Capitolo  XXIX

La telefonata che da parte della Presidenza del Consiglio era appena giunta al professor Rigelli era solo la punta dell’iceberg.

Le notizie giunte a Palazzo erano assai diverse da quelle che avevano caratterizzato la prima fase del grave fenomeno che tanto turbamento aveva creato nel Paese.

Non si trattava ormai più di una irrazionale ed a volte anche sconvolgente questione che interessava solo la vita della Pubblica Amministrazione. Di ora in ora la situazione volgeva al peggio. Pareva infatti che i pubblici dipendenti non si limitassero più ad agire all’interno dei vari uffici ma ora si erano addirittura riversati all’esterno aggredendo i cittadini rei ai loro occhi di non rivolgersi alle strutture dello Stato per ogni loro bisogno.

Illuminante era stato il fatto che aveva visto un nutrito gruppo di dipendenti pubblici dare alle fiamme alcune strutture che normalmente svolgevano pratiche per i privati. Agenzie per certificati e documenti, cui da tempo società o singoli erano usi rivolgersi per espletare le più svariate incombenze burocratiche erano state oggetto di questa nuova forma di violenza. In un altro caso un laboratorio di analisi private era stato letteralmente distrutto dai dipendenti di una vicina USL.

Al fondo di queste azioni c’era sempre l’accusa lanciata dai più decisi ed attivi “di rubare loro il lavoro”.

Ben si capisce quindi il motivo per cui quella mattina i massimi responsabili dell’ordine pubblico fossero stati convocati dal Ministro dell’Interno e perché alla stessa riunione fossero presenti anche il Ministro della Difesa, i Capi delle varie armi ed i Direttori dei servizi.

Nel corso del tempestoso incontro tutte le notizie in possesso del Governo, fossero esse di fonte nazionale o fornite direttamente dal Pentagono, furono collegialmente esaminate. In quell’occasione anche l’esperimento tentato da Rigelli venne adeguatamente valutato.

La notizia dell’improvvisa ed urgente riunione non era d’altro canto passata inosservata. In effetti durante il suo svolgimento drappelli di giornalisti e cineoperatori si erano raccolti nei pressi del Palazzo ed i giornali del mattino avevano già anticipato la notizia.

La constatazione che sopra ogni altra considerazione pareva preoccupare i partecipanti alla riunione era la progressione quasi geometrica che la vicenda andava assumendo. Quasi fossero altrettanti annunci di sciagure le notizie battute dalle telescriventi delle agenzie di stampa avevano quale oggetto il caos in cui stava precipitando il Paese e le violenze che ne facevano da cornice. La loro gravità era stemperata solo in minima parte dalla fiducia che era stata riposta nell’esperimento “Rigelli”.

Né d’altro canto le valutazioni e le nuove scoperte collegate a Work oggetto di approfondite analisi in diversi laboratori italiani e stranieri, lasciavano presagire nulla di buono. In tutti i casi il risultato era uno solo: Work pareva inattaccabile da parte di qualsiasi elemento conosciuto. Solo grazie ad alcuni tipi di veleni o portandolo ad elevatissime temperature era stato possibile annientarlo.

Con una piccola precisazione però. In tutti gli esperimenti, chiamiamoli positivi, in cui Work era stato sconfitto il prezzo pagato era la morte della cavia! Improponibile quindi tentare qualcosa di simile per fermare gli infetti od eliminare il virus che li faceva comportare in quel modo così singolare. “Il Governo deve dichiarare la propria impotenza” stava dicendo con voce stanca il Ministro dell’Interno.

“Se eliminiamo la speranza costituita dall’esperimento in corso vista l’entità del numero dei soggetti colpiti non rimarrebbero che le maniere forti. Ma anche in questo caso il prezzo da pagarsi anche in termini di perdite umane ci lega le mani”

“Le ultime rilevazioni effettuate sullo stato economico del Paese sono la triste conferma di quelle che emergono in tema di ordine pubblico. Sono quindi a pregare le signorie loro che rappresentano “. Un rumore assordante interruppe però il Ministro. Dalla porta spalancatasi all’improvviso entrarono una decina di persone armate di secchi, spazzoloni e lucidatrici. “Ma che diavolo volete”, ebbe solo la forza di esclamare uno dei partecipanti alla riunione prima che gli scalmanati dicessero che era l’ora di fare le pulizie. Non vollero sentire ragioni e, data mano agli attrezzi,cominciarono a strofinare energicamente tavoli e sedie, a staccare le tende, lavare i pavimenti e via di questo passo.

Gli stessi uscieri chiamati a gran voce dal Ministro non solo non intervennero per cacciare gli intrusi ma condividendone appieno le ragioni, cominciarono a spingere tutti fuori affinché i colleghi potessero compiere il loro dovere.

Solo trasferendosi in un’altra sala i convenuti poterono riprendere la riunione. All’esterno nel frattempo una folla di circa mille persone tutte rigorosamente libere da impegni di servizio, inalberava cartelli ed urlava slogan chiedendo a gran voce il ripristino della giornata di Otto ore in due o più turni e l’abolizione della festività del sabato.

Inutile aggiungere che si trattava di pubblici dipendenti i quali appresa la notizia della riunione si erano precipitati a Palazzo per sostenere quella che a loro dire era una sacrosanta rivendicazione.

L’ultimo episodio in ordine di tempo che aveva visto coinvolti proprio coloro che avrebbero dovuto studiare un piano di azione volto a tutelare l’ordine pubblico e riportare alla normalità lo Stato aveva avuto un risultato assai più convincente di ogni discorso. Tutti si erano oramai persuasi che la questione non potesse essere ulteriormente sottovalutata.

Prese a questo punto la parola il Ministro della Difesa: “Sino a pochi giorni or sono a chi proponeva l’impiego dell’esercito per sedare i focolai di disordine ho sempre opposto un netto rifiuto ma - proseguì scorrendo alcuni fogli contenenti le notizie delle ultime ore - questo mio proposito oggi vacilla. Un’ulteriore preoccupazione deriva da un concetto molto semplice. I dipendenti del Ministero della difesa, parlo di quelli civili ovviamente, sono stati anch’essi coinvolti da questa pazzia generalizzata e non vorrei che posti a stretto contatto con i focolai di infezione anche quelli militari potessero subirne i nefasti influssi. A questo punto lascio a voi immaginare che cosa potrebbe accadere!”.

Il Comandante di Stato Maggiore che aveva seguito con attenzione la discussione chiesto il permesso espose fortunatamente una tesi diversa. “Sulle ultime osservazioni del Ministro mi permetto di dissentire. E’ fuori di luogo che i Militari possano in qualche modo rimanere contagiati e ciò per due semplici motivi. Il primo è riferito ai quadri comandanti giacché la loro normale attività espletata fa escludere che siano portatori del SAL che a quanto si sa, è la causa scatenante di Work. In secondo luogo gli altri essendo per lo più di leva non possono essere considerati “dipendenti”. Anche in questo caso pertanto, il pericolo non sussiste. Analoga situazione per le forze di Polizia, Pubblica Sicurezza e Carabinieri. Per le prime l’attività svolta non ha mai dimostrato incertezze o stasi quindi è la riprova dell’assenza del SAL, per i secondi oltre a quanto detto per gli altri è fuori di dubbio che casi di “rallentamento” nell’espletamento dei propri compiti sono totalmente assenti nonostante ciò sia oggetto di aneddoti e barzellette senz’altro da condannare.”

Chiarito almeno questo punto rimaneva pur sempre sul tappeto la questione del che fare. E qui la questione si ingarbugliava.

Di interventi massicciamente attuati neppure a parlarne. Richiesta di aiuto alle Organizzazioni Sindacali stessa situazione.

Questo perchè il problema era che in una circostanza come l’attuale le contestazioni non nascevano da una normale diatriba sindacale concernente riduzione di orario o aumenti salariali ma da un fatto che non aveva precedenti nel nostro o in altri Paesi. Le richieste infatti potevano essere ricondotte ad un semplice assioma: lavorare di più guadagnando di meno. Con un sospiro il Ministro dell’Interno ripensando ai bei tempi delle manifestazioni di piazza in cui gli slogans erano al massimo, pane e lavoro, oppure lavorare meno, lavorare tutti precisò che una qualche decisione doveva pur essere presa. Non fosse altro per cercare di lanciare un forte segnale al Paese capace di far scendere la tensione. Decisione precisò che si imponeva prima della ore 13 altrimenti addio alla possibilità di apparire in diretta nel TG2 e successivamente sul TG1 delle 13 e 30.

Il comunicato emesso risultò formulato nei seguenti termini:

“La Commissione interministeriale, riunita su espresso invito del Presidente del Consiglio, con l’assistenza del Capo di Stato maggiore, di quelli delle tre armi, dei Comandanti dei Carabinieri e della Polizia di Stato e con la partecipazione nella veste di osservatori dei Direttori dei Servizi, dopo una approfondita disamina dei motivi di turbamento insorti nella Pubblica Amministrazione e valutati i negativi effetti da essi derivanti sull’ordinato operare del Paese, nel raccomandare a tutti i cittadini di isolare eventuali tentativi di turbamento dell’ordine pubblico e nell’esprimere la più ampia fiducia agli Organi di Polizia ed alle Forze Armate, confida nel pronto ed ordinato ristabilimento del corretto rapporto tra Pubblica Amministrazione e Cittadini. La Commissione porterà all’esame del Consiglio dei Ministri e del Parlamento le necessarie iniziative che dovranno essere immediatamente intraprese per il raggiungimento del predetto scopo.”

Non era certo un esempio di chiarezza ma quantomeno avrebbe consentito di guadagnare ancora un po’ di tempo durante il quale l’esperimento Rigelli avrebbe forse potuto fornire qualche risposta positiva.

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