I fatti, le persone, gli ambienti ed ogni
altro riferimento contenuto nel libro sono frutto di una fantasia, ammettiamolo
pure, distorta.
Ogni riferimento alla realtà è quindi del
tutto casuale.
Chiunque possa identificare il contenuto del
racconto con essa è probabilmente in possesso di eguale, alterata fantasia.
L’Autore
WORK!
Gian Carlo Menti
Capitolo I
Al quattordicesimo piano dell’immenso palazzo di vetro cemento
l’aria pareva risentire del generale senso di apatia che avvolgeva uomini e
cose.
Era martedì e
da poco l'orologio del corridoio aveva segnato le quattordici. Giorno ed ora che
non contribuivano certo a movimentare l'ambiente.
Le stesse
piante piazzate quasi ad ogni finestra e che normalmente attiravano lo sguardo
delle loro premurose custodi, parevano desolatamente sole nell'atmosfera
immobile del III ufficio, sezione II, della direzione periferica dell'Ente per
la rivalorizzazione delle comunità antropomorfe dell'emisfero australe.
Martedì, il
peggior giorno della settimana. Troppo lontano dal venerdì per sentirne i
benevoli effetti pre-festivi, seguiva il lunedì che almeno grazie ai risultati
delle partite offriva qualche diversivo. Il martedì invece nulla.
Le ore
quattordici poi erano il negativo assoluto.
Non si poteva
sperare nella pausa per il caffé, da troppo poco tempo era ripreso "il lavoro"
dopo la mensa e il caffé a quell'ora non ci stava proprio. Troppo presto,
infine, per chiudere bottega.
Neppure le
mosche che a volte contribuivano a movimentare la scena creando momenti da vero
safari, si degnavano di far visita ai sei addetti del III ufficio. Scacciate
dall'aria condizionata, perseguitate dalle ricorrenti disinfestazioni, erano
semplicemente scomparse, nel nulla.
Visto da fuori
il Palazzo, o come benevolmente lo chiamavano i seimila dipendenti che vi erano
sistemati, "la Giungla", non era molto diverso dalle varie sedi di Ministeri,
Regioni, Enti vari.
Immense pareti
alte una trentina di piani, innumerevoli finestre di vetro da cui occhieggiavano
una infinità di piante e piantine, un grande ingresso in cui stazionavano gli
addetti alla vigilanza. Al suo interno, poi, le solite visioni di lunghi
corridoi, di ascensori sempre in movimento, le grandi bacheche con i soliti
avvisi più disparati, sportivi, sindacali, associazionistici, di compro e vendo
o recanti la notizia che lassù, al diciottesimo piano, il dottor X aveva
finalmente a disposizione gli ski-pass, ecc. ecc.
I piani poi si
somigliavano tutti, lunghi con innumerevoli porte, con infiniti cartelli che
segnalavano un po' di qua e un po' di la dove era la scala di emergenza, gli
estintori ecc.
Proprio tutti
per la verità non è esatto, al quarto, all'ottavo al dodicesimo, per esempio,
l'attività e l'affluenza era decisamente maggiore. Merito del bar che era
appunto in quei piani si diceva. Ma questa era una voce respinta con sdegno.
Il martedì
dunque era l'incubo di ogni dipendente. Non tutti i martedì si intende.
Demonizzare un giorno della settimana non è giusto. Se ad esempio cadeva tra il
lunedì di Pasqua e la festa del Patrono della Città allora, allora sì, che non
vi era nulla da ridire.
Quel martedì
però era di quelli soliti.
Solite
assenze, tenporanee o meno, solita immobile rassegnazione, solita ricerca di un
qualsiasi diversivo. Invano.
Al
quattordicesimo piano, nel III ufficio della sezione II, i presenti erano nella
norma.
Il capo
sezione aggiunto Dr. Paruvelli Adelmo, l'archivista di II classe signorina
Rosita (aveva un cognome, è vero, ma ormai per tutti era Rosita), il contabile
di I classe rag. Alfio Spinetta e il coordinatore supplente dr. Pannocchia
Giulio erano i quattro che presidiavano la stanza. Gli assenti erano due, il
campione dell'utilizzazione integrale delle possibilità calendaristiche, geom.
Fulvio Nicoletti (grazie ai ponti, le ferie, i permessi sindacali, le cure
termali, le trasferte ed i recuperi era riuscito a collezionare non presenze per
centoventisei giorni su centotrenta: un vero campione!) ed infine il
"pensionando" sig. Allegria Michele, addetto alla schedatura delle sottospecie
in via di parziale e progressiva diminuzione settoriale, era l'altro "assente
per servizio", o, come è più corretto dire, temporaneamente fuori stanza.
Il rag.
Spinetta era intento, anzi assorto, nell'esercizio della sua specialità.
Semplicemente dormiva. Ma si badi non era un dormire come normalmente si è
avvezzi a considerare. Il suo era l'espressione più alta di una tecnica
raffinatissima.
Apparentemente
chino sulla scrivania come intento a consultare una pratica, teneva la matita in
mano leggermente appoggiata al mento.
E quì il
"genio" si rivelava: la punta della matita non era rivolta verso il foglio ma
bensì contro il mento, con il risultato che nella dannata ipotesi che, nel
sonno, il corpo si spostasse in avanti ed il capo si reclinasse più del dovuto,
la punta della matita "avvertiva" il ragioniere che, quasi obbedendo ad un
riflesso condizionato, riprendeva la posizione di apparente, esemplare dedizione
al lavoro.
Gli altri
cercavano di ingannare se stessi convincendosi che, tutto sommato, domani era
mercoledì e dunque la settimana era in discesa.
Improvvisamente l'atmosfera parve essere attraversata da un fatto assolutamente
innaturale.
Il ragionier
Spinetta ebbe un brivido, aprì gli occhi, posò la matita e, senza sforzo
apparente, prelevò una pratica dalla pila che era sistemata sul lato destro
della scrivania e l'aprì.
Si trattava
della richiesta avanzata dall'ufficio staccato della trentaseiesima direzione
didattica delle scuole elementari di Abbilene (Alto Adige) che compilando il
dovuto mod. 36/A/58 aveva inoltrato regolare istanza "onde conoscere per fini
didattici" lo stato e la consistenza numerica della sottospecie della cosiddetta
pulce australe, della famiglia dei sifonatteri che pare prediligesse tra i
marsupiali, i vombati.
La domanda per
la verità era un po' vecchiotta risalendo a circa un anno addietro ma non lo era
ancora a sufficienza per iniziare il cammino dei cassetti.
Un sistema di
"archiviazione" molto in uso che consiste nel mettere nel primo cassetto una
pratica inevasa, dopo circa tre mesi passarla nel secondo, dopo quattro mesi
nel terzo ed infine, dopo aver soggiornato per altri tre mesi nel quarto ed
ultimo cassetto, se nessuno la rivendica, viene "archiviata" o più semplicemente
allontanata dall'Ufficio.
La pratica poi
non era neppure di pertinenza dell'Ente.
Le comunità
studiate nei vari uffici, erano sì australi ma dovevano quanto meno assomigliare
all'uomo, le pulci non lo erano e i vombati neppure. Ma probabilmente il termine
australe aveva indotto uno dei riceventi l'istanza a dirottare la cosa a chi
aveva qualcosa di australe nel suo indirizzo.
Il gesto di
Spinetta non passò ne poteva passare inosservato. Aprire una pratica alle due
del martedì pomeriggio era più deflagrante che lo scoppio di un tuono.
Spinetta non
era quello che si vuol dire un tipo, vestiva quasi sempre di grigio, di mezza
età, con due baffetti striminziti ed un paio di occhiali non firmati.
Il solito
burocrate si era portati a dire.
Quel
pomeriggio però, pareva trasformato.
Spinti con
violenza gli occhiali al suo posto, rassettati con un gesto brusco capelli e
baffetti, dritto come un fuso sulla sua poltroncina, cominciò a sfogliare con
rapidità i fogli della pratica, prendendo appunti, confrontando date e mittenti,
osservando con attenzione timbri e firme.
Una vera furia
umana.
"Questa è una
vergogna" esclamò a voce alta, "Manca la data del passaggio dall'ufficio di
provenienza Ministeriale ed il protocollo dell'Ente non ha indicato la classe di
appartenenza!".
Rosita si
rintanò dietro il vaso di ficus che divideva la sua scrivania da quella del
geometra Nicoletti nascondendosi alla vista dello Spinetta.
Il dr.
Paruvelli restò a bocca aperta. Quando mai era successo che il protocollo
riempisse la quarta casella a destra del timbro, quella appunto della classe di
appartenenza?
Il dr.
Pannocchia, forte della sua esperienza al Ministero degli Esteri, si limitò a
considerare Spinetta come un terzomondista che, per la prima volta, saliva sul
metrò.
Il rag,
Spinetta non prestò la minima attenzione allo sconquasso che aveva provocato.
Tutto preso
dalla sua pratica si era alzato, aveva consultato l'elenco del telefono, e,
quasi urlando nell'apparecchio, cominciò ad inveire contro il malcapitato che
aveva avuto l'imprudenza di rispondere.
"Lo volete
capire si o no, che senza la classe di appartenenza mi è impossibile accedere al
sistema informatico o, peggio, dovrò prolungare la ricerca di molto, ritardando
i tempi dell'evasione della pratica?". Poi, senza attendere quella risposta che
probabilmente non gli sarebbe venuta lo stesso, sbatté la cornetta sul suo
supporto e si avvicinò al computer.
Il computer,
il mostro sacro, che mai, prima d'ora, era stato destato dal suo letargo.
Tralasciando
infatti i rari momenti di attività conseguenti la sua installazione nell'ambito
dell'informatizzazione dell'Ente, non si era mai trovato a tutt'oggi chi, per
dovere di masionario o per fideistica passione, lo avesse attivato.
Lo stupore ed
il timore che aleggiavano nella II sezione del III ufficio era palpabile.
Sei occhi
seguivano attoniti il ragionier Spinetta.
"Dov'è il
manuale - chiese più a se stesso che agli altri - è mai possibile che quando si
cerca qualcosa, in questo ufficio non è mai al suo posto? Ma che cosa credete
che ci paghino a fare" ringhiò verso il posto dell'assente geom. Nicoletti, suo
inferiore di grado ma pari per funzione.
Tolse la
copertina che avvolgeva il terminale, trafficò con i fili, inserì la spina e
azionò l'interrutore.
Il fato si era
compiuto.
L'ufficio III,
sezione II, entrava nel sistema informatico!
Neppure la
richiesta della pass-word fermò l'indemoniato.
Sfogliando il
manuale, quasi strappando le pagine, pigiando sui tasti, nel giro di mezz'ora,
in collegamento con la rete Ethernet, riuscì ad avere la risposta al quesito
della sedicesima direzione didattica.
Soddisfatto,
aprì l'armadio dei moduli di risposta, compilò dettagliatamente quello idoneo,
lo inserì nella pratica, tolse i giornali che ingombravano il settore "firma" vi
inserì la pratica e quasi senza interruzione, ne prelevò un'altra dalla pila
sulla sua scrivania e si accinse ad evadere anche questa.
L'inizio di
quella che doveva diventare la più grande rivoluzione, capace di porre in crisi
ogni sistema, era avviato.
Capitolo II
Il rientro
della navicella spaziale era questione di pochi minuti.
Dopo una
numerosa serie di esperimenti nello spazio, quella che a ragione era considerata
la più moderna e sofisticata delle apparecchiature che l'uomo avesse mai
costruito, si avvicinava agli strati densi dell'atmosfera.
A bordo gli
astronauti avevano da poco indossato le tute spaziali, avvitato il casco
protettivo e sistemato con cura ogni oggetto proprio come descriveva il manuale
di volo, attendevano con ansia le ultime fasi del rientro.
Non che la
questione rappresentasse una vera e propria novità per l'equipaggio, infatti sia
il maggiore Colbert, comandante della Sayu 3, che il suo vice, l'ingegner Baylor,
erano dei veterani dello spazio. Il primo aveva compiuto analoghe esperienze
durante cinque missioni mentre il secondo poteva vantare un paio di discese
sulla Luna.
L'ansia semmai
era dettata da alcune particolarità che avevano contraddistinto questo viaggio.
Intanto la
durata del viaggio era di tutto rispetto: cinquantasei settimane a zonzo per lo
spazio senza essere condizionati da precisi piani di volo ma, grazie agli ultimi
ritrovati della tecnica spaziale, con autonome scelte di obiettivi.
Secondo, gli
esperimenti tentati, all'intero della navicella e nello spazio libero,
rappresentavano una novità assoluta.
Piante,
animali, rocce e metalli erano stati sottoposti alle prove più diverse.
In particolare
uno di questi esperimenti che consisteva nella divisione pentacolare degli
strati interni di un seme di eucaliptus, realizzata sull'asteroide Plinius,
avrebbe dovuto fornire la risposta agli scienziati dello smisurato aumento che
nella rarefatta atmosfera del bluastro corpo celeste, colpiva le piante.
Non era stato
un esperimento facile. Colbert al pensiero non poteva trattenere un brivido.
Era successo
proprio alla quarta incisione. Il seme di eucaliptus gli era sfuggito di mano e
malgrado la bassa gravità dell'asteroide i suoi tentativi di afferrarlo non
avevano avuto successo. Rotolando sul terreno il seme era rimbalzato su di una
specie di licheno, aveva compiuto uno strano salto e dopo aver colpito la scarpa
destra di Colbert proprio sulle stringhe, si era infilato in una fessura
scomparendo alla vista degli astronauti.
Erano stati
momenti di panico, perdere un seme di eucaliptus, nello spazio e senza
un'apparente motivo significava dover compilare almeno mezzo chilo di moduli per
giustificarne la mancanza.
Per fortuna
Baylor che seguiva l'esperimento segnando tutto su di una tavoletta di fairtex,
non si era perso d'animo. Con un tuffo degno del miglior playmaker dei Giants
(la stupenda squadra di foot-ball americano), era riuscito ad infilare il dito
nella fessura e bloccare il seme.
Non che
l'operazione avesse risolto immediatamente il problema ma, almeno, i due
sapevano dov'era quel dannato seme.
I guai
cominciarono dopo, quando lo vollero estrarre. Quasi che il contatto del terreno
lo avesse elettrificato il seme cominciò una strana convulsione che riusciva a
scuotere il suolo per almeno un metro quadrato. Di estrarlo nemmeno a pensarci.
Ancora una
volta Baylor venne a capo del problema.
Fece un cenno
al comandante indicando una bombola di ossigeno. Colbert capì al volo.
Introdusse il tubo di mandata dell'ossigeno nella fessura e, togliendo di colpo
la valvola di sicurezza provocò un getto abbastanza forte da riportare in
superficie il seme. Baylor non esitò neppure un istante, afferrò il fuggitivo e
lo rinchiuse in un contenitore a tenuta stagna.
Detta così
l'operazione sembrava semplice, pensò Colbert, ma trafficare in quasi assenza di
peso con un seme che sembrava vivo e che aveva preso il colore del terreno,
aprire con una serie successiva di manovre il contenitore AZ32 (memorabile era
la serie di insuccessi che molti astronauti avevano collezionato prima di
capirne il funzionamento), non era una cosa di poco conto. Il tacito accordo
intervenuto tra il comandante ed il suo vice di non far parola dell'accaduto li
poneva almeno al riparo dal pericolo di dover riscrivere, per almeno venti
volte, come si erano svolti i fatti. se poi le descrizioni non combaciavano,
apriti cielo, addio vacanza!
L'importante
era riportare il tutto a casa. E di lì a poco i cervelloni della base avrebbero
avuto modo di divertirsi.
Per fortuna,
inoltre, per questo rientro una grossa novità ci sarebbe stata.
Basta con la
lunga quarantena; ormai erano sufficienti poche ore e le sofisticate
apparecchiature usate per assicurarsi che gli astronauti non portassero qualche
virus sconosciuto dallo spazio, avrebbero dato l'OK per uomini e cose.
Le spie sul
quadro di comando si accendevano e spegnevano regolarmente. Colbert e Baylor
rispondevano quasi meccanicamente ai messaggi che giungevano dalla base.
Il solito
silenzio radio negli ultimi momenti del rientro, una lunga rullata sulla pista e
la Sayu 3 era a casa.
La routine
durò meno del previsto. Le strette di mano e gli hurrà degli addetti al
controllo si spensero presto. Le casse contenenti i materiali degli esperimenti,
dopo gli accertamenti di rito, furono riposte con cura nell'hangar appositamente
costruito al termine della pista.
Per la verità
ad una cerimonia era impossibile sottrarsi.
Era ormai
consuetudine che gli astronauti ricevessero, dopo la altrettanto solita
telefonata del Presidente, un ricordo della missione. E, guarda caso, il
"ricordo" era sempre lo stesso: le stringhe che stringevano i calzari che gli
astronauti indossavano durante le uscite nello spazio.
Colbert odiava
qual regalo. Almeno una volta gli avessero lasciato le scarpe. Mai! I legacci e
basta.
Ne aveva di
tutte le fogge e colori. E ne aveva anche le tasche .. piene.
Comunque, come
recitava il motto sulla sua tuta "Mai dire mai", prese le stringhe, salutò amici
e superiori. E via. Le Hawaii promettevano panorami assai più interessanti degli
animali che avevano condiviso la sua avventura nello spazio e, per di più, erano
bibedi con le curve giuste al posto giusto.
Baylor, non fù
da meno.
Erano passate
solo poche ore ed entrambi erano straiati su di un'amaca a contemplare il
passaggio di quelle visioni sognate per cinquantasei lunghe settimane.
Capitolo III
Il mercoledì
mattina l'atmosfera del bar del dodicesimo piano era decisamente elettrica.
La notizia
dell'exploit del ragionier Spinetta era circolata con una velocità impensabile.
Tra un cappuccino, un cornetto ed il solito latte macchiato non si parlava
d'altro.
"Vi dico che è
proprio così - assicurava con l'aria di saperla lunga il commesso del piano - la
pratica questa mattina era pronta per essere inoltrata alla firma! E non solo -
aggiungeva con fare misterioso - insieme a quella ve ne erano altre trentadue.".
Quella era
senza alcun dubbio una questione che avrebbe polarizzato per chi sà quanto tempo
l'attenzione del personale dell'ENRCA.
Nel ricordo
dei più anziani forse solo alcuni episodi meritavano una eguale attenzione.
Come quello
avvenuto circa sette anni orsono e che riguardava l'iniziativa di un personaggio
ancora oggi ricordato con affetto.
Era un esule
del Borneo che un bel giorno, o per alcuni un brutto giorno, si era introdotto
nell'edificio e dopo aver gironzolato per scale e corridoi aveva adocchiato una
tavolo posto proprio al centro di quello del settimo piano e ne aveva preso
bellamente possesso.
Non che la
cosa fosse proprio eccezionale, la stranezza venne scoperta in seguito.
Il commesso di
quel piano non aveva trovato di meglio che posare una pila di pratiche sul piano
di quella scrivania alla quale era ben presente un "nuovo" collega.
Questi, forse
per ingannare il tempo, aveva cominciato a sfogliarle. Poi, visto che la cosa
non lo divertiva più di tanto, si era alzato e infilatosi in una delle tante
porte aperte aveva prelevato da un ufficio un timbro che per la magnifica
impugnatura rossa attirava particolarmente l'attenzione prendendo prima i uscire
anche un tampone inchiostrato con un liquido di un color pervinca
particolarmente vivace.
Il timbro in
questione non apparteneva all'Ente ma era un gradito ricordo di un funzionario
che durante le ferie ad Anchorage se ne era impossessato come souvenir dalla
reception della locale sede dell'agenzia per il commercio dei denti dei cani da
slitta.
Forse erano
state le scritte riportate sul timbro, assolutamente indecifrabili ma
graficamente molto attraenti al centro delle quali spiccava la scritta "for
operation" a far scattare quell'amore a prima vista che anche in questa
occasione conquistò le simpatie del nuovo "proprietario".
Ritornato alla
scrivania, Alf Tut Lou, questo era il nome dell'esule, iniziò puntigliosamente a
timbrare i fogli di ogni pratica con uno zelo veramente encomiabile.
Se curiosità
mosse in allora impiegati, funzionari e l'ignaro commesso che per primo aveva
fruito della "cortesia" del nuovo collega, questa era sollecitata dall'impegno
che mostrava Alf Tut Lou, ma, si sà, all'inizio ogni scopa funziona bene: il
tempo avrebbe provveduto a far rientrare nella norma l'attività di quel
giovanotto dall'abbronzatura degna di un bagnino di Ricccione.
La cosa andò
avanti per parecchi mesi.
Puntuale, ogni
mattina. il "nuovo" si sedeva alla "sua" scrivania e cominciava a timbrare la
pila di pratiche che qualcuno aveva lasciato sul suo tavolo in cambio di quella
del giorno precedente, .
Ormai
all'interno della "Giungla" non vi era praticamente foglio, circolare, modulo,
richiesta, pratica, questionario ecc. che non riportasse, in bella evidenza, il
timbro con le fatidiche parole: "for operation".
Il caso
esplose quanto l'ufficio cassa si rifiutò di pagare lo stipendio al vice
funzionario aggiunto Battaglietti Leandro adducendo a motivazione che "mancava"
il timbro.
Il
Battaglietti si rivolse al Sindacato. Il rappresentante del personale precario
si rivolse al vice assistente del vice capo del personale, questi, vista la
gravità della cosa, marcò visita.
Il
rappresentante del personale precario-confermato fece un comunicato denunciando
il comportamento antioperaio dell'addetto alla Cassa.
Il Capo
Ufficio cassa dichiarò lo stato di agitazione.
Alla fine il
problema venne risolto grazie all'aiuto del figlio del segretario di prima
classe Amilcare Zurletti che avendo avuto la fortuna di acquistare tutte le
dispense dell'enciclopedia cinomondiale dello sport, ritrovò riprodotto a pag.
12126 il timbro oggetto della discordia.
Dopo una
rapida indagine durata solo trentasei giorni, un comunicato al personale "per
uso strettamente interno" dichiarò il timbro privo di qualsiasi valore e quindi
"non necessario per l'accettazione, l'istruzione, l'espletamento e la
satisfazione di ogni pratica relativa ai compiti, le facoltà, i programmi e gli
interessi dell'ENRCA, per cui rimanevano in vigore le sole disposizioni
contenute nel foglio 1.2234.56/a/42/DG e relativi allegati a), x1 e z)".
Il tavolo
venne preso in carico dall'economato e di Alf Tut Lou non se ne sentì più
parlare.
Intanto al bar
la discussione era salita di tono.
"Non vi è più
alcun rispetto per la gerarchia" ribadiva congestionandosi in viso, l'addetto al
protocollo generale Commendator Alvisi, "Quando c'era Lui nessuno, dico nessuno,
avrebbe azzardato un'azione come questa. Istruire una pratica e, peggio,
completarla senza compilare il brogliaccio dell'Ufficio e senza attendere che il
Capo dello stesso Ufficio espletasse le formalità di rito siglando il
brogliaccio, è una cosa che grida vendetta!".
"Era una
persona così a modo" si permise di osservare di osservare Rosita mentre con
attenzione toglieva una minuscola macchia di caffè dal polso della sua camicetta
di finta-quasi vera-seta.
"Bell'esempio
per i giovani", "E' una manovra antisindacale, bisogna reagire", e via su questo
tono.
Improvvisamente un silenzio surreale gelò l'ambiente.
Il ragionier
Spinetta, con passo fermo e deciso, guadagnò il bancone: "Un caffè e in fretta!
Abbiamo solo cinque minuti di intervallo e non vedo proprio perchè utilizzarli
tutti".
"Macchè
zucchero! Lo zucchero rischio di appesantire lo stomaco e non mi sembra il caso.
Con tutto quello che v'è da fare ...".
Veloce come
era arrivato pagò, prese il caffè e via, a passo lesto verso l'ascensore.
Durante tutta
questa scena non si sarebbe sentita volare una mosca (ammesso che ve ne
fossero).
I presenti si
scambiarono sguardi attoniti.
Possibile che
fosse proprio lui?
Lui sempre
pronto a raccontare l'ultima barzelletta, lui che era conosciuto come il più
attento conoscitore di tutte le pubblicazioni turistiche delle varie agenzie di
viaggio, lui che aveva al suo attivo qual favoloso fine settimana alle Hawaii?
Ed era stato
proprio per quel viaggio, vinto con le merendine del Nocchiero, che era passato
alla storia ed alla conoscenza del numeroso popolo dei dipendenti dell'Ente, di
quello stesso popolo che oggi doveva registrare un evento così straordinario.
Capitolo IV
Sulle prime il
nuovo arrivo non aveva destato molta attenzione.
Bene in fila
sul ripiano dello scaffale di destra, tra i maritozzi e le caramelle "gusta e
schiaccia" le nuove merendine "del Nocchiero" non avevano estimatori.
Ben diversa
era la sorte dei cornetti, sempre croccanti e profumati, che parevano essere
fatti apposta per coronare il rito del cappuccio ben caldo in tazza fredda.
Lo sapevano
bene sia i baristi che gli abitanti della "Giungla": un cappuccio in tazza
fredda, magari con una spruzzata di cacao, un cornetto e l'immancabile
chiaccherata era il pass-partout per una tranquilla giornata di presenza.
Bastò però che
un barista particolarmente intraprendente avesse un'idea per far decollare le
vendite delle merendine.
Forse il
barista in questione era stato quello del quarto piano che era senz'altro più
sveglio degli altri in ragione del fatto che il bar era al piano dell'uscita e,
quindi, Giorgio, il barista, impiegava molto meno tempo dei propri colleghi ogni
qualvolta prendeva servizio d inoltre usciva prima.
Giorgio
compilò un grande cartello, utilizzando tutta la gamma degli evidenziatori che
gli era stato possibile reperire compilando dettagliatamente il mod. 123/65
(quello della richiesta della cancelleria), mise bene in mostra che le merendine
del Nocchiero "REGALAVANO IL SOGNO DI UNA VITA: UN VIAGGIO ALLE HAWAII",
provvedendo altresì (per la verità barando un poco) ad incollare una serie di
PIN-UP non troppo vestite sui bordi del cartello e il gioco era fatto. Un
successo assicurato!
Le merendine
erano balzate ben presto al primo posto tra le preferenze degli avventori
(maschili) dei tre bar dell'ENRCA.
Nella realtà
oltre ad un gusto un po' strano delle merendine e le immancabili battute sulle
"notti" che il concorso prometteva alle HAWAII, di vincite nemmeno l'ombra.
Il Rag.
Spinetta era stato uno degli ultimi ad abbandonare il maritozzo. Gli era
sembrato una specie di tradimento. Dal primo giorno di servizio ad oggi, ed
erano passati parecchi anni, il rito del cappuccio e maritozzo era consumato con
grazia e perseveranza.
Poi un bel
giorno, sollecitato più dalla vista del paesaggio del famoso cartello, piuttosto
che dal prodotto si lasciò tentare e la stessa perseveranza dedicata al
maritozzo passò alla merendina del Nocchiero.
E' facile
immaginare cosa successe quando una mattina scartando il prodotto fece capolino
un foglio assolutamente inusuale rispetto alla norma: "HAI VINTO" recitava in
belle lettere la scritta.
Sulle prime
Spinetta pensò al solito trucco, quel HAI VINTO probabilmente nascondeva il
resto della frase "se ritenti ancora", "se il tuo nome è Astroligio" o cose di
questo genere. Invece nulla. C'era proprio scritto solo HAI VINTO e, in
caratteri più piccoli la spiegazione di come doveva comportarsi il fortunato per
poter godere dello "splendido, irripetibile e sempre sognato" fine settimana
alle Hawaii.
Spinetta era
diventato l'eroe dell'ENRCA.
Addirittura il
Direttore Centrale Generale aveva voluto sentire dalla sua voce il racconto
della vincita Ma tutto questo era nulla rispetto alle volte che il Nostro aveva
dovuto raccontare l’esperienza vissuta.
Trasferimento
aereo, la collana di fiori che aveva ricevuto all'arrivo da parte di avvenenti
isolane, la splendida suite che l'ospitava (in verità era una specie di stanza
un po' più grande delle altre ma, si sa, un tantino di esagerazione non guasta
mai), le "avventure" (anche queste più fantasiose che reali) erano i temi più
ricorrenti. In testa alla classifica vi era però l'incontro con gli astronauti e
la famosa partita a briscola con l'altrettanta famosa testimonianza che
Spinetta aveva riportato in Patria.
L'episodio
merita di essere raccontato.
Salutati
colleghi ed amici Spinetta aveva preso l'aereo a Milano (l’aeroporto Leonardo da
Vinci di Roma non era agibile a causa di uno sciopero degli aspiranti coadiutori
degli addetti di Terra). Dopo aver cambiato mezzo in almeno una dozzina di scali
era giunto finalmente a destinazione.
L'isola di
Oahu: meta preferita dei circa tre milioni di turisti che ogni anno visitano
l'insieme delle circa 130 isole che compongono lo Stato delle Hawaii.
Spinetta era
stato accolto dagli sponsor del concorso. Le prime ore erano state quasi un
incubo. Foto, sorrisi a piena pagina. Il mondo doveva "vedere" il "fortunato"
ma, soprattutto, doveva "sapere" che il premio delle merendine era realtà!
Come Dio volle
la cosa finì e Spinetta, finalmente, potè godersi un minimo di pace.
Fu appunto in
quel periodo che nel parco dell'Hotel egli incontrò i due astronauti. Questi,
terminate al momento le avventure di "caccia al bipede femminile" anche per
l’esaurimento delle riserve finanziarie, se ne stavano mollemente straiati su
due amache in attesa di qualche "pollo" da spennare al poker.
Spinetta
attirò la loro attenzione in quanto pareva proprio il tipo adatto per
rimpinguare le loro casse.
Forse erano
stati i fotografi (strapagati per riprendere il "vincitore") ad acuire la loro
curiosità. Detto fatto, con una manovra aggirante, Spinetta conobbe i due eroi
dello spazio.
Ancora oggi
quell'incontro appartiene all'album delle vicende indimenticabili raccontate dal
ragioniere.
Per sfortuna
loro però, Spinetta non disponeva di cospicui conti in banca. I due se ne resero
conto assai presto e la partita a poker diventò una partita a briscola e
l'italiano si limitò (di questa abilità occorreva rendergli atto) a far segnare
sul conto degli sponsor le abbondanti libagioni consumate dai due.
Al momento
della partenza il ricordo si faceva abbastanza nebuloso Gli astronauti,
piuttosto malfermi sulle gambe, regalarono a Spinetta il famoso legaccio
ricevuto alla fine dell'ultima missione spaziale.
Un regalo che
sino a pochi giorni addietro faceva bella mostra nell'ufficio del ragioniere,
debitamente racchiuso in una teca di cristallo,
Quante volte
di fronte a quel "trofeo" il racconto della vacanze alle Hawaii era stato
snocciolato ed arricchito di nuovi particolari.
Ma il destino,
a volte, gioca strani scherzi.
Rosita, nel
tentativo di spostare una pianta di ficus che a parer suo soffriva il sole, urtò
la scrivania di Spinetta. Un attimo, la teca rotolò e malgrado il tentativo di
Spinetta, svegliato dal suo finto-lavoro-dormiente, cadde a terra ed il vetro
finì in mille pezzi.
Il ragioniere
nel suo inutile tentativo si ferì persino ad una mano. Questa è la ragione per
cui il legaccio, testimone di cotanto viaggio pur continuando a far bella mostra
di se scrivania del ragionier Spinetta, oltre al suo indefinibile colore
verdastro mostrava anche una macchia rossa: il sangue dell'eroe delle Hawaii.
Capitolo V
Il ritorno in ufficio
del ragioniere avvenne con la stessa foga con cui, pochi minuti prima, era
andato al bar.
Seduto al suo posto di
combattimento Spinetta non conosceva soste.
Via una pratica, sotto
un'altra.
I fascicoli si
accumulavano nell'armadio in partenza ed i colleghi di stanza seguivano tra
l'ammirato ed il timoroso quell'uragano di attività che riportava alla comune
memoria immagini dantesche con i dannati, pardon gli impiegati, coinvolti da un
ciclo produttivo senza limiti ne' soste.
Roba da non credere.
Avevano un bel dire
gli altri, che non vivevano in quell'ambiente, che forse era tutto uno sbaglio,
un'esagerazione messa in giro dai nostalgici del sabato lavorativo, della
giornata delle otto ore, dello straordinario non pagato.
Li nell'ufficio III,
sezione II era viceversa tutto tremendamente reale.
Anche il geometra
Nicoletti, rientrato improvvisamente da un corso di aggiornamento a Cortina
forse avvertito da qualche informatore ben addentro alle segrete cose, seguiva
con gli occhi sbarrati il ritmo disumano dello Spinetta.
La tabella 12 bis,
incubo della sezione, che conteneva gli spostamenti delle mandrie transumanti da
ovest ad est degli ornitorinchi, con segnati i percorsi orari rapportati a
quelli degli echidna, era aggiornata al giorno precedente.
I danni provocati
dall'inserimento degli ovini nell'habitat australiano erano rappresentati da
grafici colorati in cui era possibile anche rilevare l'età del dacelite e dell'emu.
Tutto lavoro fatto
dallo Spinetta al quale, ormai, nessuno aveva l'ardire di rivolgere la parola.
Le rare risposte che
si degnava di fornire assomigliavano più ad un ringhio che ad un articolato
umano.
Era lui, viceversa,
che continuava a chiedere; chiedere e pretendere risposte dai vari uffici e dai
diversi servizi. Il suo telefono era in pratica diventato il centralino
dell'Ente.
Se sapeva qualcosa
Rosita che azzardando una richiesta, espressa con estrema grazia, allo Spinetta
se per caso avesse un pezzo di spago per raddrizzare un ramo del bonsai di
mandarino situato sulla sua scrivania, si era sentita rispondere che prendesse
pure quel pezzo di canapa che era sulla sua scrivania e ne facesse quello che
voleva.
Il guaio era che "quel
pezzo di canapa" era niente meno che il famoso legaccio degli astronauti: un
cimelio a cui il ragioniere mai avrebbe fatto a meno. Ed invece preso dal
lavoro, anche la stringa del maggiore Colbert era per Spinetta niente di più che
un pezzo di canapa!
Ed era stato che,
forse più per il timore di contraddire il ragioniere che per convinta adesione,
Rosita aveva utilizzato il legaccio proprio per raddrizzare il ramo del bonsai.
Episodi come questi la
dicevano lunga sullo stato di salute del ragionier Spinetta e la cosa non poteva
rimanere a lungo nel chiuso di una stanza.
Filippo, l'usciere del
14 piano, iniziò a lanciare i primi, allarmati segnali.
"Non è un caso. Ve lo
garantisco" aveva confidato al commesso del protocollo. "Il ragionier Spinetta
sta male. Pensa che ormai sono circa settanta le pratiche finite che pretende
vengano portate alla firma. Settanta e non sette. Anche se in questo caso la
questione non sarebbe certo da sottovalutare". E più che parlava, più si
accalorava Filippo. "Settanta pratiche terminate io non le ho viste eppure in
cinque anni di servizio. Altro che in una settimana!"
"E il capo come l'ha
presa ?" ribatteva l'altro riferendosi al direttore di sezione da cui dipendeva
Spinetta.
"Al momento è in
congedo per cui non esiste il problema della firma. Ma te lo immagini cosa
succede al suo rientro? Come minimo dovrà richiedere almeno altri tre uscieri
per trasportare le pratiche."
"Eh fai presto a dire
tre. Il terzo protocollo d'intesa arriva a prevedere sino a cinquanta pratiche e
già in quel caso gli uscieri occorrenti sono quattro."
"Quello Spinetta
rischia il posto, te lo dico io" finiva amaramente Filippo che ricordava con
affetto come il ragioniere fosse un
esempio di rettitudine
e probrietà ed oggi, purtroppo....
Voci e sussurri
aumentavano di tono.
Quanto accadeva lassù
al quattordicesimo piano era l'argomento principale di ogni conversazione.
Poi a questo fatto,
già di per sé grave, se ne aggiunse un altro che fece traboccare il vaso.
Il ragionier Spinetta,
sempre lui, una mattina prese un fascio di pratiche evase e a passo lesto si
avviò verso l'ufficio del Direttore di divisione.
Solo chi conosce la
rassicurante articolazione delle competenze e delle rispettive attribuzioni può
comprendere la stranezza e la stravolgente eccezionalità dell'iniziativa di
Spinetta.
Scavalcare il
superiore diretto, il capo dell'Ufficio, quello della sezione da cui dipendono
gli uffici per rivolgersi al Direttore di divisione che, come è noto, ha
competenza sulle varie sezioni è come immaginare un alpinista che, con un salto
nel corso di una scalata, supera pareti e camini, per raggiungere la vetta.
Assolutamente
impensabile.
La cosa non deve però
essere vista come una violazione dei doveri e l'usurpazione dei poteri, quasi
fosse un ammutinamento, ma bensì
come gettare alle ortiche una struttura consolidata fatta di sicurezze, di
circolari, di interpretazioni e di mansioni per assumersi, personalmente e senza
tutele, responsabilità ed iniziative. Pazzesco!
E lo Spinetta faceva
proprio tutto questo.
Camminando sempre più
lesto, con il suo fascio di pratiche sotto braccio si arrestò solo d'innanzi
alla porta del Dott. Onofrio Lucetti, Direttore della II Divisione dell'ENRCA.
L'uomo da cui dipendevano sei sezioni, e diciannove uffici: una potenza.
Un lieve colpo sulla
porta e senza attendere, Spinetta piombò nell'ufficio.
Il dott. Lucetti era
particolarmente impegnato.
Da alcuni giorni
cercava disperatamente di risolvere l'ultimo quiz pubblicato sul bollettino del
S,A,R. dell'ENRCA: il periodico del Servizio Attività Ricreative, che metteva in
palio tra i solutori una visita, guidata e per due persone, alle grotte del
massiccio del Bianco nella Val Veny, viaggio, alloggio e vitto compresi.
L'irruzione di
Spinetta avvenne proprio quando la soluzione pareva a portata di mano.
Balzato in piedi, più
per lo spavento che per l'ira, il Direttore lanciò una specie di latrato: "Cosa
le salta in mente. Non ha visto che sono impegnato. Chi è lei? Cosa vuole?".
Spinetta non fece una
piega. Sbatté il fascio delle pratiche sulla scrivania del poveraccio e "Vede
queste? Sono pratiche finite da almeno due giorni! E nessuno le firma. Sono
ferme sempre nel mio ufficio. E' una vergogna!".
Lo sbalordimento del
Direttore crebbe di livello. Vuoi vedere che questo matto è quel tale di cui ho
sentito parlare che, si dice, mette a soqquadro tutto l'Ente con continue
richieste e, peggio, pretende di costringere colleghi e superiori ad un super
lavoro solo al fine di eliminare l'arretrato? Se e lui -pensò il Direttore-
conviene assecondarlo. Tipi come questi sono pericolosi a sé ed agli altri.
La lunga esperienza
del Direttore di divisione acquisita in almeno dodici sedi ed altrettanti
incarichi era assolutamente inossidabile.
Il regolamento, ecco,
proprio il regolamento è quello che ci vuole.
"Prego si accomodi.
Non stia in piedi. Vediamo cosa si può fare".
Lo Spinetta parve
rabbonirsi. Finalmente uno che capiva la gravità della situazione.
Altro che i colleghi
d'ufficio che adducendo le più puerili scuse non volevano collaborare.
"Vede Direttore, nel
nostro ufficio, il III della seconda sezione, arrivano almeno cinquanta nuove
pratiche all'anno. Sono rappresentate da richieste aventi oggetti diversi che
pervengono da ogni parte del Paese e qualche volta dall'estero ed oltre a questo
ci sono da compilare tabelle e relazioni sui diversi e molteplici aspetti della
fauna australe. Un lavoro di responsabilità" Immerso nella spiegazione lo
Spinetta non si rendeva conto che il Direttore non lo stava ascoltando ma,
semplicemente, cercava un qualsiasi diversivo, una telefonata, l'arrivo
dell'usciere, la mancanza di energia elettrica, qualcosa insomma capace di
fermare le spiegazioni del ragioniere. Invano.
"Quello che preoccupa
- continuava imperterrito Spinetta - è che tra poco inizia il periodo delle
ferie e l'arretrato salirà ancora. Delle cinquanta nuove pratiche l'ufficio
riesce a evaderne circa una diecina all'anno. Ed il conto è presto fatto".
"Si, capisco, ma veda
l'art. 32, comma 6 della sezione dodicesima del regolamento interno, non prevede
aumento del personale e, dall'altro lato, le ferie costituiscono un necessario
ed ineliminabile momento di recupero psico-fisico e cui nessuno, ribadisco,
nessuno può sottrarsi."
Lo Spinetta si
dominava a stento. Si era sbagliato. Anche il Direttore non capiva la gravità
della situazione.
Nel giro di pochi anni
l'Ente sarebbe stato sommerso dalle pratiche.
L'informatizzazione
non era adeguatamente utilizzata. Il personale sfuggiva dalle proprie
responsabilità Gli innumerevoli quesiti che la comunità scientifica
internazionale poneva all'ENRCA - questo almeno era il convincimento dello
Spinetta - rischiavano di rimanere senza risposta.
E pensare che bastava
così
poco....
Si alzò, raccolse le
sue pratiche e senza salutare lasciò l'ufficio.
Il sospiro di sollievo
che il Direttore emise venne bruscamente interrotto da un terribile
presentimento. E se questo insiste? Se si rivolge alla stampa? Se non riusciamo
a fermarlo?
Un avvenire cupo ed
incerto parve disegnarsi sulla parete di fondo dell'ufficio del Direttore. Una
catastrofe. Si questa poteva diventare una vera catastrofe.
Anni di corretta
interpretazione del ruolo dell'Ente, un passato fatto di regolarità ed
articolata presenza nell'Amministrazione del Paese erano in pericolo.
Capitolo VI
Che
qualcosa non funzionasse nel ragionier Spinetta ormai era fuori di dubbio.
Il sua
comportamento superefficientista non era limitato alla sfera del suo lavoro.
Anche in famiglia gli effetti erano evidenti.
Non seguiva
più con proverbiale cronometricità il ritmo dei suoi trasferimenti casa-ufficio,
erano sempre più ricorrenti ritardi al rientro ed anticipi nelle partenza.
Stefania non
sapeva più a che Santo votarsi. Il suo Alfio era ormai un'altro uomo.
Non solo
parlava sempre di lavoro ma, peggio, si portava a casa fasci di pratiche e,
altro impensabile comportamento, la televisione non lo attirava più.
Sempre lì a
sfogliare cartacce, prendere appunti, brontolare tra sè e sè.
Sulle prime
Stefania aveva sospettato che il classico "colpo della mezzaetà" avesse colpito
anche il marito e le manovre del suo strano comportamento mascherassero chissà
quali evasioni. "C'è un'altra donna" aveva confidato alle amiche.
"Alfio non ha
orari, torna a casa ad ore impensate. Non consulta più i depliants delle agenzie
turistiche. Non pensa alle ferie. Al sabato dice di andare in ufficio."
Il colpo di
grazia arrivò quando Alfio dichiarò, senza perifrasi, "Quest'anno non si parte.
Devo lavorare!".
Era troppo.
Passi per uno
slittamento delle ferie. Era già successo una volta: quando la terza sessione
aveva organizzato un ciclo di partite di calcio tra scapoli e ammogliati per cui
Alfio, che doveva arbitrare un paio di incontri, aveva posticipato di tre giorni
l'inizio delle ferie. Questa volta però la questione si presentava assai più
grave. Rinunciare alle ferie!
Il sacro
appuntamento con sdraio ed ombrelloni, secchielli (dei nipoti) e grigliate sulla
spiaggia era stato abiurato.
Stefania non
esitò più.
Dopo una serie
di telefonate a mamma, zia, cugini vari e nipoti prese il coraggio a quattro
mani e si recò nella sede dell'ENRCA.
Il primo,
traumatico incontro lo ebbe con tale Alberto Scacchetti.
Era un tipo
conosciuto da tutti. Forte della sua carica di vice segretario-archivista del
S.R.A. -servizio ricreativo aziendale- e per il fatto di essere il capo della
squadra aggiunta di sorveglianza d'atrio, era conosciuto da tutti e, quello che
più conta, conosceva tutti.
Anche Stefania
era nel novero delle sue conoscenza. In diverse occasioni si erano incontrati.
Come quella volta della gita sociale sul lago di Bracciano. Lui era il
capo-pullman e lei, Stefania, grazie al quel vestitino a fiori era stata
sistemata proprio davanti, vicino a lui.
Non che ci
fosse stato nulla di serio ma tra le altre doti Alberto aveva quella della
simpatia: Stefania era piacente e tra un complimento e l'altro la conoscenza si
era rafforzata.
Vedendola
entrare dalla porta principale Albero la riconobbe subito.
Come era
cambiata però rispetto ad allora. Più preoccupata, quasi ansiosa.
"Buongiorrrno!
Quale buon vento ci regala il piacere di vederti?."
Poco mancò che
Stefania si mettesse a piangere.
Il paragone
tra il suo Alfio, di allora, e quello di oggi e la evidente immutata
indifferenza di Alberto a tutto ciò che era lavoro, la fecero ripiombare nel
baratro del dubbio.
"Suvvia cosa
ti succede. E' successo qualcosa?". Premuroso Alberto sfoderava tutte le sue
arti di usciere, quasi impiegato, attento, disincantato, padrone del Palazzo.
"Sapessi ..".
Un singhiozzo la interruppe.
"Vieni,
andiamo al bar. Così ti spiegherai meglio".
Fu lì che
Stefania, tra un succo ed un sospiro, venne a sapere l'amara verità,.
Il suo Alfio
era sulla bocca di tutti.
Il suo
inaccettabile comportamento, la sua smania di lavoro, la sua inqualificabile
condotta lo avevano isolato dal resto del mondo. ormai era solo. Nessuno, dico
nessuno - ammise con evidente fastidio Alberto - si fida più di lui. "E' un
elemento estremamente pericoloso e, diciamolo pure, socialmente dannoso."
A sentire la
storia delle recenti imprese del marito Stefania se da un lato provò sollievo a
sapere che non era una questione di corna, dall'altro non sentì scemare le
proprie preoccupazioni.
E' proprio
come è successo nella 926 puntata di Tormento, la telenovela interpretata da
Silly Malone, -pensò- il protagonista viene espulso dal club degli scacchi e
moglie e figli, ridotti alla solitudine in una società che non li accettava più.
Terribile.
Intanto
Alberto proseguiva implacabile "Capisci Stefy (ah! il ricordo del vezzeggiativo
di quella famosa gita rifaceva capolino), non è possibile che qualcuno metta in
forse l'organizzazione dell'Ente. E' come se la Bibbia venisse paragonata ai
"versetti satanici" che hanno scosso l'Islam.".
Questo era
un'altro vezzo di Alberto. Ricevendo ogni mattina il grosso pacco di giornali
destinati ai vari uffici, ne scorreva i titoli e, sempre aggiornato, non mancava
occasione di far mostra della sua cultura.
"Anzi questo
pomeriggio -soggiunge guardandosi in giro quasi stesse per svelare un segreto di
Stato- al dodicesimo ci sarà una riunione della RASI (rappresentanza sindacale
interna) per esaminare la questione. Non escludo che si possa giungere alla
formulazione di un comunicato!"
Stefania si
sentì mancare, ancora una volta, la terra sotto i piedi.
Eravamo
sull'orlo dell'irreparabile.
Alberto in
fondo era un brav'uomo. Rendendosi conto della gravità delle sue affermazioni
cercò in tutti i modi di calmare Stefania e, dopo il secondo succo all'ananas,
la riaccompagnò all'uscita congedandola con queste parole.
"Stai
tranquilla, anche i migliori hanno un attimo di debolezza. Solitamente però cose
di questo durano lo spazio di un mattino - altra dotta citazione - e dopo la
tempesta torna il sereno. Vai non ti preoccupare il ragionier Spinetta si
renderà conto ben presto del suo assurdo comportamento e tutto tornerà come
prima. Ciao e .. salutami i bimbi."
Intanto al
quattordicesimo piano, nel terzo ufficio della II sezione qualcosa era cambiato.
I sei addetti
erano tutti, ripeto tutti, presenti.
Il geometra
Nicoletti dal suo improvviso rientro da Cortina non si era più assentato. Il
sig. Allegria era in stanza.
Quello che
colpiva di più era però il ritmo che ognuno dei presenti aveva impresso alla sua
attività.
Silenziosi,
assorti nella consultazione delle pratiche e delle tabelle mentre il dr.
Paruvelli scrutava ansioso il monitor in attesa di riscontro su di una indagine
dell'età media dei canguri maschi, tutti erano avvolti da un efficienza
operativa che forse era uguale solo a quella mostrata da Charly Chaplin nel film
"Tempi moderni".
Le pratiche
erano regolarmente evase, quelle completate sistemate in bella mostra per
l'inoltro agli altri uffici (previa la regolare apposizione della firma del Capo
Ufficio), e i contenitori di quelle da espletare, già suddivisi per materia,
data di inoltro, codice di specie, destinatario e postulante.
Uno
spettacolo.
Spinetta dal
canto suo stava redigendo con la massima cura la prevista domanda alfine di
ottenere, per ognuno dei presenti, una completa stazione informatica e relativo
allaccio telefonico onde poter "colloquiare" con le varie sedi dell'Ente e le
varie banche dati.
Rosita, che
era giunta in ufficio con mezz'ora di anticipo per poter annaffiare le piante
prima dell'inizio del lavoro, seduta alla macchina da scrivere, batteva come una
forsennata per poter ultimare la relazione Z234/S (che doveva essere inoltrata
una volta al mese) concernente il lavoro già svolto dall'ufficio ed il piano di
quello relativo al mese successivo.
Non che fosse
contenta però. Il foglio che era inserito nella macchina era abbastanza
ingiallito (erano anni che quel tipo di relazione non veniva più redatta) e
mostrava agli angoli un arrotolamento che rischiava di farlo inceppare,
ritardando in tal modo la sua compilazione.
Un lieve
bussare alla porta, modificò per un attimo il ritmo.
"E' permesso?
Oh, scusate, cercavo il terzo ufficio". La porta si rinchiuse salvo riaprirsi
poco dopo.
Possibile
pensò il malcapitato, che sia questo?
Tutto era
diverso. Le piante allineate lungo la parete di fondo e sei colleghi che non lo
degnavano di uno sguardo tutti assorti nella loro attività.
Capitolo VII
La riunione non era
ancora iniziata.
Convocata in fretta e
furia si svolgeva nella sala riunioni del dodicesimo piano. Sala riunioni era un
eufemismo per mascherare l'effettivo utilizzo del locale che, grazie al
televisore situato nell'angolo, veniva sovente utilizzata per seguire gli
avvenimenti sportivi di maggior interesse. Capace di un centinaio di posti
questa volta era ritornata al suo iniziale destino: consentire le riunioni del
personale per esigenze sindacali.
Alla "presidenza"
sedevano i rappresentanti centrali della RASI. Il primo, segretario generale
aggiunto fumava la pipa; quello al centro, rappresentante dell'ala "dura" del
Consigli dei delegati di sezione mordicchiava nervosamente un toscano mentre il
terzo, occhiali da "figo" rigorosamente Armani, consultava attentamente un
grosso volume: Il regolamento generale delle funzioni, della pianta organica ed
aggiuntiva, delle circolari, specificazioni, interpretazioni e protocolli di
intesa dell'Ente: il Vademecum e Vangelo dei rapporti interni; 3205 pagg. senza
contare l'indice ed il glossario.
I presenti erano circa
una trentina e tra di essi spiccava la fulva capigliatura dell'Angelica: la
rappresentante del personale nubile o divorziato con mansioni non inferiori a
segretaria di II classe e non superiore a Vice capo ufficio aggiunto.
Il segretario generale
chiese ed ottenne un po' di silenzio.
"La riunione di oggi -
esordì gravemente - è motivata da una grave situazione determinatasi all'interno
dell'Ente."
Breve momento di
pausa, e poi riprese.
"E' noto a tutti come
uno dei capisaldi dell'azione del sindacato in tutti questi anni è stata quella
della difesa dei diritti acquisiti dal personale e la continua attività tesa a
portare avanti il discorso delle rivalorizzazione delle mansioni individuali,
collettive e di gruppo e del conseguente riequilibrio dei parametri economici e
normativi.
Questo - aggiunse - è
giusto e doveroso riaffermare anche in questa sede per contrastare l'iniziativa
di frange non rappresentative del personale che approfittano di oggettive
difficoltà congiunturali per snaturare il corretto rapporto tra sindacato ed
iscritti."
Una voce lo
interruppe.
"Se la cosa è diretta
nei confronti della autonoma iniziativa del movimento di base, allora
abbandoniamo subito la seduta."
Almeno dieci voci,
immediatamente, sovrapponendosi l'una all'altra, espressero pareri diversi ed
con toni difformi.
"Cominciamo bene -
sottolineò ridacchiando il rappresentante della I sezione che, da sempre,
rivendicava il proprio ruolo culturale all'interno dell'Ente in forza del fatto
che la stessa sezione si occupava della genesi evolutiva delle realtà
antropomorfe - cominciamo come al solito" ribatté, forse per dare conferma a
questa espressione, approfittò per avvicinare la sedia a quella dell'Angelica
con evidente intento di trovare "un punto di contatto".
"Mi scuso se le mie
parole sono state fraintese - riprese con un tono leggermente più alto l'oratore
principale - La storia del movimento popolare nel nostro Paese ci è maestra nel
dimostrare come dalle incomprensioni tra i lavoratori trae forza il padronato
per aumentare i suoi guadagni e limitare gli investimenti."
Non ci fu applauso.
Quello era un film già visto innumerevoli volte, ma, almeno, servì a riportare
la calma.
"Pregiudiziale!"
Il rappresentante
dell'ala "dura" si alzò di colpo in piedi e spiaccicando rabbiosamente il sigaro
sul ripiano del tavolo, senza attendere oltre, ribadì il suo concetto.
"Sia chiaro che non ci
presteremo ai soliti mezzucci tesi ad addormentare la giusta rivolta dei
dipendenti oppressi. Siamo disposti anche a dichiarare, autonomamente - e calcò
su questa parola - lo stato di agitazione - poi infervorandosi proseguì - nel
corso di una recente riunione di un gruppo di lavoratori abbiamo deciso di porre
sul tappeto la questione ...". Non fece a tempo a completare la frase che
scoppiò una pandemonio.
"Scissionisti", "Si
fanno le riunioni carbonare", "E' indegno", " Questa è la fine dell'unità
sindacale".
Le urla svegliarono il
rappresentante del personale ausiliario di prima nomina che si era appisolato in
fondo alla sala che alzandosi cominciò a sua volta ad urlare "Siamo stufi, basta
con i privilegi!".
"Calma, stiamo facendo
il gioco del nemico" affermava un altro salendo su di una sedia che rammentava
come questa frase l'avesse sentita in qualche barzelletta su Mao-Tse-Thung ma
non ricordava mai quale fosse.
Finalmente anche
questa seconda ondata si calmò e l'Angelica ne approfittò per chiedere quale
fosse la pregiudiziale annunciata.
"Non ha importanza, mi
riservo" rispose il rappresentante dei duri.
Lo svolgersi degli
avvenimenti aveva fortunatamente fatto comprendere all'oratore che forse era
giunto il momento di parlare della questione all'ordine del giorno.
Prese il problema alla
larga.
"Qualcuno ha riferito
che sarebbe insorto un problema comportamentale o, sarebbe forse meglio dire,
interpretativo in seno alla II Sezione e più precisamente nel III Ufficio".
Il tono era
decisamente conciliante e la sostanza della questione illustrata nel modo più
soft possibile.
Forse incideva su
questo il fatto che lui era cugino, per parte di collaterale, del soggetto
destinatario del rilievo: il ragionier Spinetta.
Nulla da fare.
Spazientito il rappresentante dei duri riprese con forza la parola.
"E' inaudito che il
rappresentante della asserita maggioranza non voglia chiamare le cose con il
proprio nome. I fatti che sono avvenuti in quell'ufficio possono essere definiti
in un modo solo: un attacco predeterminato alle conquiste patrimonio dei
lavoratori e il tentativo, neppure troppo nascosto, di una classe patronale che
approfitta dello smarrimento, forse causato da condizioni fisiche anomale, di un
dipendente per stravolgere l'ordinato ritmo produttivo e il buon nome
dell'Ente".
"Ma che malattia -
strillò dal fondo una voce - Sono stato non più tardi di un'ora fà nell'ufficio
III della sezione II e sapete cosa ho trovato? Lo sapete voi? Tutti e sei i
dipendenti di quell'ufficio che stavano agitandosi come farfalle impazzite,
evadendo pratiche, utilizzando il computer e battendo a macchina con un rumore
simile a quello di una mitragliatrice!"
La frittata era
servita.
Non rimaneva che
prendere atto, senza tentennamenti, della gravità dell'ora.
La discussione prese
una via più ordinata ma sempre più preoccupata.
Tra tutte una proposta
parve raccogliere i maggiori consensi.
Facciamo una
commissione che studi il problema, contatti le segreterie compartimentali e
riferisca.
Votazione, due
astensioni, una dichiarazione di voto e la proposta divenne operativa.
La commissione risultò
così composta: segretario generale aggiunto, rappresentante dell'ala "dura" del
Consigli dei delegati e, quale esperto. il terzo componente della presidenza
dell'assemblea che per tutto il tempo non aveva mai smesso di consultare il
grosso volume che aveva d'innanzi.
Prima di sciogliersi
l'assemblea accettò un'altra candidatura quale componente la commissione.
Il rappresentante
della I sezione, che aveva quasi ultimato la manovra di completo aggiramento
dell'Angelica, per vincerne le ultime, deboli, resistenza, fece il nome del suo
obiettivo ed anche Angelica entrò nella commissione.
Capitolo VIII
Nella base spaziale
di Carol Space il lavoro relativo alla catalogazione, suddivisione ed esame
dei reperti spaziali e dei risultati degli esperimenti compiuti nello spazio
dalla Sayu 3 procedeva con i ritmi e l'osservanza delle procedure previste in
questi casi.
Era tutto sommato un
lavoro abbastanza noioso ed il ticchettio delle stampanti collegate al
superelaboratore che sfornavano dati su dati, unito al sommesso ronzio dei
condizionatori, conciliava una specie di torpore a cui non sfuggiva neppure
il sergente James Bartod, un veterano della base che in forza della sua
laurea in agronomia era incaricato di tutto il lavoro connesso al vasto mondo
vegetale che aveva trovato spazio sulla navicella del maggiore Colbert.
Sementi, piante,
ibridi delle varie specie venivano attentamente studiati e catalogati per
raffrontare i dati ottenuti con quelli rilevati prima della partenza.
Uguale sorte toccava
agli animali ma questo comparto era sotto la diretta responsabilità del dott.
Louis Cat e che era alloggiato con i suoi "animaletti", come lui li chiamava,
nell'ala opposta al settore vegetale.
Non era una scelta
casuale. Nei primi tempi i due reparti erano a stretto contatto ma da quando
una capretta, che aveva partecipato ai primi voli, era sfuggita al controllo
degli addetti alla sorveglianza invadendo il "mondo vegetale" e, quello
che era peggio, si era divorata una intera scodella di lattughina del
Nebrasca (causando l'immediata retrocessione a sergente del dott. Bartot), il
pericolo di nuove incursioni era stato fugato dividendo perentoriamente i
due comparti.
Era stata una
esperienza bruciante per Bartot. Una vita di attese distrutta da una stupida
capra! Al solo pensiero il sangue dell'agronomo ribolliva. Gliela avrebbe
fatta pagare al dott. Cat quella sconfitta. Lui che ne era uscito indenne solo
perchè la seconda cugina di sua moglie giocava tutti i martedì
a canasta con la moglie del direttore della base.
Il mutare del ritmo
della stampante, diventato improvvisamente assordante, lo scosse dai suoi
ricorrenti pensieri di vendetta.
Gettato un rapido
sguardo sul monitor si rese immediatamente conto che qualcosa non andava.
I numeri scorrevano
con una velocità impressionante mentre un segnale acustico avvertiva che
tutto il sistema si avvicinava pericolosamente all'emissione del temuto
messaggio "SYSTEM PANIC".
Tuttavia Bartot non si
perse d'animo.
Le sue dita corsero
veloci sulla tastiera e la procedura Z234 pose in stand-bay la successiva
elaborazione dei dati.
Che cosa diavolo sarà
successo pensò il sergente accingendosi ad una puntigliosa verifica dei dati
già sfornati dalla stampante.
I broccoli erano OK.
Le ciliegie di Carpi (una ridente località del Modenese-Italy) anche.
Così
come le gemme di ginestra, quelle di pino e della rucola selvatica.
Bartod ebbe un
sobbalzo!
Il bonsai del
colonnello Williams, il Comandante della base, era cresciuto di almeno tre
centimetri!
Tra tutte le disgrazie
che potevano capitare ad un povero mortale quella era certo la più disastrosa.
Il bonsai del
Colonnello, o meglio della moglie del Colonnello che sino all'ultimo non voleva
esporre il suo "adorato" bonsai di mandarino ai rischi di un viaggio spaziale,
era irrimediabilmente cresciuto!
Il sudore freddo corse
giù per la schiena del sergente.
"Questo e’ un'altro
tiro del dott. Cat", ruggì
digrignando i denti.
"E no!, ora basta!".
La sua carriera
rischiava di essere distrutta. Altro che menzione di merito sulla rivista
mensile della base. Quì
c'è in vista una nuova retrocessione.
Passato il primo
momento di rabbia e di sconforto la ragione prevalse.
"Forse non tutto
il male viene per nuocere. Se riesco a dimostrare che il fatto può essere
imputato ad una errata impollinazione di un'ape custodita da Cat, posso
rendergli pan per focaccia."
Rincuorato da queste
considerazioni si tuffò a corpo morto nell'esame dei dati.
"Dunque, vediamo, sino
alla verifica dei semi tutto era regolare".
Via, via i numeri
venivano collazionati, spuntati e raggruppati.
Una nuova scarica di
adrenalina gli provocò un ulteriore scossone.
"E questo cosa
c'entra?"
Il seme di
eucaliptus mostrava indubitabilmente che aveva un comportamento a dir poco
irrazionale.
Non solo non era
rimasto nella cella AV3 ma, comportandosi come un cavallo nel gioco degli
scacchi, era "zompato" nella cella del bonsai.
Ricontrollati tutti i
dati e la verità apparve a Bartod in tutta la sua drammaticità. Il seme di
eucaliptus non mostrava più i segni dell'incisione pentagonale che il
programma prevedeva e che il maggior Colbert aveva praticato - almeno così egli
asseriva - sull'asteroide Plinius. Il seme aveva mutato il proprio colore
originariamente verde in una indefinita gamma di variazioni bluastre.
Ormai il pensiero di
Cat era scomparso dalla mente del sergente.
Preso da una
irrefrenabile e spasmodica voglia di far luce sul mistero fece quello che mai,
assolutamente mai, avrebbe dovuto fare.
Si alzò corse nella
stanza adibita a magazzino reperti, salì
u di una scaletta,
afferrò 'intera cassa che conteneva il seme incriminato ed il bonsai, la
portò sul tavolo del laboratorio principale aprendo il contenitore.
Il bonsai era li,
innanzi ai suoi occhi e, conficcato nei pressi della radice principale il
dannato seme di eucaliptus sembrava pulsare mentre il bonsai cresceva.
Il sergente ebbe come
un capogiro.
Tutte le leggi
dell'evoluzione della specie, tutte le formule della dinamica e della fisica
erano clamorosamente smentite da quello spettacolo!
Quello che seguì
è difficilmente immaginabile.
Le diverse strutture
operative della base ne furono investite ed ognuna di questa cercava di trarre
le proprie, originali, conclusioni.
Dapprima il fatto
rimase circoscritto ai più alti vertici ma finì
per diventare di dominio generale grazie anche alle pubbliche e reiterate
lagnanze della moglie del direttore della base incapace di darsi pace per la
perdita del bonsai (catalogato nel frattempo TOP SECRET).
La notizia ripresa da
un cronista locale fece in breve il giro del Paese anche se, in verità, venne
trattata più come un fatto di colore "La moglie del direttore perde l'albero!",
"Un bonsai sfida in altezza le canne da zucchero". Erano due dei titoli che
apparsero sulla stampa.
Il colpo di grazia a
quell'evento "eccezionale" venne assestato infine dalla terza Commissione
senatoriale che, riducendo gli stanziamenti, mise fine ad ogni ulteriore studio
sulla vicenda.
Capitolo IX
I mutamenti denunciati
nel corso dell'assemblea della RASI e, sopratutto, evidenziati dal comportamento
degli addetti del III ufficio non erano più un fatto isolato.
A quest'amara
considerazione era giunto il personale dei vari bar dislocati nei diversi piani
del Palazzo.
Sconsolatamente vuoti,
senza l'allegro chiaccherio del personale intento a sorseggiare caffé e
cappuccini i locali assomigliavano più alle sale di un museo durante l'ora della
pennichella piuttosto che a quegli allegri e spensierati luoghi di incontro nei
quali il soffio delle macchine del caffé faceva da sottofondo alle allusioni,
non sempre velate, che segnalavano l'arrivo o l'uscita delle impiegate del
servizio personale, da sempre superiori di almeno una spanna in quanto ad
avvenenza rispetto alle colleghe degli altri servizi; superiorità a cui, si
mormorava, non era certo estranea la risaputa "esperienza" del capo ufficio
personale interno che nel suo curriculum poteva vantare, e la cosa era
considerata con il massimo rispetto, anche una supplenza nella giuria del
concorso di Miss Italia.
Oggi, invece, nulla.
Ma dove erano mai
andati a finire il dott. Caratti, addetto alla relazioni esterne, che era
imbattibile nel raccontare le ultime novità? E il rag. Francisci esperto della
pesca in acque dolci? E la signorina Valeria che pareva avere la chiave delle
prime visioni in videocassetta quando ancora la proiezione dei film non era
iniziata nelle sale cinematografiche?
Tutti spariti o,
meglio, la loro comparsa durava pochi attimi e sempre, rigorosamente durante i
famosi cinque minuti di intervallo.
Il colpo di grazia
finale e che aveva totalmente stravolto i baristi era giunto quando anche le
sorelle Gatto erano scomparse dall'angolo destro del bancone (loro punto
preferito di sosta). Di conseguenza, letteralmente svanito il Club della lana.
Non che in verità le
due dipendenti fossero sorelle e né, tantomeno, che si chiamassero Gatto, ma il
fatto era che non esistevano all'interno dell'Ente esperte migliori di loro in
tema di punti, lane, ferri ecc. La loro propensione poi per una certa marca di
filati le aveva fatte ribattezzare "Gatto". In ogni occasione e sempre nel
solito angolo del bancone, il gruppo di adepte che chiedevano spiegazioni,
mostravano golfini, scialli, pullover, punti a croce, a nido d'ape, rasatello
ecc. Si era in tal modo costituito il più attivo dei club, quello della lana
appunto, le cui componenti sciamando dal bar verso le rispettive stanze portava
in ogni piano simpatici punti di colore mentre lo sferruzzare discreto dava un
tocco di famigliare intimità alla quiete dei diversi reparti.
Oggi tutto questo era
un ricordo!
Quasi insinuandosi
lungo i condotti dell'aria condizionata, scendendo e salendo trasportata dai
moderni ascensori, nascosta nei faldoni delle diverse pratiche, fruendo
dell'immensa mole di carta che, senza posa, dai centri stampa saliva verso i
piani più alti accumulandosi sulle scrivanie, invadendo ogni spazio libero, la
"stranezza" del rag. Spinetta aveva ormai coinvolto tutto l'Ente per la
rivalorizzazione delle comunità antropomorfe dell'emisfero australe.
Simile ad un immenso
alveare il Palazzo pareva pulsare di una innaturale forma di parossismo da
lavoro che non risparmiava praticamente nessuno.
Non vi era ormai più
alcun ufficio, sezione, reparto, divisione in cui non si potesse scorgere una
indiavolata attività totalmente diversa da quella paradisiaca e soft del felice
recedente passato.
L'arretrato era
pressoché smaltito. Si poteva affermare, senza ombra di dubbio, che solo grazie
ai solleciti che dall'interno pervenivano all'esterno nei confronti di altri
Enti, Ministeri, Direzioni periferiche, Centrali, Uffici staccati ecc., era
possibile rifornire quella turba famelica di "divoratori" di pratiche da
evadere, analisi da compiere, relazioni da redarre.
Nel contempo e il
fatto era duramente stigmatizzato dai dipendenti, la rete di comunicazioni
telefonica o quella informatica, non sempre si dimostravano all'altezza del
carico di lavoro a cui erano sottoposte e le Aziende che ne avevano la
manutenzione non sapevano più a che Santo votarsi Quella che in un primo momento
era apparsa una tranquilla sinecura oggi rischiava di tramutarsi in un
catastrofico boomerang economico.
L'Ente, nel giro di
poche settimane, era completamente cambiato. E già apparivano chiari i sintomi
di intolleranza tra gli stessi dipendenti che nella ricerca di nuove incombenze
da svolgere erano giunti in più di una occasione alle parole grosse in ordine
alla titolarità di questa o quella pratica che gli uni sospettavano venisse
sottratta dagli altri.
Lo scontro fisico poi
era mancato di un soffio quando, ad esempio, un cittadino presentandosi
all'ufficio informazioni dell'Ente per chiedere a quale settore avrebbe dovuto
rivolgersi per una dettagliata ricerca sulla formica rossa del Pino-neonatus,
era stato letteralmente preso per un braccio da due funzionari, quello
dell'Ufficio ricerche multiple e quello della Divisione storico statistica, che
affermavano entrambi di essere i più titolati per evadere la richiesta.
Solo l'intervento di
un altro utente-cliente, sopraggiunto nel frattempo, aveva consentito di
risolvere la questione in quando, essendovi a questo punto due le pratiche da
evadere, entrambi i contendenti avevano potuto trascinare ognuno i malcapitati
verso i rispettivi luoghi di lavoro.
La questione però non
poteva più essere mantenuta sotto controllo ricorrendo alle normali procedure. A
questa considerazione erano pervenuti, più o meno autonomamente i Dirigenti
della varie articolazioni dell'ENRCA.
Coinvolti essi stessi
dal ritmo sempre più innaturale delle strutture su iniziativa del Direttore
della I Divisione decisero di riunirsi per esaminare l'intera questione.
Informato il Direttore Centrale e dopo aver unanimemente convenuto che la
riunione si poteva tenere solo dopo il termine dell'orario di lavoro,
organizzarono l'incontro al quale doveva partecipare anche la rappresentanza
sindacale dell’Ente.
C
apitolo
X
Che si trattasse di
una riunione diversa dalle solite apparve subito evidente.
Spariti i giornali
dalle mani dei partecipanti, rifiutata la ricerca del posto più idoneo per
potersi "defilare" e, successivamente, allontanare, i presenti avevano formato
una specie di semicerchio al centro del quale erano seduti i Direttori delle
varie divisioni ed i Dirigenti dei diversi Uffici dell’ERCA.
Leggermente più
discosto l’inviato del Direttore Generale dell’Ente e sulla sinistra, i
rappresentanti della RASI che assolvevano anche al compito di fiduciari delle
segreterie Confederali Sindacali.
Nessun brusio, nessuna
allegra pacca sulle spalle quando il Direttore della I Divisione della
Direzione Periferica prese, senza tentennamenti, la parola.
"Non vedo altro motivo
di questa riunione se non quello di sbrigare con urgenza - e calcò sulla parola
- la questione della carenza di strutture operative in cui versiamo e
l’individuazione di una decisa azione volta a sollecitare, anzi, pretendere che
da parte della altre articolazioni della P.A. non vengano frapposte nuove,
irrazionali manovre volte a contrastare l’ordinato operare della nostra Sede".
"In troppe occasioni -
proseguì
-abbiamo registrato come sia la rete informativa che quella tecnico-burocratica
esterna hanno causato irreparabili danni in ordine alla scorrevolezza delle
procedure ed al positivo evolversi del flusso operativo generale."
Cenni di consenso ed
espliciti apprezzamenti seguirono l’introduzione.
"Voglio allora
approfittare di questa occasione per annunciare una precisa scelta, di cui ho
già avuto modo di parlare con i miei diretti collaboratori ricevendone la
convinta adesione, che è, in breve, questa: la I Divisione sino a ché non
saranno rimossi gli ostacoli a cui facevo riferimento ed in attesa degli
indispensabili potenziamenti strutturali (adeguati software, nuovi elaboratori,
potenziamento delle linee di telecomunicazione), provvederà a proprie spese,
grazie a versamenti personali degli addetti incrementati dall’una tantum sulla
produttività che il Ministero della Funzione Pubblica ha promesso verrà
corrisposta a tutto il personale dello Stato alla fine del mese, ad acquistare
quanto occorre e, contestualmente, ad aumentare l’orario di lavoro di due ore
giornaliere senza, ovviamente, riceverne alcun compenso aggiuntivo."
Poco mancò che dalla
gran parte dei presenti l’oratore ricevesse un caloroso applauso.
Lo sguardo attonito
dell’inviato del Direttore Generale, giunto in missione nella mattinata ma che
si era presentato nella sede della riunione solo pochi attimi prima dell’inizio,
cercò disperatamente un aiuto. Fortunatamente i componenti della RASI non erano
meno stravolti.
Passi per quanto
avevano appreso nella trascorsa riunione in cui si era presa coscienza
dell’anomalo comportamento del II Ufficio della III Sezione e su cui avrebbero
dovuto indagare, ma quanto succedeva, ora, in quella stanza sembrava il frutto
dell’attenta regia di un Maestro del trilling e dell’orrore.
Forse era loro
sfuggito qualche particolare e, quello che più contava, non avendo avuto modo di
vivere il cambiamento avvenuto successivamente a causa dei preparativi per il
Congresso Nazionale, non riuscivano a capacitarsi come una forma così
estesa di follia avesse potuto contagiare tante persone.
Ma dove erano finiti i
bei tempi della formulazione del documento conclusivo?
Le parole magiche come
livelli, adeguamenti, funzioni, integrazione, mansioni, perequazione, nastro
lavorativo, piante organiche ecc., quella sera non erano neppure stati
menzionati una volta!
E, neppure, era stato
posto sul tappeto il problema del riscatto dell’indennità complementare,
aggiuntiva e surrettizia ai fini pensionistici e del TFR (trattamento fine
rapporto).
Negli sguardi che si
incrociavano preoccupazione e sbalordimento formavano una miscela di incredula
costernazione.
Nel frattempo gli
altri stavano frettolosamente concludendo.
"Allora siamo
d’accordo. Da domani ogni responsabile di Ufficio, Sezione o Divisione farà
pervenire al Direttore della I Divisione concrete proposte e suggerimenti. Il
tutto, però con lo intento di agevolare il disbrigo delle pratiche e rendere più
produttiva qualsiasi procedura e rimuovere ogni ostacolo che potesse frapporsi a
questo fine."
In fretta, così
come si era svolta la riunione, i dipendenti della Direzione periferica
lasciarono la sala.
Per alcuni attimi
piombò il silenzio.
Poi, sia pure
distanziati dalle sedie rimaste vuote, il rappresentante del Direttore Generale
ed i componenti della RASI, esclusa l’Angelica che faceva parte della
commissione d'indagine, si misero contemporaneamente a parlare.
Dire che si trattava
di discorsi coerenti era quanto meno azzardato.
Era piuttosto un
insieme di esclamazioni, un vociare semi strozzato che tradiva il nervosismo
troppo a lungo represso.
"E ora cosa dico al
Direttore?" pareva gemere il poveraccio che mai come in quell’istante si
rammaricava di non aver compiutamente considerato l’occasione che gli si era
presentata di "marcare visita" per quel foruncolo che gli era spuntato dietro
l’orecchio destro.
Più preoccupati però
erano quelli della RASI.
Quanto meno una
contestazione di scarsa attenzione alle problematiche sindacali era nell’aria,
specie in prossimità di un congresso.
"E’ inaudito!"
sbottava quasi urlando il rappresentante dell’ala dura. "La vostra azione tipica
del più marcato pan-consociativismo ha impedito che all’insorgere del caso si
realizzasse la doverosa promozione e conseguente allontanamento del primo
soggetto reo di cotanto pandemonio."
"Sì,
parlo di quel ragioniere del II Ufficio che sappiamo bene è nelle grazie di suo
cugino: il segretario generale!".
"Maoista! Frutto del
disfacimento morale di generazioni avventuristiche e dittatoriali." Replicava
quest’ultimo con il volto congestionato.
L’intellettuale del
gruppo cercava disperatamente almeno un codicillo, una clausola, un inciso che
servisse ad evitare la sciagura. Inutilmente: il "Rapporto" non prevedeva in
alcuna sua parte l’ipotesi del super-lavoro o di una attività autonomamente resa
senza compenso.
Forse più per la
stanchezza che per intima convinzione, finalmente la calma si impose.
Prese la parola
l’Angelica.
Contrariamente agli
altri aveva vissuto in prima persona il mutamento ora oggetto di tanta
attenzione e ne aveva subito l’influenza.
"Ma vi rendete conto
che è indispensabile proseguire nel lavoro? Che la massima soddisfazione è il
vedere conclusa una ricerca? Evasa una pratica?"
Altro momento di
sgomento. Possibile che fosse proprio lei a pronunciare quelle parole? Lei che
sino a poco tempo prima vedeva il passaggio alla Segreteria centrale ed il
conseguente distacco sindacale, come un obiettivo assolutamente irrinunciabile?
Per nulla scossa
Angelica proseguì
"Voi forse non comprendete e non mi rendo conto come possiate non farlo, come
sia gratificante vedere concretizzarsi sotto le vostre mani il frutto della
vostra iniziativa?". Poi, senza altro aggiungere, si alzò ed infilò la porta.
Una disfatta. Ecco
cosa rappresentava tutto questo.
Almeno su di un punto
i presenti erano concordi: occorreva che il fenomeno venisse prontamente
circoscritto. Che il "male" non inquinasse ulteriormente il mondo del lavoro.
Il segretario
generale si alzò, raggiunse il telefono e pigiando nervosamente sui tasti,
attese la comunicazione.
"Pronto! Sono
Angioletti, il segretario della RASI dell'ERCA, passami Antonio."
"Ciao caro", la voce
rilassata e profonda del segretario confederale non contribuì
certo a calmare Angioletti.
"Sono in sede, ho
appena finito quella riunione. Qui è
un casino! La situazione è gravissima, anzi esplosiva.". Poi di getto, senza
attender risposta, prosegui :"Devi riunire subito la segreteria. No! Non sono
impazzito. Ne va della vita del sindacato e, forse, della democrazia. Vengo
subito. Aspettami".
Riattaccata la
cornetta, afferrò la borsa e si precipitò verso l'uscita.
Gli altri, rimasti in
silenzio, lo seguirono a testa china.
Capitolo
XI
Un avvenimento come
quello interessante la vita dell'ERCA non è cosa di tutti i giorni per cui
l'interessamento dei "servizi", se da un lato poteva apparire spropositato,
dall'altro si dimostrava pienamente giustificato se veniva traguardato
nell'ottica che guidava da tempo le scelte del SIGENAZ (Sicurezza Generale
Nazionale).
Infatti,
contrariamente ad altri servizi, quello della difesa o della sicurezza dello
Stato tanto per fare un esempio, il SIGENAZ aveva la tendenza ad ingigantire le
inezie e, purtroppo, a trascurare segnali ben più gravi che intervenivano nella
vita socio-politico-economica del Paese.
Non che gli uomini (e
le donne) del servizio fossero agenti di seconda categoria e neppure che
l'influenza e le disponibilità economiche del SIGENAZ fossero minori rispetto ad
altre ma, più semplicemente, sfuggendo ad ogni inquadramento schematico e non
dovendo rispondere a questo o quel Ministero, venivano maggiormente coltivati
tutti quegli aspetti che per la loro caratteristica non potevano essere fatti
risalire ad un casistica definita.
Ciò spiegava almeno in
parte perchè i contatti internazionali erano basati fuoriuscendo dai normali
canoni dello spionaggio e del controspionaggio ed erano attivati sulla scorta di
"intuizioni", spesso cervellotiche: tipico al riguardo il fatto che, per
esempio, a fronte di una crisi che aveva colpito il settore della cosmesi
maschile (barbe e parrucchini) era sembrato logico inviare negli States una
squadra di agenti con il preciso compito di scoprire come mai i "barboni" ospiti
della Grande Mela erano così
chiamati e, vieppiù, perchè molti di essi non portavano la barba.
Quindi quando il capo
del settore "prime avvisaglie" del SIGENAZ ricevette un allarmato rapporto che
segnalava quanto stava succedendo all'ERCA, risultò del tutto naturale che lo
stesso dirigente convocasse nel suo ufficio gli esperti di cose del Sol Levante,
sulla scorta della assoluta convinzione che l'episodio dovesse essere ascritto
ad una manovra di quei "piccoli" giapponesi che erano capaci di vivere in spazi
sempre più ristretti e, di maggior peso, erano in grado di lavorare a ritmi
indiavolati, senza mai scioperare o, peggio, lavorare di più durante le
manifestazioni sindacali.
"E' senza dubbio una
operazione giocata a largo spettro" sentenziò il numero 3 (si chiamava in verità
Oreste Pacifici ma la sua passione per i romanzi di J.A.Fleming lo aveva indotto
a "numerare" tutti e tutto per cui nomi e cognomi erano quasi in disuso). "Nella
sfera degli equilibri mondiali, a fronte di un Europa che probabilmente si
appresta a divenire una grande, unica potenza economico-commerciale, grazie
anche all'apporto dell'Est che sino ad oggi ne era escluso, l'Europa è un
concorrente temibile per il Giappone" - poi, infervorandosi, approfondì il suo
pensiero- "Tutto si spiega a fronte di un fatto incontrovertibile. I mercati dei
Paesi in via di sviluppo sono in attesa. L'America non ha più il suo
tradizionale nemico e cerca uno sbocco commerciale per la sua economia sino ad
oggi aiutata dalla produzione bellica. La stessa America rischia perciò di
trovarsi stretta da una tenaglia commerciale rappresentata dal Giappone e dalla
futura Europa".
Seguì
una pausa di rispettoso silenzio per la verità frutto più di incomprensione che
di effettiva deferenza.
Gli agenti convenuti
nell'ufficio del numero 3 erano quattro: il numero 16, il numero 22, il (meglio
dire la) numero 6 e il numero 201 (di fresca assunzione).
Fu proprio quest'ultimo
che con la candida incoscienza dei neofiti ruppe il silenzio. "Scusi capo, Lei
afferma che l'Europa, e quindi anche noi, ed il Giappone rappresentano una
temibile concorrenza per l'America. Allora perchè i Giap dovrebbero prendersela
con noi?"
Quello che fa diverso
un capo e lo pone molto più su di un comune mortale è un insieme di magnanimità
paternalistica e di supremo disprezzo verso gli inferiori.
Il numero 3 sospirò
con bonaria sopportazione.
"Vedi giovane collega,
quando dico che la causa del problema è la situazione economico commerciale ed
il ruolo che l'Europa giocherà contro l'America e -con- il Giappone non dico
-insieme- al Giappone".
Sempre più frastornato
il tapino si affrettò ad annuire ma, oramai, il capo era lanciato.
"Cosa crediamo che
succederà quando l'America avrà perso la propria battaglia? Immaginiamo proprio
che i giapponesi ci lasceranno dividere la torta del mercato mondiale con loro?
O piuttosto non cercheranno di eliminare anche la concorrenza europea?"
Le teste del numero
16, del 22 e quella bionda della numero 6, annuirono più volte.
"E se é così
perché non colpire da subito l'Europa e in essa la nazione che reputano più
debole? in che modo vi chiederete. Semplice!".
Porre delle domande e,
nello stesso tempo fornire le risposte, è un'altra caratteristica dei
condottieri.
"Semplice - soggiunse
il capo - obbligando l'Italia a compiere sforzi innaturali, stroncando sul
nascere ogni velleità di concorrenza operativa con il Giappone e con i suoi
ritmi di lavoro. In altri termini far sì
che la capacità della macchina pubblica italiana si spezzi, sottoponendola a
ritmi di intensità insopportabile, prima che la vera battaglia si sviluppi,
privando in tal modo la stessa Europa di un partner che per la sua tradizione e
la sua posizione geografica è indispensabile: causando in tal modo la fine
dell'unità europea!"
Un breve detergersi
del sudore (solo apparente) e poi la stoccata finale.
"Individuato il
nemico. Cerchiamo gli alleati."
La discussione che ne
seguì
non spostò di una virgola l'analisi del numero 3 e le decisioni scaturite la
confermarono nei fatti.
La numero 6 doveva
immediatamente partire per l'America e cercare con l'Agenzia ogni segnale che
confermasse il pericolo per entrambi i Paesi (anche perchè un alleato di oggi
non vietava che potesse diventare oggetto di attacco domani); il numero 201
veniva "assunto" dall'ERCA con effetto immediato; il 21 ed il numero 16
componevano il nucleo operativo dell'operazione "yellow": il numero 3,
ovviamente, era la mente di tutto.
Capitolo XII
Che Luca Albatrelli (alias numero 201) non
fosse uno sciocco lo si era già capito durante lo svolgimento delle prove poste
a supporto dell'accertamento della idoneità ad entrare nel SIGENAZ.
Aveva meticolosamente dribblato le domande
più insidiose ed aveva con accuratezza enfatizzato il ruolo della gerarchia,
della completa dedizione al dovere, esaltato la riservatezza, ecc. In altri
termini aveva cercato, ed i risultati gli avevano dato ragione, di rientrare
nella più assoluta normalità. Così il giudizio finale "trattasi di elemento
fidato, rispettoso e di buon comando" gli aveva assicurato l'assunzione presso
il Servizio.
Oggi dunque raccoglieva i primi frutti
della sua scaltrezza: la prima missione fuori sede.
Puntuale come un orologio svizzero, alle
otto del mattino si presentò presso la sede dell'ENRCA. Era stata una decisione
non presa a cuor leggero quella di presentarsi alle otto. L'esperienza maturata
nei primi contatti con le varie articolazioni della Pubblica Amministrazione lo
avevano reso cosciente di un fatto: avere un appuntamento alle 11 voleva dire
"verso le 11", e cioè un arco piuttosto ampio che andava dalle 11,30 alle 13;
oppure quando si diceva "in mattinata" stava a significare che non bisognava
oltrepassare le 14.
Questa volta però i brevi dati contenuti
nel rapporto fornitogli in fotocopia lo avevano convinto che trattavasi di una
situazione veramente eccezionale.
Intanto si parlava di "assoluto,
incomprensibile, attaccamento al lavoro" ed, altresì, della "drastica caduta
delle percentuale di assenze per malattia" anche in occasione dell'apertura
della caccia o delle settimane bianche.
Due segnali da non sottovalutare,
soprattutto in ragione della dizione "sollecita evasione delle pratiche", che
nello stesso rapporto ricorreva per ben tre volte.
Non era certo una situazione normale.
I suoi sospetti trovarono conferma non
appena varcò il portone dell'Ente.
Non solo questo era regolarmente aperto ma,
in contrasto con le normali consuetudini, tutti, veramente tutti gli addetti al
ricevimento erano ai loro posti di lavoro, nessun giornale tra le mani, non
intenti a scambiarsi le impressioni del programma televisivo della serata
precedente oppure impegnati ad individuare collegialmente quale "ponte" fosse
più produttivo per lo sfruttamento del monte ferie.
Non aveva ancora compiuto cinque passi
nell'atrio che, quasi catapultandosi dalla sedia, un addetto gli si fece
incontro e con un sorriso a 32 denti, cortesemente, si informò della ragione
della sua visita.
"Attento" una imperiosa voce interna
allertò i sensi del nostro agente. Era lo stesso presentimento che lo colpiva
quando durante le esercitazioni compiute al corso (simulate, ovviamente) doveva
attraversare una palude piena di coccodrilli e attaccato da zanzare giganti.
Troppa gentilezza, eccessiva sospetta
sollecitudine.
Quando mai un comune mortale entrando in un
qualsiasi Ente Pubblico riceveva una simile accoglienza?
Non succedeva normalmente, invece, che un
visitatore qualsiasi dovesse disperatamente attirare l'attenzione di un addetto
il quale, per parte sua, dimostrava con quale abilità riusciva ad evitare lo
sguardo dell'interlocutore?
Ripensò all'Articolo 326 del Regolamento
Interno dei Corpi Speciali per la Sicurezza dello Stato, contro i Pericoli Reali
od apparenti e per la Protezione Territoriale della Nazione Italia, (RICSSSCPRPTNI),
che alla pagina 584 così recitava: "fingere indifferenza".
Albatrelli si adeguò con prontezza.
"Dovrei vedere il Capo del personale. Sa,
sono un nuovo collega."
Il comportamento dell'addetto mutò
repentinamente. Da servizievole, divenne l'immagine stessa della felicità.
Da troppi giorni ormai le richieste di
personale, di strutture, di mezzi angustiavano i dipendenti dell'Ente. Le
sollecitazioni avanzate verso la Direzione Centrale, Il Ministero della Funzione
Pubblica, della Ricerca Scientifica, dell'Economato Centrale dello Stato
rimanevano lettera morta. Invece oggi si materializzava l'inizio della soluzione
dei problemi: nuovo personale e chissà anche nuove linee telefoniche, nuovi
elaboratori, nuovi uffici.
"Il Capo del Personale è al sedicesimo
piano. Anzi, aspetti, l'accompagno io."
Sempre più sbigottito il numero 201 lo
seguì mentre la sua guida non tralasciava di spiegare, senza fermarsi, ai vari
interlocutori via via incontrati, che finalmente il nuovo personale era in
arrivo. Il ritmo del lavoro avrebbe potuto essere incrementato, le nuove
catalogazioni approntate e via di questo passo.
"Decisamente inconcepibile" rimuginava
l'Uomo del Servizio prendendo mentalmente nota di quanto stava succedendo,
affannandosi nel contempo a cercare qualche indizio che confortasse la tesi del
suo Capo circa la responsabilità dei giapponesi.
Macchè, nessuno portava il kimono, nessuno
aveva la testa cinta dal nastro tanto caro ai Kamikaze, nessuna stampa appesa ai
muri, nemmeno una Arundinaria amabilis o Bambusa vulgaris (bambù) o un fior di
loto si nascondevano tra le numerose piante presenti.
Niente, tutto rigorosamente scritto in
caratteri latini mentre neppure un ideogramma compariva sulle targhe o sui tasti
dell'ascensore.
L'incontro con il Capo del Personale non
sfuggì all'atmosfera dominante.
Una rapida stretta di mano, la presa di
conoscenza del foglio che, a firma del Ministro, comandava il dottor Luca
Albatrelli, Capo Sezione di prima classe, al distacco dal Ministero degli Esteri
all'ENRCA, alle dirette dipendenze del Direttore Generale dell'Ente con sede di
lavoro presso la Sede della Direzione Periferica dell'Ente per la
Rivalorizzazione delle Comunità antropomorfe dell'emisfero Australe ed il Capo
del Personale entrò subito nel vivo della questione.
"Lei, noto dal foglio di comando, non sarà
alle nostre dipendenze in senso stretto, rimanendo la dipendenza gerarchica
ascritta al Direttore Generale, ma questo non toglie l'augurio che la sua venuta
tra noi rappresenti l'inizio del potenziamento richiesto. Anzi per favorire
questo auspicio La pregherei di valutare, una volta acquisita una più specifica
conoscenza delle nostre grandi difficoltà, in quale settore vorrà essere
inserito."
"Perfetto! Ancora una volta il Servizio
aveva previsto tutto - pensò Albatrelli - questo mi dà la possibilità di ficcare
il naso dappertutto per cui qualcosa alla fine verrà fuori."
"Nel frattempo - proseguì il Capo del
Personale - ritengo che sia opportuno che Lei occupi l'Ufficio Collegamenti
Esterni che si trova all'ottavo piano. Auguri! E, mi raccomando, ci aiuti anche
presso la Direzione Generale. Siamo ancora troppo pochi, il lavoro incombe e di
notte molti di noi non riescono neppure a dormire al pensiero di quanto si
dovrebbe e purtroppo non si riesce a fare."
Ancora rapidi convenevoli e Albatrelli
prese possesso del nuovo Ufficio.
Capitolo XIII
Al sergente Bartod la
questione non era proprio andata giù. Che un fatto così
eccezionale, come quello rappresentato dalla crescita del bonsai, fosse stato
semplicemente ignorato solo perché qualcuno, lassù negli alti piani della terza
Commissione Senatoriale, aveva così
deciso, era una questione che gridava vendetta. Senza valutare, oltretutto, che
ciò poteva consentirgli di raggiungere la notorietà da troppo tempo attesa.
E più passavano i
giorni, più la sua irritazione cresceva.
Avevano un bel dire i
capoccioni, loro non avevano visto nè‚ toccato con mano cotanto stupefacente
avvenimento.
Sempre in preda alla
sua ossessione Bartod era smagrito. Occhi infossati, pareva in preda ad un
parossismo di attività che, quanto meno, era del tutto inusuale nella base di
Carol Space.
Non appena finito il
turno di lavoro si rinchiudeva nel suo alloggio e continuava per ore ed ore a
sfogliare manuali, enciclopedie, trattati di botanica nella vana ricerca di dare
risposta al suo tormento: perchè il bonsai era così
cresciuto? Perchè solo il bonsai tra le innumerevoli piante che costituivano il
carico della Sayu 3?
E nel frattempo si
isolava sempre più dalla vita della comunità che viveva alla base. Non lo si
vedeva quasi mai. Neppure Jessica, l'amica del cuore, aveva maggior fortuna.
Molti consideravano il
suo atteggiamento la diretta conseguenza di una qualche forma di esaurimento
nervoso e quindi, essendo la cosa quasi di moda, non se ne curavano. Risultato:
il sergente Bartod era lasciato a se stesso.
Ma la cosa non lo
interessava più di tanto: aveva il pallino del bonsai e ciò gli bastava. Così,
quasi per una naturale selezione verso il resto del mondo, i suoi contatti
avvenivano solo con quanti mostravano interesse allo stesso problema. Tra
questi vi era un giovane chimico in forza presso la locale università. Passavano
intere serate ad approfondire le varie angolazioni del fenomeno. Per parte sua
Bartod insisteva sugli aspetti visivi del fatto: la crescita, il colore, la
turbolenza che pareva aver colpito il bonsai quando nella sua cella era
piombato il seme di eucaliptus. Dall'altro lato il chimico riempiva fogli su
fogli di formule nel vano tentativo di trovare una risposta.
Malgrado ciò il
mistero restava impenetrabile.
Fu durante una di
queste sedute che al giovane venne un'idea. "Perchè non sottoponiamo il bonsai
ad un nuovo esame, magari esaminandone la struttura grazie al microscopio
elettronico dell'Università?".
Facile a dirsi, assai
più difficile a farsi.
L'etichetta di TOP
SECRET, affissa sulla porta della stanza in cui era la cassa contenente
l'oggetto di tanta attenzione, non era facilmente superabile. Nessuno, senza uno
speciale permesso rilasciato dal Comandante della base, poteva accedervi.
Ancora una volta lo
sconforto assalì
Bartod ma altrettanto durò poco. La stessa inquietudine e agitazione che
costituiva ormai la norma del suo comportamento gli fornì
la risposta.
La moglie del
Comandante e i mezzi di comunicazione, questa era la via da seguire.
Il piano di battaglia
fu presto steso. La sera stessa una voce misteriosa chiamò al telefono la moglie
del Comandante "Signora, sono un amico, anzi l'amico del suo bonsai. Non le
rimorde la coscienza di averlo abbandonato? Pensi tutto solo, chiuso in una
cassa .. ". Clich. E la comunicazione si interruppe.
Poco mancò che la base
temesse un attacco aereo. Tale risultò la potenza dell'urlo, anzi dello strillo
lanciato dalla gentile consorte del Comandante.
Risvegliato dal
torpore televisivo, il Colonnello corse al fianco della moglie e la sua
attenzione venne ripagata da una serie irripetibile di insulti "Assassino!, uomo
senza scrupoli, vuoi la mia fine!" Erano queste solo alcune delle "gentili"
espressioni accompagnate da esplicite vie di fatto che costrinsero il Colonnello
ad una immediata ritirata.
Fu però il giorno
successivo che le cose presero una svolta decisamente più propizia per gli
sforzi del sergente Bartod.
La signora Williams,
dopo aver riunito le sue più care amiche, diede vita al "Comitato per la
salvezza del bonsai".
Solo chi ha avuto a
che fare con Comitati spontanei del tipo di quello costituito dalla moglie del
Colonnello può immaginare la vera forza distruttrice di ogni serena pausa che,
al termine di una giornata di lavoro, un militare può concedersi.
Il vitto è il primo
obiettivo: rigorosamente bandito ogni piatto caldo e quindi cucinato.
L'alternativa concessa è lo scatolame.
La televisione è
l'altro fronte delle ostilità. Appena iniziato il programma preferito, i
sospiri, lo strascicare delle sedie, le esclamazioni semi-mozzate, l'attivarsi
degli elettrodomestici sono i soli rumori chiaramente percettibili.
L'atteggiamento, poi,
è il colpo del maestro. Rigorosamente pensierose, con gli angoli della bocca
rivolti all'ingiù, stringendo nervosamente un fazzoletto, perennemente assenti
nello sguardo, le aderenti al movimento non pronunciano alcuna frase coerente o,
in alternativa, sfoggiano una incipiente sordità che fa cadere nel vuoto
qualsiasi domanda loro rivolta, mentre il mutismo è la "lingua", si fa per dire,
adottata per l'occasione.
Vittime, rigorosamente
prescelte, i più vicini collaboratori del Colonnello che, dopo innumerevoli
tentativi, riescono a conoscere la causa di tanta disperazione.
Se non è il successo,
a volte limitato dall'immediato avvio delle pratiche di separazione legale, poco
ci manca. In capo ad alcuni giorni il destinatario della protesta si trova
accerchiato, per l'intera giornata, da richieste del tipo "Non ti sembra che
questo fottutissimo bonsai potresti renderlo a tua moglie?".
Se poi, forte della
disciplina acquisita a West Point, il "misero" resiste, il ricorso alla grande
forza di "persuasione" rappresentata dalla stampa, è la stoccata finale.
Il Comitato fa
discretamente sapere al solito cronista locale di turno che alla base "c'è
preoccupazione". Sempre discretamente la notizia è corredata da alcuni
particolari. Il Comandante "è irascibile". Gli alti gradi "spesso non dormono a
casa".
Che cosa succede alla
base? E' questo il titolo a tutta pagina che il locale "Carol New" pubblicò di lì
a poco. Nell'articolo poi la storia del bonsai assunse i contorni del più
classico dei fanta-giallo-horror.
"Alla base pare si
siano registrati avvenimenti a dir poco sconvolgenti: uno dei magazzini
custodisce un segreto che turba il sonno dei responsabili. Da fonti solitamente
bene informate si apprende che una pianta, che faceva parte del carico di una
spedizione spaziale, ha mostrato chiari segni di mutazione che non possono far
escludere la presenza di un 'essere' venuto dallo spazio. Le stesse fonti hanno
lasciato intendere che sino ad oggi non ci sono stati, ancora, pericoli per gli
umani." Questa la sostanza dell'articolo che rispolverava anche la storia, già
apparsa sulla stampa, relativa "alla sfida del bonsai che batteva, in altezza,
le canne da zucchero". L'interrogativo con cui l'articolista concludeva era: "Si
tratta forse di una pianta carnivora?"
L'immancabile
conferenza stampa organizzata nella base chiarì
viceversa che "tutto era sotto controllo", che "non vi erano pericoli", "tutto
si trova nella norma" e, punto nodale per l'azione di Bartod e C., "il vegetale
oggetto di tanta, infondata curiosità "era stato" restituito alla legittima
proprietaria a comprova della sua assoluta inoffensività".
Una vittoria su tutti
i fronti: per la signora Williams che riportò trionfante a casa la "sua
piantina" (per la verità era ormai diventata un vero e proprio albero), per il
Colonnello che sia pure a fronte di notevoli sforzi era riuscito ad ottenere la
cancellazione del TOP SECRET e, soprattutto, per Bartod che alcune sere dopo,
grazie al party organizzato dalla trionfante "colonnella", riuscì
a strappare un ramoscello della pianta e portarlo al suo amico chimico.
Capitolo XIV
Nel suo complesso
l’ufficio non si discostava molto dai restanti situati all ‘ottavo piano: una
scrivania mod. DIR (esplicitamente citato nel manuale “Arredi e strumenti”) che
spetta ai Dipendenti di grado non inferiore al secondo livello carriera
Direttiva, una lampada Ministeriale, una poltrona girevole, quattro sedie di cui
due pivottanti, un armadio con ante e scomparti di dimensione idonea alla
custodia dei contenitori per pratiche Mod. Doc Plus, un computer con drive da
3,5 e stampante a 9 aghi, monitor monocromatico con regolamentare schermo
antiriflesso così come previsto dalla normativa vigente, telefono (abilitato
alle interurbane, ma non alle internazionali), cestino per i rifiuti e regolare
dotazione di cancelleria.
“Tutto nella norma”
pensò Albatrelli - alias numero duecentouno mentre si accingeva ad adempiere al
primo dei doveri di un agente segreto che si rispetti: il controllo per scoprire
eventuali microfoni, “pulci” (spie telefoniche) ed attrezzature di registrazione
varie.
All’interno della
lampada, nulla. Eguale riscontro lo ebbe dopo aver rapidamente passato le dita
sui bordi interni dell’armadio. Regolarmente avvitati i piedi delle sedie e
della poltrona. Perfetto e quindi insospettabile anche l’insieme della
scrivania.
Dalla sua
ventiquattrore che teneva sempre con sé e nella quale era contenuta
l’attrezzatura completa per missioni come quella presente, Albatrelli estrasse
il Super-scanner AM-FM (con la possibilità di spettro da 1,8 kHz a 2Ghz modello
“guerra dell’etere”) e azionata la scansione, alzò la cornetta telefonica.
Nulla. Anche l’apparecchio telefonico era pulito.
E che tutto fosse
“tremendamente pulito” era un ‘altra delle anomalie che colpirono la sua
attenzione. Non un granello di polvere, nemmeno un fermaglio, assenza assoluta
di ragnatele. Una pulizia nel vero senso della parola degna di una sala
operatoria caratterizzava l’intero ufficio.
“Singolare”. “Troppo
perfetto”. Ripetè a se stesso l’agente del SIGENAZ. “Come è mai possibile che
un’impresa di pulizia per quanto solerte e puntigliosa sia tratti gli Uffici in
questo modo? Quando mai la pulizia andava oltre lo svuotare dei portacenere e ad
un rapido spolverare delle superficivisibili?”. Si trovava di fronte ad un altro
mistero tutto da chiarire. Senza por tempo in mezzo il Nostro si attrezzò.
Innanzi tutto occorreva sistemare i “collegamenti”.
C’era voluta un’intera
sessione di lezioni per impadronirsi delle procedure
da osservare e per
conoscere la tipologia e le apparecchiature indispensabili per fare di un agente
in missione un “punto di contatto costantemente
attivo”. Nell’ordine:
stazione RXTX satellitare con annessa segreteria-fax
incorporata, stazione
multifrequenza VHF-UHF del tipo micro-palmare con cripto digitale, avvisatore
vibrofonico modello “orologio subacqueo da polso”, penna emetto-ricevente
modello “pulsar”, microricevitore direzionale, “oliva intercettiva”, rilevatore
ad ultrasuoni, segnalatore cardioidale di esplosivi, senza dimenticare le
relative espansioni autoregistranti ed interconnetivamente collegabili ad ogni
rete fonica o per ricetrasmissione dei dati con discriminatore-analizzatore
tecno-tipologico in grado di registrare solo le comunicazioni che contenessero
un qualche interesse per il tipo di indagine in corso.
Un rapido inventano,
l’avvio funzionale e Albatrelli divenne “attivo”.
Immediatamente presso
la stazione centrale del SIGENAZ grazie ad un polling scandito ogni 13 secondi,
la sua posizione risultò OK in modo da poter essere costantemente seguita.
“Dunque -pensò
Albatrelli- per prima cosa stendiamo la solita rete di ascolto”.
Presa
l’apparecchiatura necessaria in capo a soli dieci minuti, utilizzando il doppino
dell’apparato telefonico e la presa seriale del computer, caricò il software
“SECR 14” (altra diavoleria del SIGENAZ) sia nel mainframe dell ‘Ente che nella
centrale telefonica dell’ENRCA. Piazzati i relativi micro registratori ed
introdotta la discriminante, che per l’occasione il numero duecentouno individuò
in un file contenente precisi riferimenti a tutto ciò che si configurasse con
“giapponese”, l’agente tese la sua trappola.
Da quel momento ogni
conversazione telefonica o una qualsiasi trasmissione dei dati in cui un
argomento, una parola, un accenno potesse essere riconosciuto “afferente al
mondo giapponese” sarebbe stata irrimediabilmente registrata.
Secondo passaggio
“conoscere i luoghi”.
La prima cosa che
saltò agli occhi del Nostro fu la constatazione che tutti i piani dell’Ente da
punto di vista strutturale erano identici. “Bene!”. Conosciuta la dislocazione
delle stanze di un piano era come conoscere quelle dell’intero edificio.
Terzo intervento: i
sopralluoghi.
E a questo punto le
cose si complicarono un poco. Infatti secondo i dati in suo possesso (il famoso
rapporto), in tutte le articolazioni dell’ENRCA e quindi in ogni stanza o piano
era presente la stessa, parossistica dedizione al lavoro.
Da escludersi perciò
un indagine minuziosa. Troppo lunga. Tanto più che il tempo a sua disposizione
era limitato,
Con l’irresponsabile
presunzione dei neofiti Albatrelli prese la decisione.
Non avrebbe condotta
alcuna indagine a tappeto. “Affrontiamo il toro per le corna! La prima visita
deve essere nel punto in cui il fenomeno si è evidenziato. L’Ufficio terzo della
sezione seconda!”.
Se Albatrelli avesse
avuto un’esperienza maggiore delle abitudini e dei ritmi della Pubblica
Amministrazione probabilmente non avrebbe commesso tutta una serie di errori,
Intanto è risaputo che
uno dei cardini su cui si basa il reciproco contatto è la conoscenza comune di
una terza persona, meglio se amico di un parente, ottimale se è un cugino. In
secondo luogo è impensabile aggirarsi per i corridoi senza tenere in mano un
foglio (poco importa se bianco), una pratica, un raccoglitore. In terzo luogo lo
sguardo deve essere assorto, l’atteggiamento compreso, il capo delicatamente
piegato in avanti, il passo moderatamente lesto. In ultimo i polsini della
camicia (se in estate) distrattamente arrotolati, la cravatta leggermente
allentata, la giacca (nelle altre stagioni) rigorosamente mai completamente
abbottonata.
Rispettando tali
regole è come avere un passaporto per ogni lido. Non vi è Ufficio, Sezione,
Divisione che sospetti di un “collega” che corrisponda alle predette
caratteristiche anche in una situazione anomala come quella presente all’ENRCA
che rimaneva pur sempre radicato nella struttura consolidata
dell’Amministrazione,
Presentandosi con
un’aria vagamente interrogativa e priva della necessaria “sopportata” aria di
abitudinaria frequenza e ancor più grave senza pratiche in mano, l’accoglienza
non poteva essere diversa.
“Desidera?” lo
apostrofò quasi gelidamente il signor Allegria che smise per un solo istante di
collazionare dati su dati. “Desidera?. Ripetè con evidente fastidio nei
confronti di chi, estraneo, si permetteva di interrompere il suo lavoro.
“Vede - quasi sussurrò
Albatrelli - sono un nuovo collega e vorrei alcune informazioni”.
Non ebbe modo di
proseguire che la risposta rapida ed incisiva lo fermò. “Bene, piacere. Ed ora
dica presto, chiaramente e senza perdere tempo in che modo questo ufficio può
evadere una sua richiesta. Anzi! Proprio per non rallentare il nostro lavoro,
usi la modulistica necessaria e brevemente formuli la sua richiesta.”.
Allegria ripiombò nel
suo lavoro ed all’uomo del SIGENAZ non rimase che guardarsi in giro.
Incredibile, nessuno dei presenti aveva prestato la minima attenzione al
colloquio e tutti chini sulla scrivania o davanti ai monitors, avevano a cuore
solo il proprio lavoro.
Un rapido dietro front
e Albatrelli si ritrovò nel corridoio con in mano il classico pugno di mosche.
Non rimaneva che
tentare su altri fronti.
Evitò di riprendere
l’ascensore per raggiungere il proprio ufficio e si mise a girovagare per i
corridoi. Poche le persone che procedevano a passo normale. Parevano tutti
podisti in allenamento. Poco importava se attardati dal peso di incartamenti o
gravati da profondi pensieri. Accennavano appena qualche raro cenno di saluto
verso gli altri colleghi e via verso la rispettiva destinazioni.
Nemmeno un capannello
di persone, ma che dico, neppure una coppia era ferma a parlare.
Al settimo piano
finalmente gli apparve una scena diversa. Due persone, un uomo con le mani
pigramente ficcate in tasca ed una donna sostavano davanti ad una bacheca
contenente avvisi vari e senza alcuna fretta li scorrevano da cima a fondo. Anzi
la lettura si interrompeva spesso e i due si intrattenevano in un pacato
colloquio. A quella distanza non gli era possibile seguire la conversazione per
cui affrettò il passo. Inutile, da una porta poco distante un addetto balzò
fuori e quasi strattonò i due spingendoli verso l’Ufficio “E’ un po’ che
aspettiamo, ci ha avvertito la portineria, se avete delle richieste da avanzare
all’ENRCA, fatelo! Il nostro ufficio non può certo stare ad aspettare chi per
motivi suoi vuol conferire con l’Amministrazione e poi si ferma nel corridoio
mentre gli impiegati aspettano!”.
Un altro fallimento!
Albatrelli aveva sperato che almeno due dipendenti su tanti si comportassero in
modo razionale. Invece erano solo due estranei che si rivolgevano all’Ente per
una qualche loro necessità.
Ma il colpo di grazia
gli venne assestato all’ottavo piano, quello del suo Ufficio, quando passò
davanti al bar.
“Ecco questa è la sede
ideale per parlare con qualcuno” bisbigliò tra i denti. Un passo all’interno e
la delusione si fece cocente.
Al di fuori del lucido
bancone, dei vari tavolini e di un addetto tutto era desolatamente vuoto:
innaturalmente vuoto! Anzi il barista non era intento ad una qualsiasi
occupazione tipica del proprio ruolo ma dopo aver spostato spostato la merce
posta sull’estremità del banco era freneticamente intento
a numerare una miriade
di fogli.
Il rapporto che la
sera stessa, debitamente criptografato, venne trasmesso al SIGENZ non lasciava
dubbi.
AT SERVIZIO INDPREL
(INDAGINI PRELIMINARI) DA AG. 201
NULLA! PERSONALE TUTUO
PRESENTE
AT ECCEZIONE VENTIDUE
CASI STOP
ATTIVITA’ LAVORATIVA
ASSURDAMENTE INTENSA STOP
INDAGINE
TELEDATOFONICA NEGATIVA STOP
NESSUNA TRACCIA GIAP
STOP
ATTENDO ISTRUZIONI
FINE
Capitolo XV
Se sino a quel momento qualche ragionevole
dubbio poteva trovare giustificazione le ultime notizie avevano fatto
impietosamente piazza pulita.
Il problema dilagava.
Non solo all’interno dell’ENRCA la
situazione era deprecabilmente peggiorata, ma anche altri Enti o Ministeri che
per qualche ragione avevano più frequenti contatti con la Direzione Periferica
incriminata, mostravano oramai chiari i sintomi di quel “fenomeno” così
anormale.
La segreteria generale sindacale quasi
giornalmente riceveva segnalazioni in tal senso. Dapprima da parte del Delegato
interno presso il Ministero del Tesoro e più precisamente di quello della
Sezione che curava i rapporti economici con i dipendenti dell’ENRCA. Poi dalla
Sanità che più che incuriosita aveva segnalato alla Funzione Pubblica, con una
mal celata punta di orgoglio, che le assenze per malattia in seno all’ENRCA
erano divenute quasi inesistenti. Per giungere infine al Coordinamento dei
Circoli Aziendali che aveva visto ritornare in bianco le prenotazioni per il
prossimo periodo feriale.
Quindi, se in un primo momento la
segnalazione allarmata (in verità considerata solo allarmistica) sullo stato
funzionale dei dipendenti del1’ENRCA ricevuta da parte di Angioletti era stata
sottovalutata, ora ogni silenzio in merito rischiava di essere considerato
colpevole.
Le notizie di determinazioni autonomamente
assunte all’interno delle diverse strutture al fine di aumentare l’impegno
gratuito degli addetti sopperendo così alle carenze strutturali o, in altre
occasioni, il ricorso ad un supplemento di lavoro svolto a casa per affrontare,
il giorno successivo l’attività lavorativa con già predisposta una griglia
operativa, si susseguivano quasi fossero bollettini di guerra.
E di una battaglia in effetti si trattava,
di un conflitto sferrato senza esclusioni di colpi nei confronti della
rappresentatività delle articolazioni sindacali. Ogni dipendente,
raggruppamento, ufficio pareva si sentisse titolato a sottoscrivere impegni,
accettare modificazioni di orario, di procedura odi prassi all’unico fine di
evadere pratiche, limitare le soste, incrementare i ritmi di lavoro.
In tale dimensione ogni altro problema non
assumeva rilevanza per i dipendenti “assatanati”. In questo modo li definì un
dirigente periferico della Funzione Pubblica nel corso di una riunione.
Inoltre la questione provocava non solo
assurde comparazioni tra Ente ed Ente, tra operosità dell’uno rispetto ad un
altro, ma determinava una sorta di incompatibilità ambientale che mal si
conciliava con una siffatta ansia di lavoro tanto diversa rispetto alla norma.
Accadeva così che l’Ente X ricevesse
insulti da “colleghi” operanti in un altro solo perché ad una richiesta di dati
inviata via fax, qualcuno aveva pensato di attendere le canoniche cinque
settimane prima di approntare la bozza della risposta che in seguito sarebbe
stata trasmessa via servizio postale solo dopo aver ottenuto il regolamentare
visto da parte dei vari uffici.
Allo stesso modo non era ormai raro il caso
di vere e proprie intrusioni da parte di dipendenti inferociti, i quali
pretendevano di avere immediata risposta in assenza della quale passavano
sovente all’azione, gettando tutto sottosopra per ottenere i dati desiderati.
Infine i sistemi di collegamento, telefonico o in rete dati venivano sottoposti
a vere e proprie valanghe di richieste del tipo più diverso con l’inevitabile
conseguenza di entrare in un loop pauroso che provocava per varie ore la
paralisi delle comunicazioni. Non meravigliò più di tanto quindi la decisione
assunta al termine di lunghe ore trascorse in conciliaboli e vani tentativi di
risolvere una situazioni sempre più ingarbugliata.
Decisione che venne unanimemente presa da
parte della triplice rappresentanza sindacale centrale.
Il documento conclusivo che sarebbe stato
inviato al Ministro della Funzione Pubblica e per conoscenza al Presidente del
Consiglio dei Ministri ed ai Gruppi Parlamentari, venne così redatto.
“La TRC (Triplice Rappresentanza Centrale)
riunita a seguito della grave situazione determinatasi in alcuni comparii del
Pubblico Impiego, preso atto delle sollecitazioni che sul tema gli sono state
avanzate da parte delle diverse RSA, dopo ampia discussione unanimemente
sottolinea quanto segue:
- è in atto una deprecabile
strumentalizzazione dei lavoratori che vengono sottoposti a ritmi di lavoro,
orari e procedure totalmente estranei agli accordi sindacali ed in aperta
violazione delle pattuizioni sottoscritte;
- i fenomeni di irrazionale alterazione
della prevista turnazione feriale, della ciclicità dei turni di riposo, la
sospensione in alcuni comparii delle previste procedure di ricorso alla
fruizione delle cure termali minano profondamente lo stato psico-fisico dei
lavoratori;
- da alcuni evidenti momenti di
conflittualità tra sfere di competenza e personali attribuzioni verificatisi con
preoccupante cadenza, si possono trarre altresì elementi di pericolosa
involuzione nei rapporti tra Enti;
- la mancata osservanza delle più
elementari norme di ordinato afflusso alle procedure rischia di paralizzare la
necessaria azione di controllo che su di esse deve esercitarsi.
Premesso tutto ciò: la TRC, esprimendo la
più viva preoccupazione per il marcato deterioramento registratosi nel corretto
rapporto tra Stato e Cittadini, invita con sollecitudine il Ministero competente
ad organizzare un incontro tra le organizzazioni scriventi, la Direzione
centrale del Personale ed un rappresentante del Ministero della Sanità.
In mancanza di un sollecito riscontro
saranno attuate le forme di lotta più idonee a difesa dei lavoratori e dei loro
diritti”.
In verità l’ultima parte della stesura
originale era diversa.
Il documento infatti si chiudeva con la
frase: “sarà dichiarato lo SCIOPERO GENERALE ad oltranza nei comparti
interessati alle gravi situazioni citate in premessa.”
Una più serena lettura aveva consigliato di
modificare la chiusa soprattutto in considerazione del fatto che nei comparti
interessati di sospendere il lavoro non se ne parlava affatto!
E fu proprio a causa ditale
documento-denuncia che la stampa si impadronì del problema e dapprima
timidamente e poi con sempre maggiore rilievo la questione divenne di dominio
pubblico.
Un’interpellanza presentata in Parlamento
da parte del rappresentante dell’Autonoma Lista dei Dipendenti Oppressi, cui
seguirono interrogazioni da parte di quasi tutti i Gruppi ne conclamò la
rilevanza nazionale.
Non erano ancora passati sei mesi dai primi
sintomi rilevati nel terzo Ufficio della seconda Sezione che simile ad un
uragano il fenomeno rischiava di dividere profondamente il Paese incapace oramai
di rassegnarsi di fronte a due comportamenti diametralmente opposti.
Da una parte un settore della Pubblica
Amministrazione che corrispondeva con celerità alle varie esigenze, sollecitando
sempre nuove richieste dall’altra ed ancora in larghissima parte, una struttura
perennemente arroccata su prassi, articolazioni operative e tempi risalenti agli
“Ufficiali di Scrittura”.
Capitolo XVI
La missione in America dell’agente numero
sei, la biondissima Henrica Habbler (che malgrado il nome era italianissima o
meglio “romana de Roma”), non era la prima compiuta all’estero. Già altre volte
aveva avuto modo di andare negli States per collaborare con i colleghi della CIA
per cui tutto si svolse come di routine.
Radunate in poco tempo le sue cose (in
tutto tre bauli di vestiti ed attrezzature varie), un salto all’Ufficio Cassa
per ricevere il congruo fondo di dotazione e via. Nel giro di poche ore
comodamente seduta a bordo del 747 della TWA, Henrica aveva modo di riflettere
sull’incarico ricevuto.
Iniziò passando in rassegna i probabili
contatti che avrebbe attivato all’arrivo.
Ne conosceva diversi di agenti della CIA e
non tutte le conoscenze erano superficiali, come quella “consumata” con
l’atletico Alan durante un favoloso fine settimana a Miami e che le aveva
lasciato un certo languore. Di qui i rosei contorni dell’imminente arrivo. Poi
c’era quella vecchia volpe di Louis, fine intenditore dei ristoranti alla moda e
ciò che forse più contava proprietario di un attico con vista, dotato di un
letto vistavision a due piazze e mezza oltre ad un impianto superstereo CD che
l’avevano cullata per diverse notti.
Sì, decisamente si configurava una missione
nata sotto i migliori auspici. Poco importavano in tale contesto le curiose
osservazioni del suo capo:
Giapponesi o no avrebbe svolto il minimo di
lavoro indispensabile e ricercato il massimo svago possibile durante il
soggiorno americano.
Socchiuse gli occhi e mentre il brontolio
dei motori la faceva sprofondare in un sonno profondo l’ultimo pensiero che la
colpì riguardava il negligè color fuxia che si augurava proprio di non aver
dimenticato a Roma.
Il trasferimento dall’aeroporto alla sede
della CIA si svolse secondo il solito copione. Una Buick marrone scuro con
autista di colore si trovava all ‘uscita. Pochi convenevoli con un tizio “da non
passare inosservato” che l’attendeva alla dogana, qualche imprecazione degli
addetti ai bagagli che si chiedevano come mai, nei film, l’agente in arrivo
avesse al massimo un beauty casementre questo viaggiasse con tre bauli formato
extra large e di lì a poco Henrica fece l’ingresso nella storica sede della CIA
, la Central Intelligence Agency.
Qualcosa univa il SIGENZ alla CIA. Infatti
quest’ultima fondata nel 1947, oltre ai compiti specifici di informare il
Presidente ed il Consiglio di Sicurezza nazionale sugli sviluppi internazionali;
nonchè condurre ricerche su problemi politici, economici, scientifici, tecnici e
militari, con il passare degli anni e sotto la guida del suo più famoso
presidente Allen Welsh Dulles, si trovò ad espandere la propria attività in
numerose operazioni ed indagini segrete. Storia che gli consentiva ancora oggi e
malgrado le modificazioni introdotte a partire dal 1976, di interessarsi delle
questioni più disparate. Così quando l’agente Habbler espose i dubbi e le
preoccupazioni del proprio Capo in merito alle misteriose cause che ave’ano
determinato la grave crisi operativa dell ‘ENRCA risultò del tutto naturale
l’immediata costituzione di un gruppo di lavoro, con adeguate facoltà di
iniziativa e di indagine per far luce sul caso.
Per prima cosa venne richiesta ampia
documentazione al settore notizie e stampa su casi consimili. Successivamente il
super elaboratore venne “interrogato”. Nel giro di pochi giorni sul tavolo della
“nostra” vennero raccolti sette casi degni di nota racchiusi in altrettante
cartelline ove, manco a dirlo, il timbro della “massima segretezza” faceva bella
mostra.
Nell’ordine i casi erano:
-1) una mandria di bufali aveva corso in
tondo, senza fermarsi, per quattro giorni e tre notti;
- 2) l’addetto ad una pompa di carburante
aveva prestato servizio senza mai dormire per 124 ore consecutive;
- 3) in una scuola del Sud Dakota un
insegnante, tale Alfred Ghardy, si era barricato all’interno di un’aula
rifiutandosi di andare in vacanza asserendo che “doveva finire di correggere i
compiti”;
- 4) il sergente Bartod, addetto alla
catalogazione dei reperti presso la base spaziale di Carol Space, pareva in
preda ad una sorta di allucinata, spasmodica, voglia di lavoro e rifiutava cibo
e sonno;
- 5) a China Town una banda di piccoli
cinesi, tra cui un giapponese, avevano percorso 112 miglia correndo su skate
appositamente attrezzati intorno alla statua del generale Lin Pahu Let;
- 6) gli addetti alla catena dei super
magazzini “Fast e Last” avevano rifiutato l’aumento di 24 cents l’ora motivando
il fatto con la diminuzione delle vendite dello 0,01% rispetto al mese
precedente;
- 7) il quotidiano Carol New riportava la
notizia di un aumento abnorme delle dimensioni di un bonsai che aveva compiuto
un “viaggio” spaziale. Non è neppure il caso di sottolineare quante e quali
fossero le motivazioni che facevano propendere l’attenzione del “gruppo di
studio” a favore dell’uno piuttosto dell’altro caso.
Per intere giornate tutto era passato sotto
la lente degli investigatori o forse è più corretto dire di “quasi” tutti gli
investigatori impegnati nel caso. Infatti la bionda Henrica (complice il
ritrovato, atletico Alan) preferiva altri interessi che la portavano la sera nei
migliori ritrovi per farla ritrovare assonnata al mattino a ricercare un nesso
tra quei sette casi. Nel frattempo la situazione in Italia rischiava di
peggiorare sempre più.
Per questo motivo i “rapporti” trasmessi al
SIGENAZ parlavano di approfondimento, di piste utili, di strane coincidenze ma
purtroppo non consentivano di cavare un ragno dal buco anche se puntigliosamente
elencavano gli “strani” episodi su cui si lavorava.
Inutili le sfuriate telefoniche del numero
tre: dei “giap” nessuna traccia né sul fronte americano né su quello interno
dell’ENRCA.
Capitolo XVII
La situazione era notevolmente peggiorata
tanto che non poteva più parlarsi di episodi ma di preoccupante stato di
irrazionalità e di crisi che giorno dopo giorno colpiva nuovi e diversi settori
della Pubblica Amministrazione. Iniziato come fatto eccezionale degno forse più
di una notazione di colore che di un vero e proprio problema, il fenomeno della
super attività segnalava nuovi focolai col passare delle ore.
Al Ministero della Funzione Pubblica non si
respirava aria meno preoccupata di quella che aveva già coinvolto le centrali
sindacali.
Il fatto che anche nell’indotto i riflessi
si facessero sentire sempre più pesantemente non costituiva certo motivo di
tranquillità.
Nei trasporti pubblici, ad esempio, la
crisi appariva evidente. Avendo molti dipendenti dei Ministeri e degli Enti
pubblici autonomamente scelto di sospendere la pausa per il pranzo e soprattutto
di posticipare l’uscita serale e/o anticipare l’entrata del mattino, il flusso
dei passeggeri della metropolitana e delle linee di superficie era del tutto
cambiato con la conseguenza di provocare intasamenti e super affollarnenti nelle
cosiddette ore di calma, che degeneravano sovente in autentici assalti ai pochi
mezzi in circolazione. I piani di servizio consolidati da decenni di consueti
spostamenti non reggevano più e ciò aveva visto il proliferare nella vicinanza
degli uffici, di veri e propri attendamenti (i più fortunati disponevano di
roulotte talvolta usate in coabitazione) all’interno dei quali era possibile
trascorre le poche ore di riposo per essere in tal modo pronti a riprendere il
lavoro senza “perdere” tempo in faticosi spostamenti.
Altro settore entrato in crisi era quello
della ristorazione o più semplicemente dei bar e delle tavole calde. Erano in
molti che preferivano acquistare (uno per tanti) pane, acqua minerale e
“qualcosa” da mangiare al fine di evitare abbandoni del posto di lavoro.
I giornalai dal canto loro vedevano con
preoccupazione crescere le “rese” dei quotidiani che rimanevano invenduti per il
semplice fatto che ai più pareva un’inutile perdita di tempo leggere notizie che
potevano essere conosciute in pochi minuti grazie ai tele e radio giornali.
In generale si poteva ben affermare che
salvo qualche rara eccezione, l’intero comparto del Pubblico impiego era in
procinto di far precipitare l’economia verso il baratro di una irrazionalità cui
nessuno sino a pochi mesi addietro avrebbe mai osato pensare.
Questa situazione, innescando una specie di
spirale pericolosissima, provocava tutta una serie di episodi che partendo dal
pubblico riverberavano sull’indotto privato.
Al Ministero quindi la richiesta di
incontro avanzata dalla Triplice apparve più come un’ancora di salvezza per
“salvare il salvabile” che una nuova fonte di preoccupazione.
Nel quadro generale una particolarità era
però degna di nota. Dalle notizie acquisite e che ormai formavano una raccolta
assai voluminosa, emergeva che, stranamente e con le dovute eccezioni l’ansia di
lavoro e la voglia di strafare era inversamente proporzionale rispetto a due
specifiche componenti. La prima riguardava la tipologia della struttura
coinvolta: maggiore si era rivelato il fenomeno, tanto minore era la
“pubblicità” della struttura. Vale a dire che nei Ministeri tradizionali e nelle
Direzioni centrali minore era la sensibilità e la smania rispetto a quanto si
verificava nelle strutture decentrate e non strettamente “ministeriali”. L’altro
elemento consisteva nel fatto che tanto minore era il coinvolgimento dei singoli
rispetto al “grado” ricoperto: cioè i massimi livelli dirigenziali parevano meno
vulnerabili al problema rispetto ai livelli medi e a quelli inferiori.
Come a dire che la “tradizione” e le
“esperienze” maturate nella Pubblica Amministrazione pareva fungessero da
antidoto nei confronti della rivoluzione in atto.
Perciò quando al dottor Esposito Comm.
Vincenzo, Direttore Generale del Ministero della Funzione Pubblica con delega al
riordino delle procedure e all’introduzione delle tecnologie informatiche, venne
affidato il compito di preparare la riunione postulata dai Sindacati, egli
affrontò il problema con la pacatezza e la sicurezza che solo i suoi trascorsi
presso diversi Ministeri e la consolidata preparazione conseguita presso la
Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione gli permettevano.
Primo occorreva stendere l’elenco dei
partecipanti. Una situazione tanto diversa imponeva che la riunione fosse
“plenaria”. Gli pareva un errore gravissimo preparare una riunione in cui data
l’esiguità dei presenti si potesse correre il pericolo di assumersi precise
responsabilità. Secondo il luogo di riunione. Altro errore da evitarsi era
quello di evidenziare troppo tramite la sede la titolarità e la paternità
dell’iniziativa. Terzo, il grado “minimo” posseduto degli intervenuti: doveva
essere per usare una sua espressione, rigorosamente equitativo e comunque sia
non sperequato tra le varie istanze presenti.
La prima delle questioni venne facilmente
risolta.
Dovevano essere presenti il Ministro della
Funzione Pubblica (meglio se con espressa delega da parte del Presidente del
Consiglio), i rappresentanti della Triplice (che d’altro canto erano proprio
quelli che si erano presi la responsabilità di richiedere la riunione), i
Direttori Generali dei Ministeri interessati al problema (in pratica tutti), i
Direttori degli Istituti Superiori del Lavoro, della Sanità, della Statistica,
dell ‘Economia, dei rapporti con i Paesi Terzi, dei Servizi Difesa e
Informazioni (i cosiddetti servizi segreti), della Ricerca scientifica e la
Direzione Nazionale Anti Tutto (DNAT) in pratica le forze deputate alla
prevenzione-repressione della criminalità e poste a tutela dell’ordine pubblico.
Unico assente il potere Giudiziario ma ciò
era perfettamente comprensibile alla luce della sua assoluta indipendenza
nell’ordinamento dello Stato.
Partecipanti consultivi gli esponenti delle
Forze Sociali e della Presenza nella Società (vale a dire un ‘altra trentina di
persone in rappresentanza di Industriali, Mass media, Terza Età, Commercio
all’ingrosso ed al Minuto, Categorie protette ecc, ecc.).
Per la Sede il problema appariva un po’ più
complesso. Scartato il Ministero organizzatore (per i motivi indicati in
precedenza) non rimaneva che il Dipartimento della Protezione Civile che come è
noto dipendeva dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e quindi era
un’istituzione super partes. La scelta si rivelava azzeccata tanto più che a
fondamento della sua attività detto Dipartimento possedeva una duplice valenza:
costituire un servizio dello Stato col compito di proteggere la vita e i beni
dei Cittadini da calamità naturali o indotte dall’attività dell’Uomo e cosa non
meno importante, essere articolato in quattro distinti momenti operativi:
Previsione,Prevenzione, Soccorso ed Interventi per la ripresa della vita
economica e sociale nelle aree colpite.
Per il terzo problema riferito al grado
degli intervenuti, il Direttore dottor Esposito annotò con mal celata
soddisfazione, che già nella redazione della lista degli invitati alla riunione
la sua esperienza gli aveva fornito risposta positiva anche a tale questione.
Per la data nessun problema, sarebbe stato
lo stesso Ministro a deciderla.
Soddisfatto il Commendatore sollevò il
telefono e si annunciò al Ministro. Non era tutto sommato una scelta facile. Il
Ministro rigirava i fogli e pensava. Pensava e rigirava i fogli.
“Dunque vediamo, per i partecipanti mi pare
che sia tutto a posto, per la sede lo stesso. E’ la data che costituisce il vero
problema!”.
“Da scartarsi il lunedì, troppe le normali
assenze per servizio. Il martedì c’è Consiglio dei Ministri. Per i prossimi due
mercoledì, neppure a parlarne. La Nazionale di calcio giocava nel pomeriggio del
primo alle 14,30 (e la partita era trasmessa anche per TV) e per il secondo era
previsto il recupero di Milan-Roma. Non rimaneva che il giovedì. Esistevano è
vero alcuni problemi quali ad esempio quello della Convocazione della Direzione
del suo Partito ma, ormai siamo in ballo - rimuginò tra sé e sé il Ministro -
vada per giovedì alle 15.’
Con un sospiro firmò le convocazioni e il
Direttore soddisfatto trasmise il tutto ai competenti Uffici.
All’esterno intanto si verificavano le
solite scene causate dall’irrazionale follia che aggrediva sempre più
l’articolata e multiforme “famiglia” dei Pubblici Dipendenti. Con un crescendo
quasi “rossiniano” i cui echi riuscivano anche a superare le massicce mura del
Palazzo l’attività si intensificava facendo aumentare i problemi.
Finalmente arrivò il giovedì.
Superati gli ultimi problemi organizzativi
non meno importante quello di trovare una sala abbastanza grande e degna di
tanto pubblico considerato che alla Protezione Civile non solo gli Uffici erano
scarsi ma tutto sommato lo stesso Dipartimento era più una espressione
“cartacea” che una realtà effettivamente operativa, anche questo ultimo
dettaglio trovò soluzione. La riunione venne preparata nel giardino interno del
Dipartimento sotto una tenda da campo modello “alluvione con sisma” ove vennero
sistemate un numero adeguato di poltroncine ed una lunga tavola a ferro di
cavallo.
Registrati i presenti e constatato che
praticamente tutti i settori invitati erano rappresentati il Ministro prese la
parola. Alla sua destra nel frattempo gli esponenti della Triplice sindacale
finivano di sistemare le consuete agende su cui erano rigorosamente riportati
gli appunti delle riunioni precedenti così come si conviene ad ogni buon
sindacalista.
“Il motivo di questo gradito incontro -
esordì - per il quale ringrazio tutti i presenti,Vi è forse noto”. Dopo una
breve pausa di circostanza preseguì: ”Su sollecitazione delle rappresentanze
sindacali centrali che in verità hanno interpretato una iniziativa che il
Ministero aveva già in calendario (mai lasciare agli altri il merito di
qualcosa: è una regola non scritta ma sempre rigorosamente osservata), abbiamo
deciso di convocare su esplicita delega del Primo Ministro la presente riunione
alla quale come tutti potranno constatare abbiamo il piacere di annoverare tutti
- e calcò su questa parola
- i massimi Dirigenti dei Ministeri, i
Direttori degli Istituti Superiori dello Stato, dell’Ordine Pubblico, della
Sicurezza e delle realtà sociali. In pratica è qui presente ogni ganglio - e
pronunciando il termine sorrise compiaciuto - operativo dello Stato talché sarà
possibile ad ognuno per la parte di propria competenza fare il punto su una
questione che a ragion veduta preoccupa non poco l’ordinato operare della nostra
Nazione”
Si trattava di una introduzione lungamente
pensata e concretizzata in modo tale da non precludersi alcuna via di uscita e
soprattutto da non esporre l’oratore ad alcun pericolo in relazione alle diverse
accuse che secondo l’uso ognuno rivolge agli altri prima che potessero essere
loro rivolte.
“Si tratta di un problema, così come si
legge nell’ordine del giorno inviatoci dai sindacati che attiene al modo di
lavorare, produrre e servire nell’interesse dello Stato. E’ un tema che come è
facile capire riveste la massima importanza per l’intera collettività”
Niente da fare. Il Ministro non pensava
minimamente ad affrontare il nodo della questione.
Fu a questo punto che il dottor Esposito
venne in aiuto del suo Capo. Con un colpo di tosse attirò l’attenzione del
Ministro al quale non parve vero di interrompersi, chiedendo se per caso ci
fosse qualche proposta per dare ordine e produttività ai lavori.
“Se il signor Ministro mi consente - esordì
il Direttore - forse sarebbe utile che ognuno per la propria parte relazionasse
brevemente su quanto è di sua diretta conoscenza. Ciò risulterebbe utile per la
comune consapevolezza circa l’esatta dimensione del problema posto all’ordine
del giorno”. Un colpo da maestro.
Spiazzati i Sindacati che erano in procinto
di sollevare la pregiudiziale della salute dei lavoratori sottoposti ad un vero
e proprio attacco all’essenza stessa delle conquiste frutto di lunghe lotte (la
presenza dei rappresentanti dei mass media non era ininfluente a siffatta
impostazione), ben volentieri gli astanti aderirono all’invito. Sia pure con
sfumature e precisazioni diverse il quadro che emerse appariva terrificante. In
effetti si poteva affermare senza tema di smentite che il fenomeno dell’iper
attività oramai non lasciava indenni che rare isole dell’arcipelago della
struttura burocratica dello Stato. Non vi era Ministero che non si trovasse
nell’esigenza di segnalare casi “anomali”; non esisteva praticamente più una
omogeneità comportamentale all’interno del Pubblico Impiego.
Con il proseguire delle relazioni il clima
della riunione passò rapidamente dal preoccupato all’ ansioso sino a che in un
silenzio glaciale la relazione del rappresentante dell‘Istituto di Statistica si
trovò a collimare quasi perfettamente con le rilevazioni di quello della Sanità.
Il fenomeno aveva colpito e colpito duro
specialmente in quei soggetti che non si erano mai discostati dal tradizionale,
apatico “sorvolare” sulle tentazioni che viceversa concretizzavano il modo di
lavorare tipico delle strutture private: annullati i rinvii, rinnegati i
regolamenti e le prassi, stravolti i rapporti gerarchici, ignorati i “bolli
tondi”, sottovalutati i “ponti feriali”, dimenticate la cure termali gli
interpreti fedeli del “non fare oggi quello che potresti rinviare domani” erano
risultati i più vulnerabili. Gli artisti del “non fare” o meglio “dello scazzo”,
una forma di sublimazione dell’attesa, erano quasi del tutto scomparsi.
Gli unici che fatte le debite proporzioni
parevano non risentire di questa singolare epidemia erano i soggetti che in
qualche modo svolgevano le mansioni loro affidate.
Le altre relazioni confermavano tutta la
pericolosità della questione.
Così quella dei “servizi” che con dovizia
di particolari grazie anche alla presenza del Direttore del SIGENAZ, evidenziava
l’inutilità delle indagini sino ad allora svolte. Dello stesso tenore la
pedissequa elencazione delle iniziative intraprese, anche in questo caso
inutilmente, da parte della Difesa Nazionale Anti Tutto (D.N.A.T.).
Oramai il problema sollevato dai Sindacati
era passato in secondo piano e gli stessi rappresentanti della Triplice se ne
erano resi perfettamente conto. Non si trattava più di una conflittualità
risolvibile in qualche modo: era una vera e propria Caporetto.
Anche le diverse proposte avanzate nella
vana ricerca di soluzioni dimostravano la loro inutilità.
Non serviva certo “privatizzare” i settori
infetti in modo che non si potesse affermare che la Pubblica Amministrazione era
rea di un simile sconquasso ma semmai lo era il “privato” teso secondo
consolidata tradizione alla ricerca del massimo profitto. E neppure introdurre
qualche nuova forma di ticket in modo da frenare l’afflusso delle richieste dei
cittadini nei confronti della Pubblica Amministrazione, parevano ai più le
strade da percorrere. Fu proprio a questo punto che il rappresentante della
Sanità chiese di nuovo la parola.
Con evidente imbarazzo tergendosi la fronte
egli si accinse a rendere di dominio pubblico uno dei segreti maggiormente
custoditi dallo Stato.
“Avrei voluto evitare questa mia
dichiarazione ma credo che sarò capito soprattutto perché sono convinto che se
non riusciremo ad arrestare questa spirale perniciosa non ci sarà più nulla da
nascondere: potrebbe infatti essere la fine dell’intero assetto
storico-burocratico del nostro Paese.”
L’attenzione si fece quasi palpabile.
“Forse molti di voi si sono chiesti come
mai nel corso di tanti anni nessuna innovazione, protocollo di intesa, nuova
procedura sia mai riuscita a scalfire l’ordinato, granitico, rassicurante
sistema di “lavoro” all’interno della struttura dello Stato. La risposta
esiste!”.
Lo stesso Ministro smise di disegnare la
solita rosa dei venti che lo aveva reso famoso.
“La risposta esiste - continuò il Direttore
del Ministero della Sanità - essa si chiama SAL. - Scarsa Attività Lavorativa.
E’ un anticorpo presente nei dipendenti dello Stato che li rende refrattari a
qualsiasi innovazione, immuni ad ogni tentativo di razionalizzare,
aggiornandolo, il modo di lavorare. E’ un anticorpo la cui esistenza è stata
rilevata da diversi decenni e che è presente nel sangue di molti dipendenti. Il
Ministero della Sanità lo ha scoperto casualmente nel corso delle ricorrenti
indagini di massa sui dipendenti statali. La scoperta, per collegiale decisione
dei massimi Dirigenti, è stata finora rigorosamente tenuta segreta proprio per
evitare situazioni simili a quelle che oggi purtroppo dobbiamo registrare.”
“Infine - concluse con una specie di
lamento - negli ultimi tempi abbiamo scoperto che i soggetti colpiti da questa
che potremmo ben definire l’epidemia del secolo, sono proprio quelli che
possiedono l’anticorpo SAL mentre quanti ne sono privi non hanno aumentato
neppure di un millimetro la velocità della loro attività.”
L’ultima rivelazione gelò letteralmente
tutti i presenti.
Poco importava a questo punto se non ne
erano mai stati messi al corrente. Il problema oggi era quello di trovare la
causa dell’irrazionale mutazione del SAL. Almeno su questo ci fu concordanza
assoluta. Nello stesso modo venne sottoscritto un patto: il segreto doveva
essere mantenuto ed ognuno doveva attivarsi per trovare la soluzione.
Dopo aver stabilito che doveva essere lo
stesso Ministro vincolato anch’esso al segreto, a fare da capofila per
raccogliere ogni novità al riguardo la riunione si sciolse. Ed assai più
mestamente di come erano arrivati, saliti sulle auto blu i massimi dirigenti
dell’apparato dello Stato fecero ritorno alle rispettive sedi.
Capitolo XVIII
“Eccoti finalmente, brutto figlio di un
cane”.
Chino sul microscopio elettronico il
chimico amico del sergente Bartod non stava più nella pelle.
Da quando era entrato in possesso del
famoso reperto dell’altrettanto famoso bonsai grazie allo stratagemma ideato per
farlo restituire alla sua ansiosa proprietaria, i due non avevano smesso di
esaminare, sezionare, studiare il ramoscello.
Ed ora gli sforzi parevano aver raggiunto
il risultato cercato.
Il chimico aumentata la risoluzione del
campo visivo trasferì la visione sul monitor.
L’immagine mostrava chiaramente che oltre
alle normali componenti di un qualsiasi vegetale, vale a dire le molecole capaci
di assorbire la luce, clorofilla a e b, oltre ai pigmenti carotenoidi ed alle
pareti cellulari costituite da cellulosa, era presente uno strano “oggetto” di
colore blu intenso che pareva pulsare e che ricordava vagamente uno di quegli
organelli chiamati centrioli presenti negli animali ma totalmente assenti nelle
piante.
Anche Bartod rimase affascinato da quanto
vedeva sul monitor.
Ma che cosa era mai quella specie di “coso”
che assomigliava ad una specie di V doppio?
“Calma - raccomandava il chimico - dobbiamo
accertarci che veramente appartenga al bonsai e non si tratti di un qualche
microbo o impurità presente nello strumento”.
Figuriamoci, il sergente “pretendeva” che
quella fosse la risposta a tutti i suoi dubbi. “Voleva” che quello stramaledetto
“V double” fosse la causa dell’aumento del bonsai.
Ci volle del bello e del buono per
convincerlo a sottoporre la scoperta a nuove e più approfondite verifiche.
Calato il doppio V in un brodo di coltura,
venne richiuso in una camera sterile e pazientemente i due si misero ad
aspettare.
Le ore passavano troppo lentamente e
neppure le ipotesi più fantascientifiche formulate nel corso dell’attesa dai due
amici servirono molto per ingannare l’attesa.
Passavano le ore e cresceva la smania di
verificare, vedere, approfondire il problema.
Finalmente alle prime luci dell’alba la
camera sterile venne aperta e il risultato venne risistemato sotto l’occhio
elettronico dello strumento.
Era vero! Il corpo misterioso non solo era
ancora vivo e vegeto ma anzi sdoppiandosi oltre a moltiplicarsi aveva colorato
di blu l’intero liquido che lo custodiva per cui a disposizione dei due
impazienti ricercatori vi era una ampolla colma sino all’orlo di un liquido
color blu, tipo blu di Prussia. E ciò che più contava innumerevoli “doppi V” si
agitavano nel liquido perfettamente a loro agio.
Due lattine di birra ed un abbraccio
frenetico tra i due suggellarono la scoperta.
“Il nome, dobbiamo dargli un nome!” quasi
urlava Bartod.
“Lo chiameremo BC - gli faceva eco il
chimico - B come Bartod e C come Chilow, come me!”.
“Mi sembra riduttivo una scoperta ditale
portata merita ben altro” ribatteva il sergente.
Alla fine venne trovato un accordo.
Era o non era vero che il misterioso
componente somigliava ad una doppia V? Era o non era vero che per qualche ancora
sconosciuto motivo provocava irrazionali aumenti di attività così come era
dimostrato dalla abnorme crescita del bonsai? Era o no vero che questa era una
sorta di extra-lavoro a cui la pianta era stata sottoposta? Ed allora perché non
chiamarlo WORK, vale a dire LAVORO?
Dopo aver bevuto due altre lattine di birra
WORK divenne il nome distintivo del misterioso agente.
La settimana seguente in un aula gremita di
addetti alla base, rappresentanti della locale comunità scientifica e curiosi le
foto di WORK vennero presentate in pubblico. Il Comandante della base consegnò
ufficialmente gli originali al Rettore dell’Università che a sua volta li,
trasferì agli esponenti del Ministero della Cultura e Ricerca Scientifica e
mentre sullo sfondo la bandiera a stelle e strisce saliva in alto, il Sergente
Bartod riceveva con un luccichio negli occhi le barrette di sottotenente. Per il
chimico invece una citazione nell’albo dell’Università ed insieme assai gradita
una promozione “sul campo”.
Tutti felici insomma. Anche il cronista del
Caro! New che poteva titolare a caratteri cubitali la notizia: SVELATO IL
SEGRETO DELLA BASE. Sotto la foto che campeggiava a centro pagina la didascalia
recitava:
WORK: il Candidato alla Stella al merito
del Lavoro.
Nel frattempo lui, WORK, sempre rinchiuso
nella sua ampolla viaggiava veloce a bordo di un Phantom verso il Pentagono per
mettersi a disposizione di militari e non che con tutta tranquillità ne
avrebbero sviscerato possibilità, pregi e difetti.
Capitolo XIX
Al Ministro il risultato della riunione non
era piaciuto.
Per prima cosa si era ritrovato sulle
spalle la responsabilità di “fare da capofila” per un problema che rischiava di
diventare una vera e propria bomba. Inoltre era diventato detentore di un
segreto, quello riferito alla presenza del SAL, che quando meno poteva costargli
l’accusa di omissione di atti d’ufficio se non peggio. Il suo umore perciò non
era certo dei più trattabili quando il dottor Esposito adempiendo al solito rito
della “visita” al Ministro, chiese udienza per rendergli omaggio. L’atmosfera
che si respirava nell’Ufficio mise immediatamente in allarme il Direttore.
Alcuni indizi gli rivelarono che qualcosa non andava.
I giornali: non erano neppure stati aperti;
la cartella della firma era ancora rigorosamente chiusa.
Il tambureggiare delle dita del Ministro
sul ripiano della scrivania facevano inoltre presagire un prossimo temporale.
“Faire bon vis à mouvais jeu” disse
fra sé e sé il Commendatore.
Con un leggero inchino cercò di informarsi
sulla salute del Ministro, su come egli avesse dormito.
Nulla da fare questa volta. Il
tambureggiare era diventato più insistente.
Il dottor Esposito maledisse in cuor suo di
non aver scelto la strada dell’assenza fuori sede.
“Allora dottore non Le sembra che la sua
“sparata” di far parlare tutti si sia rivelata un vero e proprio boomerang?
Eccoci qui con questo coccodrillo sulla scrivania che se non riusciamo a
passarlo a qualche altro, rischia di divorarci”. Il plurale majestatis del
Ministro voleva dire un’unica cosa:
“Caro dottore io me ne tiro fuori. Tutto il
resto sono cavoli suoi e sarà lei a pagare”.
“Signor Ministro- replicò subito il suo
interlocutore (un Direttore Generale infatti non si fa mai chiudere in un
angolo) - come avrà certamente notato è stato il rappresentate della Sanità
responsabile di quanto avvenuto. Se costui si fosse limitato ad esporre le
solite tabelle senza parlare di problemi che riguardavano unicamente il suo
ministero tutto sarebbe filato liscio ed anzi avremmo colto il risultato di
sottoscrivere un accordo con la Triplice; fatto che si può sempre spendere
positivamente sulla stampa.”
“Poi - aggiunse - esiste comunque la
possibilità di relazionare al Primo Ministro che Le ricordo l’aveva
espressamente delegata.”
Come nel gioco del biliardo quando si
colpisce una palla per indirizzarla su un’altra che a sua volta finisce sui
birilli, Esposito tentava di scindere tra l’altro le sue e le responsabilità del
Ministro.
Nell’ordine: si toglieva da una posizione
scomoda; metteva in cattiva luce il collega della Sanità che, non lo dimenticava
mai, lo aveva superato di 0,01 punti di coefficiente attitudinale nelle
classifiche qualitative dei Direttori Generali; spostava infine il tiro verso
una Autorità più alta che se ve ne fosse stata la necessità poteva fungere da
para fulmine.
Il Ministro parve rasserenarsi. Era proprio
vero: che cosa centrava lui? In fondo solo un “delegato”. Il Primo Ministro, Lui
doveva provvedere a sbrogliare la matassa. L’assioma che la Gloria ha cento
Padri e la sconfitta è orfana trovava un’ulteriore conferma.
Dal momento che il Primo Ministro era il
naturale destinatario alla carica “di Padre dell’orfano”, era altrettanto
naturale che la palla passasse a lui.
“Dottore mi sembra che il suo suggerimento
sia pertinente. Mi faccia la cortesia. Cerchi il Primo Ministro e me lo passi al
telefono.”
Nel giro di mezz’ora le rispettive
Segreterie avevano stabilito il contatto. “Ti ricordi di quella riunione alla
quale ho partecipato al tuo posto?”, insinuò il Ministro della Funzione Pubblica
“Ma sì, quell’incontro senza importanza con la Triplice e qualche altro. Sì
proprio quello. Ecco vedi mi pare che sarebbe opportuno che potessimo vederci
per dieci minuti, così tanto per relazionarti. In tal modo come è giusto
potresti prendere in mano la questione. No! - proseguì - Nulla di importante. E’
che essendo una questione che potrebbe interessare diversi Ministeri mi sembra
doveroso che sia tu a seguire direttamente la cosa. Allora d’accordo ci vediamo
nel pomeriggio, alle 15. Ciao!”.
Bel colpo! Ancora una volta quella vecchia
volpe del suo Direttore aveva visto giusto.
Ma una cosa è il dire e l’altra è il fare.
Il colloquio tra il Ministro ed il
Presidente del Consiglio si trasformò ben presto in una rissa.
“Hai un bel dire - quasi urlava il Primo
Ministro - prima metti in piedi tutto questo casino ed ora te ne vuoi lavare le
mani. Ma ti rendiconto che mi hanno presentato un pacco così di interrogazioni
ed interpellanze? Quasi tutti i Ministri - aggiunse seccato - mi assediano
dicendo che non è più possibile vivere. I dipendenti sono degli esagitati e
poiché ogni mattina i Ministri si trovano una pila enorme di decreti e pratiche
da firmare e vistare dovrei essere proprio io a trovare la soluzione del
problema?”.
“Fai come ti pare, chiama pure il Ministro
della Sanità e quel bel tomo che con una faccia angelica ci viene oggi a
raccontare che i dipendenti dello Stato e del parastato hanno un qualcosa che
rischia di sovvertire e rivoluzionate l’intero assetto della macchina
burocratica! E tu vorresti che io, solo perchè sono Ministro della Funzione
Pubblica mi prenda questa gatta da pelare! Tu sei matto!”.
A nulla valsero i reciprochi richiami alla
appartenenza allo stesso partito ed alla medesima corrente. I due non si
spostavano di un passo. Finalmente forse presi per stanchezza concordarono su
una ipotesi: affidare ad una speciale Commissione composta dal rappresentante
del Consiglio Nazionale delle Ricerche (che come è noto dipendeva dalla
Presidenza del Consiglio dei Ministri) vale a dire nella persone del suo
Presidente Prof. Rigelli, da quello dell’Istituto Superiore della Sanità Prof.
Strambellini, dai Direttori della Direzione Nazionale Anti Tutto e dei Servizi,
dai Direttori Generali della Sanità e della Funzione Pubblica oltre alla
segreteria generale della Triplice, il compito di compiere una urgente analisi
per proporre poi gli adeguati provvedimenti del caso.
Steso il relativo decreto di nomina, ai
sensi della legge 23 agosto 1988, n. 400, articolo 5, lettere e), h) e i), il
problema per il momento trovò soluzione indipendentemente dall’ aggravarsi della
situazione esterna giunta oramai al punto di rottura.
Gli episodi puntualmente riportati
all’attenzione del Governo e che trovavano eco sulla stampa, si commentavano da
soli.
Giornalmente diversi cortei percorrevano le
vie delle varie città. Una volta era il turno dei dipendenti degli istituti
privati di analisi cliniche che avevano registrato una verticale caduta di
richieste. Un’altra toccava agli addetti del comparto delle telecomunicazioni
che non riuscivano più a sottrarsi, nell’ambito delle rispettive convenzioni di
manutenzione, a far fronte alle richieste dei vari uffici pubblici: situazione
quest’ultima che era sfociata in più di una occasione in vere e proprie vie di
fatto nei loro confronti in quanto ritenuti responsabili di ritardare gli
interventi e quindi di bloccare l’operare degli uffici.
Anche elettricisti, dipendenti delle
imprese dei telefoni, falegnami, imbianchini, fornitori ecc. contestavano.
Per parte loro poi i medici di base
denunciavano la scomparsa dei “malati da fine settimana” che è risaputo
costituiscono lo zoccolo duro delle loro prestazioni.
Ad eguale sorte contestataria non
sfuggivano i già ricordati dipendenti delle aziende di trasporto che erano sul
procinto di rinunciare a prendere servizio a causa della folla che già dalle
primissime ore del mattino rumoreggiava alle fermate rivolgendo nei loro
confronti insulti ed epiteti vari con la pretesa di raggiungere i luoghi di
lavoro percorrendo la via più breve e nel minor tempo possibile.
All’interno degli uffici non erano rari i
casi di dipendenti che letteralmente sfiniti, senza cibo né riposo stramazzavano
sul pavimento mentre altri approfittando del fatto gli sottraevano le pratiche
da evadere.
A colmare la misura era poi giunta la
notizia di parte sindacale che almeno il quaranta per cento dei distaccati
pretendeva di rientrare in produzione rinunciando così ai vari permessi ottenuti
in precedenza.
Eguale caotica situazione caratterizzava i
trasporti ferroviari.
Incuranti del nuovo status che era seguito
alla riforma dell ‘Ente i dipendenti sottoponevano i convogli a velocità del
tutto inusuali giungendo a saltare quelle fermata che a loro dire non avevano
ragione di esistere considerato l’esiguo numero dei passeggeri che se ne
servivano. Osservare l’orario di arrivo era un imperativo cui nessuno intendeva
sottrarsi. Circolava anche la voce che un macchinista giunto con 5 minuti di
ritardo alla stazione terminale fosse disceso dalla locomotiva e piangendo si
fosse scusato correndo di vagone in vagone con tutti i passeggeri.
Nelle USL eguale, assurda situazione.
I prelievi erano stabiliti con orari
rigorosamente sfalsati in modo che i pazienti non dovessero attendere per più di
cinque minuti, mentre i referti erano recapitati a casa al di fuori dell’orario
di servizio, dai dipendenti dell’Ente Poste. Essi salivano rampe e rampe di
scale al fine di evitare il rischio di depositare in cassetta un risultato che
poteva essere urgente.
Del tutto normale era poi apparso poi il
fatto che un pensionato giunto nella sede della propria USL senza il tesserino
sanitario dimenticato a casa, venisse fatto accomodare nell’ufficio del
responsabile di turno mentre un usciere evitando di prendere l’ascensore si
precipitava alcuni piani più sotto a predisporne un duplicato.
In tale situazione la Commissione nominata
dal Primo Ministro tenne la prima riunione. Esauriti i convenevoli e non ancora
fugati gli interrogativi, prese la parola il Prof. Rigelli che all’atto della
nomina era stato indicato quale coordinatore generale.
Il prof. Rigelli era un uomo “tutto di un
pezzo”. Premio Nobel per la biologia era di formazione e mentalità prettamente
privatistica. Nel suo curriculum oltre ad un piano di studi di
prim’ordine, figuravano numerosi incarichi dirigenziali ed una conosciutissima
mentalità organizzativa che gli imponeva di evitare lungaggini e saltare gli
ostacoli. In altre parole un vero e proprio manager.
“Il motivo della riunione vi è già stato
spiegato dalla cortesia del dottor Esposito al momento stesso della trasmissione
del provvedimento di nomina per cui non aggiungo altro. Siamo in gran parte dei
tecnici e come tali dobbiamo cercare di capire perché la parte pubblica del
Paese sembri letteralmente impazzita. Il Primo Ministro ci chiede di capirne le
ragioni, individuare le eventuali cause e responsabilità e suggerire i rimedi.”
Il dito del dottor Oreste Pacifici (quello
del SIGENAZ, tanto per capirci), si alzò quasi timidamente.
“Dica, ma cominciamo a capirci subito -
aggiunse Rigelli - evitiamo di dire sciocchezze e di ripetere la solita solfa.
Se qualcuno ha delle idee le esponga succitamente e non giochi a fare il
furbo!”.
Deglutendo il numero “tre” cominciò ad
esporre la sua teoria sui Giapponesi.
Non era ancora giunto alla fase
dell’intervento dell’America che il professor Rigelli sbottò.”Avevo premesso che
era opportuno non dire sciocchezze e vedo che lei ha afferrato il concetto.
Infatti queste sono autentiche cazzate! “. Ammutolito Pacifici ripiombò sulla
sedia.
“Ora vi consegnerò un sintetico rapporto
che illustra i vari sintomi e le notizie che sino ad ora sono a conoscenza
dell’Istituto che ho l’onore di presiedere. Vi invito a leggerlo tenendo
presente che rispetto alla normalità delle conoscenze, il fatto denunciato dalla
sanità e riferito al SAL rappresenta l’unica, vera novità”. Poi alzatosi a sua
volta, continuò: “Credo di interpretare la volontà di tutti con la decisione di
aggiornarci a domani in modo che ognuno possa ritornare con le idee un po’ più
chiare e soprattutto portare con sé valide ipotesi”. Volse lo sguardo su
Pacifici quasi a sottolineare le sue parole, poi distribuendo il rapporto
strinse le mani di numerosi intervenuti e la riunione si sciolse.
Capitolo XX
Erano trascorsi ormai dieci giorni da
quando l’agente numero 6 Henrica Habbler aveva iniziato il proprio lavoro in
seno al gruppo della CIA. E ciò che più contava per lei erano passate dieci
notti.
Non ne erano rimasti molti di ritrovi
notturni alla page che non l’avessero avuta tra le affezionate clienti.
L’atletico Alan era un compagno delizioso.
Terminata la presenza presso l’Agency (durata media tre ore) i due volavano in
albergo per prepararsi a nuove scorribande notturne.
Fu dunque con evidente contrarietà che una
mattina al suo arrivo in ufficio dopo l’ennesima insonne nottata, Henrica scoprì
che i suoi “amici” di avventura erano in preda ad una strana eccitazione.
“Guarda forse ci siamo” - dicevano. Sul
tavolo in bella mostra un nuovo tabulato indicava senza ombra di dubbio che uno
dei casi sottoposti a sorveglianza e che a suo tempo era stato evidenziato come
“sospetto”, si era arricchito di nuovi elementi. E quali elementi si sforzavano
di spiegare i colleghi con eccitazione.
“Guarda, - dicevano - ti ricordi il
sergente Bartod quello della base spaziale che aveva mostrato gli stessi sintomi
del fenomeno “italiano”? E’ autore di una scoperta eccezionale!”. Un ritaglio di
un giornale allegato al tabulato spiegava nei dettagli la questione.
“Forse è proprio questo virus che hanno
chiamato Work la causa di tutto”. Più le spiegazioni si aggiungevano alle
spiegazioni e tanto maggiore era la delusione di Henrica. “Vuoi vedere che
questi hanno veramente scoperto la causa dei fenomeni. Se è vero addio
vacanza!”.
“Non lasciamoci prendere dallo sconforto -
esclamò tra sé e sé. Innanzitutto non è detto che sia proprio Work il
responsabile, poi occorrerà verificare ed inoltrare le dovute relazioni.
Accertare infine se del caso,come abbia potuto colpire l’ENRCA”.
“Mi pare azzardato arrivare a conclusioni
così precipitose senza neppure uno straccio di prova. Intanto - suggerì -
potrebbe risultare utile prendere contatto con quelli del Pentagono che a quanto
scrive il giornale hanno preso in consegna la scoperta. Poi - e colpì a fondo -
mi pare più che doveroso informare i nostri rispettivi Capi ed attendere da loro
l’OK per proseguire nelle indagini. Chi può dire che la questione non investa la
sicurezza dello Stato?”.
Se lo sportello di un immenso frigorifero
si fosse spalancato all’improvviso non avrebbe provocato nei presenti maggior
gelo di quello provocato dalle parole dell’Agente del SIGENAZ.
Annuendo gravemente si guardarono l’un
l’altro. Un breve conciliabolo ed ognuno per propria parte stese un rapporto a
chi di dovere. Quello della Habbler trasmesso via satellite, era un autentico
capolavoro di cripto-politichese.
DA SEI AT TRE
OUIGENOANATIONAL
VERIFICA IN SITO HABET EVIDENZIATO TRACCE DI
LAVORO
SINTOMATOLOGICAMENTE ATTIVO ET CUM PERIGLIO
SECURITY
NECESSITA ADEGUATA COPERTA
GERARCHICAMENTE ESAUSTI VA
STAND BAY - H.H.
In altri termini significava:
“Dall’agente sei al Capo tre
SIGENAZ
verifiche effettuate presso la CIA hanno
permesso di trovare tracce di Work, un “elemento” sconosciuto, forse un virus i
cui sintomi producono una super attività che potrebbe rappresentare un pericolo
per la stessa sicurezza nazionale. Occorre che vengano impartite ulteriori
disposizioni emanate da una Autorità competente, che mi pongano al riparo da
responsabilità che non sono mie e che non intendo assumere.
Rimango in attesa di notizie. Henrica
Habbler”
Letto così il messaggio aveva un senso
compiuto ma quello decriptato dall’agente che lo aveva ricevuto e che in fretta
lo aveva interpretato senza consultare i codici, risultava così composto:
“Da sei a tre convocati per la Nazionale
potrebbero appartenere al Genoa. La verifica del campo di gara, attualmente
agibile, pone comunque problemi in ordine alla sicurezza dei giocatori.
Per probabili piogge occorrerà stendere un
telone di protezione di materiale gerarchizzato che copra completamente il
terreno di gioco.
Durante l’intervallo potrà essere rimosso.
Egualmente dovranno essere tolti gli stands propagandistici. Helenio Herrera.”
Il messaggio giunto nelle mani dell’agente
numero tre, lo lasciò di sasso e poco mancò che gli provocasse un infarto.
“Ma che diavolo vuoi dire!- urlò - Qui sono
impazziti tutti, cosa volete che me ne freghi dei Genoa e della Nazionale. Ho
altre gatte da pelare!” Era ancora troppo cocente il ricordo della recente
riunione tenuta presso la Commissione Ministeriale e soprattutto della
figuraccia che aveva fatto di fronte ai colleghi. Ci mancava solo che qualcuno
si divertisse con messaggi insulsi.
Non gli passò neppure per l’anticamera del
cervello che il messaggio fosse della Hebbler, l’inviata speciale in America.
Sarebbe rimasto nel più abissale sconforto
se il cicalino della porta non lo avesse avvertito che qualcuno voleva
parlargli.
Più per automatismo che per voglia di
parlare, schiacciò il pulsante “avanti”. Sorridente come un cherubino l’addetto
alla criptografia dei messaggi fece capolino.
“Buongiorno Capo”, esordì sempre
sorridendo. Poi continuò: “Allora: ha visto finalmente il Grifone ce l’ha fatta.
Forse sei nazionali. Pensi che bomba”.
L’agente ricevette un’altra scarica di
adrenalina. L’autore dello scherzo idiota si trovava davanti a lui.
Il più fesso della compagnia, il soggetto
naturale per una ricerca sui primati si permetteva di fare dello spirito.
Il Capo stava per scatenarsi quando
all’improvviso un pensiero lo bloccò.
“E questo come fa a sapere del messaggio?”
Poi in rapida successione emerse la verità.
“Ma certo lui appartiene all’ufficio cifra.
E’ lui che può aver messo in chiaro il messaggio!”
“Venga, venga avanti. La ringrazio per la
sollecitudine ma vede mi serve l’originale. Vada a prenderlo”
Un rapido sguardo e seppure ancora anodino,
il testo gli rivelò l’ampiezza e l’importanza della comunicazione.
Freneticamente impartì una serie di
disposizioni. Primo, alla riunione del giorno successivo della Commissione
avrebbe dovuto partecipare l’agente in missione all’ENRCA con la consegna di
starsene assolutamente zitto: ascoltare e riferire. Secondo, un aereo doveva
essere pronto nel giro di mezz’ora per portarlo negli Stati Uniti. Terzo, era
necessario avvertire la CIA del suo arrivo.
Quarto, quel cretino dell’ufficio cifra
doveva essere mandato in trasferta nell ‘isola di Pantelleria per relazionare
sulle specie e la quantità delle barche da pesca usate ed annotare
dettagliatamente la lunghezza delle reti da pesca in dotazione agli abitanti.
Così almeno per un po’ se lo sarebbe tolto dai piedi. Raccolte le sue carte,
presa la ventiquattrore, come una furia si infilò nell’ascensore e nel giro di
dieci minuti la sua auto correva veloce verso l’aeroporto.
Capitolo XXI
La seconda riunione della
Commissione aveva una impostazione assai diversa rispetto alla precedente.
Seduti intorno ad una tavola rettangolare i
membri attendevano in silenzio che il Presidente iniziasse a parlare.
“Dunque vediamo, ci siamo tutti?”.
Registrata la presenza della totalità dei componenti fatta salva la sostituzione
del dottor Pacifici con Albatrelli per il SIGENAZ e la contestuale, diversa
rappresentanza della Triplice che secondo la norma sostituiva la delegazione con
altre persone ad ogni riunione, il professor Rigelli lesse l’ordine dei lavori.
A turno i vari intervenuti presero la parola esprimendo la loro posizione. Ad un
certo punto toccò al rappresentante della Sanità.
“A nostro avviso - dichiarò - la situazione
che si è determinata all’interno delle strutture della Pubblica Amministrazione
deve farsi risalire ad una sorta di sindrome da rigetto che causa nei soggetti
interessati la ripulsa nei confronti di una ormai logora consuetudine che la
dinamica del tempo, le introduzioni tecnologiche, gli usi instaurati nel civile
modo di comportarsi, vivere ed operare ha reso obsoleta e quindi inattuale.”
Verificato che nessuno l’interrompeva
proseguì imperterrito nella esplicitazione di alcuni esempi elaborati durante la
nottata.
“E’ come se un auto adusa a percorrenze
lineari improvvisamente trovi l’itinerario mutato nella sua altimetria e
imboccando una discesa, spinta dalla forza di inerzia che nel caso specifico è
rappresentata dalle diverse abitudini, acceleri la velocità e priva di qualsiasi
freno inibitore aumenti il ritmo di spostamento sino a cozzare contro qualunque
ostacolo, rompendosi, o nell’ipotesi più favorevole riuscendo ad abbatterlo”.
Dopo una breve sospensione proseguì così:
“Ricorrendo ad un altro esempio si può
pensare ad una intera mandria ove ogni animale tenendo la testa abbassata si
limiti a seguire le zampe di quello che lo precede e se questi sulla scorta di
un anormale comportamento cambia percorso o ritmo gli altri appartenenti alla
mandria, supinamente lo seguono. La riprova di ciò - aggiunse - è rappresentata
dalla verticale caduta delle assenze dal servizio per malattia. E’ stato infatti
sufficiente che alcuni rinunciassero per pigrizia o altro, alla classica visita
al proprio medico di famiglia perché gli altri facessero altrettanto con i
risultati che sono sotto gli occhi di tutti”.
Il professor Rigelli durante l’esposizione
aveva socchiuso gli occhi mentre il suo normale colorito assumeva una tonalità
sempre più accentuata sino a raggiungere uno splendido rubizzo prima che la sua
voce si elevasse di almeno tre ottave.
“Ma allora non vogliamo proprio capire! -
urlò - Siamo di fronte ad una vera e propria rivoluzione e qui come se nulla
succedesse ci dilettiamo con astruse teorie. Basta!”. Poi calmandosi proseguì.
“Vedano, non è che qualcuno di noi ed io in
particolare provi una particolare forma di masturbazione intellettuale nel
perdere tempo in dissertazioni che possono anche essere gratificanti sul piano
del tempo libero o trovare spazio in un Club della Terza Età. La questione che
noi abbiamo di fronte è di una semplicità esemplare ed appunto a questa
semplicità dobbiamo far riferimento.”
L’interruzione fu benefica. L’attenzione
degli astanti si fece immediatamente più acuta e parve quasi che gli stessi
sintomi che erano al centro della loro discussione avessero trovato albergo in
loro che per un attimo dimenticarono di pensare secondo gli schemi abituali.
“Per prima cosa - riprese Rigelli -
stabiliamo di che cosa si stia parlando: di una forma di attività abnorme ed
irrazionale che ha coinvolto gran parte della dipendenza pubblica e che la fa
muovere con obiettivi, ritmi e dimensioni sino ad oggi sconosciuti e che fanno
impallidire anche il classico ricordo di Stachanov.
Secondo: per ammissione del Ministero della
Sanità i soggetti colpiti sono quelli in cui è presente il SAL, vale a dire
l’anticorpo di cui siamo venuti a conoscenza solo da poco.
Terzo: se non si riesce a trovare il modo
di bloccare l’espandersi del fenomeno riconducendo a livelli accettabili
l’operare della Pubblica Amministrazione si corrono grandi rischi. Interi
settori dell’economia risentono dell’attuale situazione e la stessa macchina
dello Stato sembra muoversi in modo discontinuo registrando accanto a punte di
alto gradimento da parte dei cittadini un disfacimento del tessuto organizzativo
e sindacale che, sotto la spinta di autonome iniziative, sconvolge praticamente
senza regole ogni ordinata attività.
In definitiva si tratta di trovare con
urgenza le cause del fenomeno e proporre conseguenti rimedi”.
“E scusate se è poco”, si ritrovò a pensare
il direttore del Ministero della Funzione Pubblica.
Inquadrato in questo modo il problema le
relazioni assunsero un contorno più produttivo.
Il Capo della DNTA, confortato anche da
ampi cenni del capo dell’uomo del SIGENAZ, dichiarò senza mezzi termini che sia
la Direzione e sia i Servizi brancolavano praticamente nel buio anche se
riconobbe che il problema era costantemente seguito sotto i vari aspetti delle
responsabilità nazionali e internazionali.
La Triplice Sindacale si dichiarò del tutto
d’accordo con il Presidente ma anch’essa al di là di una rafforzata
dichiarazione di pesante preoccupazione, non portò alcun elemento capace di
chiarire l’ingarbugliata matassa salvo procedere alla lettura di una sorta di
bollettino dei fallimenti da cui si rilevava come le iscrizioni ai vari
Sindacati, confederali o autonomi fossero in caduta libera.
Venne il turno poi del Direttore Generale
Comm. Esposito.
Compuntamente così come si addice ad un
alto dirigente, estraendo dalla borsa un blocco di appunti esordì: “Signor
Presidente, illustri Colleghi. Concordo pienamente con le analisi che sinora
sono state avanzate. La gravità è nota, i motivi ancora sconosciuti e perciò il
momento è pericolosissimo”.
“Ci risiamo”, bofonchiò il Presidente. Per
nulla scosso Esposito continuò:
“Noi siamo innanzi ad un bivio, da una
parte percorrere la strada difficile e sconosciuta della soluzione del problema,
dall’altra ricercare la possibilità di intervento per circoscrivere la
situazione, rallentare la dinamica involutiva del sistema: in altri termini
raffreddare gli effetti perniciosi del male”. Questa volta il Presidente non se
la sentì di interrompere. “Vuoi vedere - pensò - che questo ha in serbo qualche
proposta concreta?”.
“L’esperienza maturata al servizio dello
Stato ci è maestra per poter affermare che non esiste alcun processo che non
possa essere guidato e non esiste un qualsiasi problemi che non possa essere
ricondotto nella tradizionale, oculata gestione delle procedure”. Alzando
leggermente il tono della voce prese un foglio e fingendo di scorrerlo, disse:
“Come è possibile mi chiederete, rallentare un sistema di lavoro che simile ad
una piovra si attacca ed attacca tutto e tutti? Come è possibile, torno a
chiedervi, mettere un giusto razionale ordine in un assoluto disordine che
stravolge decenni di abitudini? La soluzione esiste! Certo è limitata al breve
periodo in attesa che nel periodo più lungo il problema possa essere meglio
focalizzato, le iniziative intraprese e i rimedi globali adottati. Come si può
fare per soddisfare la sete di lavoro che sembra attanagliare ogni dipendente?
Semplice vi rispondo: aumentare il carico dello stesso lavoro.”
Il discorso continuava ad essere per la
maggior parte degli interlocutori, non troppo chiaro.
“Semplice - ripeteva Esposito - Come è noto
ogni processo presenta una serie pressoché indefinita di variabili. Tentare di
gestirle tutte è quasi impossibile. Tagliamo allora le ali. Isoliamo la parte
centrale della questione ed agiamo su di essa. E quale è la parte centrale?
Anche qui la riposta è semplice: l’individuo. Si assegni ad ogni dipendente,
individualmente, un nuovo, assorbente compito e il tempo a sua disposizione
diminuirà drasticamente e di conseguenza diminuirà la sua opera sul piano
generale”.
“Non è male - rifletté il Presidente - non
sarà certo la soluzione al problema che dobbiamo pur sempre trovare ma almeno
potrebbe contribuire a far scendere la tensione”.
“Vuole spiegarsi meglio”, lo esortò con
gentilezza.
“Vorrei ricordare un episodio che forse in
modo più illuminante potrebbe spiegare la mia proposta. In Giappone (eccoci
siamo spuntano i Giap pensò l’agente del SIGENAZ) era sorto un analogo problema.
In un Ministero la documentazione archiviata aveva riempito quattro piani di un
palazzo. Ai dirigenti parve naturale considerato l’elevato livello tecnologico
delle strutture statali, proporre la microfilmatura dell’intera documentazione
raggiungendo così il duplice scopo di liberare spazio vitale e modernizzare il
sistema d’archivio. Inoltrata la relativa richiesta di autorizzazione,
pazientemente secondo il loro costume, attesero la risposta. Dopo un certo
periodo di tempo non molto lungo per la verità, questa giunse e dimostrò che
anche in un Paese ormai votato alla super efficienza, ci sono limiti
invalicabili. In breve: l’autorizzazione alla microfilmatura conteneva una
succinta, apparentemente innocua disposizione: per ogni foglio da eliminarsi,
previa la sua filmatura, dovevano esserne fatte quattro fotocopie.
La saggezza del Sol Levante aveva colto di
quale irrazionale volontà fosse permeata la richiesta che se da un lato mirava
al recupero di alcuni ambienti, dall’altro non aveva valutato il prezioso ruolo
degli archivisti e delle mansioni loro affidate e quindi la tutela del forte
potere di una ordinata burocratica gerarchia che affondava le sue radici nel
mitico periodo Yamato.
Per tornare a noi abbiamo l’arma per
concretizzare l’intervento nell’immediato. Si tratta - proseguì - di uno
strumento collaudato, infallibile, di pronto impiego, di sicuro successo: la
Circolare Ministeriale!”.
Seguì un attimo di imbarazzante silenzio.
I sentimenti provati dai presenti erano
diversi. Alcuni trovarono la proposta geniale ed il loro convincimento era
supportato da una conoscenza puntigliosa dei meccanismi che solo alla Scuola
Superiore della Pubblica Amministrazione vengono svelati. Altri invece erano
fortemente scettici. Prevalse comunque il convincimento che era utile tentare.
Non vi era infatti molto tempo a disposizione per evitare la totale disfatta.
Sollecitato Esposito tolse con cura alcuni fogli da una cartellina. “Forse è
utile che prima di leggere una bozza che mi sono permesso di preparare,
chiarisca che la Circolare Ministeriale perchè possa dispiegare per intero la
propria potenzialità, deve possedere alcuni presupposti cardine. Deve far
riferimento ad almeno due o tre leggi e relativi articoli: essere indirizzata ai
più e nel contempo apparire come una comunicazione diretta al singolo; non
risultare troppo chiara nella sua struttura ma al contrario evidenziare
chiaramente solo che cosa ognuno debba fare per rispettarla. Infine terminare
con la possibilità di ulteriori approfondimenti da richiedersi anche ad altri,
innescando in tal modo una specie di moto perpetuo inarrestabile.
Nel caso in questione poi, deve essere
fonte di nuove e diverse incombenze da assolversi sia individualmente che
collettivamente, con il relativo congruo sforzo interpretativo e realizzativo.
Vi leggerò quindi la Circolare che propongo
venga inviata a cura del Ministro della Funzione Pubblica”.
MINISTERO DELLA
FUNZIONE PUBBLICA
CIRCOLARE n. 12345/8/56/9 (prot. 127765)
Anagrafe delle prestazioni rese dal personale delle Amministrazioni Pubbliche.
Art. 24 1. 30 dicembre 1991 n. 412 Art. 58 del D.L. 3/2/1993 n. 29.
A tutte le amministrazioni pubbliche
L ‘art. 24 della legge 30 dicembre 1991, n.
412 ha introdotto nell’ordinamento del pubblico impiego, a decorrere dalla data
di entrata in vigore, l”Anagrafe delle prestazioni” pubbliche e private, rese
dal personale delle amministrazioni pubbliche, compresi i magistrati ed i
dipendenti della Banca d’Italia e ha affidato allo scrivente Dipartimento il
compito di istituirla ed aggiornarla annualmente.
La vasta e complessa problematica
interpretativa del citato art. 24 della legge 412/91 ha indotto il Dipartimento
della FP. a richiedere, in data 14 gennaio, un parere al Consiglio di Stato.
Con la circolare 864553, in data 14
gennaio, è stata rappresentata dallo scrivente Dipartimento la necessità che,
nelle more dell’acquisizione del parere, le amministrazioni pubbliche
assumessero adeguate iniziative finalizzate alla sistematica rilevazione degli
incarichi indicati al secondo comma dell’art. 24 della legge 412/91 e delle
mansioni e funzioni svolte dai singoli dipendenti dello Stato.
Con la presente circolare, ritenendosi
opportuno procedere ad una prima fase di attuazione dell’anagrafe, con riserva
di eventuali integrazioni e modifiche a seguito della espressione del parere da
parte del Consiglio di Stato, si indicano i criteri, le modalità ed i principi
direttivi a cui dovranno attenersi le amministrazioni pubbliche ed il personale
da esse dipendente.
DATA DI ISTITUZIONE DELL’ANAGRAFE
L’anagrafe delle prestazioni deve
intendersi formalmente istituita con decorrenza 31 dicembre 1991, data di
entrata in vigore della legge 412/9 1. AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE E DIPENDENTI
INTERESSATI ALL’ ANAGRAFE
Tenuto conto dell’ampiezza e della
dichiarata finalità della normativa, si ritiene debbano rientrare nel campo di
applicazione della normativa in questione i dipendenti a qualunque carriera,
qualifica, grado e livello appartengano ed, a prescindere dalla particolare
condizione di stato (comando, fuori ruolo, aspettativa sindacale, per mandato
parlamentare, per l’esercizio di cariche elettive ecc.), legati da rapporto di
pubblico impiego con le amministrazioni dello Stato, con le regioni a statuto
ordinario e speciale, con gli enti di cui alla legge 142/90, loro consorzi ed
aziende dipendenti, con gli enti ed organismi del Servizio sanitario nazionale,
con le università ed altri ordini di scuole statali e con gli enti pubblici
istituzionali.
Si fa riserva di successive disposizioni in
ordine ai dipendenti della Camera dei Deputati, del Senato della Repubblica e
della Corte Costituzionale, nonché dipendenti degli enti pubblici economici e
delle società a partecipazione pubblica o comunque costituite per l’esplicazione
dei servizi pubblici.
INDIVIDUAZIONE DELLA TIPOLOGIA DEGLI
INCARICHI
Per quanto concerne la individuazione degli
incarichi compresi nei compiti e doveri di ufficio, nonché delle funzioni svolte
od attribuzioni assegnate, da escludere ai sensi dell‘art. 24 primo comma, della
legge 412/91, si precisa che non debbono essere trasmesse informazioni sugli
incarichi il cui esercizio non sia soggetto a conferimento - previo atto di
apprezzamento discrezionale - da parte degli organi a ciò deputati nell’ambito
delle singole amministrazioni, in quanto ricollegati direttamente dalla legge o
da altre fonti normative alla specifica qualifica, funzione o carica
istituzionalmente in atto ricoperta dal soggetto.
Per questi ultimi, comunque, deve essere
fornita espressa menzione nella parte a ciò destinata della scheda posta a
supporto della presente circolare previa, esplicita e dettagliata relazione
individuale che dovrà essere conservata presso l’amministrazione di
appartenenza.
Le rimanenti specie di incarichi - che non
trovino la loro fonte in un automatismo normativo - sono soggette alla
rilevazione dell’anagrafe, tra le stesse, comprendendosi - ovviamente - quelle
esplicitamente indicate dal secondo comma del citato articolo 24.
MODALITA’ DI TRASMISSIONE DELLE
INFORMAZIONI
Istituzione dell’anagrafe.
In sede di prima applicazione della
normativa recata all’art. 24 della legge 412/91, con le modifiche introdotte
dall’ art. 58 commi 6,7,8,9, del decreto- legge 3 febbraio 1993 n. 29, entro sei
mesi dalla data di entrata in vigore del citato decreto legislativo i soggetti
pubblici e privati comunicano alle amministrazioni di appartenenza tutti gli
incarichi conferiti a pubblici dipendenti a far data dal 31 dicembre 1991 e la
eventuale intervenuta cessazione degli stessi ed, in ragione d’anno, gli
emolumenti percepiti dagli interessati. Entro successivi tre mesi dalla scadenza
del periodo suindicato le amministrazioni, enti ed organismi pubblici sono
tenuti a comunicare al dipartimento della F.P. - Servizio “Documentazione e
tecnologia”, in Roma, le notizie relative agli incarichi sia direttamente
conferiti che autorizzati a far data dal 31 dicembre 1991 e la eventuale
intervenuta cessazione dei medesimi, con indicazione degli emolumenti
corrisposti in ragione d’anno.
Le stesse scadenze dovranno essere
osservate per la comunicazione delle mansioni e funzioni svolte dai singoli
dipendenti dello Stato.
Aggiornamento dell’anagrafe
Successivamente, i soggetti pubblici o
privati che conferiscono un incarico al dipendente pubblico sono tenuti a darne
immediata comunicazione all’amministrazione di appartenenza specificando, quando
possibile, gli emolumenti previsti.
Analoga immediata comunicazione va
effettuata per la eventuale cessazione dell’incarico.
Sono altresì comunicati, in relazione a
tali conferimenti d’incarico, gli emolumenti comunque corrisposti in ragione
d’anno.
Le amministrazioni, enti od organismi
pubblici cui appartiene il personale che ha ricevuto incarichi sono tenute a
comunicare allo scrivente Dipartimento, entro il 31 marzo e con riferimento al
31 dicembre dell’anno precedente, tutte le variazioni intervenute negli
incarichi direttamente conferiti od autorizzati, nonché le informazioni sugli
emolumenti percepiti dagli interessati.
Si precisa che le comunicazioni vanno
effettuate sulla base del provvedimento di nomina, di conferimento, o
assegnazione, e che per le amministrazioni, enti od organismi pubblici cui
appartiene il personale, le comunicazioni vanno effettuate compilando l’allegato
modello da trasmettere allo scrivente Dipartimento, mentre una copia di esso
dovrà essere consegnata al singolo interessato, il quale dovrà controfirmame
un’analoga in segno di ricevuta.
Nel caso di incarichi conferiti da soggetti
privati ad un dipendente pubblico, ai fini dell’acquisizione delle relative
notizie e dei successivi aggiornamenti, le amministrazioni enti od organismi
invieranno per conoscenza, anche ai suddetti soggetti privati, la lettera con
cui autorizzano l’espletamento dell’incarico, richiedendo ai medesimi tutte le
notizie inerenti l’incarico stesso.
Si ringrazia per la collaborazione
p. Il Ministro f.to ecc.
Un capolavoro, un vero capolavoro. Anche il
Direttore del Ministero della Sanità fu costretto ad ammetterlo.
La Circolare nella sua articolazione
rispecchiava anni di dedizione allo Stato. Era la formalizzazione del complicato
e farraginoso assoluto ed al tempo stesso si presentava con rassicurante
formalità al variegato popolo dello Stato.
Non ci fu da aggiungere molto. Anche se il
Presidente raccomandò ogni possibile sforzo per raggiungere il risultato
definitivo di riportare ordine in tutto il marasma scatenato da non si sa chi,
l’iniziativa venne proposta al Ministro che a questo punto, sarebbe stato
disposto ad accogliere qualsiasi cosa ritenuta utile pur di arrestare la crisi.
Di lì a poco, approfittando degli effetti
del fenomeno che non risparmiava oramai neppure il Ministero della Funzione
Pubblica la circolare venne inviata a tutte le articolate presenze dello Stato
operanti sul territorio nazionale.
La pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale
ne conclamò la perentorietà.
Capitolo XXII
Erano anni che al Pentagono non si
respirava un’aria così decisamente irrequieta.
Forse ai tempi della mancata invasione
della Baia dei Porci o più di recente dell’operazione Tempesta nel deserto o in
quelli della massima tensione nell’ex blocco sovietico si era notata eguale
eccitazione nei piani alti dell’immenso edificio cuore del sistema difensivo
degli States.
In fondo a provocare tutto ciò era bastato
davvero poco.
Da un lato l’atterraggio in una base vicina
del Phantom che portava i reperti della scoperta dell’allora sergente Bartod: il
“famoso” Work; dall’altro alcune telefonate provenienti dall’Agenzia e quella
per la verità assai più allarmata del Sigenaz che per bocca del suo numero tre
aveva parlato, senza mezzi termini, di “pericolo per l’ordinamento mondiale” e
di “proditorio attacco messo in atto forse dai Giap” le cui conseguenze
avrebbero fatto passare in secondo piano anche quello di Pearl Arbour.
Il Generale a quattro stelle (con fronde di
ulivo a ricordo della sua missione di pace in Somalia) Antony Steffen masticava
rabbiosamente un sigaro.
Seduto di fronte a lui il Vice Assistente
del Sottocapo per la Sicurezza alla Casa Bianca cercava da almeno un’ora di
fargli comprendere la complessità del caso.
“Generale - ripeteva per l’ennesima volta -
non è una questione militare in senso stretto (strictu sensu aveva più
volte ripetuto ma vista l’inutilità della cosa ormai preferiva esprimersi più
chiaramente). Il problema investe aspetti sociali, economici e politici. E’ come
se, tanto per fare un esempio, lei impartisse un ordine ad un battaglione di
marines e l’ordine prevedesse che questi dovessero attraversare un ponte in
punta di piedi camminando lentamente e in fila ordinata. Viceversa l’ordine
venisse eseguito in maniera opposta con i soldati urlanti di corsa e
disordinatamente: ognuno incurante dell’ordine teso solo a raggiungere con la
massima velocità possibile l’altro capo del ponte. Se lo immagina che caos?”.
“Immagino un cazzo - sbottò il generale -
tutti sotto la Corte Marziale altro che balle. Questa sarebbe la soluzione!”
Tombola! Con il viso ormai rassegnato il
Vice Assistente tentò un’altra carta.
“Vede Generale lei ha indubbiamente ragione
ma questo non si può fare”. “E perché? Chi me lo impedisce?”
Inutile. Proprio tutto inutile.
“Questo becero di militare - pensò l’uomo
della White House - non capisce proprio niente”.
Sospirando giocò l’ultima carta.
“Generale! Sono ordini dall’alto!”
Meccanicamente il Generale si aggiustò la cravatta. “Dall’alto, quanto?”. “Da
molto alto”.
“Proprio Alto, Alto?”
“Sì! La secca risposta non ammetteva
repliche.
Il Generale balzò in piedi mentre il suo
sguardo tradiva, nel sottofondo, le note della banda della Marina che gli parve
di udire come quando al rientro da Mogadiscio il Presidente gli aveva stretto la
mano. “Obbedisco!” mentre la mano era tesa sulla sua fronte.
“Finalmente!” - gioì in cuor suo l’uomo di
Washington. “Ora mi ascolti bene. Questi sono gli ordini” - una breve pausa e
riprese - “Tutto ciò che ha attinenza con Work riveste carattere di segretezza;
deve essere subito allertata la Guardia Nazionale; a ore arriveranno alcuni
Agenti della Sicurezza Nazionale assieme ad alcuni colleghi italiani: a tutti
deve essere assicurata la massima assistenza. Ed infine il sergente, pardon il
sottotenente Bartod della Base di Carol Space deve essere immediatamente - e
sottolineò con enfasi la parola - ripeto immediatamente, trasferito alla sezione
C del Pentagono e per nessun motivo deve avere contatti con l’esterno. In ultimo
tutta l’ala del predetto settore C è posta sotto la sorveglianza diretta della
CIA”.
Stupefatto il Generale dimenticò di
sedersi. Possibile? Dei civili all’interno del Pentagono con pieni poteri?
Ancora con un minimo di dubbio quasi
balbettando soggiunse. “Siamo proprio sicuri? Sono ordini dall’Alto? Molto
dall’Alto?”“Senza alcun dubbio!”
Solo nelle Filippine il Generale aveva
conosciuto eguale incertezza. Comprendendo lo stato d’animo del suo
interlocutore quasi mosso a pietà il Vice Assistente aggiunse “Forse ci sono
dietro i Giap!” Altro scatto d’orgoglio del Generale: “Allora cambia tutto!”
Meccanicamente aprì il primo cassetto della scrivania ne trasse l’amica di tante
battaglie una luccicante Colt 45 con l’impugnatura di avorio e ficcandosela
nella cintura alzò il telefono iniziando ad impartire, con voce tonante gli
ordini che l’Uomo del Presidente (per lui ormai era quasi il Presidente in
persona) gli aveva teste trasmesso.
Quello che di lì a poco successe
nell’immenso edificio e più precisamente nell’ala che ospitava il famoso settore
C era degno di un film di John Ford. Gruppi di marines in assetto Rambo prima
maniera si appostavano dietro ogni angolo; pesanti porte in acciaio uscivano
dagli scomparti e bloccavano ogni accesso; luci rosse lampeggiavano sulle porte,
mentre la scritta “ALARM FIVE LEVEL” prendeva il posto del più prosaico cartello
“WC Staff Only”.
L’allarme era scattato in grande stile e
questa era appunto la scenografia che attendeva di lì a poco Oreste Pacifici
che, sia detto per inciso, durante il precipitoso viaggio intrapreso da Roma
verso gli USA appena avuto il messaggio inviatogli da Henrica Habbler, aveva
pensato bene di mettersi in contatto satellitare con il suo omologo
dell’Agenzia. Durante la conversazione aveva trasmesso le ultime novità
dimenticandosi di dire (o meglio omettendo di dire) che i Giapponesi non
c’entravano nulla. Si avvalse invece per dare il giusto risalto alla cosa della
comune lontana discendenza (erano imparentati con uno stesso cugino amico tra
l’altro di Salvatore Mestino nativo di Corleone). Il risultato era stato quello
di scatenare quel pandemonio che a quanto si è avuto modo di vedere aveva
coinvolto persino il Pentagono.
Capitolo XXIII
Le cose non andavano proprio nel verso
giusto. O per meglio dire non marciavano nel senso tradizionale.
I casi “anomali” oramai non si contavano
più. Passi per quello che sembrava un nuovo modo di concepire tempi e intensità
del lavoro: rapidità, efficienza, dedizione ed attaccamento alle proprie
funzioni non meravigliavano più di tanto. Frattanto l’organizzazione sempre più
tesa alla eliminazione dei tempi morti o dei ritardi, si affinava di nuovi
aggiustamenti sino a raggiungere livelli sovrumani.
Uffici, dipendenze, sezioni, divisioni
persino i più sperduti uffici periferici della macchina statale erano
completamente stravolti dall’inarrestabile attività degli addetti che, non paghi
di aver sbrigato l’intero arretrato ed in spasmodica attesa di nuove pratiche,
utilizzavano quello che a loro sembrava “tempo perso” e cioè i rari momenti di
sosta, per ridipingere pareti, riparare serrature ed infissi, lustrare pavimenti
e via di questo passo.
Quello che assestò il colpo di grazia al
sistema e fece piombare nello sconforto più desolato anche gli incalliti membri
della super-commissione era la notizia che la malattia aveva attecchito anche in
uno dei templi della oculata gestione del tempo e delle scadenze: il comparto
della Giustizia.
In particolare un episodio legato ad una
banale causa discussa in una sede pretorile, aveva evidenziato come il virus
continuasse a colpire
La causa era una delle solite: un problema
insorto da almeno un decennio tra due confinanti sull’uso di una strada
interpoderale che in ragione di vari rinvii (ognuno di circa otto mesi) non
riusciva a giungere a decisione
Le “riserve” del Pretore erano
immancabilmente alternate da altri rinvii Alcuni erano predisposti d’ufficio a
seguito delle ferie del titolare della causa ed altri erano provocati dalla sua
sostituzione con altro Giudice in conseguenza del trasferimento ad altro
incarico
Le richieste di termini a difesa per
consultazione dei diversi documenti o memorie (autorizzate o meno) che la
controparte produceva, erano un altro tassello dell’interminabile calendario
della causa.
Così quando una mattina scavalcando i
colleghi intenti a “prestare” la propria schiena ad un altro collega affinché
questi potesse appoggiarvisi per stendere un qualche verbale d’udienza (i tavoli
per la verità c’erano o meglio ve n’era uno solo anche se era costantemente
occupato da valanghe di fascicoli messi sottosopra da avvocati, procuratori,
praticanti e patrocinatori vari, ognuno dei quali disperatamente ricercava il
proprio), i legali in causa si apprestarono ad una nuova udienza. Dalle due
parti la cosa venne presa con serafica abitudine e con il pensiero volto più
alle cose da dire ai rispettivi clienti dopo l’ennesimo rinvio e forse ai
principali motivi che potessero ben giustificare un ulteriore incremento del
fondo spese.
Conquistata l’attenzione del Giudice essi
si accorsero subito che qualcosa non andava per il verso solito.
Intanto non c’era la solita ressa intorno
al tavolo. I Colleghi se ne stavano tranquillamente a debita distanza in
silenzio ed i fascicoli d’ufficio erano ben allineati sul tavolo del Pretore.
L’avvocato Bellavisi uno dei più anziani
del Foro e che presenziava di persona solo in ragione del fatto che la notte
precedente non aveva dormito bene per cui alzatosi di buon’ora si era deciso a
“fare un passo” in Tribunale per salutare i vecchi amici, ammiccò verso il
Collega: “Che cosa è questa novità? Non vorrà mica fare sul serio! “. Un gelida
occhiata del Pretore gli tolse il sorriso.
Il Giudice aprì il fascicolo ed esordì nel
seguente modo:
“Dunque la causa mi sembra sufficientemente
istruita e quindi ben si può giungere ad una rapida decisione.”
Seguì un silenzio surreale.
Anche gli altri avvocati, con gli occhi
sbarrati seguivano la scena.
Imperturbabile il Giudice proseguì: “Loro
hanno qualcosa da aggiungere?”. Silenzio di tomba. Sempre più sbalorditi i due
Legali non azzardavano parola. Poi infondendosi coraggio l’avvocato Bellavisi
disse: “Vede, signor Giudice nell’ultima udienza, Lei, se ben ricordo si riservò
in merito alla produzione di prove che il mio esimio collega, ancorché
tardivamente postulò e noi nel supremo interesse della Giustizia non ci
opponemmo”.
Non ebbe tempo di aggiungere altro . Il
Pretore lo interruppe bruscamente:
“La riserva è sciolta: niente prove. Ci
mancherebbe altro: sono dieci anni che i vostri assistiti attendono giustizia ed
ora vorreste ancora bloccare una decisione che avrebbe dovuto essere stata
assunta da tempo.”
“Vuoi vedere che ora la colpa è nostra?”,
pensò il collega di causa di Bellavisi ma si guardò bene dall’esternare la sua
valutazione.
“Dunque questa questione mostra due
cittadini che si sono rivolti a Noi per sapere chi dei due abbia o meno la
possibilità di fruire del tratto di strada in questione. Inoltre chiedono chi
nel caso entrambi intraprendessero il percorso con i loro mezzi meccanici, debba
cedere la precedenza all’altro. La
causa è di una semplicità esemplare; mi
meraviglio che entrambe le parti in causa non abbiano trovato subito - e
sottolineò con forza questo termine - una soluzione alla cosa. Ma forse non
conveniva a qualcuno ... “. Il riferimento alle questioni parcellari era più che
evidente.
Timidamente dopo una rapida consultazione
l’avvocato Bellavisi chiese la parola. “Va bene sentiamo cosa ha da dire la
parte attrice”, tagliò corto il Pretore, senza dimenticarsi però di aggiungere:
“E mi raccomando concisamente!”.
“Vede Signor Giudice anche la Suprema Corte
con la nota sentenza delle Sezioni Unite del 1965 ha stabilito che a fronte
della complessità della causa ed alla impossibilità di un accordo debbano essere
concessi, a mente delle disposizioni del Codice di Procedura Civile, adeguati
termini a difesa prima di poter giungere alla udienza di P.C. (precisazione e
conclusioni) che sola, proseguì dopo uno breve sospiro, può avviare l’iter
definitivo della questione e consentire al Giudice di emettere la sentenza”.
Il Pretore lo fissava sempre più imbufalito.
“Lei vorrebbe dirmi che io non conosco la
procedura? Vorrebbe insinuare che violo il Codice?.” “Assolutamente no, Signor
Giudice replicò l’Avvocato. Solo vorrei richiamare la Sua illuminata attenzione
sul fatto che ci pare occorra ancora almeno un’udienza prima di porre finalmente
la parola fine a questa questione, almeno in questo grado di giudizio” - si
lasciò incautamente scappare il
difensore.
“Bene allora il Pretore, visti i relativi
articoli del Cod.Proc.Civ., rinvia la causa ..“ (solo dopo queste parole il
sorriso dei difensori che cominciava ad increspare le loro labbra scomparve di
colpo) “... alle ore 22,00 di questa sera per udienza di precisazioni e
conclusioni a cui seguirà nella mattinata di domani l’ultima udienza in cui
verrà letto il dispositivo della sentenza”.
“Ma signor Giudice come faremo a prendere
rispettiva conoscenza delle nostre posizioni in un termine così breve? “.
“Semplice - fu la risposta - durante la notte!”.
Altre dodici cause che figuravano nel
calendario d’udienza quella mattina seguirono l’identica sorte.
E’ appena il caso di sottolineare come la
vicenda fosse destinata a sollevare un vespaio, per cui alle 22,00 con la
contestuale, eccezionale presenza di tutti all’interno del “Palazzo”
dattilografe, cancellieri, addetti al registro, alle fotocopie, ecc., l’aula
d’udienza mostrava il tutto esaurito. In prima fila stava l’intero Consiglio
dell’Ordine era debitamente schierato e giustamente preoccupato.
Una velocità come quella che andava
appalesandosi non solo era anormale ma soprattutto rischiava di travolgere usi,
costumi e quant’altro connesso aveva costituito sino ad allora il cardine
dell’adeguato tempo dibattimentale (e di durata di causa) su cui poggiavano i
rapporti tra Clienti ed Avvocati e tra questi ultimi e la macchina della
Giustizia.
Su un lato della sala alcuni giornalisti
non si lasciavano sfuggire nulla.
Il Pretore non perse tempo in preamboli.
“Dunque ci sono le memorie di precisazione?”.
L’attenzione era al massimo.
Lentamente l’avvocato Bellavisi conscio di
essere al centro dell’attenzione si alzò. Sistemata la toga nuova sfoderata per
l’occasione iniziò a parlare. “Signor Giudice, un fatto nuovo, veramente
eccezionale mi impone, ci impone di esaminare la vicenda sotto un profilo
totalmente diverso.
Da quando la causa prese avvio e ben
sussistevano i motivi di gravare l’Eccellentissimo Signor Pretore, il problema
appare profondamente mutato.’,
Ancora una volta il Giudice non nascose la
propria impazienza.
“Avvocato o meglio avvocati - disse -
poiché mi sembra di capire che lei parli anche a nome del collega, vuole essere
chiaro. Qui non abbiamo tempo da perdere! “.
“Deve scusarmi - replicò - ma il supremo
interesse della Giustizia mi obbliga a riepilogare sia pure brevemente i fatti”.
Preso coraggio l’avvocato proseguì.
“Come Lei ben sa il Paese è profondamente
mutato. La stampa, le televisioni ne hanno fornito ampia testimonianza. La
velocità che permea tutto l’alacre operare della nostra Nazione ha provocato
momenti di sbandamento, creato aspettative innaturali, in ultima analisi ha
modificato radicalmente rapporti e consuetudini, innovato profondamente nel
radicato modo di operare, servire, lavorare! “.
“E questo dove vuole andare a parare?”, si
chiedeva il Giudice.
“I tempi si sono accorciati, le soluzioni
si sono imposte, il divenire da prossimo è diventato immediato!“.
“Avvocato e questo cosa c’entra?” -
esclamò.
“C’entra, c’entra signor Giudice. Le
esporrò alcune brevi premesse. Sulla scorta di quanto è venuto via via
affermandosi nel Paese anche l’an della causa è mutato.
In breve: nel corso di causa attraverso il
ricorso ad una Conferenza dei Servizi, attivata per la verità con sospetta
frettolosità, è stato modificato l’assetto idro-geologico, strutturale e
pianificatorio dei territori in cui gravita l’oggetto della vertenza: la strada
interpoderale. In altri termini la strada non c’è più: al suo posto scorre una
veloce autostrada e le parti in causa a ben vedere non hanno più motivo di
doglianza.”
Poco mancò che il Giudice urlasse.
“E voi venite adesso dopo tutti questi anni
a dirmi che è cessata la materia del contendere?.”
Il brusio che sulle prime era appena
percettibile lasciò il posto ad una canea. Tutti volevano esprimere la propria
opinione. I rappresentanti del Consiglio Forense si appellavano alla
“insostituibile” funzione della difesa; il cancelliere (che questa volta era ben
presente e non lasciava agli avvocati l’onere della verbalizzazione), non sapeva
che pesci prendere; gli avvocati cercavano disperatamente di spiegare agli
ignari clienti (convocati in fretta e furia) che la colpa era di qualcun altro.
Insomma si ebbe una specie di pandemonio. Il Giudice si alzò. Imposto il
silenzio si ritirò per decidere.
Dopo pochi minuti rientrò leggendo il
dispositivo della sentenza.
“In nome del Popolo Italiano, visti gli
art. ecc. ecc.. si condannano le parti in causa a rifondere allo Stato, ex art.
96 codice procedura civile, le spese di giustizia quantificate in lire
25.000.000 cadauna. Nel merito si dichiara cessata la materia del contendere.
Spese compensate. L’intera sentenza verrà depositata entro le ore 8 di domani.
La seduta è tolta”.
Quello che seguì è difficilmente
spiegabile.
Chi si allontanava in preda a incubi. Chi
protestava a viva voce. Chi infine continuava a non capirci nulla.
Nello stesso modo andarono un’altra decina
di causa discusse o meglio decise nell’arco di poche ore.
Il fatto non era certo da passare sotto
silenzio. I giornalisti presenti si precipitarono al telefono e la mattina
successiva unitamente alle innumerevoli altre notizie sul tema dello
stravolgimento dei ritmi della Pubblica Amministrazione, anche quella
riguardante l’andamento della Giustizia trovò adeguato spazio aggiungendosi a
quella sorta di bollettino di guerra che di ora in ora segnava l’evolversi e
l’allargamento dei perniciosi effetti di Work. Deve sottolinearsi che
contrariamente all’inizio del fenomeno la stampa aveva trovato in Work un filone
ricco di spunti per cui ogni quotidiano dedicava ampi spazi aprendo sovente con
titoli a tutta pagina. “L’ondata di eccessi non accenna a diminuire”. “I
dipendenti del Poligrafico si barricano negli Uffici”. “Il Parlamento vuole lo
stato di emergenza” e via di questo passo. All’interno mescolati ai vari annunci
economici non era inoltre raro trovarne altri come questo: “Dipendente dello
Stato offresi a titolo non oneroso a favore di piccolo Comune per qualsiasi
mansione”.
Una notizia, infine aveva avuto l’onore
della prima pagina su quasi tutte le testate.: “Si riapre tangentopoli” e nel
sottotitolo “Un imprenditore arrestato mentre corrompeva un Direttore dei Lavori
Pubblici”.
Nulla di nuovo si potrebbe pensare. Invece
la novità, e che novità risiedeva nel fatto che vi era stato un tentativo di
corruzione ma di segno opposto rispetto a quelli che avevano portato una Procura
a ricoprire il ruolo dell’Angelo giustiziere.
La corruzione o per meglio dire il
tentativo riguardava una pratica di costruzioni autostradali. La novità era
costituita dal fatto che questa volta il “corruttore” non tendeva ad accelerarne
l’iter ma semplicemente a ritardarne l’esito positivo. Era successo infatti che
egli basandosi sui normali tempi necessari per ottenere le diverse
autorizzazioni avesse iniziato le pratiche collegate (acquisizione dei terreni,
assunzione delle mano d’opera, reperimento dei fondi necessari, acquisto dei
macchinari) fidandosi su tempi che nella nuova situazione non si rivelavano più
adeguati.
Il risultato a questo punto era quello che
una volta ottenuti i relativi permessi ed autorizzazioni i lavori non avrebbero
potuto puntualmente iniziare e concludersi con il rischio di vederseli
annullare.
Da questo ed esclusivamente da questo
dunque era nata la cattiva idea di cercare di “rallentare” la pratica. La
reazione sdegnata del direttore del Ministero lo aveva però portato in carcere.
Di questa vicenda si era poi impossessata
la stampa estera e la notizia dopo aver fatto il giro del mondo gettava nuove
ombre sull’andamento dell’intero apparato produttivo in Italia.
La misura sembrava proprio colma. In questo
clima appunto,si riunì nuovamente la super commissione.
Capitolo XXIV
Era stata sufficiente un’ occhiata
penetrante di Oreste Pacifici appena giunto nei pressi del Pentagono per
afferrare la situazione. “Bravi! - disse - Come al solito questi yankes tengono
tutto sotto controllo.” Un po’ troppo per la verità. Infatti malgrado la
presenza del suo agente Henrica avvolta in uno splendido fuseau color verde mare
che l’attendeva assieme al suo vecchio amico Louis (i due si erano precipitati
al Pentagono appena ricevuta la notizia dell’arrivo dell’agente numero 3),
l’accoglienza non era proprio delle più cordiali.
L’automobile non si era ancora fermata che
due energumeni in tuta mimetica lo avevano violentemente strappato dal sedile:
mentre uno gli piantava nelle costole un M16 l’altro lo frugava come solo può
fare un borsaiolo sul metrò nelle ore di punta, con la sola differenza che
questa volta la perquisizione era tutt’altro che delicata.
Il tapino aveva cercato invano di fornire
spiegazioni con il suo americano broccolineggiante ma i due continuavano
imperterriti lasciandosi di tanto in tanto sfuggire a voce alta alcune
considerazioni del tipo: “he is an unsavoury type” (letteralmente: è uno sporco
figuro).
Solo dopo che Louis ebbe mostrato il
distintivo della CIA il nostro poté accedere all‘interno dell’edificio.
Ancora sconvolto dall’accoglienza nel giro
di pochi minuti era stato finalmente messo a conoscenza degli ultimi avvenimenti
compreso quello straordinario dell’esistenza di “Work” e della contestuale
presenza presso il Pentagono del suo scopritore il sergente, pardon, tenente
Bartod.
Tutto gli cominciava ad apparire chiaro. La
scoperta era forse la chiave di volta del caos che si era scatenato in Italia.
Pacifici in verità lo definiva “un grande casino”. Mancavano peraltro alcuni
insignificanti anelli della catena.
Chi se ne fregava - pensava - di come WORK
fosse arrivato nella penisola italiana; del perché aggredisse solamente i
dipendenti pubblici. L’importante era trovare una soluzione e perché no magari
scoprire qualche collegamento con quei brutti musi gialli (per lui quella era
una pista difficile da accantonare) ed infine poter scalare ancora i due
restanti gradini della piramide del SIGENAZ per diventare lui il numero uno.
La sala posta al decimo piano dell’ala sud
dell’edificio fu raggiunta dopo un vero e proprio percorso di guerra.
Rigorosamente racchiusi in un perimetro
rappresentato da sei marines, armati sino ai denti gli “ospiti” avevano dovuto
percorrere almeno tre chilometri di corridoi, scendere e salire da innumerevoli
ascensori, rispondere ad una ventina di parole d’ordine, farsi fotografare di
lato, dietro e di fronte, radiografare per scoprire chissà quale diavoleria
nascosta nel loro corpo ed infine dopo aver lasciato ogni oggetto metallico in
loro possesso (dura era stata per Orefici convincere l’addetto che la sua
protesi in acciaio che collegava il secondo molare superiore destro al secondo
premolare non poteva essere rimossa), giunsero a quella che era diventata il
centro dell’operazione “SW - (Spit Work,” che letteralmente stava a significare
“Trafiggere Work)”. Invero il generale Steffen la definiva in modo più prosaico:
“SW - to Spit Work”, ossia “sputacchiare quel fetente di Work”.
La sala sembrava un hangar. Una tavola che
avrebbe potuto ospitare in contemporanea almeno gli ottavi di finale del torneo
mondiale di ping-pong, vedeva seduti al vertice principale il già citato
generale Steffen, l’inviato del Presidente e il Capo della Sezione “B”. Sulla
destra stava il tenente Bartod, affiancato vi era l’amico Chilow e, in
successione, l’equipaggio della Sayuz 3 vale a dire il maggiore Colbert e l’ing.
Baylor.
Di fronte, solo per citare i più diretti
interessati alla questione, stavano il colonnello Williams comandante di Carol
Space, l’addetto alle pubbliche relazioni verso i Paesi terzi, nonché una folta
schiera di personaggi di ambo o meglio dei tre sessi, in borghese o in divisa.
La maggior parte di essi avevano una serie di stelle sulle spalline tali da far
impallidire l’osservatorio di Monte Palomar. In tutto erano almeno una ottantina
di persone.
Dal gigantesco lampadario che sovrastava la
tavola una nutrita serie di piccoli fari illuminava ogni leggio posto di fronte
ai convenuti. Essi avevano a disposizione anche una selva di pulsanti,
altoparlanti, cuffie, microfoni ed altre diavolerie frutto della più moderna
tecnologia.
Tre delle pareti della sala erano del tutto
occupate da giganteschi schermi raffiguranti l’intero globo terrestre. Su di
essi una miriade di luci multicolori continuavano ad accendersi e spegnersi
mentre i simboli di navi ed aerei si muovevano in continuazione.
Alle spalle della “Presidenza” un grande
schermo bianco attendeva solo di essere utilizzato.
Infine seduti tra lo schermo ed il tavolo,
pronti a scattare al minimo segno, era presente una vera e propria schiera di
addetti, dattilografe, stenografe, esperti, segretari e segretarie.
Gli addetti alla sicurezza ostentavano
calma ma le loro mani continuavano ad accarezzare le armi nascoste goffamente
sotto completi grigi stile anni Venti.
Questa visione d’assieme strappò all’agente
del SIGENAZ un sospiro di invidia.
“Quando mai in Italia potremmo disporre di
tutto questo”. Ma poi riprendendosi con prontezza rivolse un largo sorriso alla
“folla”. Pur dubitando che qualcuno avesse potuto notano anche a causa
dell’immensità della sala egli prese posto con Henrica ed al suo collega USA
all’altro lato del tavolo. Per alcuni momenti regnò un silenzio innaturale
mentre il luccichio degli schermi continuava imperterrito. Poi prese la parola
l’inviato del Presidente. Inutilmente Orefici cercò di afferrare senso e
significato di quel brusio che veniva da lontano. Finché, con una vigorosa
gomitata tra la terza e la quarta costola la Hebbler gli fece indossare la
cuffia che aveva di fronte.
“ come vi ho già spiegato - la voce
dell’inviato presidenziale gli giunse opportunamente tradotta in simultanea - il
problema che sta alla base di Spit Work non ci riguarda proprio da vicino e
semmai interessa un’altra Nazione. Tuttavia visti i buoni rapporti e soprattutto
considerata l’innata benevolenza del nostro grande Paese verso i problemi di
Nazioni più piccole ed in difficoltà abbiamo voluto attivare questa Task-force
per aiutarlo”.
Orefici cominciò a dare segni di
nervosismo.
“Se quello che mi hanno raccontato appena
arrivato - pensò - corrisponde al vero questi dapprima causano con i loro viaggi
una grande confusione e poi fanno i missionari cercando di venderci qualche
specchietto quasi fossimo gli indiani incontrati da Colombo”.
Imperterrito il rappresentante della Casa
Bianca continuava la relazione. “Dobbiamo alla sensibilità del tenente Bartod se
si è scoperto Work. Si tratta di una scoperta veramente storica che è stata resa
possibile dalla eccezionale tecnologia spaziale posseduta dagli americani e
dall’eroismo dei suoi astronauti il maggiore Colbert e l’ingegner Baylor.”.
Inutile: la questione veniva prospettata
con la furbizia degna di uno sfacciato venditore arabo di tappeti. Di soluzioni
neppure a parlarne.
Uguali almeno nella sostanza furono gli
interventi che seguirono. Il generale Steffen pigiando su una serie di pulsanti
dimostrò la forza di dissuasione dell’apparato militare a propria disposizione
facendo apparire sullo schermo posto dietro di sé, grafici, animazioni, zoommate
su particolari difensivi collocati a difesa del Palazzo e un ingrandimento
tridimensionale di Work.
A vederlo così grande e per la prima volta
Orefici si chiese come poteva quel mostriciattolo costringere un archivista di
seconda classe del Ministero dei beni Culturali a catalogare in una sola nottata
tutte le qualità di pietre degli scavi di Pompei. Poi vista la piega assunta
della discussione prese il coraggio a due mani. Si alzò e stese la destra ben al
disopra della propria testa cercando di farsi scorgere da quanti sedevano
all’altro capo del tavolo. Per un po’ nessuno lo notò. Poco dopo mentre gli
altri proseguivano imperterriti nella manfrina iniziata dall’inviato del
Presidente, Orefici ebbe uno di quegli scatti che fanno di un uomo un uomo più.
Ricordatosi dell’illustre precedente di un
“mugik” sovietico assurto alla massima carica del suo Paese, si tolse la scarpa
destra e cominciò a picchiare energicamente sul tavolo.
Ahimé, il risultato fu diverso da quello
che sperava. Quella volta alle Nazioni Unite lo “scarpatore” aveva attirato
l’attenzione del mondo intero. Oggi invece gli addetti alla sicurezza in un
lampo gli assestarono un paio di poderosi schiaffoni. L’unico esito positivo del
suo comportamento fu che egli venne notato da tutti.
Alla fine benché dolorante Orefici poté
parlare.
Non ci volle molto per convincere gli
ascoltatori che le notizie giunte dall’Italia erano tutt’altro che esagerate. Il
quadro tracciato da Orefici era addirittura apocalittico. Anche per gli
americani la possibilità che Work li costringesse ad abbandonare durante il fine
settimana la sana pratica del taglio d’erba dei graziosi giardini che
circondavano le loro abitazioni fuori New York, servì assai di più di lunghe e
dotte dissertazioni. In breve la faccenda assunse un’altra piega.
Seguirono i racconti dei due astronauti e
le imbarazzate spiegazioni del Comandante della base in merito al bonsai.
Finalmente grazie al dettagliato racconto del chimico si giunse ad afferrare la
chiave del mistero. Il capo della sezione “B” intervenne più volte fornendo
preziose informazioni di ordine scientifico.
Work, l’indesiderato viaggiatore dello
spazio giunto sulla terra, era il responsabile di quell’assurda attività che
aveva stravolto l’Italia.
Rimaneva semmai da capire perché proprio in
Italia fosse esplosa l’epidemia e per quale ragione solo nei confronti dei
dipendenti della Pubblica Amministrazione i suoi perniciosi effetti erano
affiorati in modo così clamoroso. Gli esami cui era stato sottoposto Work non
avevano dato apprezzabili risultati né d’altro canto si era ancora riusciti ad
isolare la minima sostanza capace di fornire basi su cui lavorare per approntare
un idoneo antidoto o vaccino. La decisione cui si pervenne era essenzialmente
indirizzata in due direzioni. La prima consisteva nel porre fine all’inutile
stato di allerta del Pentagono. Anche il generale Steffen seppure a malincuore
convenne che marines, mitragliatori, filo spinato, carri armati, nulla avrebbero
potuto contro una eventuale “invasione” di Work. La seconda fu quella di
imbarcare quanti erano maggiormente interessati alla questione su un Jumbo
diretto a Roma per collaborare con i colleghi italiani alla risoluzione del
problema. L’ultimo ad imbarcarsi fu proprio lui, un esemplare di Work,
debitamente racchiuso in un contenitore a tenuta stagna scortato da quattro
agenti.
Tolto l’allarme al quinto piano
dell’immenso edificio finalmente 1 ‘ausiliaria Betty Grable, visto sostituire il
messaggio “ALARM FIVE LEVEL” con quello più rassicurante “WC Staff Only”, poté
velocemente varcare quella porta.
Capitolo XXV
Ancora una volta il rituale delle strette
di mano e delle rispettive adulazioni che traevano spunto dall’aspetto fisico
degli intervenuti o dalle notizie sullo stato delle rispettive famiglie, pareva
essere stato dimenticato.
La commissione presieduta dal professor
Rigelli convocata a stretto giro di telefonate pareva aver assunto lo stesso
stile e ritmo che caratterizzava oramai ogni rapporto intercorrente tra i
diversi uffici, le direzioni e le divisioni della Pubblica Amministrazione.
Terminati i convenevoli per altro limitati
solo ad un breve cenno del capo, senza ulteriori perdite di tempo tutti presero
diligentemente i loro posti in attesa dell’introduzione del Presidente.
L’attenzione dei più veniva attratta da
alcuni personaggi che prendevano posto accanto al professor Rigelli e che
proprio per la difformità del vestire e per altri particolari (ad esempio le
cravatte sgargianti) tradivano immediatamente la loro non italica provenienza.
Tra questi uno era conosciuto, si trattava
di quel tale (Orefici borbottava qualcuno) che aveva subito le ire del
Presidente grazie ad alcune, assurde dissertazioni circa le presunte
responsabilità dei Giapponesi nello sconquasso imperante nel Paese.
Senza frapporre tempo in mezzo Rigelli
attaccò: “Dall’ultimo incontro le cose sono notevolmente mutate e purtroppo in
peggio. Si deve per la verità riscontrare qualche lodevole tentativo che
perlomeno nella fase iniziale ha dato promettenti frutti. Mi riferisco
all’iniziativa proposta ed attuata a seguito dell’intuizione del Direttore
dottor Esposito”.
Sentendosi citare l’esimio Comm. Vincenzo
si aprì ad un largo sorriso che peraltro scomparve di colpo in quanto l’oratore
proseguì dicendo: “Intuizione che se ha potuto conseguire un raffreddamento
della tensione lavorativa ha provocato in capo ad alcuni giorni l’effetto
contrario. La nota circolare Ministeriale se da un lato ha distolto i
destinatari dall’irrazionale e spasmodica attività della ‘normale’ routine per
corrispondere a quanto la circolare stessa imponeva, ha parallelamente
incrementato il nastro lavorativo. Cosicché in oggi le ore di lavoro medio
giornaliero per addetto ammontano a circa 16 senza costare una lira in più allo
Stato. E’ successo infatti che il tempo utilizzato per compilare i questionari
allegati alla circolare sia stato recuperato in coda alle altre attività
ritenendo gli addetti che fosse ingiusto far pesare sulle casse dello Stato e
quindi sulla collettività il costo di un’operazione che li riguardava
personalmente e doveva quindi essere sopportata individualmente. Risultato:
l’effetto boomerang dell’iniziativa ha peggiorato la situazione! “.
Dai visi dei presenti traspariva uno
sconforto evidente.
Imperterrito Rigelli proseguì. “Le cose
dunque stanno così. Si è verificato un pesante incremento dell’epidemia. Impiego
questo termine a ragion veduta e ne darò ampia spiegazione in seguito anche in
virtù alla presenza di questi signori (e con la mano indicò i suoi vicini) i
quali fornendoci la chiave di volta della questione potranno aiutarci. E Dio sa
se ne abbiamo bisogno! “.
Dopo tale introduzione l’attenzione
dell’uditorio crebbe ulteriormente per cui non vi fu più bisogno di esortare i
presenti in tal senso.
“Il quadro è questo: ho preferito
suddividere gli eventi che ci riguardano e che sono di nostra conoscenza settore
per settore, limitandomi ai principali ed indicando per ognuno un esempio. Ciò
con la precisazione che tali esempi sono solo emblematici e carenti per difetto.
La realtà purtroppo appare assai più preoccupante”.
Ed iniziò a leggere alcune cartelle che
aveva predisposto. La prima dedicata ai Rapporti con l’Estero, precisava quanto
segue:
“Le Ambasciate, i Consolati e le Legazioni
presenti in terra straniera sono sommerse da una serie di richieste che
pervengono loro giorno e notte, cosicché le normali linee intercontinentali e in
parecchi casi gli speciali collegamenti via radio sono al limite della capacità.
La manifestazione di viva protesta sfociata
in un sit -in attuato nei pressi della Farnesina dalla due alle tre di notte da
parte dagli addetti dell’Ufficio delegato per gli accordi per la Proprietà
Intellettuale, è stato motivato dalla mancata concessione di asilo politico ad
un abitante della Costa Rica recatosi presso la nostra Legazione di Belize e che
aveva dimostrato, senza incertezze di saper risolvere un cruciverba ad incastro
dell’ultimo numero, il 41, dell’‘Enigmistica Quiz” del 1951. Tale fatto illustra
assai bene lo stato di irrequietezza e tensione del settore”. La seconda che
aveva per oggetto l’Agricoltura, così recitava:
“Non sono più eccezionali casi come quello
riguardante taluni Addetti presso la Direzione Generale per l’Economia Montana e
le Foreste, della Divisione quinta che organizzatisi in proprio grazie
all’impiego di attrezzate mountain-bike, hanno pedalato per quindici ore per
scoprire la causa della segnalata defogliazione di un arbusto di sempre verde
sulle pendici del Colledoro nei pressi di Velletri. Forse la vicenda è stata
causata dal fatto che la Divisione Quinti della Direzione centrale per
l’Economia Montana e le foreste ha specifica competenza in tema di ricerca
applicata e sperimentazione in materia di foreste, produzione forestale, difesa
del suolo e valorizzazione dell’ambiente naturale. Tecnologia e merceologia del
legno. Boschi da seme, disciplina e controllo qualità e certificazione varietale
dei prodotti forestali e delle sostanza di uso forestale, oltre ad essere
Commissione tecnico-consultiva per il libro nazionale dei boschi da seme. Se a
ciò aggiungiamo anche l’episodio che ha visto quali protagonisti altri
dipendenti della dodicesima divisione che in relazione al contenzioso arretrato
sono riusciti, in una sola mattinata, ad evadere e trasmettere alla firma
centotrentadue cause in tema di “martello forestale”; il quadro che emerge non è
certo rassicurante”.
La terza parte, che si occupava del
Commercio con l’Estero comprendeva la seguente analisi:
“La situazione è al limite dell’assurdo. Le
cinque direzioni generali e conseguentemente le 28 divisioni da esse dipendenti
su cui si fonda l’Ente, hanno dato vita ad una specie di comitato di urgenza e
razionalizzazione per cui una pratica anche se inoltrata per via normale, non
appena lasciato il protocollo viene esaminata ed evasa nell’arco di soli tre
giorni. Così al quinto, massimo sesto giorno non solo essa può dirsi esaurita ma
addirittura precede la partita di merce a cui essa si riferisce.
I riflessi verso l’estero ed anche nei
confronti delle importazioni hanno già suscitato un vespaio di contestazioni nei
confronti dell’Italia rea di condurre una politica di bassa concorrenza e sleale
comportamento verso quasi tutti i Paesi del resto del mondo. Per le rimesse in
valuta, ad esempio, il sistema bancario, che come è risaputo provvede con
estrema oculatezza e dopo i necessari controlli ad accreditare le diverse somme
con ritardi anche ragguardevoli, si trova a dover sopportare un’accelerazione
delle procedure che gli erodono anche in maniera consistente, una giusta (ed a
volte eccessiva) remunerazione sulla giacenza delle somme. Quello che poi più
colpisce è che da parte degli altri Ministeri - ad esempio gli Affari Esteri che
tramite le Unità Organizzative Responsabili dell’Istruttoria, ai sensi dell’art.
13 del Decreto Presidente Consiglio dei Ministri. n. 94 del 23/2)91 poteva
interloquire in determinate materie - oggi non solo non si contestano tali
anomali procedure ma viceversa le si sollecitano.
Per le finanze il problema appare ancora
più drammatico. Non solo si è avviato un processo di razionalizzazione delle
tasse, imposte, addizionali, contributi, una-tantum ecc., giungendo ad
individuarne al massimo una diecina ma quello che veramente è grave è che non
sia più eccezionale il caso di un contribuente che telefonicamente si rivolga
agli uffici per delucidazioni od altro e che nel giro di poche ore veda
presentarsi a casa propria un addetto che oltre a dissipargli ogni dubbio è in
possesso della copia dell’intera documentazione a lui conferente e che seduta
stante rilascia eventuali mandati di pagamento da riscuotersi presso una
qualsiasi banca di importo pari alle imposte indebitamente o erroneamente
percepite dallo Stato.
Abbandonata la lettura delle cartelle egli
proseguì in questi termini: “Esempi ditale natura ne potrei citare a bizzeffe.
Desidero però aggiungerne ancora uno che riguarda un settore particolarmente
delicato della nostra vita. L’episodio cui mi riferisco e che è stato oggetto
anche di alcune notazioni giornalistiche proprio nelle ultime ore è attinente
all’Amministrazione della Giustizia. Come loro hanno di certo appreso - continuò
- in una Pretura una causa pendente da quasi un decennio è stata decisa e la
relativa sentenza emessa nel corso di una sola nottata. E questo ancora passi.
Il fatto che però ha sollevato un sentimento che rasenta lo sdegno e
l’indignazione è stato quello che ha visto condannare entrambe le parti in causa
ad una penale di 25.000.000 cadauna sulla scorta di un asserito e colpevole
dilungarsi di una causa che avrebbe ben potuto, a detta del Giudice, essere
risolta molto tempo prima. Vi risparmio quello che ciò ha comportato non solo in
riferimento alle rimostranze dei Consigli Forensi ma anche da parte di numerosi
imputati che sino ad oggi potevano sperare in una qualche decadenza dei termini
e che complice anche la smodata disponibilità di cancellerie, dattilografe ed
organi preposti alle fotocopiature degli atti, sembra ormai appartenere ad un
passato più che remoto. La macchina della Giustizia ha assunto una velocità
inusitata e non esiste in pratica più nessun grado di giudizio che superi il
mese!”
Descrivere lo sguardo dei presenti dopo
tale esposizione o cercare di interpretare i loro sentimenti è impresa
impossibile.
Constatare di persona che un intero mondo
fatto di radicate abitudini era stato sconvolto, che granitiche consuetudini si
erano disciolte come neve al sole sotto l’impeto di quella che poteva definirsi
“la pazzia del secolo” era davvero troppo. Troppo anche per dei rappresentanti
della rispettata categoria del “bollo tondo”, della circolare,
dell’interpretazione puntigliosa della prassi e del richiamo puntuale alla
normativa vigente. Lo stesso Presidente capì che forse si era spinto troppo
oltre.
Nel frattempo gli ospiti, che non
riuscivano a capire quali sentimenti albergassero nei presenti e che per la
verità, non avevano neppure seguito con estrema attenzione lo svolgersi della
relazione, intuirono che era arrivato il loro turno.
La pausa era loro servita per distendersi
un po’. Il viaggio dagli USA non era stato dei migliori e mentre i rimanenti
componenti la missione si erano recati subito a riposare in albergo, Orefici per
il Sigenaz, il tenente Bartod, l’inviato del Presidente, Henrica Habbler,
l’Addetto alle Pubbliche Relazioni verso i Paesi terzi, l’equipaggio della Sayuz
3 nonché un paio di interpreti, erano stati caricati su alcuni taxi ed ora si
ritrovavano lì dinnanzi alla Commissione per contribuire a dipanare
l’ingarbugliata matassa.
Ancora una volta il prof. Rigelli prese la
parola. “Signori il momento è grave lo ammetto, ma grazie alla collaborazione di
questi signori (e compì un nuovo largo gesto per indicarli uno per uno) se non
siamo sul punto di trovare la soluzione potremo almeno conoscere come è iniziato
questo stravolgimento e quali cause lo abbiano prodotto.”
La storia che venne raccontata a turno
dagli ospiti aveva dell’incredibile. L’intera vicenda di Work, di come era
arrivato sulla Terra e in che modo si era diffuso all’interno della Pubblica
Amministrazione, degli effetti che provocava divenne così di pubblica conoscenza
dei membri della Commissione. Se da un lato poteva tranquillizzarli (un virus
alla fin fine può essere debellato) dall’altro non mancava di far sorgere loro
altre e più inquietanti preoccupazioni. Si aveva un bel affermare che oggi
sappiamo cos’è. Diverso era poter affrontare la questione e constata la vastità
del fenomeno bloccarne le conseguenze eliminandone alla radice le cause.
Ci vollero alcune ore di discussione
durante le quali tutti ebbero da dire la loro, ma alla fine alcuni punti
risultarono fermi. Primo: la questione era talmente grave ed ampia che solo il
Governo aveva i poteri per intervenire. Secondo: occorreva trovare un antidoto.
Terzo: si doveva trovare il modo di somministrarlo a quanti risultassero già
colpiti dal male o che corressero il rischio di esserlo entro breve tempo.
Ultimo: tenere la cosa segreta.
Sul primo punto non si incontrarono
difficoltà. Il professor Rigelli venne incaricato di chiedere un immediato
incontro con il Consiglio dei Ministri o in subordine con il Presidente del
Consiglio, il Ministro della Sanità e con quello della Funzione Pubblica.
Sui punti restanti la questione si
ingarbugliava. Come era possibile trovare un antidoto se non si avevamo cavie a
disposizione? Ed, inoltre, come somministrarlo visto che aveva colpito decine di
migliaia di persone. Infine come era possibile tenere segreta la notizia?
Gli interrogativi superavano di gran lunga
le proposte per cui per stanchezza si decise di delegare a poche persone:
Rigelli, Orefici, Bartod, il Direttore del Ministero della Sanità, il
commendator Esposito ed Henrica, con funzioni di segretaria (l’interessata non
ne fu per nulla entusiasta considerati gli impegni precedentemente assunti con
Louis), l’incarico di formulare una proposta da sottoporre al Governo nel corso
dell’imminente incontro.
Era ormai notte inoltrata quando la
riunione si sciolse. Ognuno con i propri pensieri e tutti con la medesima
preoccupazione - almeno per parte italiana e con la solita eccezione della
Habbler irritata più che mai per il fallimento dei propri progetti - si avviò
verso le rispettive abitazioni. Nel frattempo la troupe americana veleggiava
accompagnata da Orefici verso Via Veneto per compiere alcune interessanti
“divagazioni” prima del rientro in albergo.
Fu proprio durante questo spostamento che
la delegazione americana constatò direttamente la gravità della situazione.
Gli autisti che dovevano condurli a
destinazione e messi a loro disposizione dalla Presidenza del Consiglio si
rifiutarono categoricamente di lasciarli a spasso in Via Veneto. Continuarono a
seguirli nel caso in cui gli ospiti avessero avuto bisogno di loro. Solo al
rientro in albergo e dopo che gli autisti origliando alle porte si accertarono
che gli ospiti si erano addormentati, le automobili rientrarono in garage
Capitolo XXVI
“Se Atene piange, Sparta non ride”. A molti
era tornato in mente il vecchio detto leggendo le notizie che quotidianamente
comparivano sui giornali. Infatti se il caos provocato in ogni dove dalla
frenesia imposta dai dipendenti pubblici causava vere e proprie risse tra chi
“doveva” lavorare senza tentennamenti o pause e chi restio ad adeguarsi a tali
ritmi ancora opponeva una anche se sempre più debole resistenza, era altrettanto
vero che l’insieme dell’economia del Paese non se la passava meglio.
Ciò a causa della crisi che investiva i
comparti coinvolti nella caduta verticale della domanda di generi non di prima
necessità e un po’ per una congiuntura internazionale aggravatasi a seguito
dell’incapacità della macchina statale di adeguarsi in tempi idonei e non
schizofrenici alle diverse esigenze.
Il Ministero del Tesoro non sapeva più che
provvedimenti adottare.
I titoli di Stato non riscuotevano più
l’interesse originario per un motivo ovvio: il risparmio per gli effetti della
crisi si era praticamente dissolto, per cui ad ogni emissione necessaria per
coprire i titoli in scadenza e far fronte alle esigenze di cassa la richiesta si
affievoliva. Neppure portava grande sollievo la constatazione della drastica
diminuzione della spesa pubblica, almeno per la parte riferita agli stipendi.
Ciò a causa della pressoché totale scomparsa degli straordinari in quanto i
dipendenti pur lavorando per un periodo di gran lunga superiore al dovuto,
rifiutavano categoricamente di essere pagati oltre lo stipendio normalmente
percepito. Per contro le aumentate spese di energia elettrica,
telecomunicazioni, carta ed altro pareggiava- no il conto.
Riprese quindi forza il tentativo di cedere
a privati attività dello Stato e relative Industrie anche se era stato esperito
infruttuosamente già altre volte. Alla base della nuova iniziativa non era
estranea anche un’ulteriore considerazione.
Il Ministro competente aveva fatto un
ragionamento, semplice finché si vuole ma non certo privo di suggestione e che
più o meno suonava così. Se è vero che la causa del dissesto od almeno di grande
parte di essa va imputata ai dipendenti pubblici ed alla loro innaturale
frenetica attività, il rimedio allora appare semplice: facciamoli diventare
privati e probabilmente tutto rientrerà nella norma.
In tal senso, aggiungeva il Ministro,
prenderemo due piccioni con una fava: diminuiremo la pressione sullo Stato per
la già considerata causa iper-lavorativa e contestualmente incamereremo soldi
freschi per far fronte alle diverse esigenze.
Più ci rifletteva, più al Ministro tale
soluzione piaceva.
Giunto di buon mattino al suo Ufficio
(tanto non accadeva più di trovare gli uffici semi-deserti) il Ministro impartì
rapide disposizioni. Nel giro di mezz’ora tutti i piani delle privatizzazioni
elaborati e mai attuati nell’arco dell’ultimo quinquennio erano sul suo tavolo.
“Dunque, vediamo” mormorò tra sé e sé,
occorre suddividere le questioni per tipologia. Nell’ordine: settore
agro-alimentare, servizi (poste e telecomunicazioni), assistenza e previdenza,
trasporti, territorio, aziende statali. Ecco, possiamo partire proprio da queste
ultime”.
Al segretario che lo fissava allibito
cominciò ad elencare una serie di azioni da attuare senza ritardo. Di come fare
non si preoccupò. Il compito di un vero politico non è quello di trovare il modo
di fare una cosa, a questo dovevano pensare gli Uffici, Lui doveva solo
impartire delle disposizioni!
Dettò una lungo elenco di aziende statali e
ne decretò l’immediata trasformazione in Società per Azioni. Telefonò anche al
Ministro del Tesoro per riceverne l’approvazione solidale.
Poi, convinto che tutto sommato ai
dipendenti interessasse esclusivamente lavorare e non già conoscere quale fosse
il proprietario della loro Azienda, decise di accelerare al massimo la procedura
della quotazione in borsa delle relative azioni e la loro collocazione sul
mercato.
In verità la questione si svolse nell’arco
di almeno quindici giorni ma stranamente non sorsero ostacoli tali da vanificare
il tentativo del Ministro. Gli ostacoli, e quali ostacoli, vennero dopo. La
stampa non appena ebbe dato notizia della vendita dovette registrare un altro
innaturale fenomeno o meglio segnalò l’insieme di alcuni fatti del tutto
inusuali. I dipendenti delle aziende pubbliche quasi-privatizzate, raddoppiato
il loro ritmo di lavoro, decisero di chiedere in cambio azioni e non già
quattrini.
Fu però in Borsa che si registrò il
problema più notevole.
Gli investitori esteri presagendo nella
vendita di Aziende dello Stato un ottimo affare accorsero a frotte. Il
ragionamento era semplice: con il tipo di lavoratori come quelli attualmente
loro impiegati non vi era limite alcuno; al massimo si trattava di cambiare tipo
di produzione, ma con lavoratori che con lo stesso salario di quelli di Taiwan e
per di più con maggior volontà pensavano solo a svolgere in modo ottimale il
loro lavoro tutto appariva possibile.
Altra catastrofe! I tradizionali
investimenti presenti nelle aziende private iniziarono a trasferirsi verso i
nuovi orizzonti aperti dall’iniziativa Ministeriale con la conseguenza che la
situazione economica del Paese rischiò un altro pericoloso tonfo questa volta di
portata incalcolabile.
Per fortuna all’interno del Governo
qualcuno si pose un interrogativo: perché vendere quello che produce? Pensiamoci
direttamente noi a diversificare la produzione e teniamoci le Aziende!
Risultato: l’azione di vendita venne interrotta e le Aziende furono nuovamente
rese pubbliche per cui tutto rimase come prima: cioè una grande pasticcio.
In tale quadro di enorme confusione la
commissione presieduta dal professor Rigelli o piuttosto il gruppo delegato nel
corso dell’ultima riunione, continuava a lavorare nel tentativo di individuare
una qualche soluzione. Pur con la presenza dell’uno o dell’altro esperto ai
propri lavori e con l’aiuto a turno dei componenti della missione americana, di
passi significativi in avanti non se ne registrava alcuno.
Aveva un bel affermare il professor Rigelli
che era compito loro proporre qualche soluzione prima dell’imminente incontro
col Governo.
Le tesi più astruse, che andavano da quella
di dichiarare la “serrata” generale degli uffici a quella forse meno fantasiosa
ma altrettanto insipiente di togliere la corrente elettrica alla intera
struttura dello Stato al fine di bloccarne il lavoro, dopo essere state via via
esaminate venivano inevitabilmente accantonate.
Ancora una volta l’inventiva del
commendator Esposito dottor Vincenzo - Direttore Generale del Ministero della
Funzione Pubblica - si rivelò preziosa.
Chiesto un attimo di attenzione e rivolto
direttamente agli americani pose loro una breve domanda “Work è o non è un
virus? Se la risposta è sì come mi pare di capire allora il primo passo è
provare su alcuni “infetti” eventuali antidoti”.
Il rappresentante del Ministero della
Sanità non poté che annuire.
Confortato, Esposito proseguì dicendo: “E
quale è il metodo migliore per disporre del personale senza violare i
regolamenti o come nella circostanza, dare l’impressione di intralciare l’alacre
operare degli uffici? Lapalissiano: ricorrendo all’istituto del comando, del
distacco o, anche se quest’altra strada è obiettivamente difficile, a quello
della missione”.
Anche se gli stranieri facevano fatica a
seguirlo, troppo distante era questo tipo di linguaggio rispetto a quello in uso
negli States, il consenso parve concretizzarsi maggiormente almeno relativamente
alla parte italiana.
Il Direttore confermando il suo carisma
proseguì con enfasi.
“Mi rendo pur conto della non lineare
situazione in cui stiamo operando però è pur sempre possibile attivare un
concorso per titoli riservato al personale dipendente, motivandolo con
l’esigenza di sperimentare nuove procedure tese a migliorare l’efficienza e la
produttività. Sono certo che i concorrenti non mancheranno e sarà quindi un
gioco da ragazzi scegliere quelli da noi ritenuti più idonei. Altrettanto facile
sarà poi trasferirli in un’apposita sede e con la scusa di attivare dal vivo
nuove procedure e tecnologie tenerli sotto controllo sottoponendo alcuni di essi
alle prove od ai farmaci che vorremmo sperimentare”.
A questo punto da parte della Triplice
Sindacale si ebbe un ultimo residuo di resistenza, evidenziato peraltro più per
onore di firma che per intimo convincimento “Con questa procedura si non viola
la legge 300? Vale a dire lo Statuto dei lavoratori?”.
“Faccio appello alle loro responsabilità -
li interruppe Rigelli - la posta in gioco è troppo alta e poi sarà compito di
ognuno di noi vigilare affinché i limiti della legalità non siano superati”.
“Tanto - commentò - peggio di così è impossibile andare”.
L’indomani mattina ebbe luogo l’incontro
con il Presidente del Consiglio, il Ministro della Funzione Pubblica e quello
della Sanità.
Il progetto pomposamente chiamato “Recupero
della funzionalità operativa e normativa delle articolazioni delle Stato e della
riformulazione del mansionario generale della Pubblica Amministrazione ai fini
della migliore e più produttiva attività dell’apparato pubblico” venne approvato
e le procedure concorsuali subito trasmesse a tutte le Amministrazioni.
L’operazione per altro era stata agevolata
da un’altro fatto accaduto di recente e che nel breve volgere di alcun giorni
era divenuto di pubblico dominio.
Da tempo era in corso nel Paese a cura del
competente Ministero un programma teso a divulgare la necessità della più ampia
informatizzazione delle procedure amministrative. Sulla scorta di detta
iniziativa alcuni Funzionari erano stati delegati ad illustrare in diverse parti
del Paese il progetto Nuove tecniche gestionali - “NTG” - inserito nel più vasto
contesto del FEPA (Funzionalità ed efficienza della Pubblica Amministrazione).
Orbene era accaduto che alcuni funzionari mandati in missione nel Sud del Paese
(più precisamente nel capoluogo della Campania) al momento di concordare con i
partecipanti al corso l’orario del termine delle lezioni fossero stati
letteralmente imprigionati all’interno di una sala e costretti ad esporre per
alcuni giorni e senza alcuna interruzione le nuove tecniche di gestione
amministrativa ed informatizzata delle procedure.
Anche tale episodio dunque militava a
favore dell’espediente escogitato. Quale sede dell’esperimento venne designato
il Dipartimento per la programmazione ed il coordinamento generale del Ministero
delle Ricerca Scientifica e della tecnologia e più precisamente l’ufficio primo
che, oltre ai compiti di supporto per il coordinamento dell’attività dei
Dipartimenti e dei Servizi, aveva quelli di Segreteria della conferenza dei
Dirigenti dei Dipartimenti e dei Servizi e la Predisposizione degli atti
necessari per coadiuvare il Ministro nell’attività di coordinamento delle
funzioni dell’Amministrazione. Inoltre allo stesso competeva anche la Promozione
e coordinamento delle iniziative per la verifica periodica dell’organizzazione e
della funzionalità delle strutture in collegamento con il servizio informatico
centrale e statistico e la Predisposizione del rapporto quinquennale concernente
l’organizzazione dei Ministeri (così era previsto dallo specifico mansionano del
Ministero) e deteneva anche il compito di predisposizione della Relazione sullo
stato della Pubblica Amministrazione.
Con l’occasione il professor Rigelli
assunse l’incarico ufficiale (in quel momento vacante) di Capo dipartimento per
l’informatica e la statistica della Presidenza del Consiglio dei Ministri
unitamente a quello sempre tenuto segreto di capo del Progetto.
In tal modo prese avvio la più delicata e
complessa operazione di indagine, iniziativa e sperimentazione mai registrata
nei nostri annali.
Capitolo XXVII
Il trasferimento del primo Ufficio del
Dipartimento per la programmazione ed il coordinamento generale del Ministero
dell’Università e della Ricerca Scientifica e tecnologica dalla sua normale sede
a quella occupata dal Servizio per il supporto agli Organi Collegiali che
coadiuva gli organi collegiali nella predisposizione delle rispettive norme
interne, a sua volta trasferito nella sede decentrata della Commissione
interministeriale per la formazione degli atti di morte e di nascita non redatti
o andati smarriti ovvero distrutti per eventi bellici che come è previsto
dipende dalla Presidenza del Consiglio, era quasi passato inosservata.
Non era strano infatti che diversi uffici o
addirittura intere divisioni cercassero di accorparsi al fine di meglio
sfruttare spazi ed attrezzature.
L’operazione era però principalmente
servita per liberare un intero stabile in cui con la massima sollecitudine si
trasferì la task-force guidata dal professor Rigelli. Ad essa si aggiunsero,
sempre su precise disposizioni della Presidenza Consiglio dei Ministri, alcuni
laboratori di analisi, il settore primo del Consiglio Superiore della Sanità
(per la parte relativa alle Malattie infettive dell’uomo) ed alcuni esperti con
relative attrezzature del servizio centrale del dipartimento di informatica
dell’Istituto di Statistica. Va sottolineato al riguardo come tutti i dipendenti
aggregati alla Commissione Rigelli fossero stati accuratamente scelti proprio
tra coloro che non presentavano sintomo alcuno di probabile infezione da Work.
Essi furono sistemati nei piani alti
dell’edificio mentre alacremente si procedeva all’allacciamento di nuove linee
telefoniche ed alla predisposizione dei collegamenti informatici.
Ai primi piani vennero predisposti gli
uffici necessari al nuovo Settore. Ognuno arredato secondo lo stile classico
della Pubblica Amministrazione doveva ospitare i “vincitori” del concorso
indetto proprio e surrettiziamente al fine di poter disporre di un congruo
numero di “vittime” della devastante epidemia che affliggeva oramai ogni angolo
del Paese. Nell’ala destra dell’edificio si ricavò un accogliente bar ed
un’ampia sala mensa.
Anche i particolari più minuti come ad
esempio le targhe indicanti di che tipo di Settore ed Uffici si trattasse non
vennero sottovalutati. La profonda conoscenza che della Pubblica Amministrazione
possedevano i Direttori di ognuno dei Ministeri che facevano parte della
Commissione si rivelò preziosa anche in tale circostanza.
Il Settore di indagine e studio per il
riordino delle procedure e l’introduzione delle moderne tecnologie in ambito
pubblico, composto da una Direzione di Divisione, quattro Sezioni, da ognuna
delle quali dipendevano due Uffici, in tal modo si materializzò. Nel frattempo
la Gazzetta Ufficiale aveva provveduto a pubblicare sotto l’egida del Ministero
della Funzione Pubblica, un’apposita Circolare nella quale si specificavano
elementi importanti a supporto del relativo Decreto Presidenza Consiglio dei
Ministri e precisava tra l’altro “che in attesa del riordino del comparto
pubblico ed in ossequio alle disposizioni di cui al D.P.R. 10 gennaio 1957 n. 3
-Testo Unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili
dello Stato-, richiamati l’art. 199 del Titolo VI, Capo I, e Parte sesta, Titolo
I, art. 380, in ottemperanza del protocollo di intesa intercorso tra la
Presidenza del Consiglio - Ministero della F.P. e le OO.SS., viene istituito ed
attivato il Settore Indagine e Studio per il Riordino delle Procedure in Ambito
Pubblico - SISRPAP - per lo svolgimento di attività primaria nel contesto della
Pubblica Amministrazione”. La circolare inoltre puntualizzava che “richiamati i
risultati della prova concorsuale esperita vengono trasferiti presso il nuovo
settore i dipendenti pubblici che verranno all’uopo direttamente informati. Per
gli stessi rimangono in vigore le qualifiche e mansioni possedute all’atto della
presentazione della domanda concorsuale con le rispettive indennità, emolumenti,
premi ed integrazioni parimenti corrisposte. Alla Direzione del SISRPAP viene
nominato il professor Rigelli del Consiglio Nazionale delle Ricerche che assume
nel contempo e per un periodo di mesi tre le funzioni di Direttore Generale
esplicante, nella fattispecie, mansioni anche di Direttore di Divisione del
predetto Settore - giusto il D.M. Ministero della F.P. n. 324.”
Quella del concorso si era rivelata
anch’essa una intuizione più che felice. Poiché nelle premesse il motivo
principale della sua indizione era stato quello “di giungere alla costituzione
di un’apposita struttura presso la quale distaccare gli aventi titolo col
compito di fornire positiva e sollecita soluzione ai molteplici problemi
concernenti l’ordinato e rapido disbrigo delle pratiche anche attraverso
l’adozione di apposite procedure e, contestualmente, l’esame della possibilità
dell’introduzione di moderne tecnologie di comunicazione ed informatiche -
meglio individuate nel termine telematiche “, il numero dei partecipanti alla
selezione risultò enorme. Meno facile si rivelò il lavoro di scelta.
Intanto il gruppo coordinato da Rigelli
dovette acclarare quanti tra i partecipanti fossero stati realmente colpiti dal
virus e chi viceversa partecipasse, come normalmente avveniva in tutti i
concorsi, per acquisire un qualsiasi merito da far valere in occasione delle
periodiche selezioni per le promozioni o gli avanzamenti di carriera oppure
semplicemente per fruire di particolari agevolazioni al momento di essere
collocato in quiescenza. In secondo luogo bisognava verificare chi, e qui gli
schedari segreti del Ministero della Sanità risultarono preziosissimi, avesse
contratto il virus e possedesse nel contempo anche il SAL, il famoso anticorpo
che denotava una Scarsa Attitudine Lavorativa.
Dopo alcuni giorni e lavorando a ritmi che
avevano fatto temere allo stesso Presidente che anche i suoi uomini fossero
stati colpiti dall’infezione, si riuscì a compilare una lista attendibile.
Ne facevano parte in primis i componenti di
quel terzo ufficio, della seconda sezione della Direzione periferica dell‘Ente
per la rivalorizzazione delle comunità antropomorfe dell’emisfero australe cui
poteva a ragione farsi risalire l’inizio dell’infezione e che quindi erano in
grado di documentare senza incertezze la data di nascita di Work almeno per
quanto concerneva l’inizio dei suoi deleteri effetti.
Impossibile invece risultò l’individuazione
dell’ultimo dei colpiti tale e tanta era la massa delle persone coinvolta nella
vicenda.
Scelte cinquanta persone, di cui cinque
esenti dall’infezione e cinque in possesso del solo Work, gli elenchi di
appartenenza ai vari uffici furono compilati, le mansioni attribuite, i compiti
assegnati e finalmente vennero inoltrate le comunicazioni ad ognuno di essi. In
tal modo il SISRPAP risultò pronto a muovere i primi passi o meglio ad iniziare
la propria fittizia attività. Si deve solo aggiungere che nell’insieme delle
strutture predisposte era stata pure prevista una capace sala riunione presso la
quale alle 7 del prossimo lunedì mattina dovevano convenire le 50 cavie
prescelte.
Quella di predisporre il tutto era stata un
‘esperienza particolarmente faticosa anche per gli esperti uomini della
task-force. Non parliamo di questo o quel componente. Ad essere pignoli si
poteva al più rilevare che i massimi dirigenti vale a dire i due Direttori di
Ministero l’avevano presa “bassa” e di conseguenza non si erano certo dannati
l’anima per accelerare più di tanto la faccenda.
Se ciò non fosse accaduto sarebbe stato
impossibile sperare in un ritorno alla normalità. Con tali pensieri Rigelli
stava riflettendo nel suo Ufficio.
Disponeva di conoscenze, uomini e mezzi di
prim’ordine, italiani e americani e in più poteva contare su di un’autonomia
pressoché illimitata. Però c’era qualcosa che non lo convinceva.
Perché ad esempio 1’“équipe americana”
aveva ad ogni costo voluto che in ogni settore “operativo” non oggetto di
analisi, fosse presente un suo uomo? Perchè poi lo stesso dirigente del Sigenaz
aveva insistito ad avere vicino un agente da lui designato e perché infine
durante l’incontro avvenuto presso la Presidenza del Consiglio si era avuta una
sorta di minuetto tra il Ministro della Funzione Pubblica e quello della Sanità
per indicare proprio lui, un tecnico tutto sommato ben al di fuori dei giochi
politici, a Capo dell’operazione?.
“Va a finire che quello stramaledetto Work
mi farà impazzire”, commentò desolatamente Rigelli.
Un discreto bussare alla porta del suo
ufficio lo distolse però dai suoi cupi pensieri.
Leggera come una farfalla, olezzante di
Passion, l’ultima essenza di Cartier, l’agente Henrica Habbler, sfoggiando un
sorriso degno della migliore pubblicità di un dentifricio salutò con deferente
enfasi il professore.
“Buona sera, disturbo?”.
Rigelli l’avrebbe volentieri mandata a quel
paese ma in fondo era pur sempre anche lui un italico prodotto, per cui replicò
alla fascinosa intelocutrice:
“Si figuri, ci sono novità?”.
“No. Passavo di qui”.- ribattè lei -Poi,
abbassando il tono della voce disse:
“Debbo farle una confidenza. Come lei ben
sa gli agenti della CIA hanno voluto che fossero installate nelle stanze a loro
riservate apparecchiature a dir poco singolari. Orbene per caso ho scoperto che
una di queste altro non è che un telefax sinto-digito-satellitare collegato
direttamente con Wall Street. Lascio a Lei immaginare per quale recondito
motivo”.
Rigelli cominciava ad averne le tasche
piene di servizi, spiate, reciprochi sospetti. Era da quando avevano cominciato
a lavorare che gli uni spiavano gli altri ed entrambi spiavano tutto.
“Colpa di quel cretino sempre a caccia di
Giapponesi - sospirò tristemente il Presidente - prima vuole a tutti i costi
attribuire loro ogni responsabilità ed adesso probabilmente vorrebbe insinuare
che qualcuno intende sfruttare quanto è successo anche in chiave “privata” al
fine di accentuare la produzione costringendo anche i dipendenti della varie
aziende a comportarsi come quelli pubblici. Questo vorrebbe farmi credere questa
qui menzionando Wall Street”. Poi ad alta voce aggiunse “Una volta per tutte: a
chi interessi Work e per quali loschi affari possa pensare di utilizzano non me
ne importa un accidente. Siamo qui per riportare nel paese il quieto vivere. Per
stroncare quella dannata voglia di superlavoro che ci sta distruggendo. Per
ridare certezza ad una macchina collaudata da decenni che oggi rischia di
fondere. Per questo e non per altri motivi perdiamo ore di sonno e rischiamo
l’infarto! Lunedì si comincia ed ora mi faccia il piacere raggiunga pure il suo
Louis e il suo gigantesco letto che ci è costato l’abbattimento di un muro per
farlo sistemare, suoni quanti compact disk vuole ma per favore mi lasci alcuni
momenti dì pace in quanto voglio vedermi un po’ di televisione e rivedere, è il
caso di dirlo, quel presentatore, P.B., che c’è in tutti i programmi e che
rappresenta la certezza che almeno lì Work non attecchirà mai perchè in RAI non
è cambiato e non cambierà mai nulla”. Questa era un’affermazione un tantino
azzardata visto con quanto ardore il mondo politico aveva anche recentemente
dibattuto il problema della concessionaria pubblica del servizio radiotelevisivo
giungendo ad una serie di “incontri” (pugilistici) che al fondo forse non
miravano al cambiamento della funzione dell’Ente ma piuttosto ad una rotazione
con conseguente cambio di casacca dei vari personaggi che peraltro, qui Rigelli
aveva ragione, rimanevano sempre gli stessi.
Missione fallita. Henrica, che forse in
cuor suo sperava di passare alcune ore col Capo dell’operazione, si strinse
nella spalle e facendo tesoro dell’invito perentorio di Rigelli anziché voltare
verso destra e riferire ad Orefici i risultati del tentativo, girò a sinistra
raggiungendo la stanza di Louis. Le note di Harlem notturno furono la sola cosa
che rimase nel corridoio dopo che Henrica sgattaiolò all’interno della camera.
Capitolo XXVIII
E l’atteso lunedì finalmente arrivò.
Sebbene l’appuntamento fosse fissato per le sette già un’ora prima il professor
Rigelli poteva scorgere dalla finestra del suo studio un nutrito drappello di
persone che scrutando ansiosamente l’orologio attendeva di entrare.
Il Capo della task-force aveva riunito
tutti i collaboratori e stava impartendo le ultime disposizioni.
“Allora mi raccomando non deve
assolutamente trapelare nulla rispetto alle reali finalità dell’operazione. Per
tutti il motivo della costituzione di questa nuova struttura è quello di dar
vita ad un settore che deve studiare come possa ogni articolazione della
Pubblica Amministrazione diventare più produttiva, come sia possibile far
ricorso a tutte le tecnologie disponibili, infine come sia possibile snellire le
procedure, eliminare i doppioni, rendere più efficiente ogni comparto della
macchina statale.”
Neppure il tentativo di interruzione,
timidamente accennato e tentato da Bartod, che voleva far presente che la sua
cuffia per la traduzione simultanea non funzionava, fermò Rigelli. Anzi egli
strinse decisamente i tempi. “Tutti, ripeto tutti se la dovranno vedere con me
se qualcosa andasse storto. Non voglio sentire ragioni. Se qualcuno non se la
sente lo dica subito e sparisca dalla circolazione!”.
Più che il dovere fu probabilmente
l’accertata disponibilità dello Stato di riconoscere in caso di successo una
speciale gratifica esentasse a tutti (da prelevare dai fondi “discrezionali” dei
Servizi) e contestualmente concedere almeno un paio di scatti di anzianità, a
far sì che nessuno avesse nulla da obiettare.
“OK., lei commendator Alvisi e lei che è il
Direttore del Ministero della Sanità venite con me. Anche lei Mister Bartod mi
segua. Gli altri rimangano ai loro posti”. Un ultimo intenso sguardo e giù per
le scale ad incontrare i “nuovi” addetti al SISRPAP.
Non ne mancava nessuno. Tutti e cinquanta
erano già seduti e parevano impazienti di iniziare il lavoro.
Parevano è il termine più adatto. Anche ad
una persona non molto esperta qualcosa saltava immediatamente all’occhio. Quelli
seduti nelle prime file avevano qualcosa di strano che li distingueva dagli
altri seduti dietro.
Mentre questi ultimi ingannavano l’attesa
leggendo il giornale o conversando, i primi o consultavano enormi fascicoli
pieni di fogli (pratiche dei precedenti Uffici si scoprì più tardi), oppure non
smettevano di prendere appunti su qualsiasi cosa che si prestasse allo scopo.
Rigelli, resosi conto con un rapido sguardo
della situazione, iniziò subito a parlare.
“Innanzi tutto desidero ringraziarvi per la
puntualità. Essa è una delle doti che rendono credibile ogni Amministrazione.
Distingue i parassiti dai fedeli servitori dello Stato; induce all’efficienza e
lascia ben sperare nello sviluppo del Paese”.
Una introduzione non proprio originale ma
almeno efficace per il pubblico presente. Una persona seduta nelle prime file si
alzò e senza attendere oltre espose il proprio punto di vista. “Dottore, credo
che lei sia il massimo Dirigente considerato che ci ha ricevuti per primo. La
vorrei pertanto pregare di tralasciare qualsiasi convenevole. Se siamo qui e
parlo anche a nome dei colleghi è perché vogliamo agire e non già perdere tempo.
Per noi questa è una missione: migliorare l’efficienza non è una scelta ma una
necessità. Non è un dovere, è il nostro dovere. Perciò prima iniziamo e meglio
è.”
Rigelli rimase esterrefatto ed in egual
misura lo furono i due Direttori. Bartod per canto suo continuava
tranquillamente a masticare la sua gomma. Si ha un bel dire che consultando
attentamente i rapporti è possibile farsi un ‘idea precisa dei problemi. Tutte
balle. Solo vivendo direttamente episodi simili si può avere l’esatta percezione
della questione e del pericolo che essa rappresenta.
Rigelli era un grande lavoratore e lo aveva
sempre dimostrato ma mai in nessuna circostanza i suoi più diretti collaboratori
avrebbero disatteso il rito del benvenuto. Sarebbe stato come disertare la
bicchierata che ogni Ufficio che si rispetti organizza quando un collega va in
pensione.
Invece questi - pensò con circospezione
quasi temesse che i pensieri potessero essere captati - sono dei marziani.
Pericolosi per sé e per gli altri. Anche durante l’interruzione di Spinetta -
era proprio lui il ragioniere passato alla storia come il “primate” dell’Work, -
il comportamento dei due gruppi risultò contraddittorio.
Ancora una volta i primi dimostravano
chiaramente di condividere l’urgenza e la decisione espressa dal ragionier
Spinetta, mentre gli altri seppur attenti dimostravano quella granitica certezza
ed impassibilità che solo lo stare seduti ad una scrivania o trincerati dietro
ad uno sportello può assicurare.
Vista l’aria che tirava Rigelli passò la
palla al dottor Esposito. Questi leggendo sfilze di nomi assegnò ad ognuno il
collocamento all’interno di un Ufficio e contestualmente chiari le rispettive
attribuzioni e funzioni.
Lo sciamare verso le rispettive stanze
confermò le differenze sopra rilevate: veloci e quasi esagitati i primi; lenti e
tranquilli i secondi.
Rimasti soli i quattro si guardarono
ammutoliti in viso per un attimo.
“Visto? - chiese Rigelli - Tutto è chiaro.
Anche dal vestire, se vi avete fatto caso, le differenze appaiono palesi. Molto
curati e ricercati gli ultimi quanto affrettatamente coperti più che vestiti i
primi. Di questo passo sarà facile scoprire le altre differenze e probabilmente
tra non molto potremmo venire a capo di tutto”.
Lo sguardo piuttosto scettico dei due
Direttori pareva un triste presagio di sventura. Profondamente convinto di
quanto andava affermando Rigelli si lasciò andare ad un sorriso che purtroppo
svanì nel giro di pochi secondi. Ciò a causa del ritorno in sala di un certo
Sintoncelli Andrea distaccato dal Centro Progetti Museali del Ministero per i
Beni Culturali Ambientali ed ora destinato al primo Ufficio della seconda
Sezione. Egli avrebbe dovuto secondo le indicazioni fornitegli da Alvisi
provvedere alla ripartizione territoriale delle richieste pervenute al
Provveditorato dello Stato in ordine all’approvvigionamento dei supporti
informatici necessari ai vari Uffici. Quasi ululando si piazzò davanti a Rigelli.
“E lei crede che siamo venuti qui a perdere tempo? - lo apostrofò - Lo sa che
per svolgere il mio lavoro ho a disposizione solo un computer mentre come è
ovvio le mani sono due e quindi due sono i computer necessari!”.
Rigelli deglutì un paio di volte prima di
abbozzare urta risposta ma gli mancò il tempo. Non meno di altre venti persone
lo accerchiarono con la stessa foga di Antonio Lopez de Santa Anna durante
l’attacco di Fort Alamo. Nell’occasione mancavano solo le struggenti note della
tromba che avevano accompagnato lo storico attacco suonando il “senza
quartiere”.
Chi cercando di farsi largo, chi alzando la
voce, chi inalberando cartelli tutti chiedevano qualcosa. Era un vero putiferio.
Finalmente Alvisi salito su di una sedia
riuscì a ristabilire una parvenza di ordine.
“Signori vi prego. Siamo tutti coinvolti in
un tentativo che se riuscirà costituirà l’avvio di una nuova era per la Pubblica
Amministrazione. Basta con i ritardi e le incertezze finalmente si avrà
disponibilità senza intoppi di strumentazioni adeguate”. Dopo una breve pausa
assestò la stoccata finale “Noi siamo una vera e propria testa di ponte per un
domani foriero di soddisfazioni e quando un qualsiasi cittadino potrà avere ciò
che gli spetta, quando un certificato giungerà nel giro di poche ore a casa del
richiedente e quando una pensione sarà liquidata entro una settimana, allora sì
potremo guardare con fiducia al nostro Paese. Per noi e per i nostri figli si
prospetterà un giorno radioso!”.
Un’altra furbizia di quella vecchia volpe
del Direttore della Funzione Pubblica.
La piccola folla parve calmarsi.
Approfittando della relativa quiete Alvisi proseguì “Perché perdere tempo?
Perché attardarci in sterili contestazioni. Al lavoro cari Colleghi, al lavoro
ognuno di noi esamini i vari problemi, avanzi precise proposte e vedrete che il
nostro prezioso sforzo non risulterà vano”.
Un silenzio surreale accompagnò l’ultima
sparata. In fretta come erano arrivati tutti ritornarono nei rispettivi uffici.
Solo uno attardatosi un attimo rivolto a
Rigelli si informò. “Direttore, come da tempo abbiamo preso a fare insieme ad
altri colleghi la sera portiamo a casa un po’ di lavoro. In tal modo la mattina
risulta terminato. Ora vorrei chiederle: è possibile mantenere i contatti con i
nostri vecchi uffici e al termine dell’orario di lavoro passare presso le
rispettive sedi per continuare a prelevare qualche pratica? Resta inteso che al
mattino successivo prima di tornare alla nuova occupazione sarà nostra cura
riportare le pratiche ovviamente evase. In tal modo puntualmente potremo mettere
mano a quanto così incisivamente ci ha prospettato il collega Alvisi”. Terminata
la sua interrogazione e senza attendere risposta, evidentemente considerata
acquisita quella positiva, egli seguì in fretta gli altri.
Ancora una volta Rigelli, Alvisi, il
Direttore della Sanità e Bartod che non parlando italiano non aveva capito un
accidente rimasero ammutoliti.
“E’ più grave di quanto pensassi”, commentò
concisamente il Direttore della Sanità. “Mi pare occorra solo stendere un piano
di emergenza che considerata la situazione proceda pure per tentativi ma ci
fornisca qualche nozione in più di quelle sinora a nostra disposizione. Infatti
al di là di quanto già si sappia, vale a dire che è colpa del virus Work il
quale unito al SAL scatena questi scalmanati, altro non sappiamo. Vorrei solo
farvi rilevare che non tutti si comportano in egual maniera. Presumibilmente -
aggiunse - i dieci che abbiamo inserito nel gruppo e che non paiono toccati
dall’infezione anche se potrebbero essere dei “portatori sani”, ci chiariranno
molti punti oscuri,”
“Giusto - disse Rigelli - vorrei sottoporvi
una proposta operativa. Probabilmente il momento che ci consentirà di osservarli
tutti assieme sarà quello della sosta per il pranzo. Diamoci appuntamento in
sala mensa avvertendo anche gli altri che insieme a noi debbono risolvere questo
rompicapo e teniamo gli occhi ben aperti. Nel frattempo che Dio ce la mandi
buona.” Raggiunti i rispettivi uffici i tre ben presto si accorsero che quella
che il buon Dio aveva loro riservato era una sorte tuttt’altro che felice.
I telefoni non smisero di suonare per un
attimo. Dall’altro capo del filo c’era sempre qualcuno che richiedeva qualcosa.
Nel contempo fuori dalla porta c’era sempre attesa per conferire o lamentare le
cose più strane. Una volta le eccessive lentezze erano imputate alle linee
telefoniche; un’altra ai FAX che si inceppavano; un’altra ancora alla mancanza
di questo o quel modulo indispensabile per evadere o avanzare richieste. Il
pandemonio era però irrazionale solo in superficie; una lucida “follia” animava
qualsiasi iniziativa e tutte erano rivolte a risolvere in fretta i problemi
creandone però degli altri.
Se dalla sospensione per il pranzo la
task-force preventivamente informata dell’andamento mattutino, si attendeva
delle risposte precise l’attesa venne delusa.
Parlare di pausa dal lavoro era infatti un
tantino azzardato. La sala rimase semivuota ad esclusione di cinque tavoli posti
sul fondo a cui sedevano una decina di persone e da quelli occupati dai
componenti la Commissione, gli altri erano rimasti desolatamente vuoti. Solo a
tratti l’atmosfera si ravvivava e ciò coincideva con l’arrivo di questo o quel
dipendente che passando a razzo davanti al bancone ove venivano distribuite le
vivande afferrava al volo un panino, una polpetta o una bottiglia d’acqua e
veloce come era arrivato se ne andava ritornando al suo lavoro.
Rigelli ed i suoi continuavano ad
interrogarsi l’un l’altro con gli occhi. Solo verso la fine del “pranzo” il
Presidente approfittando del fatto di essere rimasti soli, espose sia pure per
linee sommarie le iniziative che occorreva intraprendere nel breve periodo.
“Come avete visto nulla li distoglie. Solo
quelli che sedevano ai tavoli si sono comportati normalmente. Normalmente come
si comportavano anche gli altri prima di essere contagiati. Hanno scelto con
oculatezza tra i vari primi ed i secondi piatti. Si sono informati se il dessert
era compreso o si doveva pagare un supplemento. Le conversazioni poi hanno avuto
oggetto come di consueto il calcio, le donne, l’aumento della benzina, il
prossimo ponte da sfruttare per un breve periodo di ferie, i vari tiket sui
medicinali o sulle ricette. Nessuno, dico nessuno, si è sognato di parlare di
lavoro, O meglio una eccezione c’è stata allorquando il terzo dalla destra, se
ricordo bene, ha rilevato che nelle varie disposizioni trovate in ufficio
néssuna prendeva in considerazione la casistica dei permessi fuori stanza o
meglio la possibilità di posticipare l’entrata ed anticipare l’uscita. Degli
altri, mi verrebbe di chiamarli i “corridori”, ne parleremo dopo.
Dunque per il gruppo dei dieci è necessario
memorizzare lo stato di servizio, il monte ferie, le assenze per malattia, i
permessi fruiti e, importantissimo, i risultati di un’analisi del sangue che
dovrà immediatamente essere effettuata. Le modalità per realizzarla è compito
del dr. Sangemini. Egli essendo a capo dei laboratori potrà ben trovare una
scusa per realizzarle. Agli addetti al comparto informatico è demandato il
compito di acquisire i restanti dati. Infine per i “corridori “, ferma restando
l’esigenza dell’analisi del sangue da compiere con una diversa motivazione,
rispetto ai primi, che potrebbe essere quella che ciò si rende necessario per
evitare che possano contrarre qualche malattia che farebbe loro perdere del
tempo prezioso, i dati indispensabili da acquisire sono quelli che dovranno
consentirci di capire da quanto tempo sono stati colpiti dai sintomi del virus e
soprattutto come si nutrono, quanto riposano ecc.”
Poi, constatato che ognuno aveva
diligentemente annotato il da farsi, chiese se vi fossero altre domande.
“Una sola Direttore - era Orefici che
poneva 1‘interrogativo - Non ritiene che sarebbe opportuno iniziare la
somministrazione di alcuni farmaci che i servizi normalmente utilizzano al fine
di convincere - e quì ebbe un attimo di incertezza - alla collaborazione anche i
più restii?”.
Rigelli preferì non rispondere limitandosi
a pensare “Se ancora una volta questo aspirante 007 mi rompe le scatole con i
suoi farmaci e le sue attrezzature, trasformo il tutto in supposte e so bene
dove ficcargliele”.
“Allora d’accordo - concluse - tra due
giorni riunione nella sala A al decimo piano. Mi raccomando che ognuno arrivi
con i dati necessari. Nel frattempo evitiamo di frapporre ostacoli. Osserviamo e
collaboriamo per quanto è possibile ma soprattutto annotiamo diligentemente
l’attività di ognuno dei soggetti. Ciò vale in particolar modo per voi - e si
rivolse agli “stranieri” - che avete voluto essere presenti in ogni ufficio.
Datevi tutti da fare. Ah, quasi dimenticavo - aggiunse - Ieri sera ho ricevuto
una telefonata dalla Presidenza del Consiglio. La confusione è in aumento e il
virus si diffonde con una rapidità impressionante quindi, per il bene di tutti,
o troviamo una soluzione al problema o possiamo prenotare un posto in qualche
sperduto angolo della Terra perché - e si fermò un istante - il Presidente mi ha
promesso in caso di fallimento di rendere pubblica la notizia dell’epidemia e
delle sue cause attribuendo naturalmente ogni responsabilità a noi, ai Servizi,
all’Agency e così via”. Un brusco “Buonasera!” concluse la riunione.
Forse fu proprio quest’ultima non tanto
larvata minaccia che mise le ali ai piedi dei presenti. Essi, imitando
goffamente i soggetti che avrebbero dovuto studiare, si precipitarono ad
elaborare i dati. Nel frattempo il dottor Sangemini ancora pensava se fosse
meglio approfittare del sonno per cavar sangue ai vari dipendenti oppure farsi
mandare un paio di infermiere - del tipo curve giuste al posto giusto - che
avrebbero avuto a disposizione ben altri argomenti rispetto ai suoi. Ciò in
considerazione del fatto che per una scelta operata a monte, con l’unica
eccezione dell’agente Henrica, in quella sede erano presenti solo maschi o
quantomeno così recitava il loro stato anagrafico.
Per fortuna per l’esame delle urine e per
la loro raccolta il problema era stato risolto già in fase di allestimento della
sede. Infatti ogni latrina era collegata, per la sola parte idrica ad appositi
contenitori mentre un sofisticato impianto TV a circuito chiuso ed un computer
provvedevano ad individuare e catalogare ogni utilizzatore, cosicché almeno
questo era un problema risolto.
Capitolo XXIX
La telefonata che da parte della Presidenza
del Consiglio era appena giunta al professor Rigelli era solo la punta
dell’iceberg.
Le notizie giunte a Palazzo erano assai
diverse da quelle che avevano caratterizzato la prima fase del grave fenomeno
che tanto turbamento aveva creato nel Paese.
Non si trattava ormai più di una
irrazionale ed a volte anche sconvolgente questione che interessava solo la vita
della Pubblica Amministrazione. Di ora in ora la situazione volgeva al peggio.
Pareva infatti che i pubblici dipendenti non si limitassero più ad agire
all’interno dei vari uffici ma ora si erano addirittura riversati all’esterno
aggredendo i cittadini rei ai loro occhi di non rivolgersi alle strutture dello
Stato per ogni loro bisogno.
Illuminante era stato il fatto che aveva
visto un nutrito gruppo di dipendenti pubblici dare alle fiamme alcune strutture
che normalmente svolgevano pratiche per i privati. Agenzie per certificati e
documenti, cui da tempo società o singoli erano usi rivolgersi per espletare le
più svariate incombenze burocratiche erano state oggetto di questa nuova forma
di violenza. In un altro caso un laboratorio di analisi private era stato
letteralmente distrutto dai dipendenti di una vicina USL.
Al fondo di queste azioni c’era sempre
l’accusa lanciata dai più decisi ed attivi “di rubare loro il lavoro”.
Ben si capisce quindi il motivo per cui
quella mattina i massimi responsabili dell’ordine pubblico fossero stati
convocati dal Ministro dell’Interno e perché alla stessa riunione fossero
presenti anche il Ministro della Difesa, i Capi delle varie armi ed i Direttori
dei servizi.
Nel corso del tempestoso incontro tutte le
notizie in possesso del Governo, fossero esse di fonte nazionale o fornite
direttamente dal Pentagono, furono collegialmente esaminate. In quell’occasione
anche l’esperimento tentato da Rigelli venne adeguatamente valutato.
La notizia dell’improvvisa ed urgente
riunione non era d’altro canto passata inosservata. In effetti durante il suo
svolgimento drappelli di giornalisti e cineoperatori si erano raccolti nei
pressi del Palazzo ed i giornali del mattino avevano già anticipato la notizia.
La constatazione che sopra ogni altra
considerazione pareva preoccupare i partecipanti alla riunione era la
progressione quasi geometrica che la vicenda andava assumendo. Quasi fossero
altrettanti annunci di sciagure le notizie battute dalle telescriventi delle
agenzie di stampa avevano quale oggetto il caos in cui stava precipitando il
Paese e le violenze che ne facevano da cornice. La loro gravità era stemperata
solo in minima parte dalla fiducia che era stata riposta nell’esperimento “Rigelli”.
Né d’altro canto le valutazioni e le nuove
scoperte collegate a Work oggetto di approfondite analisi in diversi laboratori
italiani e stranieri, lasciavano presagire nulla di buono. In tutti i casi il
risultato era uno solo: Work pareva inattaccabile da parte di qualsiasi elemento
conosciuto. Solo grazie ad alcuni tipi di veleni o portandolo ad elevatissime
temperature era stato possibile annientarlo.
Con una piccola precisazione però. In tutti
gli esperimenti, chiamiamoli positivi, in cui Work era stato sconfitto il prezzo
pagato era la morte della cavia! Improponibile quindi tentare qualcosa di simile
per fermare gli infetti od eliminare il virus che li faceva comportare in quel
modo così singolare. “Il Governo deve dichiarare la propria impotenza” stava
dicendo con voce stanca il Ministro dell’Interno.
“Se eliminiamo la speranza costituita
dall’esperimento in corso vista l’entità del numero dei soggetti colpiti non
rimarrebbero che le maniere forti. Ma anche in questo caso il prezzo da pagarsi
anche in termini di perdite umane ci lega le mani”
“Le ultime rilevazioni effettuate sullo
stato economico del Paese sono la triste conferma di quelle che emergono in tema
di ordine pubblico. Sono quindi a pregare le signorie loro che rappresentano “.
Un rumore assordante interruppe però il Ministro. Dalla porta spalancatasi
all’improvviso entrarono una decina di persone armate di secchi, spazzoloni e
lucidatrici. “Ma che diavolo volete”, ebbe solo la forza di esclamare uno dei
partecipanti alla riunione prima che gli scalmanati dicessero che era l’ora di
fare le pulizie. Non vollero sentire ragioni e, data mano agli
attrezzi,cominciarono a strofinare energicamente tavoli e sedie, a staccare le
tende, lavare i pavimenti e via di questo passo.
Gli stessi uscieri chiamati a gran voce dal
Ministro non solo non intervennero per cacciare gli intrusi ma condividendone
appieno le ragioni, cominciarono a spingere tutti fuori affinché i colleghi
potessero compiere il loro dovere.
Solo trasferendosi in un’altra sala i
convenuti poterono riprendere la riunione. All’esterno nel frattempo una folla
di circa mille persone tutte rigorosamente libere da impegni di servizio,
inalberava cartelli ed urlava slogan chiedendo a gran voce il ripristino della
giornata di Otto ore in due o più turni e l’abolizione della festività del
sabato.
Inutile aggiungere che si trattava di
pubblici dipendenti i quali appresa la notizia della riunione si erano
precipitati a Palazzo per sostenere quella che a loro dire era una sacrosanta
rivendicazione.
L’ultimo episodio in ordine di tempo che
aveva visto coinvolti proprio coloro che avrebbero dovuto studiare un piano di
azione volto a tutelare l’ordine pubblico e riportare alla normalità lo Stato
aveva avuto un risultato assai più convincente di ogni discorso. Tutti si erano
oramai persuasi che la questione non potesse essere ulteriormente sottovalutata.
Prese a questo punto la parola il Ministro
della Difesa: “Sino a pochi giorni or sono a chi proponeva l’impiego
dell’esercito per sedare i focolai di disordine ho sempre opposto un netto
rifiuto ma - proseguì scorrendo alcuni fogli contenenti le notizie delle ultime
ore - questo mio proposito oggi vacilla. Un’ulteriore preoccupazione deriva da
un concetto molto semplice. I dipendenti del Ministero della difesa, parlo di
quelli civili ovviamente, sono stati anch’essi coinvolti da questa pazzia
generalizzata e non vorrei che posti a stretto contatto con i focolai di
infezione anche quelli militari potessero subirne i nefasti influssi. A questo
punto lascio a voi immaginare che cosa potrebbe accadere!”.
Il Comandante di Stato Maggiore che aveva
seguito con attenzione la discussione chiesto il permesso espose fortunatamente
una tesi diversa. “Sulle ultime osservazioni del Ministro mi permetto di
dissentire. E’ fuori di luogo che i Militari possano in qualche modo rimanere
contagiati e ciò per due semplici motivi. Il primo è riferito ai quadri
comandanti giacché la loro normale attività espletata fa escludere che siano
portatori del SAL che a quanto si sa, è la causa scatenante di Work. In secondo
luogo gli altri essendo per lo più di leva non possono essere considerati
“dipendenti”. Anche in questo caso pertanto, il pericolo non sussiste. Analoga
situazione per le forze di Polizia, Pubblica Sicurezza e Carabinieri. Per le
prime l’attività svolta non ha mai dimostrato incertezze o stasi quindi è la
riprova dell’assenza del SAL, per i secondi oltre a quanto detto per gli altri è
fuori di dubbio che casi di “rallentamento” nell’espletamento dei propri compiti
sono totalmente assenti nonostante ciò sia oggetto di aneddoti e barzellette
senz’altro da condannare.”
Chiarito almeno questo punto rimaneva pur
sempre sul tappeto la questione del che fare. E qui la questione si
ingarbugliava.
Di interventi massicciamente attuati
neppure a parlarne. Richiesta di aiuto alle Organizzazioni Sindacali stessa
situazione.
Questo perchè il problema era che in una
circostanza come l’attuale le contestazioni non nascevano da una normale
diatriba sindacale concernente riduzione di orario o aumenti salariali ma da un
fatto che non aveva precedenti nel nostro o in altri Paesi. Le richieste infatti
potevano essere ricondotte ad un semplice assioma: lavorare di più guadagnando
di meno. Con un sospiro il Ministro dell’Interno ripensando ai bei tempi delle
manifestazioni di piazza in cui gli slogans erano al massimo, pane e lavoro,
oppure lavorare meno, lavorare tutti precisò che una qualche decisione doveva
pur essere presa. Non fosse altro per cercare di lanciare un forte segnale al
Paese capace di far scendere la tensione. Decisione precisò che si imponeva
prima della ore 13 altrimenti addio alla possibilità di apparire in diretta nel
TG2 e successivamente sul TG1 delle 13 e 30.
Il comunicato emesso risultò formulato nei
seguenti termini:
“La Commissione interministeriale, riunita
su espresso invito del Presidente del Consiglio, con l’assistenza del Capo di
Stato maggiore, di quelli delle tre armi, dei Comandanti dei Carabinieri e della
Polizia di Stato e con la partecipazione nella veste di osservatori dei
Direttori dei Servizi, dopo una approfondita disamina dei motivi di turbamento
insorti nella Pubblica Amministrazione e valutati i negativi effetti da essi
derivanti sull’ordinato operare del Paese, nel raccomandare a tutti i cittadini
di isolare eventuali tentativi di turbamento dell’ordine pubblico e
nell’esprimere la più ampia fiducia agli Organi di Polizia ed alle Forze Armate,
confida nel pronto ed ordinato ristabilimento del corretto rapporto tra Pubblica
Amministrazione e Cittadini. La Commissione porterà all’esame del Consiglio dei
Ministri e del Parlamento le necessarie iniziative che dovranno essere
immediatamente intraprese per il raggiungimento del predetto scopo.”
Non era certo un esempio di chiarezza ma
quantomeno avrebbe consentito di guadagnare ancora un po’ di tempo durante il
quale l’esperimento Rigelli avrebbe forse potuto fornire qualche risposta
positiva.
Capitolo XXX
Il palazzo che ospitava il “Progetto
Rigelli” sembrava esso stesso colpito da Work. Infatti benché fossero da poco
passate le due della notte quasi tutte le finestre erano ancora illuminate. Solo
nella parte alta e più precisamente nell’ala sinistra parecchie risultavano
completamente buie.
Il fatto che in quell’ala fossero stati
ospitati gli americani era una giustificazione plausibile della mancata
illuminazione: a quell‘ora la maggior parte di essi se la dormiva beatamente
assolutamente incurante delle preoccupazioni degli italiani.
Nelle restanti sale l’attività era a dir
poco frenetica. Nei piani bassi quasi tutti i “distaccati” e cioè i quaranta
“infetti” erano occupatissimi nelle più diverse attività. Costoro contrariamente
agli altri dieci colleghi che facevano parte del gruppo e che puntualissimi alle
diciasette avevano staccato rientrando nelle rispettive abitazioni, non avevano
ritenuto opportuno sospendere il lavoro di catalogazione del materiale e della
puntuale annotazione della cose o attrezzature “assolutamente” indispensabili.
Dal gruppo mancava solo un commesso, originariamente adibito al controllo della
posa delle esche per la derattizzazione presso il Ministero della Poste ed oggi
distaccato presso il nuovo settore. La sua assenza era più che giustificata.
Possedendo infatti un motociclo era stato incaricato dai colleghi di fare il
giro delle rispettive vecchie sedi per riportare quelle pratiche che
approfittando della cosiddetta “pausa mensa” erano state evase e dovevano essere
riconsegnate entro le prime ore del mattino. Il suo attuale lavoro sarebbe stato
ovviamente compiuto dagli altri colleghi.
Tutti dunque erano in piena attività
convinti che l’indomani mattina le rispettive richieste ed osservazioni
avrebbero dovuto essere immediatamente inoltrate alla Direzione la quale con
eguale rapidità le avrebbe evase.
Se non fosse stato per due elementi
caratterizzanti l’attività degli uffici questi avrebbero potuto essere scambiati
per normali distaccamenti di un qualsiasi presidio pubblico.
Si trattava di caratteristiche per la
verità a dir poco sconvolgenti ma che ora Work aveva ricondotto a semplici
anomalie.
La prima riguardava il ritmo del lavoro.
Improntato a velocità ed efficienza esso aveva trasformato l’operare di ogni
singola unità in una sorta di catena di montaggio in cui tutti senza eccezione
alcuna contribuivano ad affrontare i problemi connessi ad ogni singola pratica.
L’uno procedeva alla sua protocollazione; l’altro ne verificava la formalità; un
altro dopo averne evidenziato le caratteristiche essenziali procedeva a
corredarla degli elementi indispensabili per la sua rapida valutazione ed
evasione; il primo a questo punto riprendeva in esame la pratica e dopo un
rapido accesso alla rete informatica la completava. La firma infine ne
concludeva l’iter lasciando il posto ad un’altra pratica.
Il tutto nell’arco di minuti e non già di
ore o come accadeva solitamente di anni.
Se un elemento estraneo come ad esempio la
mancanza di riferimenti sul computer o in archivio oppure un qualsiasi altro
intoppo minacciava di rallentarne la conclusione, il tutto era debitamente
annotato e formava immediato argomento di valutazione e richiesta unitamente
alla contestuale proposta di modifica delle procedure. Qualora invece la cosa
fosse stata imputabile a mancanze ascrivibili al postulante privato, un rapido
accertamento presso gli archivi telefonici permetteva un contatto immediato con
costui. Incuranti dell’ora gli addetti con una semplice telefonata ponevano
riparo alle mancanze.
L’altro elemento caratterizzante questa
diversa modalità di operare era rappresentata dall’assoluta noncuranza delle
attribuzioni, funzioni o grado degli addetti. In pratica non esisteva più il
capo ufficio, l’addetto alle fotocopie, il commesso, la dattilografa,
l’archivista o quant’altro. Tutti erano eguali tesi unicamente a far presto. In
altri termini ognuno dava il proprio apporto in barba a qualsiasi mansionario o
collocazione funzionale. Nei piani più alti l’attività seppur meno frenetica non
lo era da meno per quanto riguardava l’impegno. Ognuno degli addetti “normali” e
facenti parte della task-force di Rigelli si era gettato a corpo morto per
cercare di risolvere almeno un aspetto del problema.
Forse era stata la minaccia contenuta nella
parte conclusiva della comunicazione della Presidenza del Consiglio o,
piuttosto, influiva il fatto che oramai tutto si decideva attraverso i decreti
legge, spesso reiterati e che tra una “reiterazione” e l’altra le modifiche
regolarmente annullavano quelle contenute nel precedente, ripristinando le prime
della serie con l’effetto di apparire del tutto incomprensibili ai più. Il
risultato era quello di far sopravvivere qualcosa in cui un cittadino
inconsapevolmente incappava ma quando se ne rendeva conto o il decreto era
decaduto e regolarmente reiterato oppure la sua conversione in legge era ormai
avvenuta da tempo ed i provvedimenti previsti avevano già dispiegato i loro
disastrosi effetti. La minaccia perciò era tutt’altro che infondata.
Comunque, sia per una o altra delle
ragioni, l’attività non subiva o quasi soste.
Nei laboratori i risultati delle analisi
del sangue erano sottoposte ad accurate indagini ed i soggetti suddivisi per
fasce: infetti da Work e dal SAL; solo portatori sani di Work oppure
assolutamente indenni.
Grosso modo i primi risultati avevano dato
i seguenti responsi.
Come previsto i più esagitati, circa 40,
parevano degli invasati ed erano infettati sia da Work che dal SAL. Cinque
lavoravano come di consueto ed erano portatori sani di Work ed immuni dal SAL.
Gli ultimi cinque (che erano ricompresi tra quelli che speravano di trarre
qualche personale beneficio dal trasferimento e risultavano immuni a qualsiasi
contagio) avevano già capito l’ambiente. Non a caso fruivano di tutte le normali
scappatoie per elasticizzare l’orario, sfruttare le possibilità insite nel
calendario in tema di ponti o similia oppure avanzare con la dovuta cadenza la
richiesta di godimento delle cure termali.
Work era stato debitamente isolato ed era
sottoposto ad una infinita serie di analisi per tentare di giungere alla sua
neutralizzazione.
Le risultanze ascrivibili ad ogni singolo
soggetto erano state debitamente comparate a cura degli addetti alla statistica
con i rispettivi stati di servizio, ma purtroppo ogni risultato confortava le
prime impressioni. Nulla era infatti emerso nel pregresso delle carriere, che
potesse evidenziare una qualche apprezzabile differenza tra i diversi gruppi.
Solo dopo la comparsa di Work infatti la vita di parte di questi aveva subito un
drastico cambiamento.
Risultava aumentato il monte ferie
spettante ad ognuno in considerazione del fatto che di ferie ormai nessuno
parlava più; pressoché scomparse erano le assenze per malattia; inesistenti le
richieste di permesso; quasi interrotti i rapporti con le famiglie; disertata
ogni sede di ritrovo o di spettacolo; cancellato qualsiasi riferimento alla
televisione; ridotto a livello di minimo vitale il sostentamento da assicurarsi
solo tramite consumazioni tipo fastfood; disadorno e ridotto all’essenziale il
vestiario: l’obiettivo imperante era solo e sempre quello del lavoro.
In più questi personaggi rifuggivano la
compagnia degli altri colleghi indenni che avrebbero in qualche modo potuto far
loro perdere tempo. Essi si spalleggiavano l’un l’altro quasi fossero lupi in un
branco e parlavano solo di lavoro: sempre e unicamente di lavoro.
Fu a questo punto che Rigelli riuniti i
suoi e con l’onnipresente formale “conforto” degli americani, decise di passare
alla fase due.
La questione si imponeva anche alla luce di
quanto lui ed i suoi andavano registrando di minuto in minuto. Non era più
sufficiente infatti fornire una qualche risposta alle loro richieste tendenti ad
ottenere nuove strumentazioni, procedure, disposizioni ritenute assolutamente
indispensabili per migliorare i ritmi. Essi pretendevano subito soluzioni
drastiche ed interventi risolutori. Non era più sufficiente che venisse aggiunta
qualche linea telefonica, fosse attivato qualche fax in più oppure i computer
venissero sostituiti da altri più potenti e veloci. Le richieste oramai miravano
ad ottenere disposizioni di legge più precise ed operative possibile. Inoltre
non era raro il caso in cui si abbandonassero sempre fuori dall’orario di lavoro
a vere e proprie spedizioni “punitive” nei confronti di altre settori della
Pubblica Amministrazione colpevoli a loro avviso di non seguirli con la dovuta
prontezza nel disbrigo delle pratiche o quel che peggio imputati di ritardare la
trasmissione di qualche dato richiesto.
Sembrava quasi che l’averli riuniti ed aver
fatto loro intendere di essere stati in qualche modo prescelti per studiare
nuove procedure li avesse resi maggiormente ingovernabili e incontrollabili.
Questo in maniera diversa a quella
registrata in molti altri settori della Pubblica Amministrazione in cui
l’effetto di Work aveva sì stravolto le normali procedure ma dove tutto sommato
i colpiti dall’epidemia dovevano pur sempre fare i conti con radicate abitudini
burocratiche e con la contestuale presenza di indenni dal virus. Nel “Settore”
appositamente approntato viceversa pareva non esistesse più alcun freno
inibitore.
La decisione quindi di passare alla seconda
fase non risultò una scelta ponderata venne piuttosto considerata l’ultima
spiaggia a cui approdare. La seconda fase era in pratica l’estremo tentativo di
fermare Work anche se - Rigelli dovette ammetterlo a malincuore - qualche danno
avrebbe dovuto essere sopportare “dalle cavie”.
Dopo una discussione non priva di contrasti
la grave decisione venne alla fine presa.
A partire dal giorno successivo in ogni
alimento doveva essere immessa una abbondante dose di calmante, una dose da
cavalli precisò con tipico accento yankee il tenente Bartod. In ogni bevanda,
meglio se nell’acqua,considerato che “quelli” bevevano solo quel liquido - ne
doveva essere diluita una dose abbondante. Per il tipo di calmante non ci furono
particolari indicazioni: l’importante era che fosse forte, molto forte.
La scelta per un calmante era dovuta ad una
osservazione che un giovane chimico aveva fornito. Nel corso degli innumerevoli
esperimenti costui aveva notato che Work mentre nuotava allegro e vivacissimo
nel suo brodo di coltura al contatto con del Valium si era improvvisamente
arrestato assumendo la tipica posizione che i nuotatori definiscono “a morto”.
Si era infatti lasciato galleggiare e per alcuni minuti era rimasto pressoché
immobile.
Il fatto che questo fosse capitato a Work e
non ad una contestuale presenza di Work e SAL non era stato adeguatamente
valutato e ciò purtroppo risultò solo fonte di ulteriori, drammatici guai.
“Strano”, commentò uno dei cinque indenni,
dopo aver consumato una abbondante porzione di riso alla pescatora. “L’ultima
volta che ho mangiato un riso come questo le cozze c’erano con il guscio e
tutto. Qui invece di gusci neppure l’ombra!”.
“Singolare - aggiunse il suo compagno di
tavolo, anch’esso assolutamente refrattario a Work - che nelle tomaselle l’uovo
risulti di un rosso rubizzo mentre dovrebbe essere di un giallo tenero”.
Al dilà però di tali osservazioni nessuno
si accorse di nulla. O meglio se ne accorsero in capo ad alcune decine di minuti
solamente gli addetti alla mensa. L’uno dopo l’altro gli indenni o portatori
sani presenti avvertirono una pesante sonnolenza e accomodatisi alla meglio
sulle sedie si abbandonarono ad un sonno profondo.
Rigelli ed i suoi si erano sistemati in
posizione strategica osservando la scena.
Dagli “altri” però nessuna novità. Infatti
se si esclude una diversa velocità così almeno era parso agli osservatori, nel
passare in sala mensa, ritirare qualche panino ed alcune bottiglie d’acqua nulla
pareva diverso dal solito. Pareva si è detto. In verità piano, piano le
apparizioni diminuirono di numero sino a scomparire del tutto.
Uno sguardo d’intesa accumunò Rigelli & C.
Dopo aver atteso una decina di minuti e constatato che proprio nessuno si
presentava più in sala mensa essi si mossero come un sol uomo verso i vari
uffici.
Il primo nel quale cercarono di accedere
era quello presidiato da Spinetta. Cercarono è il termine esatto. Il ragionier
Spinetta fermo di traverso sulla porta impediva a chiunque di entrare.
“No! Non se ne parli neppure! - esordi
quasi ringhiando alla vista del gruppo
- Qui si deve lavorare. Abbiano da fare.
Lasciateci in pace. Non ce ne importa nulla se Lei è il Direttore. Noi
rispondiamo solo all’Amministrazione ed ai bisogni degli amministrati!”.
Giratosi sui tacchi egli sbatté la porta
con violenza in faccia “agli aggressori,’.
Il gruppo rimase senza parole. 11 rapido
sguardo che avevano potuto gettare nell’ufficio era stato più eloquente di
qualsiasi parola.
Simili a scimmie i colleghi di Spinetta in
maniche di camicia, con la bava alla bocca saltavano da una scrivania all’altra,
agitavano fogli, picchiavano con foga sui tasti dei computer ed alcuni con
l’unica mano rimasta momentaneamente libera brandivano la cornetta telefonica
quasi fosse una dava. Dagli uffici vicini giungevano suoni gutturali,
esclamazioni ed imprecazioni mentre forti rumori tradivano l’apertura o la
chiusura di cassetti, sportelli ed altro.
Battendo quasi in ritirata il professor
Rigelli ed i suoi si ritrovarono nell’ufficio del Capo.
“Avete visto che bel risultato?”, li
apostrofò seccato il professore “peggio di prima!”.
Non era certo una vittoria. Quasi
scomparendo dalla vista dei presenti il chimico cui tutti cercavano di far
risalire la responsabilità del fallito esperimento tentò una disperata difesa.
“Ero certo che il calmante li avrebbe in
qualche modo ridimensionati. Work aveva reagito positivamente. Forse - soggiunse
quasi balbettando - provando con un altro tipo di...”.
“Se non avete ancora capito che siamo
sull’orlo del disastro allora siete degli irresponsabili!” imprecò Rigelli.
“Guardate qui - continuò senza minimamente
abbassare il tono della voce
- “Ecco. Questo è l’ultimo fax arrivato dal
Ministero degli Interni. Leggete, leggete! “.
Erano poche righe che non lasciarono spazio
ad alcun dubbio.
Disordini erano scoppiati in almeno dieci
città. Cortei di dipendenti pubblici assalivano qualsiasi parvenza di
“concorrenza”.
Autobus appartenenti a concessionari
privati erano stati dati alle fiamme. I tralicci che reggevano le antenne delle
diverse televisioni e radio private costituivano un terreno di incursione per
cui, passate le orde di devastatori, apparivano simili ad artistiche forme di
arte post-moderna in cui ogni elemento non poteva né doveva risultare
perpendicolare al suolo: solo parallelo al terreno e rigorosamente contorto.
Un attacco era stato tentato persino nei
confronti della FIAT responsabile agli occhi dei dimostranti di offrire mezzi di
locomozione che distoglievano i cittadini dall’utilità del mezzo di trasporto
collettivo per confinarli nell’area improduttiva dei vacanzieri o dei turisti
fuori-porta.
I dipendenti pubblici che non seguivano la
stragrande maggioranza dei loro colleghi invasati da attività parossistica,
erano ricercati come appestati e se riuscivano a sfuggir loro, incappavano in
altri “lavoratori” che li costringevano ramazza alla mano ad una pulizia
straordinaria di strade, monumenti e marciapiedi.
In questa drammatica situazione le forze
dell’ordine non sapevano più quali iniziative prendere strette da un lato tra
l’ingiunzione tassativa di non far uso dalla forza e dall’altro dalla necessità
di difendersi dall’attacco degli “infetti” che pretendevano di costringerli a
spingere i cittadini a varcare le soglie dei sacri templi della Pubblica
Amministrazione in cerca di una qualsiasi autorizzazione o pratica.
Se Dante avesse scritto oggi la Divina
Commedia, nell’Inferno un girone dei demoni sarebbe stato descritto come un
qualsiasi Ministero in mano dei dipendenti Workizzati.
Infine il colpo di grazia inferto ad ogni
sereno ed articolato modo di comportarsi era stato registrato in occasione del
derby Roma - Lazio.
I giocatori nel momento di entrare in campo
erano stati accerchiati da un numero considerevole di dipendenti pubblici
capeggiati da quelli dei Ministeri dell’Agricoltura e dell’Ambiente. Essi
innalzando enormi cartelli di plauso alla legge n. 113 del 29 gennaio 1992 -
“Obbligo per il comune di residenza di porre a dimora un albero per ogni
neonato, a seguito della registrazione anagrafica” - li avevano costretti sotto
gli occhi di migliaia di tifosi a trasformarsi in addetti del demanio forestale
a tagliare l’erba ed a piantare sul terreno di gioco un vero e proprio vivaio di
pini marittimi.
La polizia era intervenuta faticosamente ed
il bilancio si era concluso con parecchie vittime ed innumerevoli feriti.
Mentre il gruppo di lavoro apprendeva
esterrefatto una così grave serie di notizie dal televisore piazzato nell’angolo
sinistro dell’ufficio di Rigelli un presentatore con il volto tumefatto leggeva
uno stringato comunicato in cui si dava notizia che le trasmissioni da quel
momento proseguivano solo con i programmi del Dipartimento Scuola Educazione
(DSE) e, più, precisamente, con quelli che trattavano di informatizzazione,
procedure burocratiche ed ottimizzazione delle risorse.
Anche la televisione di Stato era stata
assalita ed il comunicato ne dava la triste conferma.
Seguirono alcuni momenti di profondo
sconforto. Rigelli fortunatamente, non perse la testa.
“Signori oramai dobbiamo tentare il tutto
per tutto”. “Se la notizia del nostro fallimento dovesse trapelare -esclamò dopo
un attimo di incertezza - non vi sarebbe più limite. Tutto rischierebbe di
essere travolto”.
“Propongo dunque che domani mattina alle
prime ore sia immesso nei circuiti dell’aria condizionata un gas che i colleghi
americani ci hanno fornito. Gli effetti del gas sono già stati provati negli
Stati Uniti su cavie animali e nel 40% dei casi Work è stato annientato.”.
“E nel rimanente 60?”. Fu la domanda
pressochè unanime. All’interruzione Rigelli provò un brivido ma decise di
rispondere. “Del rimanente sessanta per cento un venti ha provocato il decesso
delle cavie, in un altro venti per cento l’attività celebrale si è ridotta a
livello elementare. Nella rimanente percentuale si sono avuti casi di paresi,
cecità, annullamento della personalità. Si deve però rilevare che nelle cavie
non infette il gas non ha provocato effetti apprezzabili. In ultimo debbo solo
precisare che il Governo mi ha già autorizzato a tentare l’esperimento.”
“Ma è mostruoso!” disse Henrica.
Si continuò a discutere per almeno un
‘altra ora ma alla fine per decisione assunta a voto segreto, si decise di
tentare l’esperimento.
Predisposti i contenitori e distribuito un
congruo numero di maschere ai componenti la task-force ci si ritirò in attesa
dell’alba. Non furono in molti coloro che riuscirono a prendere sonno. E grazie
proprio a questo che il mutare dei rumori provenienti dai primi piani venne
chiaramente avvertito. Piano, piano il ticchettio delle tastiere dei computer,
lo sbattere dei cassetti, l’incessante rumore delle stampanti si affievolì
mentre un silenzio quasi irreale avvolse l’edificio.
Orefici e gli agenti dell’Agency furono i
primi ad avvertire l’anomalia del cambiamento e la cosa non li tranquillizzò
affatto.
Badando bene di non far rumore essi
bussarono alla stanza di Rigelli e subito dopo a quella degli altri responsabili
del progetto.
Sempre nel massimo silenzio essi si
recarono in una sala in cui proprio in previsione della necessità di osservare
quanto accadeva ai primi piani, era stato installato un sofisticato sistema di
TV a circuito chiuso e relativi microfoni che in modo del tutto discreto
permetteva di vedere e sentire quanto succedeva.
Ma stranamente quasi tutti gli uffici
risultarono vuoti.
Dopo avere scansionato le varie sale essi
scoprirono dove erano finiti i dipendenti. Erano i 40 affetti dall’epidemia.
Degli altri quelli indenni tanto per intenderci, nessuna traccia.
Il colpo d’occhio che attraverso i monitor
si presentò agli osservatori era a dir poco, allucinante.
Con le barbe lunghe, gli occhi stravolti e
con un tremito che tradiva una intensa agitazione erano tutti stretti in cerchio
attorno a Spinetta che, in piedi su un tavolo li stava arringando. “Quello che è
successo ha confermato i gravi sospetti che sin dal primo momento ci avevano
colpito e preoccupato. L’ultimo episodio poi, di cui siamo venuti a conoscenza
solo quando il cuoco è stato convinto anche con la forza a svelarci il complotto
teso a cercare di limitare la nostra attività con la somministrazione di
abbondanti dosi di calmanti, si commenta da solo.”
Mentre parlava Spinetta continuava a
passarsi una mano sulla fronte per detergersi abbondanti gocce di sudore. Egli
quasi impossibilitato a star fermo, si spostava da un lato all’altro del tavolo.
La sua espressione poi, aveva ben poco di umano. Con gli occhi sbarrati,
digrignava i denti, le sue parole sembravano più dei sibili che un normale suono
umano.
Gli altri, in condizioni fisiche pressoché
identiche e malamente vestiti con abiti che a malapena rivelavano il colore
originale sotto una serie infinita di macchie di colla, inchiostro per timbri e
toner per fotocopiatrici, annuivano con vigore.
Sempre più invasato Spinetta intanto
proseguiva. “Questa ultima scoperta è la chiara dimostrazione di come il
“vecchio” della Pubblica Amministrazione quello che si era creata una culla di
bambagia a spese dello Stato, quello stesso che considera il posto di lavoro
come un diritto divino e la retribuzione un “dovuto” malgrado tutto e tutti, non
voglia cedere. Questa stessa struttura che ora ci ospita altro non è che un
odioso inganno e deve perciò essere annientata. I Cittadini si aspettano che li
difendiamo. Lo Stato ce lo chiede!”.
Nella sala sovrastante lo stupore era
assoluto. Gli spettatori quasi non credevano ai propri occhi. Finalmente il
silenzio fu rotto da una breve considerazione di Rigelli che a mezza voce
sussurrò “Questi sono pazzi furiosi. I calmanti che credevamo avessero un potere
benefico si sono rivelati un reagente esplosivo. Temo che solo con la forza si
possa ricondurli alla ragione! “. Lo scatto proveniente dalla Colt 45 di uno
degli agenti dell’Agency che ne aveva tolto la sicura fu la più emblematica
delle risposte.
Nel frattempo la scena sul video mutò
repentinamente.
Spinetta balzato dal tavolo si avventò
verso un armadio a vetri che custodiva la regolamentare dotazione da utilizzarsi
in caso di incendio, spaccò con un pugno il vetro di protezione e strappata un
ascia dal suo appoggio si scagliò contro un computer sferrando un tremendo
fendente.
Fu come se una molla fosse stata sganciata
dal suo fermo. Tutti urlando come forsennati cominciarono a distruggere tutto
ciò che capitava loro a tiro. Poi dilagando come un’orda di barbari uscirono
dalla stanza ed il loro transitare nei vari locali fu chiaramente segnato da una
serie ininterrotta di boati e fragori. Dopo il loro passaggio tutto era
desolazione assoluta.
Rigelli si precipitò verso un telefono:
inutile, dalla cornetta non usciva alcun suono. Evidentemente la furia
devastatrice di qualcuno aveva già raggiunto la centrale delle comunicazioni per
cui da quel momento il “Settore” era isolato dal mondo.
“Occorre preparare la difesa”, grugnì
Orefici che si riscopriva valente condottiero.
“Bloccate la porta! Anzi qualcuno prima
raggiunga la sala “B”, quella delle attrezzature. Vi sono alcune casse che
contengono delle armi. Presto portatele qui”.
All’ordine per la verità risposero in
pochi. I dipendenti civili addetti ai laboratori, alla parte informatica ed
all’archivio preferirono abbandonare di corsa la sala e imboccata la scala
antincendio si allontanarono in tutta fretta dall’edificio.
Quelli che rimasero per dovere di istituto
come ad esempio i dipendenti di Orefici, lo stesso Rigelli e gli agenti dell’Agency
fecero del loro meglio per obbedire.
Fuori intanto il caos cresceva ed un
soffocante puzzo di bruciato appestava l’aria.
Nel tentativo di capire meglio che diavolo
stesse succedendo Orefici si avvicinò ad una finestra.
L’edificio che ospitava il “Settore” era
situato quasi in cima ad un colle. Dalle finestre lo sguardo poteva spaziare su
grande parte della città.
Orefici rimase senza fiato. In parecchi
punti il fuoco degli incendi illuminava sinistramente il cielo. Pareva quasi che
l’intera città andasse a fuoco. Mentre proiettili si incrociavano da un punto
all’altro. Orefici anche se con difficoltà riuscì a distinguere tra il fumo
diverse sedi di Ministeri ed Enti vari che stavano bruciando.
Fu a questo punto che un boato assordante
ed un violento spostamento d’ aria scaraventò i più a terra.
Fiamme gigantesche salivano dai piani
inferiori mentre l’aria non era più respirabile.
“Usciamo presto. Fate presto altrimenti
finiamo arrosto”.
Spostati a fatica i mobili accatastati
contro l’uscio ognuno cercò una via di scampo. Il destino riservò proprio a
Rigelli di scoprire la causa di quel finimondo.
Era avvenuto che Spinetta raggiunti nella
sua furia devastatrice i laboratori, rovesciati alambicchi e provette contenenti
acido e materiale infiammabile ne aveva determinato l’esplosione.
Un mare di fiamme avvolgeva oramai uomini e
cose. Nel frattempo colpi di arma da fuoco si udivano da varie direzioni.
In questo inferno il dramma si compì: l’uno
dopo l’altro assalitori ed assaliti si arresero al rispettivo destino. Spinetta
accerchiato dal fuoco ed accecato dal fumo era salito su un balcone. Con le
vesti in fiamme, urlando frasi sconnesse ed incomprensibili cercava di scendere
aggrappandosi alla grondaia ma il tubo si staccò e Spinetta con un ultimo urlo
in cui chiaramente si poté afferrare distintamente solo la parola “Stato”
precipitò da un’altezza di trenta metri avvolto dal fuoco come una torcia.
Capitolo XXXI
Il sole quella mattina sembrava quasi
stentasse ad alzarsi nel cielo.
Era primavera inoltrata e l’aria iniziava a
risentire di quel tepore che avvolgeva la città provocando il desiderio di
scampagnate.
Poi quasi d’un tratto, i raggi del sole
riuscirono ad incunearsi tra le persiane socchiuse illuminando un corpo disteso
nel letto.
La luce fece sobbalzare il dormiente o
piuttosto aggiunse sobbalzo al suo agitarsi.
Sudando abbondantemente il ragionier
Spinetta, proprio di lui si sta parlando, era in preda ad un vero e proprio
incubo. Stava precipitando ed il suolo si avvicinava a velocità spaventosa.
Aveva un bel agitare le braccia quasi a volersi sostenere; quel terreno gli
correva incontro senza che lui potesse far nulla per impedirlo.
Si trovava su un balcone, questo lo
ricordava bene e poi ad un tratto mentre fiamme immense lo avvolgevano era
iniziata la sua precipitosa caduta.
Ancora un sobbalzo ed una specie di rantolo
scaturì dalla sua gola.
Proprio pochi attimi prima dello schianto
l’urlo di una sirena si fece lacerante. Ma, no! Non era una sirena sembrava
quasi una campana. A Spinetta parve che il suono provenisse dall’alto. Vuoi
vedere che sono già morto e questa è la campana del Giudizio Divino si ritrovò a
pensare.
Poi aprì gli occhi. Dio che incubo! Morto
proprio non si direbbe. Questa era la sua stanza ed il suono era di quella
dannata sveglia!
Un sogno o piuttosto uno spaventoso incubo
ecco di che cosa si trattava. Al sudore era subentrato come un senso di freddo
mentre un peso opprimente gli gravava sullo stomaco. Eccola la ragione di tutto.
“La sera, me lo sono ripromesso più volte - disse tra sé e sé - l’abbacchio
proprio non lo debbo mangiare”.
Finalmente cosciente Spinetta si ritrovò
per un istante ad assaporare il fragrante profumo del buon caffé che proveniva
dalla cucina. Benedetta moglie: il tuo caffé alla mattina è il benvenuto alla
vita!
Però di notti così non ne ricordava mica
molte. Era quasi come aver vissuto in pochi istanti una vita intera. Ma che cosa
erano quelle assurde situazioni che coinvolgevano colleghi ed amici, che
trasformavano la rassicurante atmosfera dell’ENRCA in una specie di androne
popolato da assatanati. E quel coso come si chiamava? Ah, sì, Work ma da dove
diavolo era scappato fuori? Qualcosa di vero però c’era. Gli ambienti erano i
soliti, i colleghi pure e le merendine del nocchiero, il viaggio alle Hawai mica
erano frutto di sogni.
Lentamente Spinetta si calmava. Ora non
sentiva più ne caldo ne freddo:
stava bene semplicemente. “Dannato
abbacchio”.
Dunque, oggi è martedì, no lunedì ma che
dico oggi è mercoledì: in TV ci sono le partite di Coppa. Dovrei alzarmi, sono
già le otto. Qualcosa però lo tratteneva ancora sotto le lenzuola. Alcune
immagini del sogno stentavano a dissolversi.
Un virus che costringe i dipendenti
pubblici a lavorare? Ma quale mente distorta può partorire una simile assurdità?
Sarebbe come affermare che la terra è quadrata, che i Borboni non sono i Padri
del più corretto modo di concepire l’Amministrazione dello Stato, che il
Mansionario è un libro dei sogni e non come in effetti è la Bibbia, il Vangelo,
il Corano di ogni fedele servitore dello Stato. Sarebbe come voler sovvertire le
regole della fisica, veder salire i corpi anziché osservarli mentre scendono
verso il terreno.
Una pratica sbrigata in un tempo misurato
in minuti! Questa poi è la più assurda!
Una frase frattanto continuava a
rimbombargli nella testa: lavorare di più guadagnando di meno. Non vi è dubbio è
proprio un sogno, anzi un vero incubo!
E quel Rigelli o forse si chiamava Ribelli
che propinando dei calmanti aveva la pretesa di far ragionare la gente!
Ragionare su che cosa? Sulla possibilità di far piantare ai giocatori di calcio
alberi allo Stadio Olimpico? Fesserie! Cosa vi è poi da cambiare in un sistema
che è già perfetto? Suvvia ad essere pignoli qualche aggiustamento si può ancora
introdurre. Per esempio si potrebbero definire in maniera più precisa gli
avanzamenti automatici di carriera, rivalutare lo scatto “laurea”, aumentare di
qualcosa le ferie, diminuire le tariffe dei bar interni. Sì qualcosa si può
ancora fare. Ma da questo a materializzare un incubo come quello che questa
notte mi ha terrorizzato ce ne corre.
La sveglia riprese a suonare. Un colpo
deciso con la mano e lo squillo si interruppe. Dunque dove ero rimasto? Ah, i
cambiamenti. Quello stupido sogno era proprio fuori dalla realtà. Può un
abbacchio sovvertirla talmente che il cervello possa immaginare sia pure a
livello di incubo che tanti anni di tranquille abitudini e di sicure
consuetudini svaniscano di colpo?. Inutile! Alla fantasia non è possibile porre
limiti e lo diceva bene il vecchio e buon Friedrich Schiller, “neppure gli Dei
ci possono proteggere dalla stupidità”. Oramai Spinetta si era completamente
rimesso dallo shock notturno.
“Alfio guarda che viene tardi ..“. La
lamentosa voce di Stefania dalla cucina lo riportò brutalmente sulla terra.
“Ora arrivo”. Ma soggiunse tra sé e sé “Si
fa presto a dirlo dopo una notte come quella appena trascorsa”.
Girandosi su un fianco pensò che dopo tutto
questo mese non aveva ancora chiesto alcun permesso e non era neppure ricorso
alla mutua e poi domani era fissata la cena cui non poteva assolutamente mancare
per Michele Allegria che andava in pensione.
Il sole disegnava artistici chiaroscuri
sulla parete della stanza. Dopo una nottata così un po’ di riposo era più che
necessario.”Stamattina non vado in ufficio lasciami dormire”.
Infilandosi ancora di più sotto le coperte
chiuse gli occhi.
A quel punto un’immagine confusa cominciò a
prendere forma nella sua mente. Ma si, era la copertina di una Gazzetta
Ufficiale. “E questa cosa c’entra?” Spinetta per un istante temette di rivivere
l’incubo appena terminato.
A caratteri quasi cubitali la G.U. mostrava
il suo numero, 30 e vicino supplemento n. 14. Sotto sia pure a caratteri più
tremolanti si poteva leggere:
Decreto Legislativo n. 29.
Razionalizzazione dell’organizzazione delle amministrazioni pubbliche e
revisione della disciplina in materia di pubblico impiego, a norma dell’articolo
2 della legge 23 ottobre 1992, n. 421. Sciocchezze! “Neppure gli Dei ...“
Sospirando il ragionier Alfio Spinetta
contabile di prima classe all’ENRCA finalmente si riaddormentò.
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