi mi pare che sarebbe opportuno che potessimo vederci per dieci minuti, così tanto per relazionarti. In tal modo come è giusto potresti prendere in mano la questione. No! - proseguì - Nulla di importante. E’ che essendo una questione che potrebbe interessare diversi Ministeri mi sembra doveroso che sia tu a seguire direttamente la cosa. Allora d’accordo ci vediamo nel pomeriggio, alle 15. Ciao!”.

Bel colpo! Ancora una volta quella vecchia volpe del suo Direttore aveva visto giusto.

Ma una cosa è il dire e l’altra è il fare.

Il colloquio tra il Ministro ed il Presidente del Consiglio si trasformò ben presto in una rissa.

“Hai un bel dire - quasi urlava il Primo Ministro - prima metti in piedi tutto questo casino ed ora te ne vuoi lavare le mani. Ma ti rendiconto che mi hanno presentato un pacco così di interrogazioni ed interpellanze? Quasi tutti i Ministri - aggiunse seccato - mi assediano dicendo che non è più possibile vivere. I dipendenti sono degli esagitati e poiché ogni mattina i Ministri si trovano una pila enorme di decreti e pratiche da firmare e vistare dovrei essere proprio io a trovare la soluzione del problema?”.

“Fai come ti pare, chiama pure il Ministro della Sanità e quel bel tomo che con una faccia angelica ci viene oggi a raccontare che i dipendenti dello Stato e del parastato hanno un qualcosa che rischia di sovvertire e rivoluzionate l’intero assetto della macchina burocratica! E tu vorresti che io, solo perchè sono Ministro della Funzione Pubblica mi prenda questa gatta da pelare! Tu sei matto!”.

A nulla valsero i reciprochi richiami alla appartenenza allo stesso partito ed alla medesima corrente. I due non si spostavano di un passo. Finalmente forse presi per stanchezza concordarono su una ipotesi: affidare ad una speciale Commissione composta dal rappresentante del Consiglio Nazionale delle Ricerche (che come è noto dipendeva dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri) vale a dire nella persone del suo Presidente Prof. Rigelli, da quello dell’Istituto Superiore della Sanità Prof. Strambellini, dai Direttori della Direzione Nazionale Anti Tutto e dei Servizi, dai Direttori Generali della Sanità e della Funzione Pubblica oltre alla segreteria generale della Triplice, il compito di compiere una urgente analisi per proporre poi gli adeguati provvedimenti del caso.

Steso il relativo decreto di nomina, ai sensi della legge 23 agosto 1988, n. 400, articolo 5, lettere e), h) e i), il problema per il momento trovò soluzione indipendentemente dall’ aggravarsi della situazione esterna giunta oramai al punto di rottura.

Gli episodi puntualmente riportati all’attenzione del Governo e che trovavano eco sulla stampa, si commentavano da soli.

Giornalmente diversi cortei percorrevano le vie delle varie città. Una volta era il turno dei dipendenti degli istituti privati di analisi cliniche che avevano registrato una verticale caduta di richieste. Un’altra toccava agli addetti del comparto delle telecomunicazioni che non riuscivano più a sottrarsi, nell’ambito delle rispettive convenzioni di manutenzione, a far fronte alle richieste dei vari uffici pubblici: situazione quest’ultima che era sfociata in più di una occasione in vere e proprie vie di fatto nei loro confronti in quanto ritenuti responsabili di ritardare gli interventi e quindi di bloccare l’operare degli uffici.

Anche elettricisti, dipendenti delle imprese dei telefoni, falegnami, imbianchini, fornitori ecc. contestavano.

Per parte loro poi i medici di base denunciavano la scomparsa dei “malati da fine settimana” che è risaputo costituiscono lo zoccolo duro delle loro prestazioni.

Ad eguale sorte contestataria non sfuggivano i già ricordati dipendenti delle aziende di trasporto che erano sul procinto di rinunciare a prendere servizio a causa della folla che già dalle primissime ore del mattino rumoreggiava alle fermate rivolgendo nei loro confronti insulti ed epiteti vari con la pretesa di raggiungere i luoghi di lavoro percorrendo la via più breve e nel minor tempo possibile.

All’interno degli uffici non erano rari i casi di dipendenti che letteralmente sfiniti, senza cibo né riposo stramazzavano sul pavimento mentre altri approfittando del fatto gli sottraevano le pratiche da evadere.

A colmare la misura era poi giunta la notizia di parte sindacale che almeno il quaranta per cento dei distaccati pretendeva di rientrare in produzione rinunciando così ai vari permessi ottenuti in precedenza.

Eguale caotica situazione caratterizzava i trasporti ferroviari.

Incuranti del nuovo status che era seguito alla riforma dell ‘Ente i dipendenti sottoponevano i convogli a velocità del tutto inusuali giungendo a saltare quelle fermata che a loro dire non avevano ragione di esistere considerato l’esiguo numero dei passeggeri che se ne servivano. Osservare l’orario di arrivo era un imperativo cui nessuno intendeva sottrarsi. Circolava anche la voce che un macchinista giunto con 5 minuti di ritardo alla stazione terminale fosse disceso dalla locomotiva e piangendo si fosse scusato correndo di vagone in vagone con tutti i passeggeri.

Nelle USL eguale, assurda situazione.

I prelievi erano stabiliti con orari rigorosamente sfalsati in modo che i pazienti non dovessero attendere per più di cinque minuti, mentre i referti erano recapitati a casa al di fuori dell’orario di servizio, dai dipendenti dell’Ente Poste. Essi salivano rampe e rampe di scale al fine di evitare il rischio di depositare in cassetta un risultato che poteva essere urgente.

Del tutto normale era poi apparso poi il fatto che un pensionato giunto nella sede della propria USL senza il tesserino sanitario dimenticato a casa, venisse fatto accomodare nell’ufficio del responsabile di turno mentre un usciere evitando di prendere l’ascensore si precipitava alcuni piani più sotto a predisporne un duplicato.

In tale situazione la Commissione nominata dal Primo Ministro tenne la prima riunione. Esauriti i convenevoli e non ancora fugati gli interrogativi, prese la parola il Prof. Rigelli che all’atto della nomina era stato indicato quale coordinatore generale.

Il prof. Rigelli era un uomo “tutto di un pezzo”. Premio Nobel per la biologia era di formazione e mentalità prettamente privatistica. Nel suo curriculum oltre ad un piano di studi di prim’ordine, figuravano numerosi incarichi dirigenziali ed una conosciutissima mentalità organizzativa che gli imponeva di evitare lungaggini e saltare gli ostacoli. In altre parole un vero e proprio manager.

“Il motivo della riunione vi è già stato spiegato dalla cortesia del dottor Esposito al momento stesso della trasmissione del provvedimento di nomina per cui non aggiungo altro. Siamo in gran parte dei tecnici e come tali dobbiamo cercare di capire perché la parte pubblica del Paese sembri letteralmente impazzita. Il Primo Ministro ci chiede di capirne le ragioni, individuare le eventuali cause e responsabilità e suggerire i rimedi.”

Il dito del dottor Oreste Pacifici (quello del SIGENAZ, tanto per capirci), si alzò quasi timidamente.

“Dica, ma cominciamo a capirci subito - aggiunse Rigelli - evitiamo di dire sciocchezze e di ripetere la solita solfa. Se qualcuno ha delle idee le esponga succitamente e non giochi a fare il furbo!”.

Deglutendo il numero “tre” cominciò ad esporre la sua teoria sui Giapponesi.

Non era ancora giunto alla fase dell’intervento dell’America che il professor Rigelli sbottò.”Avevo premesso che era opportuno non dire sciocchezze e vedo che lei ha afferrato il concetto. Infatti queste sono autentiche cazzate! “. Ammutolito Pacifici ripiombò sulla sedia.

“Ora vi consegnerò un sintetico rapporto che illustra i vari sintomi e le notizie che sino ad ora sono a conoscenza dell’Istituto che ho l’onore di presiedere. Vi invito a leggerlo tenendo presente che rispetto alla normalità delle conoscenze, il fatto denunciato dalla sanità e riferito al SAL rappresenta l’unica, vera novità”. Poi alzatosi a sua volta, continuò: “Credo di interpretare la volontà di tutti con la decisione di aggiornarci a domani in modo che ognuno possa ritornare con le idee un po’ più chiare e soprattutto portare con sé valide ipotesi”. Volse lo sguardo su Pacifici quasi a sottolineare le sue parole, poi distribuendo il rapporto strinse le mani di numerosi intervenuti e la riunione si sciolse.

 

Capitolo XX

Erano trascorsi ormai dieci giorni da quando l’agente numero 6 Henrica Habbler aveva iniziato il proprio lavoro in seno al gruppo della CIA. E ciò che più contava per lei erano passate dieci notti.

Non ne erano rimasti molti di ritrovi notturni alla page che non l’avessero avuta tra le affezionate clienti.

L’atletico Alan era un compagno delizioso. Terminata la presenza presso l’Agency (durata media tre ore) i due volavano in albergo per prepararsi a nuove scorribande notturne.

Fu dunque con evidente contrarietà che una mattina al suo arrivo in ufficio dopo l’ennesima insonne nottata, Henrica scoprì che i suoi “amici” di avventura erano in preda ad una strana eccitazione.

“Guarda forse ci siamo” - dicevano. Sul tavolo in bella mostra un nuovo tabulato indicava senza ombra di dubbio che uno dei casi sottoposti a sorveglianza e che a suo tempo era stato evidenziato come “sospetto”, si era arricchito di nuovi elementi. E quali elementi si sforzavano di spiegare i colleghi con eccitazione.

“Guarda, - dicevano - ti ricordi il sergente Bartod quello della base spaziale che aveva mostrato gli stessi sintomi del fenomeno “italiano”? E’ autore di una scoperta eccezionale!”. Un ritaglio di un giornale allegato al tabulato spiegava nei dettagli la questione.

“Forse è proprio questo virus che hanno chiamato Work la causa di tutto”. Più le spiegazioni si aggiungevano alle spiegazioni e tanto maggiore era la delusione di Henrica. “Vuoi vedere che questi hanno veramente scoperto la causa dei fenomeni. Se è vero addio vacanza!”.

“Non lasciamoci prendere dallo sconforto - esclamò tra sé e sé. Innanzitutto non è detto che sia proprio Work il responsabile, poi occorrerà verificare ed inoltrare le dovute relazioni. Accertare infine se del caso,come abbia potuto colpire l’ENRCA”.

“Mi pare azzardato arrivare a conclusioni così precipitose senza neppure uno straccio di prova. Intanto - suggerì - potrebbe risultare utile prendere contatto con quelli del Pentagono che a quanto scrive il giornale hanno preso in consegna la scoperta. Poi - e colpì a fondo - mi pare più che doveroso informare i nostri rispettivi Capi ed attendere da loro l’OK per proseguire nelle indagini. Chi può dire che la questione non investa la sicurezza dello Stato?”.

Se lo sportello di un immenso frigorifero si fosse spalancato all’improvviso non avrebbe provocato nei presenti maggior gelo di quello provocato dalle parole dell’Agente del SIGENAZ.

Annuendo gravemente si guardarono l’un l’altro. Un breve conciliabolo ed ognuno per propria parte stese un rapporto a chi di dovere. Quello della Habbler trasmesso via satellite, era un autentico capolavoro di cripto-politichese.

DA SEI AT TRE

OUIGENOANATIONAL

VERIFICA IN SITO HABET EVIDENZIATO TRACCE DI LAVORO

SINTOMATOLOGICAMENTE ATTIVO ET CUM PERIGLIO

SECURITY

NECESSITA ADEGUATA COPERTA

GERARCHICAMENTE ESAUSTI VA

STAND BAY - H.H.

In altri termini significava:

“Dall’agente sei al Capo tre

SIGENAZ

verifiche effettuate presso la CIA hanno permesso di trovare tracce di Work, un “elemento” sconosciuto, forse un virus i cui sintomi producono una super attività che potrebbe rappresentare un pericolo per la stessa sicurezza nazionale. Occorre che vengano impartite ulteriori disposizioni emanate da una Autorità competente, che mi pongano al riparo da responsabilità che non sono mie e che non intendo assumere.

Rimango in attesa di notizie. Henrica Habbler”

Letto così il messaggio aveva un senso compiuto ma quello decriptato dall’agente che lo aveva ricevuto e che in fretta lo aveva interpretato senza consultare i codici, risultava così composto:

“Da sei a tre convocati per la Nazionale potrebbero appartenere al Genoa. La verifica del campo di gara, attualmente agibile, pone comunque problemi in ordine alla sicurezza dei giocatori.

Per probabili piogge occorrerà stendere un telone di protezione di materiale gerarchizzato che copra completamente il terreno di gioco.

Durante l’intervallo potrà essere rimosso. Egualmente dovranno essere tolti gli stands propagandistici. Helenio Herrera.”

Il messaggio giunto nelle mani dell’agente numero tre, lo lasciò di sasso e poco mancò che gli provocasse un infarto.

“Ma che diavolo vuoi dire!- urlò - Qui sono impazziti tutti, cosa volete che me ne freghi dei Genoa e della Nazionale. Ho altre gatte da pelare!” Era ancora troppo cocente il ricordo della recente riunione tenuta presso la Commissione Ministeriale e soprattutto della figuraccia che aveva fatto di fronte ai colleghi. Ci mancava solo che qualcuno si divertisse con messaggi insulsi.

Non gli passò neppure per l’anticamera del cervello che il messaggio fosse della Hebbler, l’inviata speciale in America.

Sarebbe rimasto nel più abissale sconforto se il cicalino della porta non lo avesse avvertito che qualcuno voleva parlargli.

Più per automatismo che per voglia di parlare, schiacciò il pulsante “avanti”. Sorridente come un cherubino l’addetto alla criptografia dei messaggi fece capolino.

“Buongiorno Capo”, esordì sempre sorridendo. Poi continuò: “Allora: ha visto finalmente il Grifone ce l’ha fatta. Forse sei nazionali. Pensi che bomba”.

L’agente ricevette un’altra scarica di adrenalina. L’autore dello scherzo idiota si trovava davanti a lui.

Il più fesso della compagnia, il soggetto naturale per una ricerca sui primati si permetteva di fare dello spirito.

Il Capo stava per scatenarsi quando all’improvviso un pensiero lo bloccò.

“E questo come fa a sapere del messaggio?” Poi in rapida successione emerse la verità.

“Ma certo lui appartiene all’ufficio cifra. E’ lui che può aver messo in chiaro il messaggio!”

“Venga, venga avanti. La ringrazio per la sollecitudine ma vede mi serve l’originale. Vada a prenderlo”

Un rapido sguardo e seppure ancora anodino, il testo gli rivelò l’ampiezza e l’importanza della comunicazione.

Freneticamente impartì una serie di disposizioni. Primo, alla riunione del giorno successivo della Commissione avrebbe dovuto partecipare l’agente in missione all’ENRCA con la consegna di starsene assolutamente zitto: ascoltare e riferire. Secondo, un aereo doveva essere pronto nel giro di mezz’ora per portarlo negli Stati Uniti. Terzo, era necessario avvertire la CIA del suo arrivo.

Quarto, quel cretino dell’ufficio cifra doveva essere mandato in trasferta nell ‘isola di Pantelleria per relazionare sulle specie e la quantità delle barche da pesca usate ed annotare dettagliatamente la lunghezza delle reti da pesca in dotazione agli abitanti. Così almeno per un po’ se lo sarebbe tolto dai piedi. Raccolte le sue carte, presa la ventiquattrore, come una furia si infilò nell’ascensore e nel giro di dieci minuti la sua auto correva veloce verso l’aeroporto.

 

Capitolo XXI

 La seconda riunione della Commissione aveva una impostazione assai diversa rispetto alla precedente.

Seduti intorno ad una tavola rettangolare i membri attendevano in silenzio che il Presidente iniziasse a parlare.

“Dunque vediamo, ci siamo tutti?”. Registrata la presenza della totalità dei componenti fatta salva la sostituzione del dottor Pacifici con Albatrelli per il SIGENAZ e la contestuale, diversa rappresentanza della Triplice che secondo la norma sostituiva la delegazione con altre persone ad ogni riunione, il professor Rigelli lesse l’ordine dei lavori. A turno i vari intervenuti presero la parola esprimendo la loro posizione. Ad un certo punto toccò al rappresentante della Sanità.

“A nostro avviso - dichiarò - la situazione che si è determinata all’interno delle strutture della Pubblica Amministrazione deve farsi risalire ad una sorta di sindrome da rigetto che causa nei soggetti interessati la ripulsa nei confronti di una ormai logora consuetudine che la dinamica del tempo, le introduzioni tecnologiche, gli usi instaurati nel civile modo di comportarsi, vivere ed operare ha reso obsoleta e quindi inattuale.”

Verificato che nessuno l’interrompeva proseguì imperterrito nella esplicitazione di alcuni esempi elaborati durante la nottata.

“E’ come se un auto adusa a percorrenze lineari improvvisamente trovi l’itinerario mutato nella sua altimetria e imboccando una discesa, spinta dalla forza di inerzia che nel caso specifico è rappresentata dalle diverse abitudini, acceleri la velocità e priva di qualsiasi freno inibitore aumenti il ritmo di spostamento sino a cozzare contro qualunque ostacolo, rompendosi, o nell’ipotesi più favorevole riuscendo ad abbatterlo”. Dopo una breve sospensione proseguì così:

“Ricorrendo ad un altro esempio si può pensare ad una intera mandria ove ogni animale tenendo la testa abbassata si limiti a seguire le zampe di quello che lo precede e se questi sulla scorta di un anormale comportamento cambia percorso o ritmo gli altri appartenenti alla mandria, supinamente lo seguono. La riprova di ciò - aggiunse - è rappresentata dalla verticale caduta delle assenze dal servizio per malattia. E’ stato infatti sufficiente che alcuni rinunciassero per pigrizia o altro, alla classica visita al proprio medico di famiglia perché gli altri facessero altrettanto con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti”.

Il professor Rigelli durante l’esposizione aveva socchiuso gli occhi mentre il suo normale colorito assumeva una tonalità sempre più accentuata sino a raggiungere uno splendido rubizzo prima che la sua voce si elevasse di almeno tre ottave.

“Ma allora non vogliamo proprio capire! - urlò - Siamo di fronte ad una vera e propria rivoluzione e qui come se nulla succedesse ci dilettiamo con astruse teorie. Basta!”. Poi calmandosi proseguì.

“Vedano, non è che qualcuno di noi ed io in particolare provi una particolare forma di masturbazione intellettuale nel perdere tempo in dissertazioni che possono anche essere gratificanti sul piano del tempo libero o trovare spazio in un Club della Terza Età. La questione che noi abbiamo di fronte è di una semplicità esemplare ed appunto a questa semplicità dobbiamo far riferimento.”

L’interruzione fu benefica. L’attenzione degli astanti si fece immediatamente più acuta e parve quasi che gli stessi sintomi che erano al centro della loro discussione avessero trovato albergo in loro che per un attimo dimenticarono di pensare secondo gli schemi abituali.

“Per prima cosa - riprese Rigelli - stabiliamo di che cosa si stia parlando: di una forma di attività abnorme ed irrazionale che ha coinvolto gran parte della dipendenza pubblica e che la fa muovere con obiettivi, ritmi e dimensioni sino ad oggi sconosciuti e che fanno impallidire anche il classico ricordo di Stachanov.

Secondo: per ammissione del Ministero della Sanità i soggetti colpiti sono quelli in cui è presente il SAL, vale a dire l’anticorpo di cui siamo venuti a conoscenza solo da poco.

Terzo: se non si riesce a trovare il modo di bloccare l’espandersi del fenomeno riconducendo a livelli accettabili l’operare della Pubblica Amministrazione si corrono grandi rischi. Interi settori dell’economia risentono dell’attuale situazione e la stessa macchina dello Stato sembra muoversi in modo discontinuo registrando accanto a punte di alto gradimento da parte dei cittadini un disfacimento del tessuto organizzativo e sindacale che, sotto la spinta di autonome iniziative, sconvolge praticamente senza regole ogni ordinata attività.

In definitiva si tratta di trovare con urgenza le cause del fenomeno e proporre conseguenti rimedi”.

“E scusate se è poco”, si ritrovò a pensare il direttore del Ministero della Funzione Pubblica.

Inquadrato in questo modo il problema le relazioni assunsero un contorno più produttivo.

Il Capo della DNTA, confortato anche da ampi cenni del capo dell’uomo del SIGENAZ, dichiarò senza mezzi termini che sia la Direzione e sia i Servizi brancolavano praticamente nel buio anche se riconobbe che il problema era costantemente seguito sotto i vari aspetti delle responsabilità nazionali e internazionali.

La Triplice Sindacale si dichiarò del tutto d’accordo con il Presidente ma anch’essa al di là di una rafforzata dichiarazione di pesante preoccupazione, non portò alcun elemento capace di chiarire l’ingarbugliata matassa salvo procedere alla lettura di una sorta di bollettino dei fallimenti da cui si rilevava come le iscrizioni ai vari Sindacati, confederali o autonomi fossero in caduta libera.

Venne il turno poi del Direttore Generale Comm. Esposito.

Compuntamente così come si addice ad un alto dirigente, estraendo dalla borsa un blocco di appunti esordì: “Signor Presidente, illustri Colleghi. Concordo pienamente con le analisi che sinora sono state avanzate. La gravità è nota, i motivi ancora sconosciuti e perciò il momento è pericolosissimo”.

“Ci risiamo”, bofonchiò il Presidente. Per nulla scosso Esposito continuò:

“Noi siamo innanzi ad un bivio, da una parte percorrere la strada difficile e sconosciuta della soluzione del problema, dall’altra ricercare la possibilità di intervento per circoscrivere la situazione, rallentare la dinamica involutiva del sistema: in altri termini raffreddare gli effetti perniciosi del male”. Questa volta il Presidente non se la sentì di interrompere. “Vuoi vedere - pensò - che questo ha in serbo qualche proposta concreta?”.

“L’esperienza maturata al servizio dello Stato ci è maestra per poter affermare che non esiste alcun processo che non possa essere guidato e non esiste un qualsiasi problemi che non possa essere ricondotto nella tradizionale, oculata gestione delle procedure”. Alzando leggermente il tono della voce prese un foglio e fingendo di scorrerlo, disse: “Come è possibile mi chiederete, rallentare un sistema di lavoro che simile ad una piovra si attacca ed attacca tutto e tutti? Come è possibile, torno a chiedervi, mettere un giusto razionale ordine in un assoluto disordine che stravolge decenni di abitudini? La soluzione esiste! Certo è limitata al breve periodo in attesa che nel periodo più lungo il problema possa essere meglio focalizzato, le iniziative intraprese e i rimedi globali adottati. Come si può fare per soddisfare la sete di lavoro che sembra attanagliare ogni dipendente? Semplice vi rispondo: aumentare il carico dello stesso lavoro.”

Il discorso continuava ad essere per la maggior parte degli interlocutori, non troppo chiaro.

“Semplice - ripeteva Esposito - Come è noto ogni processo presenta una serie pressoché indefinita di variabili. Tentare di gestirle tutte è quasi impossibile. Tagliamo allora le ali. Isoliamo la parte centrale della questione ed agiamo su di essa. E quale è la parte centrale? Anche qui la riposta è semplice: l’individuo. Si assegni ad ogni dipendente, individualmente, un nuovo, assorbente compito e il tempo a sua disposizione diminuirà drasticamente e di conseguenza diminuirà la sua opera sul piano generale”.

“Non è male - rifletté il Presidente - non sarà certo la soluzione al problema che dobbiamo pur sempre trovare ma almeno potrebbe contribuire a far scendere la tensione”.

“Vuole spiegarsi meglio”, lo esortò con gentilezza.

“Vorrei ricordare un episodio che forse in modo più illuminante potrebbe spiegare la mia proposta. In Giappone (eccoci siamo spuntano i Giap pensò l’agente del SIGENAZ) era sorto un analogo problema. In un Ministero la documentazione archiviata aveva riempito quattro piani di un palazzo. Ai dirigenti parve naturale considerato l’elevato livello tecnologico delle strutture statali, proporre la microfilmatura dell’intera documentazione raggiungendo così il duplice scopo di liberare spazio vitale e modernizzare il sistema d’archivio. Inoltrata la relativa richiesta di autorizzazione, pazientemente secondo il loro costume, attesero la risposta. Dopo un certo periodo di tempo non molto lungo per la verità, questa giunse e dimostrò che anche in un Paese ormai votato alla super efficienza, ci sono limiti invalicabili. In breve: l’autorizzazione alla microfilmatura conteneva una succinta, apparentemente innocua disposizione: per ogni foglio da eliminarsi, previa la sua filmatura, dovevano esserne fatte quattro fotocopie.

La saggezza del Sol Levante aveva colto di quale irrazionale volontà fosse permeata la richiesta che se da un lato mirava al recupero di alcuni ambienti, dall’altro non aveva valutato il prezioso ruolo degli archivisti e delle mansioni loro affidate e quindi la tutela del forte potere di una ordinata burocratica gerarchia che affondava le sue radici nel mitico periodo Yamato.

Per tornare a noi abbiamo l’arma per concretizzare l’intervento nell’immediato. Si tratta - proseguì - di uno strumento collaudato, infallibile, di pronto impiego, di sicuro successo: la Circolare Ministeriale!”.

Seguì un attimo di imbarazzante silenzio.

I sentimenti provati dai presenti erano diversi. Alcuni trovarono la proposta geniale ed il loro convincimento era supportato da una conoscenza puntigliosa dei meccanismi che solo alla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione vengono svelati. Altri invece erano fortemente scettici. Prevalse comunque il convincimento che era utile tentare. Non vi era infatti molto tempo a disposizione per evitare la totale disfatta. Sollecitato Esposito tolse con cura alcuni fogli da una cartellina. “Forse è utile che prima di leggere una bozza che mi sono permesso di preparare, chiarisca che la Circolare Ministeriale perchè possa dispiegare per intero la propria potenzialità, deve possedere alcuni presupposti cardine. Deve far riferimento ad almeno due o tre leggi e relativi articoli: essere indirizzata ai più e nel contempo apparire come una comunicazione diretta al singolo; non risultare troppo chiara nella sua struttura ma al contrario evidenziare chiaramente solo che cosa ognuno debba fare per rispettarla. Infine terminare con la possibilità di ulteriori approfondimenti da richiedersi anche ad altri, innescando in tal modo una specie di moto perpetuo inarrestabile.

Nel caso in questione poi, deve essere fonte di nuove e diverse incombenze da assolversi sia individualmente che collettivamente, con il relativo congruo sforzo interpretativo e realizzativo.

Vi leggerò quindi la Circolare che propongo venga inviata a cura del Ministro della Funzione Pubblica”.

MINISTERO DELLA FUNZIONE PUBBLICA

CIRCOLARE n. 12345/8/56/9 (prot. 127765) Anagrafe delle prestazioni rese dal personale delle Amministrazioni Pubbliche. Art. 24 1. 30 dicembre 1991 n. 412 Art. 58 del D.L. 3/2/1993 n. 29.

A tutte le amministrazioni pubbliche

L ‘art. 24 della legge 30 dicembre 1991, n. 412 ha introdotto nell’ordinamento del pubblico impiego, a decorrere dalla data di entrata in vigore, l”Anagrafe delle prestazioni” pubbliche e private, rese dal personale delle amministrazioni pubbliche, compresi i magistrati ed i dipendenti della Banca d’Italia e ha affidato allo scrivente Dipartimento il compito di istituirla ed aggiornarla annualmente.

La vasta e complessa problematica interpretativa del citato art. 24 della legge 412/91 ha indotto il Dipartimento della FP. a richiedere, in data 14 gennaio, un parere al Consiglio di Stato.

Con la circolare 864553, in data 14 gennaio, è stata rappresentata dallo scrivente Dipartimento la necessità che, nelle more dell’acquisizione del parere, le amministrazioni pubbliche assumessero adeguate iniziative finalizzate alla sistematica rilevazione degli incarichi indicati al secondo comma dell’art. 24 della legge 412/91 e delle mansioni e funzioni svolte dai singoli dipendenti dello Stato.

Con la presente circolare, ritenendosi opportuno procedere ad una prima fase di attuazione dell’anagrafe, con riserva di eventuali integrazioni e modifiche a seguito della espressione del parere da parte del Consiglio di Stato, si indicano i criteri, le modalità ed i principi direttivi a cui dovranno attenersi le amministrazioni pubbliche ed il personale da esse dipendente.

DATA DI ISTITUZIONE DELL’ANAGRAFE

L’anagrafe delle prestazioni deve intendersi formalmente istituita con decorrenza 31 dicembre 1991, data di entrata in vigore della legge 412/9 1. AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE E DIPENDENTI INTERESSATI ALL’ ANAGRAFE

Tenuto conto dell’ampiezza e della dichiarata finalità della normativa, si ritiene debbano rientrare nel campo di applicazione della normativa in questione i dipendenti a qualunque carriera, qualifica, grado e livello appartengano ed, a prescindere dalla particolare condizione di stato (comando, fuori ruolo, aspettativa sindacale, per mandato parlamentare, per l’esercizio di cariche elettive ecc.), legati da rapporto di pubblico impiego con le amministrazioni dello Stato, con le regioni a statuto ordinario e speciale, con gli enti di cui alla legge 142/90, loro consorzi ed aziende dipendenti, con gli enti ed organismi del Servizio sanitario nazionale, con le università ed altri ordini di scuole statali e con gli enti pubblici istituzionali.

Si fa riserva di successive disposizioni in ordine ai dipendenti della Camera dei Deputati, del Senato della Repubblica e della Corte Costituzionale, nonché dipendenti degli enti pubblici economici e delle società a partecipazione pubblica o comunque costituite per l’esplicazione dei servizi pubblici.

INDIVIDUAZIONE DELLA TIPOLOGIA DEGLI INCARICHI

Per quanto concerne la individuazione degli incarichi compresi nei compiti e doveri di ufficio, nonché delle funzioni svolte od attribuzioni assegnate, da escludere ai sensi dell‘art. 24 primo comma, della legge 412/91, si precisa che non debbono essere trasmesse informazioni sugli incarichi il cui esercizio non sia soggetto a conferimento - previo atto di apprezzamento discrezionale - da parte degli organi a ciò deputati nell’ambito delle singole amministrazioni, in quanto ricollegati direttamente dalla legge o da altre fonti normative alla specifica qualifica, funzione o carica istituzionalmente in atto ricoperta dal soggetto.

Per questi ultimi, comunque, deve essere fornita espressa menzione nella parte a ciò destinata della scheda posta a supporto della presente circolare previa, esplicita e dettagliata relazione individuale che dovrà essere conservata presso l’amministrazione di appartenenza.

Le rimanenti specie di incarichi - che non trovino la loro fonte in un automatismo normativo - sono soggette alla rilevazione dell’anagrafe, tra le stesse, comprendendosi - ovviamente - quelle esplicitamente indicate dal secondo comma del citato articolo 24.

MODALITA’ DI TRASMISSIONE DELLE INFORMAZIONI

Istituzione dell’anagrafe.

In sede di prima applicazione della normativa recata all’art. 24 della legge 412/91, con le modifiche introdotte dall’ art. 58 commi 6,7,8,9, del decreto- legge 3 febbraio 1993 n. 29, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del citato decreto legislativo i soggetti pubblici e privati comunicano alle amministrazioni di appartenenza tutti gli incarichi conferiti a pubblici dipendenti a far data dal 31 dicembre 1991 e la eventuale intervenuta cessazione degli stessi ed, in ragione d’anno, gli emolumenti percepiti dagli interessati. Entro successivi tre mesi dalla scadenza del periodo suindicato le amministrazioni, enti ed organismi pubblici sono tenuti a comunicare al dipartimento della F.P. - Servizio “Documentazione e tecnologia”, in Roma, le notizie relative agli incarichi sia direttamente conferiti che autorizzati a far data dal 31 dicembre 1991 e la eventuale intervenuta cessazione dei medesimi, con indicazione degli emolumenti corrisposti in ragione d’anno.

Le stesse scadenze dovranno essere osservate per la comunicazione delle mansioni e funzioni svolte dai singoli dipendenti dello Stato.

Aggiornamento dell’anagrafe

Successivamente, i soggetti pubblici o privati che conferiscono un incarico al dipendente pubblico sono tenuti a darne immediata comunicazione all’amministrazione di appartenenza specificando, quando possibile, gli emolumenti previsti.

Analoga immediata comunicazione va effettuata per la eventuale cessazione dell’incarico.

Sono altresì comunicati, in relazione a tali conferimenti d’incarico, gli emolumenti comunque corrisposti in ragione d’anno.

Le amministrazioni, enti od organismi pubblici cui appartiene il personale che ha ricevuto incarichi sono tenute a comunicare allo scrivente Dipartimento, entro il 31 marzo e con riferimento al 31 dicembre dell’anno precedente, tutte le variazioni intervenute negli incarichi direttamente conferiti od autorizzati, nonché le informazioni sugli emolumenti percepiti dagli interessati.

Si precisa che le comunicazioni vanno effettuate sulla base del provvedimento di nomina, di conferimento, o assegnazione, e che per le amministrazioni, enti od organismi pubblici cui appartiene il personale, le comunicazioni vanno effettuate compilando l’allegato modello da trasmettere allo scrivente Dipartimento, mentre una copia di esso dovrà essere consegnata al singolo interessato, il quale dovrà controfirmame un’analoga in segno di ricevuta.

Nel caso di incarichi conferiti da soggetti privati ad un dipendente pubblico, ai fini dell’acquisizione delle relative notizie e dei successivi aggiornamenti, le amministrazioni enti od organismi invieranno per conoscenza, anche ai suddetti soggetti privati, la lettera con cui autorizzano l’espletamento dell’incarico, richiedendo ai medesimi tutte le notizie inerenti l’incarico stesso.

Si ringrazia per la collaborazione

p. Il Ministro f.to ecc.

Un capolavoro, un vero capolavoro. Anche il Direttore del Ministero della Sanità fu costretto ad ammetterlo.

La Circolare nella sua articolazione rispecchiava anni di dedizione allo Stato. Era la formalizzazione del complicato e farraginoso assoluto ed al tempo stesso si presentava con rassicurante formalità al variegato popolo dello Stato.

Non ci fu da aggiungere molto. Anche se il Presidente raccomandò ogni possibile sforzo per raggiungere il risultato definitivo di riportare ordine in tutto il marasma scatenato da non si sa chi, l’iniziativa venne proposta al Ministro che a questo punto, sarebbe stato disposto ad accogliere qualsiasi cosa ritenuta utile pur di arrestare la crisi.

Di lì a poco, approfittando degli effetti del fenomeno che non risparmiava oramai neppure il Ministero della Funzione Pubblica la circolare venne inviata a tutte le articolate presenze dello Stato operanti sul territorio nazionale.

La pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale ne conclamò la perentorietà.

 

 Capitolo  XXII

Erano anni che al Pentagono non si respirava un’aria così decisamente irrequieta.

Forse ai tempi della mancata invasione della Baia dei Porci o più di recente dell’operazione Tempesta nel deserto o in quelli della massima tensione nell’ex blocco sovietico si era notata eguale eccitazione nei piani alti dell’immenso edificio cuore del sistema difensivo degli States.

In fondo a provocare tutto ciò era bastato davvero poco.

Da un lato l’atterraggio in una base vicina del Phantom che portava i reperti della scoperta dell’allora sergente Bartod: il “famoso” Work; dall’altro alcune telefonate provenienti dall’Agenzia e quella per la verità assai più allarmata del Sigenaz che per bocca del suo numero tre aveva parlato, senza mezzi termini, di “pericolo per l’ordinamento mondiale” e di “proditorio attacco messo in atto forse dai Giap” le cui conseguenze avrebbero fatto passare in secondo piano anche quello di Pearl Arbour.

Il Generale a quattro stelle (con fronde di ulivo a ricordo della sua missione di pace in Somalia) Antony Steffen masticava rabbiosamente un sigaro.

Seduto di fronte a lui il Vice Assistente del Sottocapo per la Sicurezza alla Casa Bianca cercava da almeno un’ora di fargli comprendere la complessità del caso.

“Generale - ripeteva per l’ennesima volta - non è una questione militare in senso stretto (strictu sensu aveva più volte ripetuto ma vista l’inutilità della cosa ormai preferiva esprimersi più chiaramente). Il problema investe aspetti sociali, economici e politici. E’ come se, tanto per fare un esempio, lei impartisse un ordine ad un battaglione di marines e l’ordine prevedesse che questi dovessero attraversare un ponte in punta di piedi camminando lentamente e in fila ordinata. Viceversa l’ordine venisse eseguito in maniera opposta con i soldati urlanti di corsa e disordinatamente: ognuno incurante dell’ordine teso solo a raggiungere con la massima velocità possibile l’altro capo del ponte. Se lo immagina che caos?”.

“Immagino un cazzo - sbottò il generale - tutti sotto la Corte Marziale altro che balle. Questa sarebbe la soluzione!”

Tombola! Con il viso ormai rassegnato il Vice Assistente tentò un’altra carta.

“Vede Generale lei ha indubbiamente ragione ma questo non si può fare”. “E perché? Chi me lo impedisce?”

Inutile. Proprio tutto inutile.

“Questo becero di militare - pensò l’uomo della White House - non capisce proprio niente”.

Sospirando giocò l’ultima carta.

“Generale! Sono ordini dall’alto!” Meccanicamente il Generale si aggiustò la cravatta. “Dall’alto, quanto?”. “Da molto alto”.

“Proprio Alto, Alto?”

“Sì! La secca risposta non ammetteva repliche.

Il Generale balzò in piedi mentre il suo sguardo tradiva, nel sottofondo, le note della banda della Marina che gli parve di udire come quando al rientro da Mogadiscio il Presidente gli aveva stretto la mano. “Obbedisco!” mentre la mano era tesa sulla sua fronte.

“Finalmente!” - gioì in cuor suo l’uomo di Washington. “Ora mi ascolti bene. Questi sono gli ordini” - una breve pausa e riprese - “Tutto ciò che ha attinenza con Work riveste carattere di segretezza; deve essere subito allertata la Guardia Nazionale; a ore arriveranno alcuni Agenti della Sicurezza Nazionale assieme ad alcuni colleghi italiani: a tutti deve essere assicurata la massima assistenza. Ed infine il sergente, pardon il sottotenente Bartod della Base di Carol Space deve essere immediatamente - e sottolineò con enfasi la parola - ripeto immediatamente, trasferito alla sezione C del Pentagono e per nessun motivo deve avere contatti con l’esterno. In ultimo tutta l’ala del predetto settore C è posta sotto la sorveglianza diretta della CIA”.

Stupefatto il Generale dimenticò di sedersi. Possibile? Dei civili all’interno del Pentagono con pieni poteri?

Ancora con un minimo di dubbio quasi balbettando soggiunse. “Siamo proprio sicuri? Sono ordini dall’Alto? Molto dall’Alto?”“Senza alcun dubbio!”

Solo nelle Filippine il Generale aveva conosciuto eguale incertezza. Comprendendo lo stato d’animo del suo interlocutore quasi mosso a pietà il Vice Assistente aggiunse “Forse ci sono dietro i Giap!” Altro scatto d’orgoglio del Generale: “Allora cambia tutto!” Meccanicamente aprì il primo cassetto della scrivania ne trasse l’amica di tante battaglie una luccicante Colt 45 con l’impugnatura di avorio e ficcandosela nella cintura alzò il telefono iniziando ad impartire, con voce tonante gli ordini che l’Uomo del Presidente (per lui ormai era quasi il Presidente in persona) gli aveva teste trasmesso.

Quello che di lì a poco successe nell’immenso edificio e più precisamente nell’ala che ospitava il famoso settore C era degno di un film di John Ford. Gruppi di marines in assetto Rambo prima maniera si appostavano dietro ogni angolo; pesanti porte in acciaio uscivano dagli scomparti e bloccavano ogni accesso; luci rosse lampeggiavano sulle porte, mentre la scritta “ALARM FIVE LEVEL” prendeva il posto del più prosaico cartello “WC Staff Only”.

L’allarme era scattato in grande stile e questa era appunto la scenografia che attendeva di lì a poco Oreste Pacifici che, sia detto per inciso, durante il precipitoso viaggio intrapreso da Roma verso gli USA appena avuto il messaggio inviatogli da Henrica Habbler, aveva pensato bene di mettersi in contatto satellitare con il suo omologo dell’Agenzia. Durante la conversazione aveva trasmesso le ultime novità dimenticandosi di dire (o meglio omettendo di dire) che i Giapponesi non c’entravano nulla. Si avvalse invece per dare il giusto risalto alla cosa della comune lontana discendenza (erano imparentati con uno stesso cugino amico tra l’altro di Salvatore Mestino nativo di Corleone). Il risultato era stato quello di scatenare quel pandemonio che a quanto si è avuto modo di vedere aveva coinvolto persino il Pentagono.

 

Capitolo XXIII 

Le cose non andavano proprio nel verso giusto. O per meglio dire non marciavano nel senso tradizionale.

I casi “anomali” oramai non si contavano più. Passi per quello che sembrava un nuovo modo di concepire tempi e intensità del lavoro: rapidità, efficienza, dedizione ed attaccamento alle proprie funzioni non meravigliavano più di tanto. Frattanto l’organizzazione sempre più tesa alla eliminazione dei tempi morti o dei ritardi, si affinava di nuovi aggiustamenti sino a raggiungere livelli sovrumani.

Uffici, dipendenze, sezioni, divisioni persino i più sperduti uffici periferici della macchina statale erano completamente stravolti dall’inarrestabile attività degli addetti che, non paghi di aver sbrigato l’intero arretrato ed in spasmodica attesa di nuove pratiche, utilizzavano quello che a loro sembrava “tempo perso” e cioè i rari momenti di sosta, per ridipingere pareti, riparare serrature ed infissi, lustrare pavimenti e via di questo passo.

Quello che assestò il colpo di grazia al sistema e fece piombare nello sconforto più desolato anche gli incalliti membri della super-commissione era la notizia che la malattia aveva attecchito anche in uno dei templi della oculata gestione del tempo e delle scadenze: il comparto della Giustizia.

In particolare un episodio legato ad una banale causa discussa in una sede pretorile, aveva evidenziato come il virus continuasse a colpire

La causa era una delle solite: un problema insorto da almeno un decennio tra due confinanti sull’uso di una strada interpoderale che in ragione di vari rinvii (ognuno di circa otto mesi) non riusciva a giungere a decisione

Le “riserve” del Pretore erano immancabilmente alternate da altri rinvii Alcuni erano predisposti d’ufficio a seguito delle ferie del titolare della causa ed altri erano provocati dalla sua sostituzione con altro Giudice in conseguenza del trasferimento ad altro incarico

Le richieste di termini a difesa per consultazione dei diversi documenti o memorie (autorizzate o meno) che la controparte produceva, erano un altro tassello dell’interminabile calendario della causa.

Così quando una mattina scavalcando i colleghi intenti a “prestare” la propria schiena ad un altro collega affinché questi potesse appoggiarvisi per stendere un qualche verbale d’udienza (i tavoli per la verità c’erano o meglio ve n’era uno solo anche se era costantemente occupato da valanghe di fascicoli messi sottosopra da avvocati, procuratori, praticanti e patrocinatori vari, ognuno dei quali disperatamente ricercava il proprio), i legali in causa si apprestarono ad una nuova udienza. Dalle due parti la cosa venne presa con serafica abitudine e con il pensiero volto più alle cose da dire ai rispettivi clienti dopo l’ennesimo rinvio e forse ai principali motivi che potessero ben giustificare un ulteriore incremento del fondo spese.

Conquistata l’attenzione del Giudice essi si accorsero subito che qualcosa non andava per il verso solito.

Intanto non c’era la solita ressa intorno al tavolo. I Colleghi se ne stavano tranquillamente a debita distanza in silenzio ed i fascicoli d’ufficio erano ben allineati sul tavolo del Pretore.

L’avvocato Bellavisi uno dei più anziani del Foro e che presenziava di persona solo in ragione del fatto che la notte precedente non aveva dormito bene per cui alzatosi di buon’ora si era deciso a “fare un passo” in Tribunale per salutare i vecchi amici, ammiccò verso il Collega: “Che cosa è questa novità? Non vorrà mica fare sul serio! “. Un gelida occhiata del Pretore gli tolse il sorriso.

Il Giudice aprì il fascicolo ed esordì nel seguente modo:

“Dunque la causa mi sembra sufficientemente istruita e quindi ben si può giungere ad una rapida decisione.”

Seguì un silenzio surreale.

Anche gli altri avvocati, con gli occhi sbarrati seguivano la scena.

Imperturbabile il Giudice proseguì: “Loro hanno qualcosa da aggiungere?”. Silenzio di tomba. Sempre più sbalorditi i due Legali non azzardavano parola. Poi infondendosi coraggio l’avvocato Bellavisi disse: “Vede, signor Giudice nell’ultima udienza, Lei, se ben ricordo si riservò in merito alla produzione di prove che il mio esimio collega, ancorché tardivamente postulò e noi nel supremo interesse della Giustizia non ci opponemmo”.

Non ebbe tempo di aggiungere altro . Il Pretore lo interruppe bruscamente:

“La riserva è sciolta: niente prove. Ci mancherebbe altro: sono dieci anni che i vostri assistiti attendono giustizia ed ora vorreste ancora bloccare una decisione che avrebbe dovuto essere stata assunta da tempo.”

“Vuoi vedere che ora la colpa è nostra?”, pensò il collega di causa di Bellavisi ma si guardò bene dall’esternare la sua valutazione.

“Dunque questa questione mostra due cittadini che si sono rivolti a Noi per sapere chi dei due abbia o meno la possibilità di fruire del tratto di strada in questione. Inoltre chiedono chi nel caso entrambi intraprendessero il percorso con i loro mezzi meccanici, debba cedere la precedenza all’altro. La

causa è di una semplicità esemplare; mi meraviglio che entrambe le parti in causa non abbiano trovato subito - e sottolineò con forza questo termine - una soluzione alla cosa. Ma forse non conveniva a qualcuno ... “. Il riferimento alle questioni parcellari era più che evidente.

Timidamente dopo una rapida consultazione l’avvocato Bellavisi chiese la parola. “Va bene sentiamo cosa ha da dire la parte attrice”, tagliò corto il Pretore, senza dimenticarsi però di aggiungere: “E mi raccomando concisamente!”.

“Vede Signor Giudice anche la Suprema Corte con la nota sentenza delle Sezioni Unite del 1965 ha stabilito che a fronte della complessità della causa ed alla impossibilità di un accordo debbano essere concessi, a mente delle disposizioni del Codice di Procedura Civile, adeguati termini a difesa prima di poter giungere alla udienza di P.C. (precisazione e conclusioni) che sola, proseguì dopo uno breve sospiro, può avviare l’iter definitivo della questione e consentire al Giudice di emettere la sentenza”.

Il Pretore lo fissava sempre più imbufalito.

“Lei vorrebbe dirmi che io non conosco la procedura? Vorrebbe insinuare che violo il Codice?.” “Assolutamente no, Signor Giudice replicò l’Avvocato. Solo vorrei richiamare la Sua illuminata attenzione sul fatto che ci pare occorra ancora almeno un’udienza prima di porre finalmente la parola fine a questa questione, almeno in questo grado di giudizio” - si lasciò incautamente scappare il

difensore.

“Bene allora il Pretore, visti i relativi articoli del Cod.Proc.Civ., rinvia la causa ..“ (solo dopo queste parole il sorriso dei difensori che cominciava ad increspare le loro labbra scomparve di colpo) “... alle ore 22,00 di questa sera per udienza di precisazioni e conclusioni a cui seguirà nella mattinata di domani l’ultima udienza in cui verrà letto il dispositivo della sentenza”.

“Ma signor Giudice come faremo a prendere rispettiva conoscenza delle nostre posizioni in un termine così breve? “. “Semplice - fu la risposta - durante la notte!”.

Altre dodici cause che figuravano nel calendario d’udienza quella mattina seguirono l’identica sorte.

E’ appena il caso di sottolineare come la vicenda fosse destinata a sollevare un vespaio, per cui alle 22,00 con la contestuale, eccezionale presenza di tutti all’interno del “Palazzo” dattilografe, cancellieri, addetti al registro, alle fotocopie, ecc., l’aula d’udienza mostrava il tutto esaurito. In prima fila stava l’intero Consiglio dell’Ordine era debitamente schierato e giustamente preoccupato.

Una velocità come quella che andava appalesandosi non solo era anormale ma soprattutto rischiava di travolgere usi, costumi e quant’altro connesso aveva costituito sino ad allora il cardine dell’adeguato tempo dibattimentale (e di durata di causa) su cui poggiavano i rapporti tra Clienti ed Avvocati e tra questi ultimi e la macchina della Giustizia.

Su un lato della sala alcuni giornalisti non si lasciavano sfuggire nulla.

Il Pretore non perse tempo in preamboli. “Dunque ci sono le memorie di precisazione?”.

L’attenzione era al massimo.

Lentamente l’avvocato Bellavisi conscio di essere al centro dell’attenzione si alzò. Sistemata la toga nuova sfoderata per l’occasione iniziò a parlare. “Signor Giudice, un fatto nuovo, veramente eccezionale mi impone, ci impone di esaminare la vicenda sotto un profilo totalmente diverso.

Da quando la causa prese avvio e ben sussistevano i motivi di gravare l’Eccellentissimo Signor Pretore, il problema appare profondamente mutato.’,

Ancora una volta il Giudice non nascose la propria impazienza.

“Avvocato o meglio avvocati - disse - poiché mi sembra di capire che lei parli anche a nome del collega, vuole essere chiaro. Qui non abbiamo tempo da perdere! “.

“Deve scusarmi - replicò - ma il supremo interesse della Giustizia mi obbliga a riepilogare sia pure brevemente i fatti”. Preso coraggio l’avvocato proseguì.

“Come Lei ben sa il Paese è profondamente mutato. La stampa, le televisioni ne hanno fornito ampia testimonianza. La velocità che permea tutto l’alacre operare della nostra Nazione ha provocato momenti di sbandamento, creato aspettative innaturali, in ultima analisi ha modificato radicalmente rapporti e consuetudini, innovato profondamente nel radicato modo di operare, servire, lavorare! “.

“E questo dove vuole andare a parare?”, si chiedeva il Giudice.

“I tempi si sono accorciati, le soluzioni si sono imposte, il divenire da prossimo è diventato immediato!“.

“Avvocato e questo cosa c’entra?” - esclamò.

“C’entra, c’entra signor Giudice. Le esporrò alcune brevi premesse. Sulla scorta di quanto è venuto via via affermandosi nel Paese anche l’an della causa è mutato.

In breve: nel corso di causa attraverso il ricorso ad una Conferenza dei Servizi, attivata per la verità con sospetta frettolosità, è stato modificato l’assetto idro-geologico, strutturale e pianificatorio dei territori in cui gravita l’oggetto della vertenza: la strada interpoderale. In altri termini la strada non c’è più: al suo posto scorre una veloce autostrada e le parti in causa a ben vedere non hanno più motivo di doglianza.”

Poco mancò che il Giudice urlasse.

“E voi venite adesso dopo tutti questi anni a dirmi che è cessata la materia del contendere?.”

Il brusio che sulle prime era appena percettibile lasciò il posto ad una canea. Tutti volevano esprimere la propria opinione. I rappresentanti del Consiglio Forense si appellavano alla “insostituibile” funzione della difesa; il cancelliere (che questa volta era ben presente e non lasciava agli avvocati l’onere della verbalizzazione), non sapeva che pesci prendere; gli avvocati cercavano disperatamente di spiegare agli ignari clienti (convocati in fretta e furia) che la colpa era di qualcun altro. Insomma si ebbe una specie di pandemonio. Il Giudice si alzò. Imposto il silenzio si ritirò per decidere.

Dopo pochi minuti rientrò leggendo il dispositivo della sentenza.

“In nome del Popolo Italiano, visti gli art. ecc. ecc.. si condannano le parti in causa a rifondere allo Stato, ex art. 96 codice procedura civile, le spese di giustizia quantificate in lire 25.000.000 cadauna. Nel merito si dichiara cessata la materia del contendere. Spese compensate. L’intera sentenza verrà depositata entro le ore 8 di domani. La seduta è tolta”.

Quello che seguì è difficilmente spiegabile.

Chi si allontanava in preda a incubi. Chi protestava a viva voce. Chi infine continuava a non capirci nulla.

Nello stesso modo andarono un’altra decina di causa discusse o meglio decise nell’arco di poche ore.

Il fatto non era certo da passare sotto silenzio. I giornalisti presenti si precipitarono al telefono e la mattina successiva unitamente alle innumerevoli altre notizie sul tema dello stravolgimento dei ritmi della Pubblica Amministrazione, anche quella riguardante l’andamento della Giustizia trovò adeguato spazio aggiungendosi a quella sorta di bollettino di guerra che di ora in ora segnava l’evolversi e l’allargamento dei perniciosi effetti di Work. Deve sottolinearsi che contrariamente all’inizio del fenomeno la stampa aveva trovato in Work un filone ricco di spunti per cui ogni quotidiano dedicava ampi spazi aprendo sovente con titoli a tutta pagina. “L’ondata di eccessi non accenna a diminuire”. “I dipendenti del Poligrafico si barricano negli Uffici”. “Il Parlamento vuole lo stato di emergenza” e via di questo passo. All’interno mescolati ai vari annunci economici non era inoltre raro trovarne altri come questo: “Dipendente dello Stato offresi a titolo non oneroso a favore di piccolo Comune per qualsiasi mansione”.

Una notizia, infine aveva avuto l’onore della prima pagina su quasi tutte le testate.: “Si riapre tangentopoli” e nel sottotitolo “Un imprenditore arrestato mentre corrompeva un Direttore dei Lavori Pubblici”.

Nulla di nuovo si potrebbe pensare. Invece la novità, e che novità risiedeva nel fatto che vi era stato un tentativo di corruzione ma di segno opposto rispetto a quelli che avevano portato una Procura a ricoprire il ruolo dell’Angelo giustiziere.

La corruzione o per meglio dire il tentativo riguardava una pratica di costruzioni autostradali. La novità era costituita dal fatto che questa volta il “corruttore” non tendeva ad accelerarne l’iter ma semplicemente a ritardarne l’esito positivo. Era successo infatti che egli basandosi sui normali tempi necessari per ottenere le diverse autorizzazioni avesse iniziato le pratiche collegate (acquisizione dei terreni, assunzione delle mano d’opera, reperimento dei fondi necessari, acquisto dei macchinari) fidandosi su tempi che nella nuova situazione non si rivelavano più adeguati.

Il risultato a questo punto era quello che una volta ottenuti i relativi permessi ed autorizzazioni i lavori non avrebbero potuto puntualmente iniziare e concludersi con il rischio di vederseli annullare.

Da questo ed esclusivamente da questo dunque era nata la cattiva idea di cercare di “rallentare” la pratica. La reazione sdegnata del direttore del Ministero lo aveva però portato in carcere.

Di questa vicenda si era poi impossessata la stampa estera e la notizia dopo aver fatto il giro del mondo gettava nuove ombre sull’andamento dell’intero apparato produttivo in Italia.

La misura sembrava proprio colma. In questo clima appunto,si riunì nuovamente la super commissione.

 

  Capitolo XXIV

Era stata sufficiente un’ occhiata penetrante di Oreste Pacifici appena giunto nei pressi del Pentagono per afferrare la situazione. “Bravi! - disse - Come al solito questi yankes tengono tutto sotto controllo.” Un po’ troppo per la verità. Infatti malgrado la presenza del suo agente Henrica avvolta in uno splendido fuseau color verde mare che l’attendeva assieme al suo vecchio amico Louis (i due si erano precipitati al Pentagono appena ricevuta la notizia dell’arrivo dell’agente numero 3), l’accoglienza non era proprio delle più cordiali.

L’automobile non si era ancora fermata che due energumeni in tuta mimetica lo avevano violentemente strappato dal sedile: mentre uno gli piantava nelle costole un M16 l’altro lo frugava come solo può fare un borsaiolo sul metrò nelle ore di punta, con la sola differenza che questa volta la perquisizione era tutt’altro che delicata.

Il tapino aveva cercato invano di fornire spiegazioni con il suo americano broccolineggiante ma i due continuavano imperterriti lasciandosi di tanto in tanto sfuggire a voce alta alcune considerazioni del tipo: “he is an unsavoury type” (letteralmente: è uno sporco figuro).

Solo dopo che Louis ebbe mostrato il distintivo della CIA il nostro poté accedere all‘interno dell’edificio.

Ancora sconvolto dall’accoglienza nel giro di pochi minuti era stato finalmente messo a conoscenza degli ultimi avvenimenti compreso quello straordinario dell’esistenza di “Work” e della contestuale presenza presso il Pentagono del suo scopritore il sergente, pardon, tenente Bartod.

Tutto gli cominciava ad apparire chiaro. La scoperta era forse la chiave di volta del caos che si era scatenato in Italia. Pacifici in verità lo definiva “un grande casino”. Mancavano peraltro alcuni insignificanti anelli della catena.

Chi se ne fregava - pensava - di come WORK fosse arrivato nella penisola italiana; del perché aggredisse solamente i dipendenti pubblici. L’importante era trovare una soluzione e perché no magari scoprire qualche collegamento con quei brutti musi gialli (per lui quella era una pista difficile da accantonare) ed infine poter scalare ancora i due restanti gradini della piramide del SIGENAZ per diventare lui il numero uno.

La sala posta al decimo piano dell’ala sud dell’edificio fu raggiunta dopo un vero e proprio percorso di guerra.

Rigorosamente racchiusi in un perimetro rappresentato da sei marines, armati sino ai denti gli “ospiti” avevano dovuto percorrere almeno tre chilometri di corridoi, scendere e salire da innumerevoli ascensori, rispondere ad una ventina di parole d’ordine, farsi fotografare di lato, dietro e di fronte, radiografare per scoprire chissà quale diavoleria nascosta nel loro corpo ed infine dopo aver lasciato ogni oggetto metallico in loro possesso (dura era stata per Orefici convincere l’addetto che la sua protesi in acciaio che collegava il secondo molare superiore destro al secondo premolare non poteva essere rimossa), giunsero a quella che era diventata il centro dell’operazione “SW - (Spit Work,” che letteralmente stava a significare “Trafiggere Work)”. Invero il generale Steffen la definiva in modo più prosaico: “SW - to Spit Work”, ossia “sputacchiare quel fetente di Work”.

La sala sembrava un hangar. Una tavola che avrebbe potuto ospitare in contemporanea almeno gli ottavi di finale del torneo mondiale di ping-pong, vedeva seduti al vertice principale il già citato generale Steffen, l’inviato del Presidente e il Capo della Sezione “B”. Sulla destra stava il tenente Bartod, affiancato vi era l’amico Chilow e, in successione, l’equipaggio della Sayuz 3 vale a dire il maggiore Colbert e l’ing. Baylor.

Di fronte, solo per citare i più diretti interessati alla questione, stavano il colonnello Williams comandante di Carol Space, l’addetto alle pubbliche relazioni verso i Paesi terzi, nonché una folta schiera di personaggi di ambo o meglio dei tre sessi, in borghese o in divisa. La maggior parte di essi avevano una serie di stelle sulle spalline tali da far impallidire l’osservatorio di Monte Palomar. In tutto erano almeno una ottantina di persone.

Dal gigantesco lampadario che sovrastava la tavola una nutrita serie di piccoli fari illuminava ogni leggio posto di fronte ai convenuti. Essi avevano a disposizione anche una selva di pulsanti, altoparlanti, cuffie, microfoni ed altre diavolerie frutto della più moderna tecnologia.

Tre delle pareti della sala erano del tutto occupate da giganteschi schermi raffiguranti l’intero globo terrestre. Su di essi una miriade di luci multicolori  continuavano ad accendersi e spegnersi mentre i simboli di navi ed aerei si muovevano in continuazione.

Alle spalle della “Presidenza” un grande schermo bianco attendeva solo di essere utilizzato.

Infine seduti tra lo schermo ed il tavolo, pronti a scattare al minimo segno, era presente una vera e propria schiera di addetti, dattilografe, stenografe, esperti, segretari e segretarie.

Gli addetti alla sicurezza ostentavano calma ma le loro mani continuavano ad accarezzare le armi nascoste goffamente sotto completi grigi stile anni Venti.

Questa visione d’assieme strappò all’agente del SIGENAZ un sospiro di invidia.

“Quando mai in Italia potremmo disporre di tutto questo”. Ma poi riprendendosi con prontezza rivolse un largo sorriso alla “folla”. Pur dubitando che qualcuno avesse potuto notano anche a causa dell’immensità della sala egli prese posto con Henrica ed al suo collega USA all’altro lato del tavolo. Per alcuni momenti regnò un silenzio innaturale mentre il luccichio degli schermi continuava imperterrito. Poi prese la parola l’inviato del Presidente. Inutilmente Orefici cercò di afferrare senso e significato di quel brusio che veniva da lontano. Finché, con una vigorosa gomitata tra la terza e la quarta costola la Hebbler gli fece indossare la cuffia che aveva di fronte.

“ come vi ho già spiegato - la voce dell’inviato presidenziale gli giunse opportunamente tradotta in simultanea - il problema che sta alla base di Spit Work non ci riguarda proprio da vicino e semmai interessa un’altra Nazione. Tuttavia visti i buoni rapporti e soprattutto considerata l’innata benevolenza del nostro grande Paese verso i problemi di Nazioni più piccole ed in difficoltà abbiamo voluto attivare questa Task-force per aiutarlo”.

Orefici cominciò a dare segni di nervosismo.

“Se quello che mi hanno raccontato appena arrivato - pensò - corrisponde al vero questi dapprima causano con i loro viaggi una grande confusione e poi fanno i missionari cercando di venderci qualche specchietto quasi fossimo gli indiani incontrati da Colombo”.

Imperterrito il rappresentante della Casa Bianca continuava la relazione. “Dobbiamo alla sensibilità del tenente Bartod se si è scoperto Work. Si tratta di una scoperta veramente storica che è stata resa possibile dalla eccezionale tecnologia spaziale posseduta dagli americani e dall’eroismo dei suoi astronauti il maggiore Colbert e l’ingegner Baylor.”.

Inutile: la questione veniva prospettata con la furbizia degna di uno sfacciato venditore arabo di tappeti. Di soluzioni neppure a parlarne.

Uguali almeno nella sostanza furono gli interventi che seguirono. Il generale Steffen pigiando su una serie di pulsanti dimostrò la forza di dissuasione dell’apparato militare a propria disposizione facendo apparire sullo schermo posto dietro di sé, grafici, animazioni, zoommate su particolari difensivi collocati a difesa del Palazzo e un ingrandimento tridimensionale di Work.

A vederlo così grande e per la prima volta Orefici si chiese come poteva quel mostriciattolo costringere un archivista di seconda classe del Ministero dei beni Culturali a catalogare in una sola nottata tutte le qualità di pietre degli scavi di Pompei. Poi vista la piega assunta della discussione prese il coraggio a due mani. Si alzò e stese la destra ben al disopra della propria testa cercando di farsi scorgere da quanti sedevano all’altro capo del tavolo. Per un po’ nessuno lo notò. Poco dopo mentre gli altri proseguivano imperterriti nella manfrina iniziata dall’inviato del Presidente, Orefici ebbe uno di quegli scatti che fanno di un uomo un uomo più.

Ricordatosi dell’illustre precedente di un “mugik” sovietico assurto alla massima carica del suo Paese, si tolse la scarpa destra e cominciò a picchiare energicamente sul tavolo.

Ahimé, il risultato fu diverso da quello che sperava. Quella volta alle Nazioni Unite lo “scarpatore” aveva attirato l’attenzione del mondo intero. Oggi invece gli addetti alla sicurezza in un lampo gli assestarono un paio di poderosi schiaffoni. L’unico esito positivo del suo comportamento fu che egli venne notato da tutti.

Alla fine benché dolorante Orefici poté parlare.

Non ci volle molto per convincere gli ascoltatori che le notizie giunte dall’Italia erano tutt’altro che esagerate. Il quadro tracciato da Orefici era addirittura apocalittico. Anche per gli americani la possibilità che Work li costringesse ad abbandonare durante il fine settimana la sana pratica del taglio d’erba dei graziosi giardini che circondavano le loro abitazioni fuori New York, servì assai di più di lunghe e dotte dissertazioni. In breve la faccenda assunse un’altra piega.

Seguirono i racconti dei due astronauti e le imbarazzate spiegazioni del Comandante della base in merito al bonsai. Finalmente grazie al dettagliato racconto del chimico si giunse ad afferrare la chiave del mistero. Il capo della sezione “B” intervenne più volte fornendo preziose informazioni di ordine scientifico.

Work, l’indesiderato viaggiatore dello spazio giunto sulla terra, era il responsabile di quell’assurda attività che aveva stravolto l’Italia.

Rimaneva semmai da capire perché proprio in Italia fosse esplosa l’epidemia e per quale ragione solo nei confronti dei dipendenti della Pubblica Amministrazione i suoi perniciosi effetti erano affiorati in modo così clamoroso. Gli esami cui era stato sottoposto Work non avevano dato apprezzabili risultati né d’altro canto si era ancora riusciti ad isolare la minima sostanza capace di fornire basi su cui lavorare per approntare un idoneo antidoto o vaccino. La decisione cui si pervenne era essenzialmente indirizzata in due direzioni. La prima consisteva nel porre fine all’inutile stato di allerta del Pentagono. Anche il generale Steffen seppure a malincuore convenne che marines, mitragliatori, filo spinato, carri armati, nulla avrebbero potuto contro una eventuale “invasione” di Work. La seconda fu quella di imbarcare quanti erano maggiormente interessati alla questione su un Jumbo diretto a Roma per collaborare con i colleghi italiani alla risoluzione del problema. L’ultimo ad imbarcarsi fu proprio lui, un esemplare di Work, debitamente racchiuso in un contenitore a tenuta stagna scortato da quattro agenti.

Tolto l’allarme al quinto piano dell’immenso edificio finalmente 1 ‘ausiliaria Betty Grable, visto sostituire il messaggio “ALARM FIVE LEVEL” con quello più rassicurante “WC Staff Only”, poté velocemente varcare quella porta.

Capitolo XXV

Ancora una volta il rituale delle strette di mano e delle rispettive adulazioni che traevano spunto dall’aspetto fisico degli intervenuti o dalle notizie sullo stato delle rispettive famiglie, pareva essere stato dimenticato.

La commissione presieduta dal professor Rigelli convocata a stretto giro di telefonate pareva aver assunto lo stesso stile e ritmo che caratterizzava oramai ogni rapporto intercorrente tra i diversi uffici, le direzioni e le divisioni della Pubblica Amministrazione.

Terminati i convenevoli per altro limitati solo ad un breve cenno del capo, senza ulteriori perdite di tempo tutti presero diligentemente i loro posti in attesa dell’introduzione del Presidente.

L’attenzione dei più veniva attratta da alcuni personaggi che prendevano posto accanto al professor Rigelli e che proprio per la difformità del vestire e per altri particolari (ad esempio le cravatte sgargianti) tradivano immediatamente la loro non italica provenienza.

Tra questi uno era conosciuto, si trattava di quel tale (Orefici borbottava qualcuno) che aveva subito le ire del Presidente grazie ad alcune, assurde dissertazioni circa le presunte responsabilità dei Giapponesi nello sconquasso imperante nel Paese.

Senza frapporre tempo in mezzo Rigelli attaccò: “Dall’ultimo incontro le cose sono notevolmente mutate e purtroppo in peggio. Si deve per la verità riscontrare qualche lodevole tentativo che perlomeno nella fase iniziale ha dato promettenti frutti. Mi riferisco all’iniziativa proposta ed attuata a seguito dell’intuizione del Direttore dottor Esposito”.

Sentendosi citare l’esimio Comm. Vincenzo si aprì ad un largo sorriso che peraltro scomparve di colpo in quanto l’oratore proseguì dicendo: “Intuizione che se ha potuto conseguire un raffreddamento della tensione lavorativa ha provocato in capo ad alcuni giorni l’effetto contrario. La nota circolare Ministeriale se da un lato ha distolto i destinatari dall’irrazionale e spasmodica attività della ‘normale’ routine per corrispondere a quanto la circolare stessa imponeva, ha parallelamente incrementato il nastro lavorativo. Cosicché in oggi le ore di lavoro medio giornaliero per addetto ammontano a circa 16 senza costare una lira in più allo Stato. E’ successo infatti che il tempo utilizzato per compilare i questionari allegati alla circolare sia stato recuperato in coda alle altre attività ritenendo gli addetti che fosse ingiusto far pesare sulle casse dello Stato e quindi sulla collettività il costo di un’operazione che li riguardava personalmente e doveva quindi essere sopportata individualmente. Risultato: l’effetto boomerang dell’iniziativa ha peggiorato la situazione! “.

Dai visi dei presenti traspariva uno sconforto evidente.

Imperterrito Rigelli proseguì. “Le cose dunque stanno così. Si è verificato un pesante incremento dell’epidemia. Impiego questo termine a ragion veduta e ne darò ampia spiegazione in seguito anche in virtù alla presenza di questi signori (e con la mano indicò i suoi vicini) i quali fornendoci la chiave di volta della questione potranno aiutarci. E Dio sa se ne abbiamo bisogno! “.

Dopo tale introduzione l’attenzione dell’uditorio crebbe ulteriormente per cui non vi fu più bisogno di esortare i presenti in tal senso.

“Il quadro è questo: ho preferito suddividere gli eventi che ci riguardano e che sono di nostra conoscenza settore per settore, limitandomi ai principali ed indicando per ognuno un esempio. Ciò con la precisazione che tali esempi sono solo emblematici e carenti per difetto. La realtà purtroppo appare assai più preoccupante”.

Ed iniziò a leggere alcune cartelle che aveva predisposto. La prima dedicata ai Rapporti con l’Estero, precisava quanto segue:

“Le Ambasciate, i Consolati e le Legazioni presenti in terra straniera sono sommerse da una serie di richieste che pervengono loro giorno e notte, cosicché le normali linee intercontinentali e in parecchi casi gli speciali collegamenti via radio sono al limite della capacità.

La manifestazione di viva protesta sfociata in un sit -in attuato nei pressi della Farnesina dalla due alle tre di notte da parte dagli addetti dell’Ufficio delegato per gli accordi per la Proprietà Intellettuale, è stato motivato dalla mancata concessione di asilo politico ad un abitante della Costa Rica recatosi presso la nostra Legazione di Belize e che aveva dimostrato, senza incertezze di saper risolvere un cruciverba ad incastro dell’ultimo numero, il 41, dell’‘Enigmistica Quiz” del 1951. Tale fatto illustra assai bene lo stato di irrequietezza e tensione del settore”. La seconda che aveva per oggetto l’Agricoltura, così recitava:

“Non sono più eccezionali casi come quello riguardante taluni Addetti presso la Direzione Generale per l’Economia Montana e le Foreste, della Divisione quinta che organizzatisi in proprio grazie all’impiego di attrezzate mountain-bike, hanno pedalato per quindici ore per scoprire la causa della segnalata defogliazione di un arbusto di sempre verde sulle pendici del Colledoro nei pressi di Velletri. Forse la vicenda è stata causata dal fatto che la Divisione Quinti della Direzione centrale per l’Economia Montana e le foreste ha specifica competenza in tema di ricerca applicata e sperimentazione in materia di foreste, produzione forestale, difesa del suolo e valorizzazione dell’ambiente naturale. Tecnologia e merceologia del legno. Boschi da seme, disciplina e controllo qualità e certificazione varietale dei prodotti forestali e delle sostanza di uso forestale, oltre ad essere Commissione tecnico-consultiva per il libro nazionale dei boschi da seme. Se a ciò aggiungiamo anche l’episodio che ha visto quali protagonisti altri dipendenti della dodicesima divisione che in relazione al contenzioso arretrato sono riusciti, in una sola mattinata, ad evadere e trasmettere alla firma centotrentadue cause in tema di “martello forestale”; il quadro che emerge non è certo rassicurante”.

La terza parte, che si occupava del Commercio con l’Estero comprendeva la seguente analisi:

“La situazione è al limite dell’assurdo. Le cinque direzioni generali e conseguentemente le 28 divisioni da esse dipendenti su cui si fonda l’Ente, hanno dato vita ad una specie di comitato di urgenza e razionalizzazione per cui una pratica anche se inoltrata per via normale, non appena lasciato il protocollo viene esaminata ed evasa nell’arco di soli tre giorni. Così al quinto, massimo sesto giorno non solo essa può dirsi esaurita ma addirittura precede la partita di merce a cui essa si riferisce.

I riflessi verso l’estero ed anche nei confronti delle importazioni hanno già suscitato un vespaio di contestazioni nei confronti dell’Italia rea di condurre una politica di bassa concorrenza e sleale comportamento verso quasi tutti i Paesi del resto del mondo. Per le rimesse in valuta, ad esempio, il sistema bancario, che come è risaputo provvede con estrema oculatezza e dopo i necessari controlli ad accreditare le diverse somme con ritardi anche ragguardevoli, si trova a dover sopportare un’accelerazione delle procedure che gli erodono anche in maniera consistente, una giusta (ed a volte eccessiva) remunerazione sulla giacenza delle somme. Quello che poi più colpisce è che da parte degli altri Ministeri - ad esempio gli Affari Esteri che tramite le Unità Organizzative Responsabili dell’Istruttoria, ai sensi dell’art. 13 del Decreto Presidente Consiglio dei Ministri. n. 94 del 23/2)91 poteva interloquire in determinate materie - oggi non solo non si contestano tali anomali procedure ma viceversa le si sollecitano.

Per le finanze il problema appare ancora più drammatico. Non solo si è avviato un processo di razionalizzazione delle tasse, imposte, addizionali, contributi, una-tantum ecc., giungendo ad individuarne al massimo una diecina ma quello che veramente è grave è che non sia più eccezionale il caso di un contribuente che telefonicamente si rivolga agli uffici per delucidazioni od altro e che nel giro di poche ore veda presentarsi a casa propria un addetto che oltre a dissipargli ogni dubbio è in possesso della copia dell’intera documentazione a lui conferente e che seduta stante rilascia eventuali mandati di pagamento da riscuotersi presso una qualsiasi banca di importo pari alle imposte indebitamente o erroneamente percepite dallo Stato.

Abbandonata la lettura delle cartelle egli proseguì in questi termini: “Esempi ditale natura ne potrei citare a bizzeffe. Desidero però aggiungerne ancora uno che riguarda un settore particolarmente delicato della nostra vita. L’episodio cui mi riferisco e che è stato oggetto anche di alcune notazioni giornalistiche proprio nelle ultime ore è attinente all’Amministrazione della Giustizia. Come loro hanno di certo appreso - continuò - in una Pretura una causa pendente da quasi un decennio è stata decisa e la relativa sentenza emessa nel corso di una sola nottata. E questo ancora passi. Il fatto che però ha sollevato un sentimento che rasenta lo sdegno e l’indignazione è stato quello che ha visto condannare entrambe le parti in causa ad una penale di 25.000.000 cadauna sulla scorta di un asserito e colpevole dilungarsi di una causa che avrebbe ben potuto, a detta del Giudice, essere risolta molto tempo prima. Vi risparmio quello che ciò ha comportato non solo in riferimento alle rimostranze dei Consigli Forensi ma anche da parte di numerosi imputati che sino ad oggi potevano sperare in una qualche decadenza dei termini e che complice anche la smodata disponibilità di cancellerie, dattilografe ed organi preposti alle fotocopiature degli atti, sembra ormai appartenere ad un passato più che remoto. La macchina della Giustizia ha assunto una velocità inusitata e non esiste in pratica più nessun grado di giudizio che superi il mese!”

Descrivere lo sguardo dei presenti dopo tale esposizione o cercare di interpretare i loro sentimenti è impresa impossibile.

Constatare di persona che un intero mondo fatto di radicate abitudini era stato sconvolto, che granitiche consuetudini si erano disciolte come neve al sole sotto l’impeto di quella che poteva definirsi “la pazzia del secolo” era davvero troppo. Troppo anche per dei rappresentanti della rispettata categoria del “bollo tondo”, della circolare, dell’interpretazione puntigliosa della prassi e del richiamo puntuale alla normativa vigente. Lo stesso Presidente capì che forse si era spinto troppo oltre.

Nel frattempo gli ospiti, che non riuscivano a capire quali sentimenti albergassero nei presenti e che per la verità, non avevano neppure seguito con estrema attenzione lo svolgersi della relazione, intuirono che era arrivato il loro turno.

La pausa era loro servita per distendersi un po’. Il viaggio dagli USA non era stato dei migliori e mentre i rimanenti componenti la missione si erano recati subito a riposare in albergo, Orefici per il Sigenaz, il tenente Bartod, l’inviato del Presidente, Henrica Habbler, l’Addetto alle Pubbliche Relazioni verso i Paesi terzi, l’equipaggio della Sayuz 3 nonché un paio di interpreti, erano stati caricati su alcuni taxi ed ora si ritrovavano lì dinnanzi alla Commissione per contribuire a dipanare l’ingarbugliata matassa.

Ancora una volta il prof. Rigelli prese la parola. “Signori il momento è grave lo ammetto, ma grazie alla collaborazione di questi signori (e compì un nuovo largo gesto per indicarli uno per uno) se non siamo sul punto di trovare la soluzione potremo almeno conoscere come è iniziato questo stravolgimento e quali cause lo abbiano prodotto.”

La storia che venne raccontata a turno dagli ospiti aveva dell’incredibile. L’intera vicenda di Work, di come era arrivato sulla Terra e in che modo si era diffuso all’interno della Pubblica Amministrazione, degli effetti che provocava divenne così di pubblica conoscenza dei membri della Commissione. Se da un lato poteva tranquillizzarli (un virus alla fin fine può essere debellato) dall’altro non mancava di far sorgere loro altre e più inquietanti preoccupazioni. Si aveva un bel affermare che oggi sappiamo cos’è. Diverso era poter affrontare la questione e constata la vastità del fenomeno bloccarne le conseguenze eliminandone alla radice le cause.

Ci vollero alcune ore di discussione durante le quali tutti ebbero da dire la loro, ma alla fine alcuni punti risultarono fermi. Primo: la questione era talmente grave ed ampia che solo il Governo aveva i poteri per intervenire. Secondo: occorreva trovare un antidoto. Terzo: si doveva trovare il modo di somministrarlo a quanti risultassero già colpiti dal male o che corressero il rischio di esserlo entro breve tempo. Ultimo: tenere la cosa segreta.

Sul primo punto non si incontrarono difficoltà. Il professor Rigelli venne incaricato di chiedere un immediato incontro con il Consiglio dei Ministri o in subordine con il Presidente del Consiglio, il Ministro della Sanità e con quello della Funzione Pubblica.

Sui punti restanti la questione si ingarbugliava. Come era possibile trovare un antidoto se non si avevamo cavie a disposizione? Ed, inoltre, come somministrarlo visto che aveva colpito decine di migliaia di persone. Infine come era possibile tenere segreta la notizia?

Gli interrogativi superavano di gran lunga le proposte per cui per stanchezza si decise di delegare a poche persone: Rigelli, Orefici, Bartod, il Direttore del Ministero della Sanità, il commendator Esposito ed Henrica, con funzioni di segretaria (l’interessata non ne fu per nulla entusiasta considerati gli impegni precedentemente assunti con Louis), l’incarico di formulare una proposta da sottoporre al Governo nel corso dell’imminente incontro.

Era ormai notte inoltrata quando la riunione si sciolse. Ognuno con i propri pensieri e tutti con la medesima preoccupazione - almeno per parte italiana e con la solita eccezione della Habbler irritata più che mai per il fallimento dei propri progetti - si avviò verso le rispettive abitazioni. Nel frattempo la troupe americana veleggiava accompagnata da Orefici verso Via Veneto per compiere alcune interessanti “divagazioni” prima del rientro in albergo.

Fu proprio durante questo spostamento che la delegazione americana constatò direttamente la gravità della situazione.

Gli autisti che dovevano condurli a destinazione e messi a loro disposizione dalla Presidenza del Consiglio si rifiutarono categoricamente di lasciarli a spasso in Via Veneto. Continuarono a seguirli nel caso in cui gli ospiti avessero avuto bisogno di loro. Solo al rientro in albergo e dopo che gli autisti origliando alle porte si accertarono che gli ospiti si erano addormentati, le automobili rientrarono in garage

Capitolo  XXVI

“Se Atene piange, Sparta non ride”. A molti era tornato in mente il vecchio detto leggendo le notizie che quotidianamente comparivano sui giornali. Infatti se il caos provocato in ogni dove dalla frenesia imposta dai dipendenti pubblici causava vere e proprie risse tra chi “doveva” lavorare senza tentennamenti o pause e chi restio ad adeguarsi a tali ritmi ancora opponeva una anche se sempre più debole resistenza, era altrettanto vero che l’insieme dell’economia del Paese non se la passava meglio.

Ciò a causa della crisi che investiva i comparti coinvolti nella caduta verticale della domanda di generi non di prima necessità e un po’ per una congiuntura internazionale aggravatasi a seguito dell’incapacità della macchina statale di adeguarsi in tempi idonei e non schizofrenici alle diverse esigenze.

Il Ministero del Tesoro non sapeva più che provvedimenti adottare.

I titoli di Stato non riscuotevano più l’interesse originario per un motivo ovvio: il risparmio per gli effetti della crisi si era praticamente dissolto, per cui ad ogni emissione necessaria per coprire i titoli in scadenza e far fronte alle esigenze di cassa la richiesta si affievoliva. Neppure portava grande sollievo la constatazione della drastica diminuzione della spesa pubblica, almeno per la parte riferita agli stipendi. Ciò a causa della pressoché totale scomparsa degli straordinari in quanto i dipendenti pur lavorando per un periodo di gran lunga superiore al dovuto, rifiutavano categoricamente di essere pagati oltre lo stipendio normalmente percepito. Per contro le aumentate spese di energia elettrica, telecomunicazioni, carta ed altro pareggiava- no il conto.

Riprese quindi forza il tentativo di cedere a privati attività dello Stato e relative Industrie anche se era stato esperito infruttuosamente già altre volte. Alla base della nuova iniziativa non era estranea anche un’ulteriore considerazione.

Il Ministro competente aveva fatto un ragionamento, semplice finché si vuole ma non certo privo di suggestione e che più o meno suonava così. Se è vero che la causa del dissesto od almeno di grande parte di essa va imputata ai dipendenti pubblici ed alla loro innaturale frenetica attività, il rimedio allora appare semplice: facciamoli diventare privati e probabilmente tutto rientrerà nella norma.

In tal senso, aggiungeva il Ministro, prenderemo due piccioni con una fava: diminuiremo la pressione sullo Stato per la già considerata causa iper-lavorativa e contestualmente incamereremo soldi freschi per far fronte alle diverse esigenze.

Più ci rifletteva, più al Ministro tale soluzione piaceva.

Giunto di buon mattino al suo Ufficio (tanto non accadeva più di trovare gli uffici semi-deserti) il Ministro impartì rapide disposizioni. Nel giro di mezz’ora tutti i piani delle privatizzazioni elaborati e mai attuati nell’arco dell’ultimo quinquennio erano sul suo tavolo.

“Dunque, vediamo” mormorò tra sé e sé, occorre suddividere le questioni per tipologia. Nell’ordine: settore agro-alimentare, servizi (poste e telecomunicazioni), assistenza e previdenza, trasporti, territorio, aziende statali. Ecco, possiamo partire proprio da queste ultime”.

Al segretario che lo fissava allibito cominciò ad elencare una serie di azioni da attuare senza ritardo. Di come fare non si preoccupò. Il compito di un vero politico non è quello di trovare il modo di fare una cosa, a questo dovevano pensare gli Uffici, Lui doveva solo impartire delle disposizioni!

Dettò una lungo elenco di aziende statali e ne decretò l’immediata trasformazione in Società per Azioni. Telefonò anche al Ministro del Tesoro per riceverne l’approvazione solidale.

Poi, convinto che tutto sommato ai dipendenti interessasse esclusivamente lavorare e non già conoscere quale fosse il proprietario della loro Azienda, decise di accelerare al massimo la procedura della quotazione in borsa delle relative azioni e la loro collocazione sul mercato.

In verità la questione si svolse nell’arco di almeno quindici giorni ma stranamente non sorsero ostacoli tali da vanificare il tentativo del Ministro. Gli ostacoli, e quali ostacoli, vennero dopo. La stampa non appena ebbe dato notizia della vendita dovette registrare un altro innaturale fenomeno o meglio segnalò l’insieme di alcuni fatti del tutto inusuali. I dipendenti delle aziende pubbliche quasi-privatizzate, raddoppiato il loro ritmo di lavoro, decisero di chiedere in cambio azioni e non già quattrini.

Fu però in Borsa che si registrò il problema più notevole.

Gli investitori esteri presagendo nella vendita di Aziende dello Stato un ottimo affare accorsero a frotte. Il ragionamento era semplice: con il tipo di lavoratori come quelli attualmente loro impiegati non vi era limite alcuno; al massimo si trattava di cambiare tipo di produzione, ma con lavoratori che con lo stesso salario di quelli di Taiwan e per di più con maggior volontà pensavano solo a svolgere in modo ottimale il loro lavoro tutto appariva possibile.

Altra catastrofe! I tradizionali investimenti presenti nelle aziende private iniziarono a trasferirsi verso i nuovi orizzonti aperti dall’iniziativa Ministeriale con la conseguenza che la situazione economica del Paese rischiò un altro pericoloso tonfo questa volta di portata incalcolabile.

Per fortuna all’interno del Governo qualcuno si pose un interrogativo: perché vendere quello che produce? Pensiamoci direttamente noi a diversificare la produzione e teniamoci le Aziende! Risultato: l’azione di vendita venne interrotta e le Aziende furono nuovamente rese pubbliche per cui tutto rimase come prima: cioè una grande pasticcio.

In tale quadro di enorme confusione la commissione presieduta dal professor Rigelli o piuttosto il gruppo delegato nel corso dell’ultima riunione, continuava a lavorare nel tentativo di individuare una qualche soluzione. Pur con la presenza dell’uno o dell’altro esperto ai propri lavori e con l’aiuto a turno dei componenti della missione americana, di passi significativi in avanti non se ne registrava alcuno.

Aveva un bel affermare il professor Rigelli che era compito loro proporre qualche soluzione prima dell’imminente incontro col Governo.

Le tesi più astruse, che andavano da quella di dichiarare la “serrata” generale degli uffici a quella forse meno fantasiosa ma altrettanto insipiente di togliere la corrente elettrica alla intera struttura dello Stato al fine di bloccarne il lavoro, dopo essere state via via esaminate venivano inevitabilmente accantonate.

Ancora una volta l’inventiva del commendator Esposito dottor Vincenzo - Direttore Generale del Ministero della Funzione Pubblica - si rivelò preziosa.

Chiesto un attimo di attenzione e rivolto direttamente agli americani pose loro una breve domanda “Work è o non è un virus? Se la risposta è sì come mi pare di capire allora il primo passo è provare su alcuni “infetti” eventuali antidoti”.

Il rappresentante del Ministero della Sanità non poté che annuire.

Confortato, Esposito proseguì dicendo: “E quale è il metodo migliore per disporre del personale senza violare i regolamenti o come nella circostanza, dare l’impressione di intralciare l’alacre operare degli uffici? Lapalissiano: ricorrendo all’istituto del comando, del distacco o, anche se quest’altra strada è obiettivamente difficile, a quello della missione”.

Anche se gli stranieri facevano fatica a seguirlo, troppo distante era questo tipo di linguaggio rispetto a quello in uso negli States, il consenso parve concretizzarsi maggiormente almeno relativamente alla parte italiana.

Il Direttore confermando il suo carisma proseguì con enfasi.

“Mi rendo pur conto della non lineare situazione in cui stiamo operando però è pur sempre possibile attivare un concorso per titoli riservato al personale dipendente, motivandolo con l’esigenza di sperimentare nuove procedure tese a migliorare l’efficienza e la produttività. Sono certo che i concorrenti non mancheranno e sarà quindi un gioco da ragazzi scegliere quelli da noi ritenuti più idonei. Altrettanto facile sarà poi trasferirli in un’apposita sede e con la scusa di attivare dal vivo nuove procedure e tecnologie tenerli sotto controllo sottoponendo alcuni di essi alle prove od ai farmaci che vorremmo sperimentare”.

A questo punto da parte della Triplice Sindacale si ebbe un ultimo residuo di resistenza, evidenziato peraltro più per onore di firma che per intimo convincimento “Con questa procedura si non viola la legge 300? Vale a dire lo Statuto dei lavoratori?”.

“Faccio appello alle loro responsabilità - li interruppe Rigelli - la posta in gioco è troppo alta e poi sarà compito di ognuno di noi vigilare affinché i limiti della legalità non siano superati”. “Tanto - commentò - peggio di così è impossibile andare”.

L’indomani mattina ebbe luogo l’incontro con il Presidente del Consiglio, il Ministro della Funzione Pubblica e quello della Sanità.

Il progetto pomposamente chiamato “Recupero della funzionalità operativa e normativa delle articolazioni delle Stato e della riformulazione del mansionario generale della Pubblica Amministrazione ai fini della migliore e più produttiva attività dell’apparato pubblico” venne approvato e le procedure concorsuali subito trasmesse a tutte le Amministrazioni.

L’operazione per altro era stata agevolata da un’altro fatto accaduto di recente e che nel breve volgere di alcun giorni era divenuto di pubblico dominio.

Da tempo era in corso nel Paese a cura del competente Ministero un programma teso a divulgare la necessità della più ampia informatizzazione delle procedure amministrative. Sulla scorta di detta iniziativa alcuni Funzionari erano stati delegati ad illustrare in diverse parti del Paese il progetto Nuove tecniche gestionali - “NTG” - inserito nel più vasto contesto del FEPA (Funzionalità ed efficienza della Pubblica Amministrazione). Orbene era accaduto che alcuni funzionari mandati in missione nel Sud del Paese (più precisamente nel capoluogo della Campania) al momento di concordare con i partecipanti al corso l’orario del termine delle lezioni fossero stati letteralmente imprigionati all’interno di una sala e costretti ad esporre per alcuni giorni e senza alcuna interruzione le nuove tecniche di gestione amministrativa ed informatizzata delle procedure.

Anche tale episodio dunque militava a favore dell’espediente escogitato. Quale sede dell’esperimento venne designato il Dipartimento per la programmazione ed il coordinamento generale del Ministero delle Ricerca Scientifica e della tecnologia e più precisamente l’ufficio primo che, oltre ai compiti di supporto per il coordinamento dell’attività dei Dipartimenti e dei Servizi, aveva quelli di Segreteria della conferenza dei Dirigenti dei Dipartimenti e dei Servizi e la Predisposizione degli atti necessari per coadiuvare il Ministro nell’attività di coordinamento delle funzioni dell’Amministrazione. Inoltre allo stesso competeva anche la Promozione e coordinamento delle iniziative per la verifica periodica dell’organizzazione e della funzionalità delle strutture in collegamento con il servizio informatico centrale e statistico e la Predisposizione del rapporto quinquennale concernente l’organizzazione dei Ministeri (così era previsto dallo specifico mansionano del Ministero) e deteneva anche il compito di predisposizione della Relazione sullo stato della Pubblica Amministrazione.

Con l’occasione il professor Rigelli assunse l’incarico ufficiale (in quel momento vacante) di Capo dipartimento per l’informatica e la statistica della Presidenza del Consiglio dei Ministri unitamente a quello sempre tenuto segreto di capo del Progetto.

In tal modo prese avvio la più delicata e complessa operazione di indagine, iniziativa e sperimentazione mai registrata nei nostri annali.

Capitolo  XXVII

Il trasferimento del primo Ufficio del Dipartimento per la programmazione ed il coordinamento generale del Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e tecnologica dalla sua normale sede a quella occupata dal Servizio per il supporto agli Organi Collegiali che coadiuva gli organi collegiali nella predisposizione delle rispettive norme interne, a sua volta trasferito nella sede decentrata della Commissione interministeriale per la formazione degli atti di morte e di nascita non redatti o andati smarriti ovvero distrutti per eventi bellici che come è previsto dipende dalla Presidenza del Consiglio, era quasi passato inosservata.

Non era strano infatti che diversi uffici o addirittura intere divisioni cercassero di accorparsi al fine di meglio sfruttare spazi ed attrezzature.

L’operazione era però principalmente servita per liberare un intero stabile in cui con la massima sollecitudine si trasferì la task-force guidata dal professor Rigelli. Ad essa si aggiunsero, sempre su precise disposizioni della Presidenza Consiglio dei Ministri, alcuni laboratori di analisi, il settore primo del Consiglio Superiore della Sanità (per la parte relativa alle Malattie infettive dell’uomo) ed alcuni esperti con relative attrezzature del servizio centrale del dipartimento di informatica dell’Istituto di Statistica. Va sottolineato al riguardo come tutti i dipendenti aggregati alla Commissione Rigelli fossero stati accuratamente scelti proprio tra coloro che non presentavano sintomo alcuno di probabile infezione da Work.

Essi furono sistemati nei piani alti dell’edificio mentre alacremente si procedeva all’allacciamento di nuove linee telefoniche ed alla predisposizione dei collegamenti informatici.

Ai primi piani vennero predisposti gli uffici necessari al nuovo Settore. Ognuno arredato secondo lo stile classico della Pubblica Amministrazione doveva ospitare i “vincitori” del concorso indetto proprio e surrettiziamente al fine di poter disporre di un congruo numero di “vittime” della devastante epidemia che affliggeva oramai ogni angolo del Paese. Nell’ala destra dell’edificio si ricavò un accogliente bar ed un’ampia sala mensa.

Anche i particolari più minuti come ad esempio le targhe indicanti di che tipo di Settore ed Uffici si trattasse non vennero sottovalutati. La profonda conoscenza che della Pubblica Amministrazione possedevano i Direttori di ognuno dei Ministeri che facevano parte della Commissione si rivelò preziosa anche in tale circostanza.

Il Settore di indagine e studio per il riordino delle procedure e l’introduzione delle moderne tecnologie in ambito pubblico, composto da una Direzione di Divisione, quattro Sezioni, da ognuna delle quali dipendevano due Uffici, in tal modo si materializzò. Nel frattempo la Gazzetta Ufficiale aveva provveduto a pubblicare sotto l’egida del Ministero della Funzione Pubblica, un’apposita Circolare nella quale si specificavano elementi importanti a supporto del relativo Decreto Presidenza Consiglio dei Ministri e precisava tra l’altro “che in attesa del riordino del comparto pubblico ed in ossequio alle disposizioni di cui al D.P.R. 10 gennaio 1957 n. 3 -Testo Unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato-, richiamati l’art. 199 del Titolo VI, Capo I, e Parte sesta, Titolo I, art. 380, in ottemperanza del protocollo di intesa intercorso tra la Presidenza del Consiglio - Ministero della F.P. e le OO.SS., viene istituito ed attivato il Settore Indagine e Studio per il Riordino delle Procedure in Ambito Pubblico - SISRPAP - per lo svolgimento di attività primaria nel contesto della Pubblica Amministrazione”. La circolare inoltre puntualizzava che “richiamati i risultati della prova concorsuale esperita vengono trasferiti presso il nuovo settore i dipendenti pubblici che verranno all’uopo direttamente informati. Per gli stessi rimangono in vigore le qualifiche e mansioni possedute all’atto della presentazione della domanda concorsuale con le rispettive indennità, emolumenti, premi ed integrazioni parimenti corrisposte. Alla Direzione del SISRPAP viene nominato il professor Rigelli del Consiglio Nazionale delle Ricerche che assume nel contempo e per un periodo di mesi tre le funzioni di Direttore Generale esplicante, nella fattispecie, mansioni anche di Direttore di Divisione del predetto Settore - giusto il D.M. Ministero della F.P. n. 324.”

Quella del concorso si era rivelata anch’essa una intuizione più che felice. Poiché nelle premesse il motivo principale della sua indizione era stato quello “di giungere alla costituzione di un’apposita struttura presso la quale distaccare gli aventi titolo col compito di fornire positiva e sollecita soluzione ai molteplici problemi concernenti l’ordinato e rapido disbrigo delle pratiche anche attraverso l’adozione di apposite procedure e, contestualmente, l’esame della possibilità dell’introduzione di moderne tecnologie di comunicazione ed informatiche - meglio individuate nel termine telematiche “, il numero dei partecipanti alla selezione risultò enorme. Meno facile si rivelò il lavoro di scelta.

Intanto il gruppo coordinato da Rigelli dovette acclarare quanti tra i partecipanti fossero stati realmente colpiti dal virus e chi viceversa partecipasse, come normalmente avveniva in tutti i concorsi, per acquisire un qualsiasi merito da far valere in occasione delle periodiche selezioni per le promozioni o gli avanzamenti di carriera oppure semplicemente per fruire di particolari agevolazioni al momento di essere collocato in quiescenza. In secondo luogo bisognava verificare chi, e qui gli schedari segreti del Ministero della Sanità risultarono preziosissimi, avesse contratto il virus e possedesse nel contempo anche il SAL, il famoso anticorpo che denotava una Scarsa Attitudine Lavorativa.

Dopo alcuni giorni e lavorando a ritmi che avevano fatto temere allo stesso Presidente che anche i suoi uomini fossero stati colpiti dall’infezione, si riuscì a compilare una lista attendibile.

Ne facevano parte in primis i componenti di quel terzo ufficio, della seconda sezione della Direzione periferica dell‘Ente per la rivalorizzazione delle comunità antropomorfe dell’emisfero australe cui poteva a ragione farsi risalire l’inizio dell’infezione e che quindi erano in grado di documentare senza incertezze la data di nascita di Work almeno per quanto concerneva l’inizio dei suoi deleteri effetti.

Impossibile invece risultò l’individuazione dell’ultimo dei colpiti tale e tanta era la massa delle persone coinvolta nella vicenda.

Scelte cinquanta persone, di cui cinque esenti dall’infezione e cinque in possesso del solo Work, gli elenchi di appartenenza ai vari uffici furono compilati, le mansioni attribuite, i compiti assegnati e finalmente vennero inoltrate le comunicazioni ad ognuno di essi. In tal modo il SISRPAP risultò pronto a muovere i primi passi o meglio ad iniziare la propria fittizia attività. Si deve solo aggiungere che nell’insieme delle strutture predisposte era stata pure prevista una capace sala riunione presso la quale alle 7 del prossimo lunedì mattina dovevano convenire le 50 cavie prescelte.

Quella di predisporre il tutto era stata un ‘esperienza particolarmente faticosa anche per gli esperti uomini della task-force. Non parliamo di questo o quel componente. Ad essere pignoli si poteva al più rilevare che i massimi dirigenti vale a dire i due Direttori di Ministero l’avevano presa “bassa” e di conseguenza non si erano certo dannati l’anima per accelerare più di tanto la faccenda.

Se ciò non fosse accaduto sarebbe stato impossibile sperare in un ritorno alla normalità. Con tali pensieri Rigelli stava riflettendo nel suo Ufficio.

Disponeva di conoscenze, uomini e mezzi di prim’ordine, italiani e americani e in più poteva contare su di un’autonomia pressoché illimitata. Però c’era qualcosa che non lo convinceva.

Perché ad esempio 1’“équipe americana” aveva ad ogni costo voluto che in ogni settore “operativo” non oggetto di analisi, fosse presente un suo uomo? Perchè poi lo stesso dirigente del Sigenaz aveva insistito ad avere vicino un agente da lui designato e perché infine durante l’incontro avvenuto presso la Presidenza del Consiglio si era avuta una sorta di minuetto tra il Ministro della Funzione Pubblica e quello della Sanità per indicare proprio lui, un tecnico tutto sommato ben al di fuori dei giochi politici, a Capo dell’operazione?.

“Va a finire che quello stramaledetto Work mi farà impazzire”, commentò desolatamente Rigelli.

Un discreto bussare alla porta del suo ufficio lo distolse però dai suoi cupi pensieri.

Leggera come una farfalla, olezzante di Passion, l’ultima essenza di Cartier, l’agente Henrica Habbler, sfoggiando un sorriso degno della migliore pubblicità di un dentifricio salutò con deferente enfasi il professore.

“Buona sera, disturbo?”.

Rigelli l’avrebbe volentieri mandata a quel paese ma in fondo era pur sempre anche lui un italico prodotto, per cui replicò alla fascinosa intelocutrice:

“Si figuri, ci sono novità?”.

“No. Passavo di qui”.- ribattè lei -Poi, abbassando il tono della voce disse:

“Debbo farle una confidenza. Come lei ben sa gli agenti della CIA hanno voluto che fossero installate nelle stanze a loro riservate apparecchiature a dir poco singolari. Orbene per caso ho scoperto che una di queste altro non è che un telefax sinto-digito-satellitare collegato direttamente con Wall Street. Lascio a Lei immaginare per quale recondito motivo”.

Rigelli cominciava ad averne le tasche piene di servizi, spiate, reciprochi sospetti. Era da quando avevano cominciato a lavorare che gli uni spiavano gli altri ed entrambi spiavano tutto.

“Colpa di quel cretino sempre a caccia di Giapponesi - sospirò tristemente il Presidente - prima vuole a tutti i costi attribuire loro ogni responsabilità ed adesso probabilmente vorrebbe insinuare che qualcuno intende sfruttare quanto è successo anche in chiave “privata” al fine di accentuare la produzione costringendo anche i dipendenti della varie aziende a comportarsi come quelli pubblici. Questo vorrebbe farmi credere questa qui menzionando Wall Street”. Poi ad alta voce aggiunse “Una volta per tutte: a chi interessi Work e per quali loschi affari possa pensare di utilizzano non me ne importa un accidente. Siamo qui per riportare nel paese il quieto vivere. Per stroncare quella dannata voglia di superlavoro che ci sta distruggendo. Per ridare certezza ad una macchina collaudata da decenni che oggi rischia di fondere. Per questo e non per altri motivi perdiamo ore di sonno e rischiamo l’infarto! Lunedì si comincia ed ora mi faccia il piacere raggiunga pure il suo Louis e il suo gigantesco letto che ci è costato l’abbattimento di un muro per farlo sistemare, suoni quanti compact disk vuole ma per favore mi lasci alcuni momenti dì pace in quanto voglio vedermi un po’ di televisione e rivedere, è il caso di dirlo, quel presentatore, P.B., che c’è in tutti i programmi e che rappresenta la certezza che almeno lì Work non attecchirà mai perchè in RAI non è cambiato e non cambierà mai nulla”. Questa era un’affermazione un tantino azzardata visto con quanto ardore il mondo politico aveva anche recentemente dibattuto il problema della concessionaria pubblica del servizio radiotelevisivo giungendo ad una serie di “incontri” (pugilistici) che al fondo forse non miravano al cambiamento della funzione dell’Ente ma piuttosto ad una rotazione con conseguente cambio di casacca dei vari personaggi che peraltro, qui Rigelli aveva ragione, rimanevano sempre gli stessi.

Missione fallita. Henrica, che forse in cuor suo sperava di passare alcune ore col Capo dell’operazione, si strinse nella spalle e facendo tesoro dell’invito perentorio di Rigelli anziché voltare verso destra e riferire ad Orefici i risultati del tentativo, girò a sinistra raggiungendo la stanza di Louis. Le note di Harlem notturno furono la sola cosa che rimase nel corridoio dopo che Henrica sgattaiolò all’interno della camera.

Capitolo XXVIII

E l’atteso lunedì finalmente arrivò. Sebbene l’appuntamento fosse fissato per le sette già un’ora prima il professor Rigelli poteva scorgere dalla finestra del suo studio un nutrito drappello di persone che scrutando ansiosamente l’orologio attendeva di entrare.

Il Capo della task-force aveva riunito tutti i collaboratori e stava impartendo le ultime disposizioni.

“Allora mi raccomando non deve assolutamente trapelare nulla rispetto alle reali finalità dell’operazione. Per tutti il motivo della costituzione di questa nuova struttura è quello di dar vita ad un settore che deve studiare come possa ogni articolazione della Pubblica Amministrazione diventare più produttiva, come sia possibile far ricorso a tutte le tecnologie disponibili, infine come sia possibile snellire le procedure, eliminare i doppioni, rendere più efficiente ogni comparto della macchina statale.”

Neppure il tentativo di interruzione, timidamente accennato e tentato da Bartod, che voleva far presente che la sua cuffia per la traduzione simultanea non funzionava, fermò Rigelli. Anzi egli strinse decisamente i tempi. “Tutti, ripeto tutti se la dovranno vedere con me se qualcosa andasse storto. Non voglio sentire ragioni. Se qualcuno non se la sente lo dica subito e sparisca dalla circolazione!”.

Più che il dovere fu probabilmente l’accertata disponibilità dello Stato di riconoscere in caso di successo una speciale gratifica esentasse a tutti (da prelevare dai fondi “discrezionali” dei Servizi) e contestualmente concedere almeno un paio di scatti di anzianità, a far sì che nessuno avesse nulla da obiettare.

“OK., lei commendator Alvisi e lei che è il Direttore del Ministero della Sanità venite con me. Anche lei Mister Bartod mi segua. Gli altri rimangano ai loro posti”. Un ultimo intenso sguardo e giù per le scale ad incontrare i “nuovi” addetti al SISRPAP.

Non ne mancava nessuno. Tutti e cinquanta erano già seduti e parevano impazienti di iniziare il lavoro.

Parevano è il termine più adatto. Anche ad una persona non molto esperta qualcosa saltava immediatamente all’occhio. Quelli seduti nelle prime file avevano qualcosa di strano che li distingueva dagli altri seduti dietro.

Mentre questi ultimi ingannavano l’attesa leggendo il giornale o conversando, i primi o consultavano enormi fascicoli pieni di fogli (pratiche dei precedenti Uffici si scoprì più tardi), oppure non smettevano di prendere appunti su qualsiasi cosa che si prestasse allo scopo.

Rigelli, resosi conto con un rapido sguardo della situazione, iniziò subito a parlare.

“Innanzi tutto desidero ringraziarvi per la puntualità. Essa è una delle doti che rendono credibile ogni Amministrazione. Distingue i parassiti dai fedeli servitori dello Stato; induce all’efficienza e lascia ben sperare nello sviluppo del Paese”.

Una introduzione non proprio originale ma almeno efficace per il pubblico presente. Una persona seduta nelle prime file si alzò e senza attendere oltre espose il proprio punto di vista. “Dottore, credo che lei sia il massimo Dirigente considerato che ci ha ricevuti per primo. La vorrei pertanto pregare di tralasciare qualsiasi convenevole. Se siamo qui e parlo anche a nome dei colleghi è perché vogliamo agire e non già perdere tempo. Per noi questa è una missione: migliorare l’efficienza non è una scelta ma una necessità. Non è un dovere, è il nostro dovere. Perciò prima iniziamo e meglio è.”

Rigelli rimase esterrefatto ed in egual misura lo furono i due Direttori. Bartod per canto suo continuava tranquillamente a masticare la sua gomma. Si ha un bel dire che consultando attentamente i rapporti è possibile farsi un ‘idea precisa dei problemi. Tutte balle. Solo vivendo direttamente episodi simili si può avere l’esatta percezione della questione e del pericolo che essa rappresenta.

Rigelli era un grande lavoratore e lo aveva sempre dimostrato ma mai in nessuna circostanza i suoi più diretti collaboratori avrebbero disatteso il rito del benvenuto. Sarebbe stato come disertare la bicchierata che ogni Ufficio che si rispetti organizza quando un collega va in pensione.

Invece questi - pensò con circospezione quasi temesse che i pensieri potessero essere captati - sono dei marziani. Pericolosi per sé e per gli altri. Anche durante l’interruzione di Spinetta - era proprio lui il ragioniere passato alla storia come il “primate” dell’Work, - il comportamento dei due gruppi risultò contraddittorio.

Ancora una volta i primi dimostravano chiaramente di condividere l’urgenza e la decisione espressa dal ragionier Spinetta, mentre gli altri seppur attenti dimostravano quella granitica certezza ed impassibilità che solo lo stare seduti ad una scrivania o trincerati dietro ad uno sportello può assicurare.

Vista l’aria che tirava Rigelli passò la palla al dottor Esposito. Questi leggendo sfilze di nomi assegnò ad ognuno il collocamento all’interno di un Ufficio e contestualmente chiari le rispettive attribuzioni e funzioni.

Lo sciamare verso le rispettive stanze confermò le differenze sopra rilevate: veloci e quasi esagitati i primi; lenti e tranquilli i secondi.

Rimasti soli i quattro si guardarono ammutoliti in viso per un attimo.

“Visto? - chiese Rigelli - Tutto è chiaro. Anche dal vestire, se vi avete fatto caso, le differenze appaiono palesi. Molto curati e ricercati gli ultimi quanto affrettatamente coperti più che vestiti i primi. Di questo passo sarà facile scoprire le altre differenze e probabilmente tra non molto potremmo venire a capo di tutto”.

Lo sguardo piuttosto scettico dei due Direttori pareva un triste presagio di sventura. Profondamente convinto di quanto andava affermando Rigelli si lasciò andare ad un sorriso che purtroppo svanì nel giro di pochi secondi. Ciò a causa del ritorno in sala di un certo Sintoncelli Andrea distaccato dal Centro Progetti Museali del Ministero per i Beni Culturali Ambientali ed ora destinato al primo Ufficio della seconda Sezione. Egli avrebbe dovuto secondo le indicazioni fornitegli da Alvisi provvedere alla ripartizione territoriale delle richieste pervenute al Provveditorato dello Stato in ordine all’approvvigionamento dei supporti informatici necessari ai vari Uffici. Quasi ululando si piazzò davanti a Rigelli. “E lei crede che siamo venuti qui a perdere tempo? - lo apostrofò - Lo sa che per svolgere il mio lavoro ho a disposizione solo un computer mentre come è ovvio le mani sono due e quindi due sono i computer necessari!”.

Rigelli deglutì un paio di volte prima di abbozzare urta risposta ma gli mancò il tempo. Non meno di altre venti persone lo accerchiarono con la stessa foga di Antonio Lopez de Santa Anna durante l’attacco di Fort Alamo. Nell’occasione mancavano solo le struggenti note della tromba che avevano accompagnato lo storico attacco suonando il “senza quartiere”.

Chi cercando di farsi largo, chi alzando la voce, chi inalberando cartelli tutti chiedevano qualcosa. Era un vero putiferio.

Finalmente Alvisi salito su di una sedia riuscì a ristabilire una parvenza di ordine.

“Signori vi prego. Siamo tutti coinvolti in un tentativo che se riuscirà costituirà l’avvio di una nuova era per la Pubblica Amministrazione. Basta con i ritardi e le incertezze finalmente si avrà disponibilità senza intoppi di strumentazioni adeguate”. Dopo una breve pausa assestò la stoccata finale “Noi siamo una vera e propria testa di ponte per un domani foriero di soddisfazioni e quando un qualsiasi cittadino potrà avere ciò che gli spetta, quando un certificato giungerà nel giro di poche ore a casa del richiedente e quando una pensione sarà liquidata entro una settimana, allora sì potremo guardare con fiducia al nostro Paese. Per noi e per i nostri figli si prospetterà un giorno radioso!”.

Un’altra furbizia di quella vecchia volpe del Direttore della Funzione Pubblica.

La piccola folla parve calmarsi. Approfittando della relativa quiete Alvisi proseguì “Perché perdere tempo? Perché attardarci in sterili contestazioni. Al lavoro cari Colleghi, al lavoro ognuno di noi esamini i vari problemi, avanzi precise proposte e vedrete che il nostro prezioso sforzo non risulterà vano”.

Un silenzio surreale accompagnò l’ultima sparata. In fretta come erano arrivati tutti ritornarono nei rispettivi uffici.

Solo uno attardatosi un attimo rivolto a Rigelli si informò. “Direttore, come da tempo abbiamo preso a fare insieme ad altri colleghi la sera portiamo a casa un po’ di lavoro. In tal modo la mattina risulta terminato. Ora vorrei chiederle: è possibile mantenere i contatti con i nostri vecchi uffici e al termine dell’orario di lavoro passare presso le rispettive sedi per continuare a prelevare qualche pratica? Resta inteso che al mattino successivo prima di tornare alla nuova occupazione sarà nostra cura riportare le pratiche ovviamente evase. In tal modo puntualmente potremo mettere mano a quanto così incisivamente ci ha prospettato il collega Alvisi”. Terminata la sua interrogazione e senza attendere risposta, evidentemente considerata acquisita quella positiva, egli seguì in fretta gli altri.

Ancora una volta Rigelli, Alvisi, il Direttore della Sanità e Bartod che non parlando italiano non aveva capito un accidente rimasero ammutoliti.

“E’ più grave di quanto pensassi”, commentò concisamente il Direttore della Sanità. “Mi pare occorra solo stendere un piano di emergenza che considerata la situazione proceda pure per tentativi ma ci fornisca qualche nozione in più di quelle sinora a nostra disposizione. Infatti al di là di quanto già si sappia, vale a dire che è colpa del virus Work il quale unito al SAL scatena questi scalmanati, altro non sappiamo. Vorrei solo farvi rilevare che non tutti si comportano in egual maniera. Presumibilmente - aggiunse - i dieci che abbiamo inserito nel gruppo e che non paiono toccati dall’infezione anche se potrebbero essere dei “portatori sani”, ci chiariranno molti punti oscuri,”

“Giusto - disse Rigelli - vorrei sottoporvi una proposta operativa. Probabilmente il momento che ci consentirà di osservarli tutti assieme sarà quello della sosta per il pranzo. Diamoci appuntamento in sala mensa avvertendo anche gli altri che insieme a noi debbono risolvere questo rompicapo e teniamo gli occhi ben aperti. Nel frattempo che Dio ce la mandi buona.” Raggiunti i rispettivi uffici i tre ben presto si accorsero che quella che il buon Dio aveva loro riservato era una sorte tuttt’altro che felice.

I telefoni non smisero di suonare per un attimo. Dall’altro capo del filo c’era sempre qualcuno che richiedeva qualcosa. Nel contempo fuori dalla porta c’era sempre attesa per conferire o lamentare le cose più strane. Una volta le eccessive lentezze erano imputate alle linee telefoniche; un’altra ai FAX che si inceppavano; un’altra ancora alla mancanza di questo o quel modulo indispensabile per evadere o avanzare richieste. Il pandemonio era però irrazionale solo in superficie; una lucida “follia” animava qualsiasi iniziativa e tutte erano rivolte a risolvere in fretta i problemi creandone però degli altri.

Se dalla sospensione per il pranzo la task-force preventivamente informata dell’andamento mattutino, si attendeva delle risposte precise l’attesa venne delusa.

Parlare di pausa dal lavoro era infatti un tantino azzardato. La sala rimase semivuota ad esclusione di cinque tavoli posti sul fondo a cui sedevano una decina di persone e da quelli occupati dai componenti la Commissione, gli altri erano rimasti desolatamente vuoti. Solo a tratti l’atmosfera si ravvivava e ciò coincideva con l’arrivo di questo o quel dipendente che passando a razzo davanti al bancone ove venivano distribuite le vivande afferrava al volo un panino, una polpetta o una bottiglia d’acqua e veloce come era arrivato se ne andava ritornando al suo lavoro.

Rigelli ed i suoi continuavano ad interrogarsi l’un l’altro con gli occhi. Solo verso la fine del “pranzo” il Presidente approfittando del fatto di essere rimasti soli, espose sia pure per linee sommarie le iniziative che occorreva intraprendere nel breve periodo.

“Come avete visto nulla li distoglie. Solo quelli che sedevano ai tavoli si sono comportati normalmente. Normalmente come si comportavano anche gli altri prima di essere contagiati. Hanno scelto con oculatezza tra i vari primi ed i secondi piatti. Si sono informati se il dessert era compreso o si doveva pagare un supplemento. Le conversazioni poi hanno avuto oggetto come di consueto il calcio, le donne, l’aumento della benzina, il prossimo ponte da sfruttare per un breve periodo di ferie, i vari tiket sui medicinali o sulle ricette. Nessuno, dico nessuno, si è sognato di parlare di lavoro, O meglio una eccezione c’è stata allorquando il terzo dalla destra, se ricordo bene, ha rilevato che nelle varie disposizioni trovate in ufficio néssuna prendeva in considerazione la casistica dei permessi fuori stanza o meglio la possibilità di posticipare l’entrata ed anticipare l’uscita. Degli altri, mi verrebbe di chiamarli i “corridori”, ne parleremo dopo.

Dunque per il gruppo dei dieci è necessario memorizzare lo stato di servizio, il monte ferie, le assenze per malattia, i permessi fruiti e, importantissimo, i risultati di un’analisi del sangue che dovrà immediatamente essere effettuata. Le modalità per realizzarla è compito del dr. Sangemini. Egli essendo a capo dei laboratori potrà ben trovare una scusa per realizzarle. Agli addetti al comparto informatico è demandato il compito di acquisire i restanti dati. Infine per i “corridori “, ferma restando l’esigenza dell’analisi del sangue da compiere con una diversa motivazione, rispetto ai primi, che potrebbe essere quella che ciò si rende necessario per evitare che possano contrarre qualche malattia che farebbe loro perdere del tempo prezioso, i dati indispensabili da acquisire sono quelli che dovranno consentirci di capire da quanto tempo sono stati colpiti dai sintomi del virus e soprattutto come si nutrono, quanto riposano ecc.”

Poi, constatato che ognuno aveva diligentemente annotato il da farsi, chiese se vi fossero altre domande.

“Una sola Direttore - era Orefici che poneva 1‘interrogativo - Non ritiene che sarebbe opportuno iniziare la somministrazione di alcuni farmaci che i servizi normalmente utilizzano al fine di convincere - e quì ebbe un attimo di incertezza - alla collaborazione anche i più restii?”.

Rigelli preferì non rispondere limitandosi a pensare “Se ancora una volta questo aspirante 007 mi rompe le scatole con i suoi farmaci e le sue attrezzature, trasformo il tutto in supposte e so bene dove ficcargliele”.

“Allora d’accordo - concluse - tra due giorni riunione nella sala A al decimo piano. Mi raccomando che ognuno arrivi con i dati necessari. Nel frattempo evitiamo di frapporre ostacoli. Osserviamo e collaboriamo per quanto è possibile ma soprattutto annotiamo diligentemente l’attività di ognuno dei soggetti. Ciò vale in particolar modo per voi - e si rivolse agli “stranieri” - che avete voluto essere presenti in ogni ufficio. Datevi tutti da fare. Ah, quasi dimenticavo - aggiunse - Ieri sera ho ricevuto una telefonata dalla Presidenza del Consiglio. La confusione è in aumento e il virus si diffonde con una rapidità impressionante quindi, per il bene di tutti, o troviamo una soluzione al problema o possiamo prenotare un posto in qualche sperduto angolo della Terra perché - e si fermò un istante - il Presidente mi ha promesso in caso di fallimento di rendere pubblica la notizia dell’epidemia e delle sue cause attribuendo naturalmente ogni responsabilità a noi, ai Servizi, all’Agency e così via”. Un brusco “Buonasera!” concluse la riunione.

Forse fu proprio quest’ultima non tanto larvata minaccia che mise le ali ai piedi dei presenti. Essi, imitando goffamente i soggetti che avrebbero dovuto studiare, si precipitarono ad elaborare i dati. Nel frattempo il dottor Sangemini ancora pensava se fosse meglio approfittare del sonno per cavar sangue ai vari dipendenti oppure farsi mandare un paio di infermiere - del tipo curve giuste al posto giusto - che avrebbero avuto a disposizione ben altri argomenti rispetto ai suoi. Ciò in considerazione del fatto che per una scelta operata a monte, con l’unica eccezione dell’agente Henrica, in quella sede erano presenti solo maschi o quantomeno così recitava il loro stato anagrafico.

Per fortuna per l’esame delle urine e per la loro raccolta il problema era stato risolto già in fase di allestimento della sede. Infatti ogni latrina era collegata, per la sola parte idrica ad appositi contenitori mentre un sofisticato impianto TV a circuito chiuso ed un computer provvedevano ad individuare e catalogare ogni utilizzatore, cosicché almeno questo era un problema risolto.

Capitolo  XXIX

La telefonata che da parte della Presidenza del Consiglio era appena giunta al professor Rigelli era solo la punta dell’iceberg.

Le notizie giunte a Palazzo erano assai diverse da quelle che avevano caratterizzato la prima fase del grave fenomeno che tanto turbamento aveva creato nel Paese.

Non si trattava ormai più di una irrazionale ed a volte anche sconvolgente questione che interessava solo la vita della Pubblica Amministrazione. Di ora in ora la situazione volgeva al peggio. Pareva infatti che i pubblici dipendenti non si limitassero più ad agire all’interno dei vari uffici ma ora si erano addirittura riversati all’esterno aggredendo i cittadini rei ai loro occhi di non rivolgersi alle strutture dello Stato per ogni loro bisogno.

Illuminante era stato il fatto che aveva visto un nutrito gruppo di dipendenti pubblici dare alle fiamme alcune strutture che normalmente svolgevano pratiche per i privati. Agenzie per certificati e documenti, cui da tempo società o singoli erano usi rivolgersi per espletare le più svariate incombenze burocratiche erano state oggetto di questa nuova forma di violenza. In un altro caso un laboratorio di analisi private era stato letteralmente distrutto dai dipendenti di una vicina USL.

Al fondo di queste azioni c’era sempre l’accusa lanciata dai più decisi ed attivi “di rubare loro il lavoro”.

Ben si capisce quindi il motivo per cui quella mattina i massimi responsabili dell’ordine pubblico fossero stati convocati dal Ministro dell’Interno e perché alla stessa riunione fossero presenti anche il Ministro della Difesa, i Capi delle varie armi ed i Direttori dei servizi.

Nel corso del tempestoso incontro tutte le notizie in possesso del Governo, fossero esse di fonte nazionale o fornite direttamente dal Pentagono, furono collegialmente esaminate. In quell’occasione anche l’esperimento tentato da Rigelli venne adeguatamente valutato.

La notizia dell’improvvisa ed urgente riunione non era d’altro canto passata inosservata. In effetti durante il suo svolgimento drappelli di giornalisti e cineoperatori si erano raccolti nei pressi del Palazzo ed i giornali del mattino avevano già anticipato la notizia.

La constatazione che sopra ogni altra considerazione pareva preoccupare i partecipanti alla riunione era la progressione quasi geometrica che la vicenda andava assumendo. Quasi fossero altrettanti annunci di sciagure le notizie battute dalle telescriventi delle agenzie di stampa avevano quale oggetto il caos in cui stava precipitando il Paese e le violenze che ne facevano da cornice. La loro gravità era stemperata solo in minima parte dalla fiducia che era stata riposta nell’esperimento “Rigelli”.

Né d’altro canto le valutazioni e le nuove scoperte collegate a Work oggetto di approfondite analisi in diversi laboratori italiani e stranieri, lasciavano presagire nulla di buono. In tutti i casi il risultato era uno solo: Work pareva inattaccabile da parte di qualsiasi elemento conosciuto. Solo grazie ad alcuni tipi di veleni o portandolo ad elevatissime temperature era stato possibile annientarlo.

Con una piccola precisazione però. In tutti gli esperimenti, chiamiamoli positivi, in cui Work era stato sconfitto il prezzo pagato era la morte della cavia! Improponibile quindi tentare qualcosa di simile per fermare gli infetti od eliminare il virus che li faceva comportare in quel modo così singolare. “Il Governo deve dichiarare la propria impotenza” stava dicendo con voce stanca il Ministro dell’Interno.

“Se eliminiamo la speranza costituita dall’esperimento in corso vista l’entità del numero dei soggetti colpiti non rimarrebbero che le maniere forti. Ma anche in questo caso il prezzo da pagarsi anche in termini di perdite umane ci lega le mani”

“Le ultime rilevazioni effettuate sullo stato economico del Paese sono la triste conferma di quelle che emergono in tema di ordine pubblico. Sono quindi a pregare le signorie loro che rappresentano “. Un rumore assordante interruppe però il Ministro. Dalla porta spalancatasi all’improvviso entrarono una decina di persone armate di secchi, spazzoloni e lucidatrici. “Ma che diavolo volete”, ebbe solo la forza di esclamare uno dei partecipanti alla riunione prima che gli scalmanati dicessero che era l’ora di fare le pulizie. Non vollero sentire ragioni e, data mano agli attrezzi,cominciarono a strofinare energicamente tavoli e sedie, a staccare le tende, lavare i pavimenti e via di questo passo.

Gli stessi uscieri chiamati a gran voce dal Ministro non solo non intervennero per cacciare gli intrusi ma condividendone appieno le ragioni, cominciarono a spingere tutti fuori affinché i colleghi potessero compiere il loro dovere.

Solo trasferendosi in un’altra sala i convenuti poterono riprendere la riunione. All’esterno nel frattempo una folla di circa mille persone tutte rigorosamente libere da impegni di servizio, inalberava cartelli ed urlava slogan chiedendo a gran voce il ripristino della giornata di Otto ore in due o più turni e l’abolizione della festività del sabato.

Inutile aggiungere che si trattava di pubblici dipendenti i quali appresa la notizia della riunione si erano precipitati a Palazzo per sostenere quella che a loro dire era una sacrosanta rivendicazione.

L’ultimo episodio in ordine di tempo che aveva visto coinvolti proprio coloro che avrebbero dovuto studiare un piano di azione volto a tutelare l’ordine pubblico e riportare alla normalità lo Stato aveva avuto un risultato assai più convincente di ogni discorso. Tutti si erano oramai persuasi che la questione non potesse essere ulteriormente sottovalutata.

Prese a questo punto la parola il Ministro della Difesa: “Sino a pochi giorni or sono a chi proponeva l’impiego dell’esercito per sedare i focolai di disordine ho sempre opposto un netto rifiuto ma - proseguì scorrendo alcuni fogli contenenti le notizie delle ultime ore - questo mio proposito oggi vacilla. Un’ulteriore preoccupazione deriva da un concetto molto semplice. I dipendenti del Ministero della difesa, parlo di quelli civili ovviamente, sono stati anch’essi coinvolti da questa pazzia generalizzata e non vorrei che posti a stretto contatto con i focolai di infezione anche quelli militari potessero subirne i nefasti influssi. A questo punto lascio a voi immaginare che cosa potrebbe accadere!”.

Il Comandante di Stato Maggiore che aveva seguito con attenzione la discussione chiesto il permesso espose fortunatamente una tesi diversa. “Sulle ultime osservazioni del Ministro mi permetto di dissentire. E’ fuori di luogo che i Militari possano in qualche modo rimanere contagiati e ciò per due semplici motivi. Il primo è riferito ai quadri comandanti giacché la loro normale attività espletata fa escludere che siano portatori del SAL che a quanto si sa, è la causa scatenante di Work. In secondo luogo gli altri essendo per lo più di leva non possono essere considerati “dipendenti”. Anche in questo caso pertanto, il pericolo non sussiste. Analoga situazione per le forze di Polizia, Pubblica Sicurezza e Carabinieri. Per le prime l’attività svolta non ha mai dimostrato incertezze o stasi quindi è la riprova dell’assenza del SAL, per i secondi oltre a quanto detto per gli altri è fuori di dubbio che casi di “rallentamento” nell’espletamento dei propri compiti sono totalmente assenti nonostante ciò sia oggetto di aneddoti e barzellette senz’altro da condannare.”

Chiarito almeno questo punto rimaneva pur sempre sul tappeto la questione del che fare. E qui la questione si ingarbugliava.

Di interventi massicciamente attuati neppure a parlarne. Richiesta di aiuto alle Organizzazioni Sindacali stessa situazione.

Questo perchè il problema era che in una circostanza come l’attuale le contestazioni non nascevano da una normale diatriba sindacale concernente riduzione di orario o aumenti salariali ma da un fatto che non aveva precedenti nel nostro o in altri Paesi. Le richieste infatti potevano essere ricondotte ad un semplice assioma: lavorare di più guadagnando di meno. Con un sospiro il Ministro dell’Interno ripensando ai bei tempi delle manifestazioni di piazza in cui gli slogans erano al massimo, pane e lavoro, oppure lavorare meno, lavorare tutti precisò che una qualche decisione doveva pur essere presa. Non fosse altro per cercare di lanciare un forte segnale al Paese capace di far scendere la tensione. Decisione precisò che si imponeva prima della ore 13 altrimenti addio alla possibilità di apparire in diretta nel TG2 e successivamente sul TG1 delle 13 e 30.

Il comunicato emesso risultò formulato nei seguenti termini:

“La Commissione interministeriale, riunita su espresso invito del Presidente del Consiglio, con l’assistenza del Capo di Stato maggiore, di quelli delle tre armi, dei Comandanti dei Carabinieri e della Polizia di Stato e con la partecipazione nella veste di osservatori dei Direttori dei Servizi, dopo una approfondita disamina dei motivi di turbamento insorti nella Pubblica Amministrazione e valutati i negativi effetti da essi derivanti sull’ordinato operare del Paese, nel raccomandare a tutti i cittadini di isolare eventuali tentativi di turbamento dell’ordine pubblico e nell’esprimere la più ampia fiducia agli Organi di Polizia ed alle Forze Armate, confida nel pronto ed ordinato ristabilimento del corretto rapporto tra Pubblica Amministrazione e Cittadini. La Commissione porterà all’esame del Consiglio dei Ministri e del Parlamento le necessarie iniziative che dovranno essere immediatamente intraprese per il raggiungimento del predetto scopo.”

Non era certo un esempio di chiarezza ma quantomeno avrebbe consentito di guadagnare ancora un po’ di tempo durante il quale l’esperimento Rigelli avrebbe forse potuto fornire qualche risposta positiva.

Capitolo  XXX

Il palazzo che ospitava il “Progetto Rigelli” sembrava esso stesso colpito da Work. Infatti benché fossero da poco passate le due della notte quasi tutte le finestre erano ancora illuminate. Solo nella parte alta e più precisamente nell’ala sinistra parecchie risultavano completamente buie.

Il fatto che in quell’ala fossero stati ospitati gli americani era una giustificazione plausibile della mancata illuminazione: a quell‘ora la maggior parte di essi se la dormiva beatamente assolutamente incurante delle preoccupazioni degli italiani.

Nelle restanti sale l’attività era a dir poco frenetica. Nei piani bassi quasi tutti i “distaccati” e cioè i quaranta “infetti” erano occupatissimi nelle più diverse attività. Costoro contrariamente agli altri dieci colleghi che facevano parte del gruppo e che puntualissimi alle diciasette avevano staccato rientrando nelle rispettive abitazioni, non avevano ritenuto opportuno sospendere il lavoro di catalogazione del materiale e della puntuale annotazione della cose o attrezzature “assolutamente” indispensabili. Dal gruppo mancava solo un commesso, originariamente adibito al controllo della posa delle esche per la derattizzazione presso il Ministero della Poste ed oggi distaccato presso il nuovo settore. La sua assenza era più che giustificata. Possedendo infatti un motociclo era stato incaricato dai colleghi di fare il giro delle rispettive vecchie sedi per riportare quelle pratiche che approfittando della cosiddetta “pausa mensa” erano state evase e dovevano essere riconsegnate entro le prime ore del mattino. Il suo attuale lavoro sarebbe stato ovviamente compiuto dagli altri colleghi.

Tutti dunque erano in piena attività convinti che l’indomani mattina le rispettive richieste ed osservazioni avrebbero dovuto essere immediatamente inoltrate alla Direzione la quale con eguale rapidità le avrebbe evase.

Se non fosse stato per due elementi caratterizzanti l’attività degli uffici questi avrebbero potuto essere scambiati per normali distaccamenti di un qualsiasi presidio pubblico.

Si trattava di caratteristiche per la verità a dir poco sconvolgenti ma che ora Work aveva ricondotto a semplici anomalie.

La prima riguardava il ritmo del lavoro. Improntato a velocità ed efficienza esso aveva trasformato l’operare di ogni singola unità in una sorta di catena di montaggio in cui tutti senza eccezione alcuna contribuivano ad affrontare i problemi connessi ad ogni singola pratica. L’uno procedeva alla sua protocollazione; l’altro ne verificava la formalità; un altro dopo averne evidenziato le caratteristiche essenziali procedeva a corredarla degli elementi indispensabili per la sua rapida valutazione ed evasione; il primo a questo punto riprendeva in esame la pratica e dopo un rapido accesso alla rete informatica la completava. La firma infine ne concludeva l’iter lasciando il posto ad un’altra pratica.

Il tutto nell’arco di minuti e non già di ore o come accadeva solitamente di anni.

Se un elemento estraneo come ad esempio la mancanza di riferimenti sul computer o in archivio oppure un qualsiasi altro intoppo minacciava di rallentarne la conclusione, il tutto era debitamente annotato e formava immediato argomento di valutazione e richiesta unitamente alla contestuale proposta di modifica delle procedure. Qualora invece la cosa fosse stata imputabile a mancanze ascrivibili al postulante privato, un rapido accertamento presso gli archivi telefonici permetteva un contatto immediato con costui. Incuranti dell’ora gli addetti con una semplice telefonata ponevano riparo alle mancanze.

L’altro elemento caratterizzante questa diversa modalità di operare era rappresentata dall’assoluta noncuranza delle attribuzioni, funzioni o grado degli addetti. In pratica non esisteva più il capo ufficio, l’addetto alle fotocopie, il commesso, la dattilografa, l’archivista o quant’altro. Tutti erano eguali tesi unicamente a far presto. In altri termini ognuno dava il proprio apporto in barba a qualsiasi mansionario o collocazione funzionale. Nei piani più alti l’attività seppur meno frenetica non lo era da meno per quanto riguardava l’impegno. Ognuno degli addetti “normali” e facenti parte della task-force di Rigelli si era gettato a corpo morto per cercare di risolvere almeno un aspetto del problema.

Forse era stata la minaccia contenuta nella parte conclusiva della comunicazione della Presidenza del Consiglio o, piuttosto, influiva il fatto che oramai tutto si decideva attraverso i decreti legge, spesso reiterati e che tra una “reiterazione” e l’altra le modifiche regolarmente annullavano quelle contenute nel precedente, ripristinando le prime della serie con l’effetto di apparire del tutto incomprensibili ai più. Il risultato era quello di far sopravvivere qualcosa in cui un cittadino inconsapevolmente incappava ma quando se ne rendeva conto o il decreto era decaduto e regolarmente reiterato oppure la sua conversione in legge era ormai avvenuta da tempo ed i provvedimenti previsti avevano già dispiegato i loro disastrosi effetti. La minaccia perciò era tutt’altro che infondata.

Comunque, sia per una o altra delle ragioni, l’attività non subiva o quasi soste.

Nei laboratori i risultati delle analisi del sangue erano sottoposte ad accurate indagini ed i soggetti suddivisi per fasce: infetti da Work e dal SAL; solo portatori sani di Work oppure assolutamente indenni.

Grosso modo i primi risultati avevano dato i seguenti responsi.

Come previsto i più esagitati, circa 40, parevano degli invasati ed erano infettati sia da Work che dal SAL. Cinque lavoravano come di consueto ed erano portatori sani di Work ed immuni dal SAL. Gli ultimi cinque (che erano ricompresi tra quelli che speravano di trarre qualche personale beneficio dal trasferimento e risultavano immuni a qualsiasi contagio) avevano già capito l’ambiente. Non a caso fruivano di tutte le normali scappatoie per elasticizzare l’orario, sfruttare le possibilità insite nel calendario in tema di ponti o similia oppure avanzare con la dovuta cadenza la richiesta di godimento delle cure termali.

Work era stato debitamente isolato ed era sottoposto ad una infinita serie di analisi per tentare di giungere alla sua neutralizzazione.

Le risultanze ascrivibili ad ogni singolo soggetto erano state debitamente comparate a cura degli addetti alla statistica con i rispettivi stati di servizio, ma purtroppo ogni risultato confortava le prime impressioni. Nulla era infatti emerso nel pregresso delle carriere, che potesse evidenziare una qualche apprezzabile differenza tra i diversi gruppi. Solo dopo la comparsa di Work infatti la vita di parte di questi aveva subito un drastico cambiamento.

Risultava aumentato il monte ferie spettante ad ognuno in considerazione del fatto che di ferie ormai nessuno parlava più; pressoché scomparse erano le assenze per malattia; inesistenti le richieste di permesso; quasi interrotti i rapporti con le famiglie; disertata ogni sede di ritrovo o di spettacolo; cancellato qualsiasi riferimento alla televisione; ridotto a livello di minimo vitale il sostentamento da assicurarsi solo tramite consumazioni tipo fastfood; disadorno e ridotto all’essenziale il vestiario: l’obiettivo imperante era solo e sempre quello del lavoro.

In più questi personaggi rifuggivano la compagnia degli altri colleghi indenni che avrebbero in qualche modo potuto far loro perdere tempo. Essi si spalleggiavano l’un l’altro quasi fossero lupi in un branco e parlavano solo di lavoro: sempre e unicamente di lavoro.

Fu a questo punto che Rigelli riuniti i suoi e con l’onnipresente formale “conforto” degli americani, decise di passare alla fase due.

La questione si imponeva anche alla luce di quanto lui ed i suoi andavano registrando di minuto in minuto. Non era più sufficiente infatti fornire una qualche risposta alle loro richieste tendenti ad ottenere nuove strumentazioni, procedure, disposizioni ritenute assolutamente indispensabili per migliorare i ritmi. Essi pretendevano subito soluzioni drastiche ed interventi risolutori. Non era più sufficiente che venisse aggiunta qualche linea telefonica, fosse attivato qualche fax in più oppure i computer venissero sostituiti da altri più potenti e veloci. Le richieste oramai miravano ad ottenere disposizioni di legge più precise ed operative possibile. Inoltre non era raro il caso in cui si abbandonassero sempre fuori dall’orario di lavoro a vere e proprie spedizioni “punitive” nei confronti di altre settori della Pubblica Amministrazione colpevoli a loro avviso di non seguirli con la dovuta prontezza nel disbrigo delle pratiche o quel che peggio imputati di ritardare la trasmissione di qualche dato richiesto.

Sembrava quasi che l’averli riuniti ed aver fatto loro intendere di essere stati in qualche modo prescelti per studiare nuove procedure li avesse resi maggiormente ingovernabili e incontrollabili.

Questo in maniera diversa a quella registrata in molti altri settori della Pubblica Amministrazione in cui l’effetto di Work aveva sì stravolto le normali procedure ma dove tutto sommato i colpiti dall’epidemia dovevano pur sempre fare i conti con radicate abitudini burocratiche e con la contestuale presenza di indenni dal virus. Nel “Settore” appositamente approntato viceversa pareva non esistesse più alcun freno inibitore.

La decisione quindi di passare alla seconda fase non risultò una scelta ponderata venne piuttosto considerata l’ultima spiaggia a cui approdare. La seconda fase era in pratica l’estremo tentativo di fermare Work anche se - Rigelli dovette ammetterlo a malincuore - qualche danno avrebbe dovuto essere sopportare “dalle cavie”.

Dopo una discussione non priva di contrasti la grave decisione venne alla fine presa.

A partire dal giorno successivo in ogni alimento doveva essere immessa una abbondante dose di calmante, una dose da cavalli precisò con tipico accento yankee il tenente Bartod. In ogni bevanda, meglio se nell’acqua,considerato che “quelli” bevevano solo quel liquido - ne doveva essere diluita una dose abbondante. Per il tipo di calmante non ci furono particolari indicazioni: l’importante era che fosse forte, molto forte.

La scelta per un calmante era dovuta ad una osservazione che un giovane chimico aveva fornito. Nel corso degli innumerevoli esperimenti costui aveva notato che Work mentre nuotava allegro e vivacissimo nel suo brodo di coltura al contatto con del Valium si era improvvisamente arrestato assumendo la tipica posizione che i nuotatori definiscono “a morto”. Si era infatti lasciato galleggiare e per alcuni minuti era rimasto pressoché immobile.

Il fatto che questo fosse capitato a Work e non ad una contestuale presenza di Work e SAL non era stato adeguatamente valutato e ciò purtroppo risultò solo fonte di ulteriori, drammatici guai.

“Strano”, commentò uno dei cinque indenni, dopo aver consumato una abbondante porzione di riso alla pescatora. “L’ultima volta che ho mangiato un riso come questo le cozze c’erano con il guscio e tutto. Qui invece di gusci neppure l’ombra!”.

“Singolare - aggiunse il suo compagno di tavolo, anch’esso assolutamente refrattario a Work - che nelle tomaselle l’uovo risulti di un rosso rubizzo mentre dovrebbe essere di un giallo tenero”.

Al dilà però di tali osservazioni nessuno si accorse di nulla. O meglio se ne accorsero in capo ad alcune decine di minuti solamente gli addetti alla mensa. L’uno dopo l’altro gli indenni o portatori sani presenti avvertirono una pesante sonnolenza e accomodatisi alla meglio sulle sedie si abbandonarono ad un sonno profondo.

Rigelli ed i suoi si erano sistemati in posizione strategica osservando la scena.

Dagli “altri” però nessuna novità. Infatti se si esclude una diversa velocità così almeno era parso agli osservatori, nel passare in sala mensa, ritirare qualche panino ed alcune bottiglie d’acqua nulla pareva diverso dal solito. Pareva si è detto. In verità piano, piano le apparizioni diminuirono di numero sino a scomparire del tutto.

Uno sguardo d’intesa accumunò Rigelli & C. Dopo aver atteso una decina di minuti e constatato che proprio nessuno si presentava più in sala mensa essi si mossero come un sol uomo verso i vari uffici.

Il primo nel quale cercarono di accedere era quello presidiato da Spinetta. Cercarono è il termine esatto. Il ragionier Spinetta fermo di traverso sulla porta impediva a chiunque di entrare.

“No! Non se ne parli neppure! - esordi quasi ringhiando alla vista del gruppo

- Qui si deve lavorare. Abbiano da fare. Lasciateci in pace. Non ce ne importa nulla se Lei è il Direttore. Noi rispondiamo solo all’Amministrazione ed ai bisogni degli amministrati!”.

Giratosi sui tacchi egli sbatté la porta con violenza in faccia “agli aggressori,’.

Il gruppo rimase senza parole. 11 rapido sguardo che avevano potuto gettare nell’ufficio era stato più eloquente di qualsiasi parola.

Simili a scimmie i colleghi di Spinetta in maniche di camicia, con la bava alla bocca saltavano da una scrivania all’altra, agitavano fogli, picchiavano con foga sui tasti dei computer ed alcuni con l’unica mano rimasta momentaneamente libera brandivano la cornetta telefonica quasi fosse una dava. Dagli uffici vicini giungevano suoni gutturali, esclamazioni ed imprecazioni mentre forti rumori tradivano l’apertura o la chiusura di cassetti, sportelli ed altro.

Battendo quasi in ritirata il professor Rigelli ed i suoi si ritrovarono nell’ufficio del Capo.

“Avete visto che bel risultato?”, li apostrofò seccato il professore “peggio di prima!”.

Non era certo una vittoria. Quasi scomparendo dalla vista dei presenti il chimico cui tutti cercavano di far risalire la responsabilità del fallito esperimento tentò una disperata difesa.

“Ero certo che il calmante li avrebbe in qualche modo ridimensionati. Work aveva reagito positivamente. Forse - soggiunse quasi balbettando - provando con un altro tipo di...”.

“Se non avete ancora capito che siamo sull’orlo del disastro allora siete degli irresponsabili!” imprecò Rigelli.

“Guardate qui - continuò senza minimamente abbassare il tono della voce

- “Ecco. Questo è l’ultimo fax arrivato dal Ministero degli Interni. Leggete, leggete! “.

Erano poche righe che non lasciarono spazio ad alcun dubbio.

Disordini erano scoppiati in almeno dieci città. Cortei di dipendenti pubblici assalivano qualsiasi parvenza di “concorrenza”.

Autobus appartenenti a concessionari privati erano stati dati alle fiamme. I tralicci che reggevano le antenne delle diverse televisioni e radio private costituivano un terreno di incursione per cui, passate le orde di devastatori, apparivano simili ad artistiche forme di arte post-moderna in cui ogni elemento non poteva né doveva risultare perpendicolare al suolo: solo parallelo al terreno e rigorosamente contorto.

Un attacco era stato tentato persino nei confronti della FIAT responsabile agli occhi dei dimostranti di offrire mezzi di locomozione che distoglievano i cittadini dall’utilità del mezzo di trasporto collettivo per confinarli nell’area improduttiva dei vacanzieri o dei turisti fuori-porta.

I dipendenti pubblici che non seguivano la stragrande maggioranza dei loro colleghi invasati da attività parossistica, erano ricercati come appestati e se riuscivano a sfuggir loro, incappavano in altri “lavoratori” che li costringevano ramazza alla mano ad una pulizia straordinaria di strade, monumenti e marciapiedi.

In questa drammatica situazione le forze dell’ordine non sapevano più quali iniziative prendere strette da un lato tra l’ingiunzione tassativa di non far uso dalla forza e dall’altro dalla necessità di difendersi dall’attacco degli “infetti” che pretendevano di costringerli a spingere i cittadini a varcare le soglie dei sacri templi della Pubblica Amministrazione in cerca di una qualsiasi autorizzazione o pratica.

Se Dante avesse scritto oggi la Divina Commedia, nell’Inferno un girone dei demoni sarebbe stato descritto come un qualsiasi Ministero in mano dei dipendenti Workizzati.

Infine il colpo di grazia inferto ad ogni sereno ed articolato modo di comportarsi era stato registrato in occasione del derby Roma - Lazio.

I giocatori nel momento di entrare in campo erano stati accerchiati da un numero considerevole di dipendenti pubblici capeggiati da quelli dei Ministeri dell’Agricoltura e dell’Ambiente. Essi innalzando enormi cartelli di plauso alla legge n. 113 del 29 gennaio 1992 - “Obbligo per il comune di residenza di porre a dimora un albero per ogni neonato, a seguito della registrazione anagrafica” - li avevano costretti sotto gli occhi di migliaia di tifosi a trasformarsi in addetti del demanio forestale a tagliare l’erba ed a piantare sul terreno di gioco un vero e proprio vivaio di pini marittimi.

La polizia era intervenuta faticosamente ed il bilancio si era concluso con parecchie vittime ed innumerevoli feriti.

Mentre il gruppo di lavoro apprendeva esterrefatto una così grave serie di notizie dal televisore piazzato nell’angolo sinistro dell’ufficio di Rigelli un presentatore con il volto tumefatto leggeva uno stringato comunicato in cui si dava notizia che le trasmissioni da quel momento proseguivano solo con i programmi del Dipartimento Scuola Educazione (DSE) e, più, precisamente, con quelli che trattavano di informatizzazione, procedure burocratiche ed ottimizzazione delle risorse.

Anche la televisione di Stato era stata assalita ed il comunicato ne dava la triste conferma.

Seguirono alcuni momenti di profondo sconforto. Rigelli fortunatamente, non perse la testa.

“Signori oramai dobbiamo tentare il tutto per tutto”. “Se la notizia del nostro fallimento dovesse trapelare -esclamò dopo un attimo di incertezza - non vi sarebbe più limite. Tutto rischierebbe di essere travolto”.

“Propongo dunque che domani mattina alle prime ore sia immesso nei circuiti dell’aria condizionata un gas che i colleghi americani ci hanno fornito. Gli effetti del gas sono già stati provati negli Stati Uniti su cavie animali e nel 40% dei casi Work è stato annientato.”.

“E nel rimanente 60?”. Fu la domanda pressochè unanime. All’interruzione Rigelli provò un brivido ma decise di rispondere. “Del rimanente sessanta per cento un venti ha provocato il decesso delle cavie, in un altro venti per cento l’attività celebrale si è ridotta a livello elementare. Nella rimanente percentuale si sono avuti casi di paresi, cecità, annullamento della personalità. Si deve però rilevare che nelle cavie non infette il gas non ha provocato effetti apprezzabili. In ultimo debbo solo precisare che il Governo mi ha già autorizzato a tentare l’esperimento.”

“Ma è mostruoso!” disse Henrica.

Si continuò a discutere per almeno un ‘altra ora ma alla fine per decisione assunta a voto segreto, si decise di tentare l’esperimento.

Predisposti i contenitori e distribuito un congruo numero di maschere ai componenti la task-force ci si ritirò in attesa dell’alba. Non furono in molti coloro che riuscirono a prendere sonno. E grazie proprio a questo che il mutare dei rumori provenienti dai primi piani venne chiaramente avvertito. Piano, piano il ticchettio delle tastiere dei computer, lo sbattere dei cassetti, l’incessante rumore delle stampanti si affievolì mentre un silenzio quasi irreale avvolse l’edificio.

Orefici e gli agenti dell’Agency furono i primi ad avvertire l’anomalia del cambiamento e la cosa non li tranquillizzò affatto.

Badando bene di non far rumore essi bussarono alla stanza di Rigelli e subito dopo a quella degli altri responsabili del progetto.

Sempre nel massimo silenzio essi si recarono in una sala in cui proprio in previsione della necessità di osservare quanto accadeva ai primi piani, era stato installato un sofisticato sistema di TV a circuito chiuso e relativi microfoni che in modo del tutto discreto permetteva di vedere e sentire quanto succedeva.

Ma stranamente quasi tutti gli uffici risultarono vuoti.

Dopo avere scansionato le varie sale essi scoprirono dove erano finiti i dipendenti. Erano i 40 affetti dall’epidemia. Degli altri quelli indenni tanto per intenderci, nessuna traccia.

Il colpo d’occhio che attraverso i monitor si presentò agli osservatori era a dir poco, allucinante.

Con le barbe lunghe, gli occhi stravolti e con un tremito che tradiva una intensa agitazione erano tutti stretti in cerchio attorno a Spinetta che, in piedi su un tavolo li stava arringando. “Quello che è successo ha confermato i gravi sospetti che sin dal primo momento ci avevano colpito e preoccupato. L’ultimo episodio poi, di cui siamo venuti a conoscenza solo quando il cuoco è stato convinto anche con la forza a svelarci il complotto teso a cercare di limitare la nostra attività con la somministrazione di abbondanti dosi di calmanti, si commenta da solo.”

Mentre parlava Spinetta continuava a passarsi una mano sulla fronte per detergersi abbondanti gocce di sudore. Egli quasi impossibilitato a star fermo, si spostava da un lato all’altro del tavolo. La sua espressione poi, aveva ben poco di umano. Con gli occhi sbarrati, digrignava i denti, le sue parole sembravano più dei sibili che un normale suono umano.

Gli altri, in condizioni fisiche pressoché identiche e malamente vestiti con abiti che a malapena rivelavano il colore originale sotto una serie infinita di macchie di colla, inchiostro per timbri e toner per fotocopiatrici, annuivano con vigore.

Sempre più invasato Spinetta intanto proseguiva. “Questa ultima scoperta è la chiara dimostrazione di come il “vecchio” della Pubblica Amministrazione quello che si era creata una culla di bambagia a spese dello Stato, quello stesso che considera il posto di lavoro come un diritto divino e la retribuzione un “dovuto” malgrado tutto e tutti, non voglia cedere. Questa stessa struttura che ora ci ospita altro non è che un odioso inganno e deve perciò essere annientata. I Cittadini si aspettano che li difendiamo. Lo Stato ce lo chiede!”.

Nella sala sovrastante lo stupore era assoluto. Gli spettatori quasi non credevano ai propri occhi. Finalmente il silenzio fu rotto da una breve considerazione di Rigelli che a mezza voce sussurrò “Questi sono pazzi furiosi. I calmanti che credevamo avessero un potere benefico si sono rivelati un reagente esplosivo. Temo che solo con la forza si possa ricondurli alla ragione! “. Lo scatto proveniente dalla Colt 45 di uno degli agenti dell’Agency che ne aveva tolto la sicura fu la più emblematica delle risposte.

Nel frattempo la scena sul video mutò repentinamente.

Spinetta balzato dal tavolo si avventò verso un armadio a vetri che custodiva la regolamentare dotazione da utilizzarsi in caso di incendio, spaccò con un pugno il vetro di protezione e strappata un ascia dal suo appoggio si scagliò contro un computer sferrando un tremendo fendente.

Fu come se una molla fosse stata sganciata dal suo fermo. Tutti urlando come forsennati cominciarono a distruggere tutto ciò che capitava loro a tiro. Poi dilagando come un’orda di barbari uscirono dalla stanza ed il loro transitare nei vari locali fu chiaramente segnato da una serie ininterrotta di boati e fragori. Dopo il loro passaggio tutto era desolazione assoluta.

Rigelli si precipitò verso un telefono: inutile, dalla cornetta non usciva alcun suono. Evidentemente la furia devastatrice di qualcuno aveva già raggiunto la centrale delle comunicazioni per cui da quel momento il “Settore” era isolato dal mondo.

“Occorre preparare la difesa”, grugnì Orefici che si riscopriva valente condottiero.

“Bloccate la porta! Anzi qualcuno prima raggiunga la sala “B”, quella delle attrezzature. Vi sono alcune casse che contengono delle armi. Presto portatele qui”.

All’ordine per la verità risposero in pochi. I dipendenti civili addetti ai laboratori, alla parte informatica ed all’archivio preferirono abbandonare di corsa la sala e imboccata la scala antincendio si allontanarono in tutta fretta dall’edificio.

Quelli che rimasero per dovere di istituto come ad esempio i dipendenti di Orefici, lo stesso Rigelli e gli agenti dell’Agency fecero del loro meglio per obbedire.

Fuori intanto il caos cresceva ed un soffocante puzzo di bruciato appestava l’aria.

Nel tentativo di capire meglio che diavolo stesse succedendo Orefici si avvicinò ad una finestra.

L’edificio che ospitava il “Settore” era situato quasi in cima ad un colle. Dalle finestre lo sguardo poteva spaziare su grande parte della città.

Orefici rimase senza fiato. In parecchi punti il fuoco degli incendi illuminava sinistramente il cielo. Pareva quasi che l’intera città andasse a fuoco. Mentre proiettili si incrociavano da un punto all’altro. Orefici anche se con difficoltà riuscì a distinguere tra il fumo diverse sedi di Ministeri ed Enti vari che stavano bruciando.

Fu a questo punto che un boato assordante ed un violento spostamento d’ aria scaraventò i più a terra.

Fiamme gigantesche salivano dai piani inferiori mentre l’aria non era più respirabile.

“Usciamo presto. Fate presto altrimenti finiamo arrosto”.

Spostati a fatica i mobili accatastati contro l’uscio ognuno cercò una via di scampo. Il destino riservò proprio a Rigelli di scoprire la causa di quel finimondo.

Era avvenuto che Spinetta raggiunti nella sua furia devastatrice i laboratori, rovesciati alambicchi e provette contenenti acido e materiale infiammabile ne aveva determinato l’esplosione.

Un mare di fiamme avvolgeva oramai uomini e cose. Nel frattempo colpi di arma da fuoco si udivano da varie direzioni.

In questo inferno il dramma si compì: l’uno dopo l’altro assalitori ed assaliti si arresero al rispettivo destino. Spinetta accerchiato dal fuoco ed accecato dal fumo era salito su un balcone. Con le vesti in fiamme, urlando frasi sconnesse ed incomprensibili cercava di scendere aggrappandosi alla grondaia ma il tubo si staccò e Spinetta con un ultimo urlo in cui chiaramente si poté afferrare distintamente solo la parola “Stato” precipitò da un’altezza di trenta metri avvolto dal fuoco come una torcia.

Capitolo  XXXI

Il sole quella mattina sembrava quasi stentasse ad alzarsi nel cielo.

Era primavera inoltrata e l’aria iniziava a risentire di quel tepore che avvolgeva la città provocando il desiderio di scampagnate.

Poi quasi d’un tratto, i raggi del sole riuscirono ad incunearsi tra le persiane socchiuse illuminando un corpo disteso nel letto.

La luce fece sobbalzare il dormiente o piuttosto aggiunse sobbalzo al suo agitarsi.

Sudando abbondantemente il ragionier Spinetta, proprio di lui si sta parlando, era in preda ad un vero e proprio incubo. Stava precipitando ed il suolo si avvicinava a velocità spaventosa. Aveva un bel agitare le braccia quasi a volersi sostenere; quel terreno gli correva incontro senza che lui potesse far nulla per impedirlo.

Si trovava su un balcone, questo lo ricordava bene e poi ad un tratto mentre fiamme immense lo avvolgevano era iniziata la sua precipitosa caduta.

Ancora un sobbalzo ed una specie di rantolo scaturì dalla sua gola.

Proprio pochi attimi prima dello schianto l’urlo di una sirena si fece lacerante. Ma, no! Non era una sirena sembrava quasi una campana. A Spinetta parve che il suono provenisse dall’alto. Vuoi vedere che sono già morto e questa è la campana del Giudizio Divino si ritrovò a pensare.

Poi aprì gli occhi. Dio che incubo! Morto proprio non si direbbe. Questa era la sua stanza ed il suono era di quella dannata sveglia!

Un sogno o piuttosto uno spaventoso incubo ecco di che cosa si trattava. Al sudore era subentrato come un senso di freddo mentre un peso opprimente gli gravava sullo stomaco. Eccola la ragione di tutto. “La sera, me lo sono ripromesso più volte - disse tra sé e sé - l’abbacchio proprio non lo debbo mangiare”.

Finalmente cosciente Spinetta si ritrovò per un istante ad assaporare il fragrante profumo del buon caffé che proveniva dalla cucina. Benedetta moglie: il tuo caffé alla mattina è il benvenuto alla vita!

Però di notti così non ne ricordava mica molte. Era quasi come aver vissuto in pochi istanti una vita intera. Ma che cosa erano quelle assurde situazioni che coinvolgevano colleghi ed amici, che trasformavano la rassicurante atmosfera dell’ENRCA in una specie di androne popolato da assatanati. E quel coso come si chiamava? Ah, sì, Work ma da dove diavolo era scappato fuori? Qualcosa di vero però c’era. Gli ambienti erano i soliti, i colleghi pure e le merendine del nocchiero, il viaggio alle Hawai mica erano frutto di sogni.

Lentamente Spinetta si calmava. Ora non sentiva più ne caldo ne freddo:

stava bene semplicemente. “Dannato abbacchio”.

Dunque, oggi è martedì, no lunedì ma che dico oggi è mercoledì: in TV ci sono le partite di Coppa. Dovrei alzarmi, sono già le otto. Qualcosa però lo tratteneva ancora sotto le lenzuola. Alcune immagini del sogno stentavano a dissolversi.

Un virus che costringe i dipendenti pubblici a lavorare? Ma quale mente distorta può partorire una simile assurdità? Sarebbe come affermare che la terra è quadrata, che i Borboni non sono i Padri del più corretto modo di concepire l’Amministrazione dello Stato, che il Mansionario è un libro dei sogni e non come in effetti è la Bibbia, il Vangelo, il Corano di ogni fedele servitore dello Stato. Sarebbe come voler sovvertire le regole della fisica, veder salire i corpi anziché osservarli mentre scendono verso il terreno.

Una pratica sbrigata in un tempo misurato in minuti! Questa poi è la più assurda!

Una frase frattanto continuava a rimbombargli nella testa: lavorare di più guadagnando di meno. Non vi è dubbio è proprio un sogno, anzi un vero incubo!

E quel Rigelli o forse si chiamava Ribelli che propinando dei calmanti aveva la pretesa di far ragionare la gente! Ragionare su che cosa? Sulla possibilità di far piantare ai giocatori di calcio alberi allo Stadio Olimpico? Fesserie! Cosa vi è poi da cambiare in un sistema che è già perfetto? Suvvia ad essere pignoli qualche aggiustamento si può ancora introdurre. Per esempio si potrebbero definire in maniera più precisa gli avanzamenti automatici di carriera, rivalutare lo scatto “laurea”, aumentare di qualcosa le ferie, diminuire le tariffe dei bar interni. Sì qualcosa si può ancora fare. Ma da questo a materializzare un incubo come quello che questa notte mi ha terrorizzato ce ne corre.

La sveglia riprese a suonare. Un colpo deciso con la mano e lo squillo si interruppe. Dunque dove ero rimasto? Ah, i cambiamenti. Quello stupido sogno era proprio fuori dalla realtà. Può un abbacchio sovvertirla talmente che il cervello possa immaginare sia pure a livello di incubo che tanti anni di tranquille abitudini e di sicure consuetudini svaniscano di colpo?. Inutile! Alla fantasia non è possibile porre limiti e lo diceva bene il vecchio e buon Friedrich Schiller, “neppure gli Dei ci possono proteggere dalla stupidità”. Oramai Spinetta si era completamente rimesso dallo shock notturno.

“Alfio guarda che viene tardi ..“. La lamentosa voce di Stefania dalla cucina lo riportò brutalmente sulla terra.

“Ora arrivo”. Ma soggiunse tra sé e sé “Si fa presto a dirlo dopo una notte come quella appena trascorsa”.

Girandosi su un fianco pensò che dopo tutto questo mese non aveva ancora chiesto alcun permesso e non era neppure ricorso alla mutua e poi domani era fissata la cena cui non poteva assolutamente mancare per Michele Allegria che andava in pensione.

Il sole disegnava artistici chiaroscuri sulla parete della stanza. Dopo una nottata così un po’ di riposo era più che necessario.”Stamattina non vado in ufficio lasciami dormire”.

Infilandosi ancora di più sotto le coperte chiuse gli occhi.

A quel punto un’immagine confusa cominciò a prendere forma nella sua mente. Ma si, era la copertina di una Gazzetta Ufficiale. “E questa cosa c’entra?” Spinetta per un istante temette di rivivere l’incubo appena terminato.

A caratteri quasi cubitali la G.U. mostrava il suo numero, 30 e vicino supplemento n. 14. Sotto sia pure a caratteri più tremolanti si poteva leggere:

Decreto Legislativo n. 29. Razionalizzazione dell’organizzazione delle amministrazioni pubbliche e revisione della disciplina in materia di pubblico impiego, a norma dell’articolo 2 della legge 23 ottobre 1992, n. 421. Sciocchezze! “Neppure gli Dei ...“

Sospirando il ragionier Alfio Spinetta contabile di prima classe all’ENRCA finalmente si riaddormentò.

 

 

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