Capitolo  XXVI

“Se Atene piange, Sparta non ride”. A molti era tornato in mente il vecchio detto leggendo le notizie che quotidianamente comparivano sui giornali. Infatti se il caos provocato in ogni dove dalla frenesia imposta dai dipendenti pubblici causava vere e proprie risse tra chi “doveva” lavorare senza tentennamenti o pause e chi restio ad adeguarsi a tali ritmi ancora opponeva una anche se sempre più debole resistenza, era altrettanto vero che l’insieme dell’economia del Paese non se la passava meglio.

Ciò a causa della crisi che investiva i comparti coinvolti nella caduta verticale della domanda di generi non di prima necessità e un po’ per una congiuntura internazionale aggravatasi a seguito dell’incapacità della macchina statale di adeguarsi in tempi idonei e non schizofrenici alle diverse esigenze.

Il Ministero del Tesoro non sapeva più che provvedimenti adottare.

I titoli di Stato non riscuotevano più l’interesse originario per un motivo ovvio: il risparmio per gli effetti della crisi si era praticamente dissolto, per cui ad ogni emissione necessaria per coprire i titoli in scadenza e far fronte alle esigenze di cassa la richiesta si affievoliva. Neppure portava grande sollievo la constatazione della drastica diminuzione della spesa pubblica, almeno per la parte riferita agli stipendi. Ciò a causa della pressoché totale scomparsa degli straordinari in quanto i dipendenti pur lavorando per un periodo di gran lunga superiore al dovuto, rifiutavano categoricamente di essere pagati oltre lo stipendio normalmente percepito. Per contro le aumentate spese di energia elettrica, telecomunicazioni, carta ed altro pareggiava- no il conto.

Riprese quindi forza il tentativo di cedere a privati attività dello Stato e relative Industrie anche se era stato esperito infruttuosamente già altre volte. Alla base della nuova iniziativa non era estranea anche un’ulteriore considerazione.

Il Ministro competente aveva fatto un ragionamento, semplice finché si vuole ma non certo privo di suggestione e che più o meno suonava così. Se è vero che la causa del dissesto od almeno di grande parte di essa va imputata ai dipendenti pubblici ed alla loro innaturale frenetica attività, il rimedio allora appare semplice: facciamoli diventare privati e probabilmente tutto rientrerà nella norma.

In tal senso, aggiungeva il Ministro, prenderemo due piccioni con una fava: diminuiremo la pressione sullo Stato per la già considerata causa iper-lavorativa e contestualmente incamereremo soldi freschi per far fronte alle diverse esigenze.

Più ci rifletteva, più al Ministro tale soluzione piaceva.

Giunto di buon mattino al suo Ufficio (tanto non accadeva più di trovare gli uffici semi-deserti) il Ministro impartì rapide disposizioni. Nel giro di mezz’ora tutti i piani delle privatizzazioni elaborati e mai attuati nell’arco dell’ultimo quinquennio erano sul suo tavolo.

“Dunque, vediamo” mormorò tra sé e sé, occorre suddividere le questioni per tipologia. Nell’ordine: settore agro-alimentare, servizi (poste e telecomunicazioni), assistenza e previdenza, trasporti, territorio, aziende statali. Ecco, possiamo partire proprio da queste ultime”.

Al segretario che lo fissava allibito cominciò ad elencare una serie di azioni da attuare senza ritardo. Di come fare non si preoccupò. Il compito di un vero politico non è quello di trovare il modo di fare una cosa, a questo dovevano pensare gli Uffici, Lui doveva solo impartire delle disposizioni!

Dettò una lungo elenco di aziende statali e ne decretò l’immediata trasformazione in Società per Azioni. Telefonò anche al Ministro del Tesoro per riceverne l’approvazione solidale.

Poi, convinto che tutto sommato ai dipendenti interessasse esclusivamente lavorare e non già conoscere quale fosse il proprietario della loro Azienda, decise di accelerare al massimo la procedura della quotazione in borsa delle relative azioni e la loro collocazione sul mercato.

In verità la questione si svolse nell’arco di almeno quindici giorni ma stranamente non sorsero ostacoli tali da vanificare il tentativo del Ministro. Gli ostacoli, e quali ostacoli, vennero dopo. La stampa non appena ebbe dato notizia della vendita dovette registrare un altro innaturale fenomeno o meglio segnalò l’insieme di alcuni fatti del tutto inusuali. I dipendenti delle aziende pubbliche quasi-privatizzate, raddoppiato il loro ritmo di lavoro, decisero di chiedere in cambio azioni e non già quattrini.

Fu però in Borsa che si registrò il problema più notevole.

Gli investitori esteri presagendo nella vendita di Aziende dello Stato un ottimo affare accorsero a frotte. Il ragionamento era semplice: con il tipo di lavoratori come quelli attualmente loro impiegati non vi era limite alcuno; al massimo si trattava di cambiare tipo di produzione, ma con lavoratori che con lo stesso salario di quelli di Taiwan e per di più con maggior volontà pensavano solo a svolgere in modo ottimale il loro lavoro tutto appariva possibile.

Altra catastrofe! I tradizionali investimenti presenti nelle aziende private iniziarono a trasferirsi verso i nuovi orizzonti aperti dall’iniziativa Ministeriale con la conseguenza che la situazione economica del Paese rischiò un altro pericoloso tonfo questa volta di portata incalcolabile.

Per fortuna all’interno del Governo qualcuno si pose un interrogativo: perché vendere quello che produce? Pensiamoci direttamente noi a diversificare la produzione e teniamoci le Aziende! Risultato: l’azione di vendita venne interrotta e le Aziende furono nuovamente rese pubbliche per cui tutto rimase come prima: cioè una grande pasticcio.

In tale quadro di enorme confusione la commissione presieduta dal professor Rigelli o piuttosto il gruppo delegato nel corso dell’ultima riunione, continuava a lavorare nel tentativo di individuare una qualche soluzione. Pur con la presenza dell’uno o dell’altro esperto ai propri lavori e con l’aiuto a turno dei componenti della missione americana, di passi significativi in avanti non se ne registrava alcuno.

Aveva un bel affermare il professor Rigelli che era compito loro proporre qualche soluzione prima dell’imminente incontro col Governo.

Le tesi più astruse, che andavano da quella di dichiarare la “serrata” generale degli uffici a quella forse meno fantasiosa ma altrettanto insipiente di togliere la corrente elettrica alla intera struttura dello Stato al fine di bloccarne il lavoro, dopo essere state via via esaminate venivano inevitabilmente accantonate.

Ancora una volta l’inventiva del commendator Esposito dottor Vincenzo - Direttore Generale del Ministero della Funzione Pubblica - si rivelò preziosa.

Chiesto un attimo di attenzione e rivolto direttamente agli americani pose loro una breve domanda “Work è o non è un virus? Se la risposta è sì come mi pare di capire allora il primo passo è provare su alcuni “infetti” eventuali antidoti”.

Il rappresentante del Ministero della Sanità non poté che annuire.

Confortato, Esposito proseguì dicendo: “E quale è il metodo migliore per disporre del personale senza violare i regolamenti o come nella circostanza, dare l’impressione di intralciare l’alacre operare degli uffici? Lapalissiano: ricorrendo all’istituto del comando, del distacco o, anche se quest’altra strada è obiettivamente difficile, a quello della missione”.

Anche se gli stranieri facevano fatica a seguirlo, troppo distante era questo tipo di linguaggio rispetto a quello in uso negli States, il consenso parve concretizzarsi maggiormente almeno relativamente alla parte italiana.

Il Direttore confermando il suo carisma proseguì con enfasi.

“Mi rendo pur conto della non lineare situazione in cui stiamo operando però è pur sempre possibile attivare un concorso per titoli riservato al personale dipendente, motivandolo con l’esigenza di sperimentare nuove procedure tese a migliorare l’efficienza e la produttività. Sono certo che i concorrenti non mancheranno e sarà quindi un gioco da ragazzi scegliere quelli da noi ritenuti più idonei. Altrettanto facile sarà poi trasferirli in un’apposita sede e con la scusa di attivare dal vivo nuove procedure e tecnologie tenerli sotto controllo sottoponendo alcuni di essi alle prove od ai farmaci che vorremmo sperimentare”.

A questo punto da parte della Triplice Sindacale si ebbe un ultimo residuo di resistenza, evidenziato peraltro più per onore di firma che per intimo convincimento “Con questa procedura si non viola la legge 300? Vale a dire lo Statuto dei lavoratori?”.

“Faccio appello alle loro responsabilità - li interruppe Rigelli - la posta in gioco è troppo alta e poi sarà compito di ognuno di noi vigilare affinché i limiti della legalità non siano superati”. “Tanto - commentò - peggio di così è impossibile andare”.

L’indomani mattina ebbe luogo l’incontro con il Presidente del Consiglio, il Ministro della Funzione Pubblica e quello della Sanità.

Il progetto pomposamente chiamato “Recupero della funzionalità operativa e normativa delle articolazioni delle Stato e della riformulazione del mansionario generale della Pubblica Amministrazione ai fini della migliore e più produttiva attività dell’apparato pubblico” venne approvato e le procedure concorsuali subito trasmesse a tutte le Amministrazioni.

L’operazione per altro era stata agevolata da un’altro fatto accaduto di recente e che nel breve volgere di alcun giorni era divenuto di pubblico dominio.

Da tempo era in corso nel Paese a cura del competente Ministero un programma teso a divulgare la necessità della più ampia informatizzazione delle procedure amministrative. Sulla scorta di detta iniziativa alcuni Funzionari erano stati delegati ad illustrare in diverse parti del Paese il progetto Nuove tecniche gestionali - “NTG” - inserito nel più vasto contesto del FEPA (Funzionalità ed efficienza della Pubblica Amministrazione). Orbene era accaduto che alcuni funzionari mandati in missione nel Sud del Paese (più precisamente nel capoluogo della Campania) al momento di concordare con i partecipanti al corso l’orario del termine delle lezioni fossero stati letteralmente imprigionati all’interno di una sala e costretti ad esporre per alcuni giorni e senza alcuna interruzione le nuove tecniche di gestione amministrativa ed informatizzata delle procedure.

Anche tale episodio dunque militava a favore dell’espediente escogitato. Quale sede dell’esperimento venne designato il Dipartimento per la programmazione ed il coordinamento generale del Ministero delle Ricerca Scientifica e della tecnologia e più precisamente l’ufficio primo che, oltre ai compiti di supporto per il coordinamento dell’attività dei Dipartimenti e dei Servizi, aveva quelli di Segreteria della conferenza dei Dirigenti dei Dipartimenti e dei Servizi e la Predisposizione degli atti necessari per coadiuvare il Ministro nell’attività di coordinamento delle funzioni dell’Amministrazione. Inoltre allo stesso competeva anche la Promozione e coordinamento delle iniziative per la verifica periodica dell’organizzazione e della funzionalità delle strutture in collegamento con il servizio informatico centrale e statistico e la Predisposizione del rapporto quinquennale concernente l’organizzazione dei Ministeri (così era previsto dallo specifico mansionano del Ministero) e deteneva anche il compito di predisposizione della Relazione sullo stato della Pubblica Amministrazione.

Con l’occasione il professor Rigelli assunse l’incarico ufficiale (in quel momento vacante) di Capo dipartimento per l’informatica e la statistica della Presidenza del Consiglio dei Ministri unitamente a quello sempre tenuto segreto di capo del Progetto.

In tal modo prese avvio la più delicata e complessa operazione di indagine, iniziativa e sperimentazione mai registrata nei nostri annali.

 

 

 

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