Capitolo XXVIII

E l’atteso lunedì finalmente arrivò. Sebbene l’appuntamento fosse fissato per le sette già un’ora prima il professor Rigelli poteva scorgere dalla finestra del suo studio un nutrito drappello di persone che scrutando ansiosamente l’orologio attendeva di entrare.

Il Capo della task-force aveva riunito tutti i collaboratori e stava impartendo le ultime disposizioni.

“Allora mi raccomando non deve assolutamente trapelare nulla rispetto alle reali finalità dell’operazione. Per tutti il motivo della costituzione di questa nuova struttura è quello di dar vita ad un settore che deve studiare come possa ogni articolazione della Pubblica Amministrazione diventare più produttiva, come sia possibile far ricorso a tutte le tecnologie disponibili, infine come sia possibile snellire le procedure, eliminare i doppioni, rendere più efficiente ogni comparto della macchina statale.”

Neppure il tentativo di interruzione, timidamente accennato e tentato da Bartod, che voleva far presente che la sua cuffia per la traduzione simultanea non funzionava, fermò Rigelli. Anzi egli strinse decisamente i tempi. “Tutti, ripeto tutti se la dovranno vedere con me se qualcosa andasse storto. Non voglio sentire ragioni. Se qualcuno non se la sente lo dica subito e sparisca dalla circolazione!”.

Più che il dovere fu probabilmente l’accertata disponibilità dello Stato di riconoscere in caso di successo una speciale gratifica esentasse a tutti (da prelevare dai fondi “discrezionali” dei Servizi) e contestualmente concedere almeno un paio di scatti di anzianità, a far sì che nessuno avesse nulla da obiettare.

“OK., lei commendator Alvisi e lei che è il Direttore del Ministero della Sanità venite con me. Anche lei Mister Bartod mi segua. Gli altri rimangano ai loro posti”. Un ultimo intenso sguardo e giù per le scale ad incontrare i “nuovi” addetti al SISRPAP.

Non ne mancava nessuno. Tutti e cinquanta erano già seduti e parevano impazienti di iniziare il lavoro.

Parevano è il termine più adatto. Anche ad una persona non molto esperta qualcosa saltava immediatamente all’occhio. Quelli seduti nelle prime file avevano qualcosa di strano che li distingueva dagli altri seduti dietro.

Mentre questi ultimi ingannavano l’attesa leggendo il giornale o conversando, i primi o consultavano enormi fascicoli pieni di fogli (pratiche dei precedenti Uffici si scoprì più tardi), oppure non smettevano di prendere appunti su qualsiasi cosa che si prestasse allo scopo.

Rigelli, resosi conto con un rapido sguardo della situazione, iniziò subito a parlare.

“Innanzi tutto desidero ringraziarvi per la puntualità. Essa è una delle doti che rendono credibile ogni Amministrazione. Distingue i parassiti dai fedeli servitori dello Stato; induce all’efficienza e lascia ben sperare nello sviluppo del Paese”.

Una introduzione non proprio originale ma almeno efficace per il pubblico presente. Una persona seduta nelle prime file si alzò e senza attendere oltre espose il proprio punto di vista. “Dottore, credo che lei sia il massimo Dirigente considerato che ci ha ricevuti per primo. La vorrei pertanto pregare di tralasciare qualsiasi convenevole. Se siamo qui e parlo anche a nome dei colleghi è perché vogliamo agire e non già perdere tempo. Per noi questa è una missione: migliorare l’efficienza non è una scelta ma una necessità. Non è un dovere, è il nostro dovere. Perciò prima iniziamo e meglio è.”

Rigelli rimase esterrefatto ed in egual misura lo furono i due Direttori. Bartod per canto suo continuava tranquillamente a masticare la sua gomma. Si ha un bel dire che consultando attentamente i rapporti è possibile farsi un ‘idea precisa dei problemi. Tutte balle. Solo vivendo direttamente episodi simili si può avere l’esatta percezione della questione e del pericolo che essa rappresenta.

Rigelli era un grande lavoratore e lo aveva sempre dimostrato ma mai in nessuna circostanza i suoi più diretti collaboratori avrebbero disatteso il rito del benvenuto. Sarebbe stato come disertare la bicchierata che ogni Ufficio che si rispetti organizza quando un collega va in pensione.

Invece questi - pensò con circospezione quasi temesse che i pensieri potessero essere captati - sono dei marziani. Pericolosi per sé e per gli altri. Anche durante l’interruzione di Spinetta - era proprio lui il ragioniere passato alla storia come il “primate” dell’Work, - il comportamento dei due gruppi risultò contraddittorio.

Ancora una volta i primi dimostravano chiaramente di condividere l’urgenza e la decisione espressa dal ragionier Spinetta, mentre gli altri seppur attenti dimostravano quella granitica certezza ed impassibilità che solo lo stare seduti ad una scrivania o trincerati dietro ad uno sportello può assicurare.

Vista l’aria che tirava Rigelli passò la palla al dottor Esposito. Questi leggendo sfilze di nomi assegnò ad ognuno il collocamento all’interno di un Ufficio e contestualmente chiari le rispettive attribuzioni e funzioni.

Lo sciamare verso le rispettive stanze confermò le differenze sopra rilevate: veloci e quasi esagitati i primi; lenti e tranquilli i secondi.

Rimasti soli i quattro si guardarono ammutoliti in viso per un attimo.

“Visto? - chiese Rigelli - Tutto è chiaro. Anche dal vestire, se vi avete fatto caso, le differenze appaiono palesi. Molto curati e ricercati gli ultimi quanto affrettatamente coperti più che vestiti i primi. Di questo passo sarà facile scoprire le altre differenze e probabilmente tra non molto potremmo venire a capo di tutto”.

Lo sguardo piuttosto scettico dei due Direttori pareva un triste presagio di sventura. Profondamente convinto di quanto andava affermando Rigelli si lasciò andare ad un sorriso che purtroppo svanì nel giro di pochi secondi. Ciò a causa del ritorno in sala di un certo Sintoncelli Andrea distaccato dal Centro Progetti Museali del Ministero per i Beni Culturali Ambientali ed ora destinato al primo Ufficio della seconda Sezione. Egli avrebbe dovuto secondo le indicazioni fornitegli da Alvisi provvedere alla ripartizione territoriale delle richieste pervenute al Provveditorato dello Stato in ordine all’approvvigionamento dei supporti informatici necessari ai vari Uffici. Quasi ululando si piazzò davanti a Rigelli. “E lei crede che siamo venuti qui a perdere tempo? - lo apostrofò - Lo sa che per svolgere il mio lavoro ho a disposizione solo un computer mentre come è ovvio le mani sono due e quindi due sono i computer necessari!”.

Rigelli deglutì un paio di volte prima di abbozzare urta risposta ma gli mancò il tempo. Non meno di altre venti persone lo accerchiarono con la stessa foga di Antonio Lopez de Santa Anna durante l’attacco di Fort Alamo. Nell’occasione mancavano solo le struggenti note della tromba che avevano accompagnato lo storico attacco suonando il “senza quartiere”.

Chi cercando di farsi largo, chi alzando la voce, chi inalberando cartelli tutti chiedevano qualcosa. Era un vero putiferio.

Finalmente Alvisi salito su di una sedia riuscì a ristabilire una parvenza di ordine.

“Signori vi prego. Siamo tutti coinvolti in un tentativo che se riuscirà costituirà l’avvio di una nuova era per la Pubblica Amministrazione. Basta con i ritardi e le incertezze finalmente si avrà disponibilità senza intoppi di strumentazioni adeguate”. Dopo una breve pausa assestò la stoccata finale “Noi siamo una vera e propria testa di ponte per un domani foriero di soddisfazioni e quando un qualsiasi cittadino potrà avere ciò che gli spetta, quando un certificato giungerà nel giro di poche ore a casa del richiedente e quando una pensione sarà liquidata entro una settimana, allora sì potremo guardare con fiducia al nostro Paese. Per noi e per i nostri figli si prospetterà un giorno radioso!”.

Un’altra furbizia di quella vecchia volpe del Direttore della Funzione Pubblica.

La piccola folla parve calmarsi. Approfittando della relativa quiete Alvisi proseguì “Perché perdere tempo? Perché attardarci in sterili contestazioni. Al lavoro cari Colleghi, al lavoro ognuno di noi esamini i vari problemi, avanzi precise proposte e vedrete che il nostro prezioso sforzo non risulterà vano”.

Un silenzio surreale accompagnò l’ultima sparata. In fretta come erano arrivati tutti ritornarono nei rispettivi uffici.

Solo uno attardatosi un attimo rivolto a Rigelli si informò. “Direttore, come da tempo abbiamo preso a fare insieme ad altri colleghi la sera portiamo a casa un po’ di lavoro. In tal modo la mattina risulta terminato. Ora vorrei chiederle: è possibile mantenere i contatti con i nostri vecchi uffici e al termine dell’orario di lavoro passare presso le rispettive sedi per continuare a prelevare qualche pratica? Resta inteso che al mattino successivo prima di tornare alla nuova occupazione sarà nostra cura riportare le pratiche ovviamente evase. In tal modo puntualmente potremo mettere mano a quanto così incisivamente ci ha prospettato il collega Alvisi”. Terminata la sua interrogazione e senza attendere risposta, evidentemente considerata acquisita quella positiva, egli seguì in fretta gli altri.

Ancora una volta Rigelli, Alvisi, il Direttore della Sanità e Bartod che non parlando italiano non aveva capito un accidente rimasero ammutoliti.

“E’ più grave di quanto pensassi”, commentò concisamente il Direttore della Sanità. “Mi pare occorra solo stendere un piano di emergenza che considerata la situazione proceda pure per tentativi ma ci fornisca qualche nozione in più di quelle sinora a nostra disposizione. Infatti al di là di quanto già si sappia, vale a dire che è colpa del virus Work il quale unito al SAL scatena questi scalmanati, altro non sappiamo. Vorrei solo farvi rilevare che non tutti si comportano in egual maniera. Presumibilmente - aggiunse - i dieci che abbiamo inserito nel gruppo e che non paiono toccati dall’infezione anche se potrebbero essere dei “portatori sani”, ci chiariranno molti punti oscuri,”

“Giusto - disse Rigelli - vorrei sottoporvi una proposta operativa. Probabilmente il momento che ci consentirà di osservarli tutti assieme sarà quello della sosta per il pranzo. Diamoci appuntamento in sala mensa avvertendo anche gli altri che insieme a noi debbono risolvere questo rompicapo e teniamo gli occhi ben aperti. Nel frattempo che Dio ce la mandi buona.” Raggiunti i rispettivi uffici i tre ben presto si accorsero che quella che il buon Dio aveva loro riservato era una sorte tuttt’altro che felice.

I telefoni non smisero di suonare per un attimo. Dall’altro capo del filo c’era sempre qualcuno che richiedeva qualcosa. Nel contempo fuori dalla porta c’era sempre attesa per conferire o lamentare le cose più strane. Una volta le eccessive lentezze erano imputate alle linee telefoniche; un’altra ai FAX che si inceppavano; un’altra ancora alla mancanza di questo o quel modulo indispensabile per evadere o avanzare richieste. Il pandemonio era però irrazionale solo in superficie; una lucida “follia” animava qualsiasi iniziativa e tutte erano rivolte a risolvere in fretta i problemi creandone però degli altri.

Se dalla sospensione per il pranzo la task-force preventivamente informata dell’andamento mattutino, si attendeva delle risposte precise l’attesa venne delusa.

Parlare di pausa dal lavoro era infatti un tantino azzardato. La sala rimase semivuota ad esclusione di cinque tavoli posti sul fondo a cui sedevano una decina di persone e da quelli occupati dai componenti la Commissione, gli altri erano rimasti desolatamente vuoti. Solo a tratti l’atmosfera si ravvivava e ciò coincideva con l’arrivo di questo o quel dipendente che passando a razzo davanti al bancone ove venivano distribuite le vivande afferrava al volo un panino, una polpetta o una bottiglia d’acqua e veloce come era arrivato se ne andava ritornando al suo lavoro.

Rigelli ed i suoi continuavano ad interrogarsi l’un l’altro con gli occhi. Solo verso la fine del “pranzo” il Presidente approfittando del fatto di essere rimasti soli, espose sia pure per linee sommarie le iniziative che occorreva intraprendere nel breve periodo.

“Come avete visto nulla li distoglie. Solo quelli che sedevano ai tavoli si sono comportati normalmente. Normalmente come si comportavano anche gli altri prima di essere contagiati. Hanno scelto con oculatezza tra i vari primi ed i secondi piatti. Si sono informati se il dessert era compreso o si doveva pagare un supplemento. Le conversazioni poi hanno avuto oggetto come di consueto il calcio, le donne, l’aumento della benzina, il prossimo ponte da sfruttare per un breve periodo di ferie, i vari tiket sui medicinali o sulle ricette. Nessuno, dico nessuno, si è sognato di parlare di lavoro, O meglio una eccezione c’è stata allorquando il terzo dalla destra, se ricordo bene, ha rilevato che nelle varie disposizioni trovate in ufficio néssuna prendeva in considerazione la casistica dei permessi fuori stanza o meglio la possibilità di posticipare l’entrata ed anticipare l’uscita. Degli altri, mi verrebbe di chiamarli i “corridori”, ne parleremo dopo.

Dunque per il gruppo dei dieci è necessario memorizzare lo stato di servizio, il monte ferie, le assenze per malattia, i permessi fruiti e, importantissimo, i risultati di un’analisi del sangue che dovrà immediatamente essere effettuata. Le modalità per realizzarla è compito del dr. Sangemini. Egli essendo a capo dei laboratori potrà ben trovare una scusa per realizzarle. Agli addetti al comparto informatico è demandato il compito di acquisire i restanti dati. Infine per i “corridori “, ferma restando l’esigenza dell’analisi del sangue da compiere con una diversa motivazione, rispetto ai primi, che potrebbe essere quella che ciò si rende necessario per evitare che possano contrarre qualche malattia che farebbe loro perdere del tempo prezioso, i dati indispensabili da acquisire sono quelli che dovranno consentirci di capire da quanto tempo sono stati colpiti dai sintomi del virus e soprattutto come si nutrono, quanto riposano ecc.”

Poi, constatato che ognuno aveva diligentemente annotato il da farsi, chiese se vi fossero altre domande.

“Una sola Direttore - era Orefici che poneva 1‘interrogativo - Non ritiene che sarebbe opportuno iniziare la somministrazione di alcuni farmaci che i servizi normalmente utilizzano al fine di convincere - e quì ebbe un attimo di incertezza - alla collaborazione anche i più restii?”.

Rigelli preferì non rispondere limitandosi a pensare “Se ancora una volta questo aspirante 007 mi rompe le scatole con i suoi farmaci e le sue attrezzature, trasformo il tutto in supposte e so bene dove ficcargliele”.

“Allora d’accordo - concluse - tra due giorni riunione nella sala A al decimo piano. Mi raccomando che ognuno arrivi con i dati necessari. Nel frattempo evitiamo di frapporre ostacoli. Osserviamo e collaboriamo per quanto è possibile ma soprattutto annotiamo diligentemente l’attività di ognuno dei soggetti. Ciò vale in particolar modo per voi - e si rivolse agli “stranieri” - che avete voluto essere presenti in ogni ufficio. Datevi tutti da fare. Ah, quasi dimenticavo - aggiunse - Ieri sera ho ricevuto una telefonata dalla Presidenza del Consiglio. La confusione è in aumento e il virus si diffonde con una rapidità impressionante quindi, per il bene di tutti, o troviamo una soluzione al problema o possiamo prenotare un posto in qualche sperduto angolo della Terra perché - e si fermò un istante - il Presidente mi ha promesso in caso di fallimento di rendere pubblica la notizia dell’epidemia e delle sue cause attribuendo naturalmente ogni responsabilità a noi, ai Servizi, all’Agency e così via”. Un brusco “Buonasera!” concluse la riunione.

Forse fu proprio quest’ultima non tanto larvata minaccia che mise le ali ai piedi dei presenti. Essi, imitando goffamente i soggetti che avrebbero dovuto studiare, si precipitarono ad elaborare i dati. Nel frattempo il dottor Sangemini ancora pensava se fosse meglio approfittare del sonno per cavar sangue ai vari dipendenti oppure farsi mandare un paio di infermiere - del tipo curve giuste al posto giusto - che avrebbero avuto a disposizione ben altri argomenti rispetto ai suoi. Ciò in considerazione del fatto che per una scelta operata a monte, con l’unica eccezione dell’agente Henrica, in quella sede erano presenti solo maschi o quantomeno così recitava il loro stato anagrafico.

Per fortuna per l’esame delle urine e per la loro raccolta il problema era stato risolto già in fase di allestimento della sede. Infatti ogni latrina era collegata, per la sola parte idrica ad appositi contenitori mentre un sofisticato impianto TV a circuito chiuso ed un computer provvedevano ad individuare e catalogare ogni utilizzatore, cosicché almeno questo era un problema risolto.

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