Capitolo  XXX

Il palazzo che ospitava il “Progetto Rigelli” sembrava esso stesso colpito da Work. Infatti benché fossero da poco passate le due della notte quasi tutte le finestre erano ancora illuminate. Solo nella parte alta e più precisamente nell’ala sinistra parecchie risultavano completamente buie.

Il fatto che in quell’ala fossero stati ospitati gli americani era una giustificazione plausibile della mancata illuminazione: a quell‘ora la maggior parte di essi se la dormiva beatamente assolutamente incurante delle preoccupazioni degli italiani.

Nelle restanti sale l’attività era a dir poco frenetica. Nei piani bassi quasi tutti i “distaccati” e cioè i quaranta “infetti” erano occupatissimi nelle più diverse attività. Costoro contrariamente agli altri dieci colleghi che facevano parte del gruppo e che puntualissimi alle diciasette avevano staccato rientrando nelle rispettive abitazioni, non avevano ritenuto opportuno sospendere il lavoro di catalogazione del materiale e della puntuale annotazione della cose o attrezzature “assolutamente” indispensabili. Dal gruppo mancava solo un commesso, originariamente adibito al controllo della posa delle esche per la derattizzazione presso il Ministero della Poste ed oggi distaccato presso il nuovo settore. La sua assenza era più che giustificata. Possedendo infatti un motociclo era stato incaricato dai colleghi di fare il giro delle rispettive vecchie sedi per riportare quelle pratiche che approfittando della cosiddetta “pausa mensa” erano state evase e dovevano essere riconsegnate entro le prime ore del mattino. Il suo attuale lavoro sarebbe stato ovviamente compiuto dagli altri colleghi.

Tutti dunque erano in piena attività convinti che l’indomani mattina le rispettive richieste ed osservazioni avrebbero dovuto essere immediatamente inoltrate alla Direzione la quale con eguale rapidità le avrebbe evase.

Se non fosse stato per due elementi caratterizzanti l’attività degli uffici questi avrebbero potuto essere scambiati per normali distaccamenti di un qualsiasi presidio pubblico.

Si trattava di caratteristiche per la verità a dir poco sconvolgenti ma che ora Work aveva ricondotto a semplici anomalie.

La prima riguardava il ritmo del lavoro. Improntato a velocità ed efficienza esso aveva trasformato l’operare di ogni singola unità in una sorta di catena di montaggio in cui tutti senza eccezione alcuna contribuivano ad affrontare i problemi connessi ad ogni singola pratica. L’uno procedeva alla sua protocollazione; l’altro ne verificava la formalità; un altro dopo averne evidenziato le caratteristiche essenziali procedeva a corredarla degli elementi indispensabili per la sua rapida valutazione ed evasione; il primo a questo punto riprendeva in esame la pratica e dopo un rapido accesso alla rete informatica la completava. La firma infine ne concludeva l’iter lasciando il posto ad un’altra pratica.

Il tutto nell’arco di minuti e non già di ore o come accadeva solitamente di anni.

Se un elemento estraneo come ad esempio la mancanza di riferimenti sul computer o in archivio oppure un qualsiasi altro intoppo minacciava di rallentarne la conclusione, il tutto era debitamente annotato e formava immediato argomento di valutazione e richiesta unitamente alla contestuale proposta di modifica delle procedure. Qualora invece la cosa fosse stata imputabile a mancanze ascrivibili al postulante privato, un rapido accertamento presso gli archivi telefonici permetteva un contatto immediato con costui. Incuranti dell’ora gli addetti con una semplice telefonata ponevano riparo alle mancanze.

L’altro elemento caratterizzante questa diversa modalità di operare era rappresentata dall’assoluta noncuranza delle attribuzioni, funzioni o grado degli addetti. In pratica non esisteva più il capo ufficio, l’addetto alle fotocopie, il commesso, la dattilografa, l’archivista o quant’altro. Tutti erano eguali tesi unicamente a far presto. In altri termini ognuno dava il proprio apporto in barba a qualsiasi mansionario o collocazione funzionale. Nei piani più alti l’attività seppur meno frenetica non lo era da meno per quanto riguardava l’impegno. Ognuno degli addetti “normali” e facenti parte della task-force di Rigelli si era gettato a corpo morto per cercare di risolvere almeno un aspetto del problema.

Forse era stata la minaccia contenuta nella parte conclusiva della comunicazione della Presidenza del Consiglio o, piuttosto, influiva il fatto che oramai tutto si decideva attraverso i decreti legge, spesso reiterati e che tra una “reiterazione” e l’altra le modifiche regolarmente annullavano quelle contenute nel precedente, ripristinando le prime della serie con l’effetto di apparire del tutto incomprensibili ai più. Il risultato era quello di far sopravvivere qualcosa in cui un cittadino inconsapevolmente incappava ma quando se ne rendeva conto o il decreto era decaduto e regolarmente reiterato oppure la sua conversione in legge era ormai avvenuta da tempo ed i provvedimenti previsti avevano già dispiegato i loro disastrosi effetti. La minaccia perciò era tutt’altro che infondata.

Comunque, sia per una o altra delle ragioni, l’attività non subiva o quasi soste.

Nei laboratori i risultati delle analisi del sangue erano sottoposte ad accurate indagini ed i soggetti suddivisi per fasce: infetti da Work e dal SAL; solo portatori sani di Work oppure assolutamente indenni.

Grosso modo i primi risultati avevano dato i seguenti responsi.

Come previsto i più esagitati, circa 40, parevano degli invasati ed erano infettati sia da Work che dal SAL. Cinque lavoravano come di consueto ed erano portatori sani di Work ed immuni dal SAL. Gli ultimi cinque (che erano ricompresi tra quelli che speravano di trarre qualche personale beneficio dal trasferimento e risultavano immuni a qualsiasi contagio) avevano già capito l’ambiente. Non a caso fruivano di tutte le normali scappatoie per elasticizzare l’orario, sfruttare le possibilità insite nel calendario in tema di ponti o similia oppure avanzare con la dovuta cadenza la richiesta di godimento delle cure termali.

Work era stato debitamente isolato ed era sottoposto ad una infinita serie di analisi per tentare di giungere alla sua neutralizzazione.

Le risultanze ascrivibili ad ogni singolo soggetto erano state debitamente comparate a cura degli addetti alla statistica con i rispettivi stati di servizio, ma purtroppo ogni risultato confortava le prime impressioni. Nulla era infatti emerso nel pregresso delle carriere, che potesse evidenziare una qualche apprezzabile differenza tra i diversi gruppi. Solo dopo la comparsa di Work infatti la vita di parte di questi aveva subito un drastico cambiamento.

Risultava aumentato il monte ferie spettante ad ognuno in considerazione del fatto che di ferie ormai nessuno parlava più; pressoché scomparse erano le assenze per malattia; inesistenti le richieste di permesso; quasi interrotti i rapporti con le famiglie; disertata ogni sede di ritrovo o di spettacolo; cancellato qualsiasi riferimento alla televisione; ridotto a livello di minimo vitale il sostentamento da assicurarsi solo tramite consumazioni tipo fastfood; disadorno e ridotto all’essenziale il vestiario: l’obiettivo imperante era solo e sempre quello del lavoro.

In più questi personaggi rifuggivano la compagnia degli altri colleghi indenni che avrebbero in qualche modo potuto far loro perdere tempo. Essi si spalleggiavano l’un l’altro quasi fossero lupi in un branco e parlavano solo di lavoro: sempre e unicamente di lavoro.

Fu a questo punto che Rigelli riuniti i suoi e con l’onnipresente formale “conforto” degli americani, decise di passare alla fase due.

La questione si imponeva anche alla luce di quanto lui ed i suoi andavano registrando di minuto in minuto. Non era più sufficiente infatti fornire una qualche risposta alle loro richieste tendenti ad ottenere nuove strumentazioni, procedure, disposizioni ritenute assolutamente indispensabili per migliorare i ritmi. Essi pretendevano subito soluzioni drastiche ed interventi risolutori. Non era più sufficiente che venisse aggiunta qualche linea telefonica, fosse attivato qualche fax in più oppure i computer venissero sostituiti da altri più potenti e veloci. Le richieste oramai miravano ad ottenere disposizioni di legge più precise ed operative possibile. Inoltre non era raro il caso in cui si abbandonassero sempre fuori dall’orario di lavoro a vere e proprie spedizioni “punitive” nei confronti di altre settori della Pubblica Amministrazione colpevoli a loro avviso di non seguirli con la dovuta prontezza nel disbrigo delle pratiche o quel che peggio imputati di ritardare la trasmissione di qualche dato richiesto.

Sembrava quasi che l’averli riuniti ed aver fatto loro intendere di essere stati in qualche modo prescelti per studiare nuove procedure li avesse resi maggiormente ingovernabili e incontrollabili.

Questo in maniera diversa a quella registrata in molti altri settori della Pubblica Amministrazione in cui l’effetto di Work aveva sì stravolto le normali procedure ma dove tutto sommato i colpiti dall’epidemia dovevano pur sempre fare i conti con radicate abitudini burocratiche e con la contestuale presenza di indenni dal virus. Nel “Settore” appositamente approntato viceversa pareva non esistesse più alcun freno inibitore.

La decisione quindi di passare alla seconda fase non risultò una scelta ponderata venne piuttosto considerata l’ultima spiaggia a cui approdare. La seconda fase era in pratica l’estremo tentativo di fermare Work anche se - Rigelli dovette ammetterlo a malincuore - qualche danno avrebbe dovuto essere sopportare “dalle cavie”.

Dopo una discussione non priva di contrasti la grave decisione venne alla fine presa.

A partire dal giorno successivo in ogni alimento doveva essere immessa una abbondante dose di calmante, una dose da cavalli precisò con tipico accento yankee il tenente Bartod. In ogni bevanda, meglio se nell’acqua,considerato che “quelli” bevevano solo quel liquido - ne doveva essere diluita una dose abbondante. Per il tipo di calmante non ci furono particolari indicazioni: l’importante era che fosse forte, molto forte.

La scelta per un calmante era dovuta ad una osservazione che un giovane chimico aveva fornito. Nel corso degli innumerevoli esperimenti costui aveva notato che Work mentre nuotava allegro e vivacissimo nel suo brodo di coltura al contatto con del Valium si era improvvisamente arrestato assumendo la tipica posizione che i nuotatori definiscono “a morto”. Si era infatti lasciato galleggiare e per alcuni minuti era rimasto pressoché immobile.

Il fatto che questo fosse capitato a Work e non ad una contestuale presenza di Work e SAL non era stato adeguatamente valutato e ciò purtroppo risultò solo fonte di ulteriori, drammatici guai.

“Strano”, commentò uno dei cinque indenni, dopo aver consumato una abbondante porzione di riso alla pescatora. “L’ultima volta che ho mangiato un riso come questo le cozze c’erano con il guscio e tutto. Qui invece di gusci neppure l’ombra!”.

“Singolare - aggiunse il suo compagno di tavolo, anch’esso assolutamente refrattario a Work - che nelle tomaselle l’uovo risulti di un rosso rubizzo mentre dovrebbe essere di un giallo tenero”.

Al dilà però di tali osservazioni nessuno si accorse di nulla. O meglio se ne accorsero in capo ad alcune decine di minuti solamente gli addetti alla mensa. L’uno dopo l’altro gli indenni o portatori sani presenti avvertirono una pesante sonnolenza e accomodatisi alla meglio sulle sedie si abbandonarono ad un sonno profondo.

Rigelli ed i suoi si erano sistemati in posizione strategica osservando la scena.

Dagli “altri” però nessuna novità. Infatti se si esclude una diversa velocità così almeno era parso agli osservatori, nel passare in sala mensa, ritirare qualche panino ed alcune bottiglie d’acqua nulla pareva diverso dal solito. Pareva si è detto. In verità piano, piano le apparizioni diminuirono di numero sino a scomparire del tutto.

Uno sguardo d’intesa accumunò Rigelli & C. Dopo aver atteso una decina di minuti e constatato che proprio nessuno si presentava più in sala mensa essi si mossero come un sol uomo verso i vari uffici.

Il primo nel quale cercarono di accedere era quello presidiato da Spinetta. Cercarono è il termine esatto. Il ragionier Spinetta fermo di traverso sulla porta impediva a chiunque di entrare.

“No! Non se ne parli neppure! - esordi quasi ringhiando alla vista del gruppo

- Qui si deve lavorare. Abbiano da fare. Lasciateci in pace. Non ce ne importa nulla se Lei è il Direttore. Noi rispondiamo solo all’Amministrazione ed ai bisogni degli amministrati!”.

Giratosi sui tacchi egli sbatté la porta con violenza in faccia “agli aggressori,’.

Il gruppo rimase senza parole. 11 rapido sguardo che avevano potuto gettare nell’ufficio era stato più eloquente di qualsiasi parola.

Simili a scimmie i colleghi di Spinetta in maniche di camicia, con la bava alla bocca saltavano da una scrivania all’altra, agitavano fogli, picchiavano con foga sui tasti dei computer ed alcuni con l’unica mano rimasta momentaneamente libera brandivano la cornetta telefonica quasi fosse una dava. Dagli uffici vicini giungevano suoni gutturali, esclamazioni ed imprecazioni mentre forti rumori tradivano l’apertura o la chiusura di cassetti, sportelli ed altro.

Battendo quasi in ritirata il professor Rigelli ed i suoi si ritrovarono nell’ufficio del Capo.

“Avete visto che bel risultato?”, li apostrofò seccato il professore “peggio di prima!”.

Non era certo una vittoria. Quasi scomparendo dalla vista dei presenti il chimico cui tutti cercavano di far risalire la responsabilità del fallito esperimento tentò una disperata difesa.

“Ero certo che il calmante li avrebbe in qualche modo ridimensionati. Work aveva reagito positivamente. Forse - soggiunse quasi balbettando - provando con un altro tipo di...”.

“Se non avete ancora capito che siamo sull’orlo del disastro allora siete degli irresponsabili!” imprecò Rigelli.

“Guardate qui - continuò senza minimamente abbassare il tono della voce

- “Ecco. Questo è l’ultimo fax arrivato dal Ministero degli Interni. Leggete, leggete! “.

Erano poche righe che non lasciarono spazio ad alcun dubbio.

Disordini erano scoppiati in almeno dieci città. Cortei di dipendenti pubblici assalivano qualsiasi parvenza di “concorrenza”.

Autobus appartenenti a concessionari privati erano stati dati alle fiamme. I tralicci che reggevano le antenne delle diverse televisioni e radio private costituivano un terreno di incursione per cui, passate le orde di devastatori, apparivano simili ad artistiche forme di arte post-moderna in cui ogni elemento non poteva né doveva risultare perpendicolare al suolo: solo parallelo al terreno e rigorosamente contorto.

Un attacco era stato tentato persino nei confronti della FIAT responsabile agli occhi dei dimostranti di offrire mezzi di locomozione che distoglievano i cittadini dall’utilità del mezzo di trasporto collettivo per confinarli nell’area improduttiva dei vacanzieri o dei turisti fuori-porta.

I dipendenti pubblici che non seguivano la stragrande maggioranza dei loro colleghi invasati da attività parossistica, erano ricercati come appestati e se riuscivano a sfuggir loro, incappavano in altri “lavoratori” che li costringevano ramazza alla mano ad una pulizia straordinaria di strade, monumenti e marciapiedi.

In questa drammatica situazione le forze dell’ordine non sapevano più quali iniziative prendere strette da un lato tra l’ingiunzione tassativa di non far uso dalla forza e dall’altro dalla necessità di difendersi dall’attacco degli “infetti” che pretendevano di costringerli a spingere i cittadini a varcare le soglie dei sacri templi della Pubblica Amministrazione in cerca di una qualsiasi autorizzazione o pratica.

Se Dante avesse scritto oggi la Divina Commedia, nell’Inferno un girone dei demoni sarebbe stato descritto come un qualsiasi Ministero in mano dei dipendenti Workizzati.

Infine il colpo di grazia inferto ad ogni sereno ed articolato modo di comportarsi era stato registrato in occasione del derby Roma - Lazio.

I giocatori nel momento di entrare in campo erano stati accerchiati da un numero considerevole di dipendenti pubblici capeggiati da quelli dei Ministeri dell’Agricoltura e dell’Ambiente. Essi innalzando enormi cartelli di plauso alla legge n. 113 del 29 gennaio 1992 - “Obbligo per il comune di residenza di porre a dimora un albero per ogni neonato, a seguito della registrazione anagrafica” - li avevano costretti sotto gli occhi di migliaia di tifosi a trasformarsi in addetti del demanio forestale a tagliare l’erba ed a piantare sul terreno di gioco un vero e proprio vivaio di pini marittimi.

La polizia era intervenuta faticosamente ed il bilancio si era concluso con parecchie vittime ed innumerevoli feriti.

Mentre il gruppo di lavoro apprendeva esterrefatto una così grave serie di notizie dal televisore piazzato nell’angolo sinistro dell’ufficio di Rigelli un presentatore con il volto tumefatto leggeva uno stringato comunicato in cui si dava notizia che le trasmissioni da quel momento proseguivano solo con i programmi del Dipartimento Scuola Educazione (DSE) e, più, precisamente, con quelli che trattavano di informatizzazione, procedure burocratiche ed ottimizzazione delle risorse.

Anche la televisione di Stato era stata assalita ed il comunicato ne dava la triste conferma.

Seguirono alcuni momenti di profondo sconforto. Rigelli fortunatamente, non perse la testa.

“Signori oramai dobbiamo tentare il tutto per tutto”. “Se la notizia del nostro fallimento dovesse trapelare -esclamò dopo un attimo di incertezza - non vi sarebbe più limite. Tutto rischierebbe di essere travolto”.

“Propongo dunque che domani mattina alle prime ore sia immesso nei circuiti dell’aria condizionata un gas che i colleghi americani ci hanno fornito. Gli effetti del gas sono già stati provati negli Stati Uniti su cavie animali e nel 40% dei casi Work è stato annientato.”.

“E nel rimanente 60?”. Fu la domanda pressochè unanime. All’interruzione Rigelli provò un brivido ma decise di rispondere. “Del rimanente sessanta per cento un venti ha provocato il decesso delle cavie, in un altro venti per cento l’attività celebrale si è ridotta a livello elementare. Nella rimanente percentuale si sono avuti casi di paresi, cecità, annullamento della personalità. Si deve però rilevare che nelle cavie non infette il gas non ha provocato effetti apprezzabili. In ultimo debbo solo precisare che il Governo mi ha già autorizzato a tentare l’esperimento.”

“Ma è mostruoso!” disse Henrica.

Si continuò a discutere per almeno un ‘altra ora ma alla fine per decisione assunta a voto segreto, si decise di tentare l’esperimento.

Predisposti i contenitori e distribuito un congruo numero di maschere ai componenti la task-force ci si ritirò in attesa dell’alba. Non furono in molti coloro che riuscirono a prendere sonno. E grazie proprio a questo che il mutare dei rumori provenienti dai primi piani venne chiaramente avvertito. Piano, piano il ticchettio delle tastiere dei computer, lo sbattere dei cassetti, l’incessante rumore delle stampanti si affievolì mentre un silenzio quasi irreale avvolse l’edificio.

Orefici e gli agenti dell’Agency furono i primi ad avvertire l’anomalia del cambiamento e la cosa non li tranquillizzò affatto.

Badando bene di non far rumore essi bussarono alla stanza di Rigelli e subito dopo a quella degli altri responsabili del progetto.

Sempre nel massimo silenzio essi si recarono in una sala in cui proprio in previsione della necessità di osservare quanto accadeva ai primi piani, era stato installato un sofisticato sistema di TV a circuito chiuso e relativi microfoni che in modo del tutto discreto permetteva di vedere e sentire quanto succedeva.

Ma stranamente quasi tutti gli uffici risultarono vuoti.

Dopo avere scansionato le varie sale essi scoprirono dove erano finiti i dipendenti. Erano i 40 affetti dall’epidemia. Degli altri quelli indenni tanto per intenderci, nessuna traccia.

Il colpo d’occhio che attraverso i monitor si presentò agli osservatori era a dir poco, allucinante.

Con le barbe lunghe, gli occhi stravolti e con un tremito che tradiva una intensa agitazione erano tutti stretti in cerchio attorno a Spinetta che, in piedi su un tavolo li stava arringando. “Quello che è successo ha confermato i gravi sospetti che sin dal primo momento ci avevano colpito e preoccupato. L’ultimo episodio poi, di cui siamo venuti a conoscenza solo quando il cuoco è stato convinto anche con la forza a svelarci il complotto teso a cercare di limitare la nostra attività con la somministrazione di abbondanti dosi di calmanti, si commenta da solo.”

Mentre parlava Spinetta continuava a passarsi una mano sulla fronte per detergersi abbondanti gocce di sudore. Egli quasi impossibilitato a star fermo, si spostava da un lato all’altro del tavolo. La sua espressione poi, aveva ben poco di umano. Con gli occhi sbarrati, digrignava i denti, le sue parole sembravano più dei sibili che un normale suono umano.

Gli altri, in condizioni fisiche pressoché identiche e malamente vestiti con abiti che a malapena rivelavano il colore originale sotto una serie infinita di macchie di colla, inchiostro per timbri e toner per fotocopiatrici, annuivano con vigore.

Sempre più invasato Spinetta intanto proseguiva. “Questa ultima scoperta è la chiara dimostrazione di come il “vecchio” della Pubblica Amministrazione quello che si era creata una culla di bambagia a spese dello Stato, quello stesso che considera il posto di lavoro come un diritto divino e la retribuzione un “dovuto” malgrado tutto e tutti, non voglia cedere. Questa stessa struttura che ora ci ospita altro non è che un odioso inganno e deve perciò essere annientata. I Cittadini si aspettano che li difendiamo. Lo Stato ce lo chiede!”.

Nella sala sovrastante lo stupore era assoluto. Gli spettatori quasi non credevano ai propri occhi. Finalmente il silenzio fu rotto da una breve considerazione di Rigelli che a mezza voce sussurrò “Questi sono pazzi furiosi. I calmanti che credevamo avessero un potere benefico si sono rivelati un reagente esplosivo. Temo che solo con la forza si possa ricondurli alla ragione! “. Lo scatto proveniente dalla Colt 45 di uno degli agenti dell’Agency che ne aveva tolto la sicura fu la più emblematica delle risposte.

Nel frattempo la scena sul video mutò repentinamente.

Spinetta balzato dal tavolo si avventò verso un armadio a vetri che custodiva la regolamentare dotazione da utilizzarsi in caso di incendio, spaccò con un pugno il vetro di protezione e strappata un ascia dal suo appoggio si scagliò contro un computer sferrando un tremendo fendente.

Fu come se una molla fosse stata sganciata dal suo fermo. Tutti urlando come forsennati cominciarono a distruggere tutto ciò che capitava loro a tiro. Poi dilagando come un’orda di barbari uscirono dalla stanza ed il loro transitare nei vari locali fu chiaramente segnato da una serie ininterrotta di boati e fragori. Dopo il loro passaggio tutto era desolazione assoluta.

Rigelli si precipitò verso un telefono: inutile, dalla cornetta non usciva alcun suono. Evidentemente la furia devastatrice di qualcuno aveva già raggiunto la centrale delle comunicazioni per cui da quel momento il “Settore” era isolato dal mondo.

“Occorre preparare la difesa”, grugnì Orefici che si riscopriva valente condottiero.

“Bloccate la porta! Anzi qualcuno prima raggiunga la sala “B”, quella delle attrezzature. Vi sono alcune casse che contengono delle armi. Presto portatele qui”.

All’ordine per la verità risposero in pochi. I dipendenti civili addetti ai laboratori, alla parte informatica ed all’archivio preferirono abbandonare di corsa la sala e imboccata la scala antincendio si allontanarono in tutta fretta dall’edificio.

Quelli che rimasero per dovere di istituto come ad esempio i dipendenti di Orefici, lo stesso Rigelli e gli agenti dell’Agency fecero del loro meglio per obbedire.

Fuori intanto il caos cresceva ed un soffocante puzzo di bruciato appestava l’aria.

Nel tentativo di capire meglio che diavolo stesse succedendo Orefici si avvicinò ad una finestra.

L’edificio che ospitava il “Settore” era situato quasi in cima ad un colle. Dalle finestre lo sguardo poteva spaziare su grande parte della città.

Orefici rimase senza fiato. In parecchi punti il fuoco degli incendi illuminava sinistramente il cielo. Pareva quasi che l’intera città andasse a fuoco. Mentre proiettili si incrociavano da un punto all’altro. Orefici anche se con difficoltà riuscì a distinguere tra il fumo diverse sedi di Ministeri ed Enti vari che stavano bruciando.

Fu a questo punto che un boato assordante ed un violento spostamento d’ aria scaraventò i più a terra.

Fiamme gigantesche salivano dai piani inferiori mentre l’aria non era più respirabile.

“Usciamo presto. Fate presto altrimenti finiamo arrosto”.

Spostati a fatica i mobili accatastati contro l’uscio ognuno cercò una via di scampo. Il destino riservò proprio a Rigelli di scoprire la causa di quel finimondo.

Era avvenuto che Spinetta raggiunti nella sua furia devastatrice i laboratori, rovesciati alambicchi e provette contenenti acido e materiale infiammabile ne aveva determinato l’esplosione.

Un mare di fiamme avvolgeva oramai uomini e cose. Nel frattempo colpi di arma da fuoco si udivano da varie direzioni.

In questo inferno il dramma si compì: l’uno dopo l’altro assalitori ed assaliti si arresero al rispettivo destino. Spinetta accerchiato dal fuoco ed accecato dal fumo era salito su un balcone. Con le vesti in fiamme, urlando frasi sconnesse ed incomprensibili cercava di scendere aggrappandosi alla grondaia ma il tubo si staccò e Spinetta con un ultimo urlo in cui chiaramente si poté afferrare distintamente solo la parola “Stato” precipitò da un’altezza di trenta metri avvolto dal fuoco come una torcia.

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