Capitolo XXV

Ancora una volta il rituale delle strette di mano e delle rispettive adulazioni che traevano spunto dall’aspetto fisico degli intervenuti o dalle notizie sullo stato delle rispettive famiglie, pareva essere stato dimenticato.

La commissione presieduta dal professor Rigelli convocata a stretto giro di telefonate pareva aver assunto lo stesso stile e ritmo che caratterizzava oramai ogni rapporto intercorrente tra i diversi uffici, le direzioni e le divisioni della Pubblica Amministrazione.

Terminati i convenevoli per altro limitati solo ad un breve cenno del capo, senza ulteriori perdite di tempo tutti presero diligentemente i loro posti in attesa dell’introduzione del Presidente.

L’attenzione dei più veniva attratta da alcuni personaggi che prendevano posto accanto al professor Rigelli e che proprio per la difformità del vestire e per altri particolari (ad esempio le cravatte sgargianti) tradivano immediatamente la loro non italica provenienza.

Tra questi uno era conosciuto, si trattava di quel tale (Orefici borbottava qualcuno) che aveva subito le ire del Presidente grazie ad alcune, assurde dissertazioni circa le presunte responsabilità dei Giapponesi nello sconquasso imperante nel Paese.

Senza frapporre tempo in mezzo Rigelli attaccò: “Dall’ultimo incontro le cose sono notevolmente mutate e purtroppo in peggio. Si deve per la verità riscontrare qualche lodevole tentativo che perlomeno nella fase iniziale ha dato promettenti frutti. Mi riferisco all’iniziativa proposta ed attuata a seguito dell’intuizione del Direttore dottor Esposito”.

Sentendosi citare l’esimio Comm. Vincenzo si aprì ad un largo sorriso che peraltro scomparve di colpo in quanto l’oratore proseguì dicendo: “Intuizione che se ha potuto conseguire un raffreddamento della tensione lavorativa ha provocato in capo ad alcuni giorni l’effetto contrario. La nota circolare Ministeriale se da un lato ha distolto i destinatari dall’irrazionale e spasmodica attività della ‘normale’ routine per corrispondere a quanto la circolare stessa imponeva, ha parallelamente incrementato il nastro lavorativo. Cosicché in oggi le ore di lavoro medio giornaliero per addetto ammontano a circa 16 senza costare una lira in più allo Stato. E’ successo infatti che il tempo utilizzato per compilare i questionari allegati alla circolare sia stato recuperato in coda alle altre attività ritenendo gli addetti che fosse ingiusto far pesare sulle casse dello Stato e quindi sulla collettività il costo di un’operazione che li riguardava personalmente e doveva quindi essere sopportata individualmente. Risultato: l’effetto boomerang dell’iniziativa ha peggiorato la situazione! “.

Dai visi dei presenti traspariva uno sconforto evidente.

Imperterrito Rigelli proseguì. “Le cose dunque stanno così. Si è verificato un pesante incremento dell’epidemia. Impiego questo termine a ragion veduta e ne darò ampia spiegazione in seguito anche in virtù alla presenza di questi signori (e con la mano indicò i suoi vicini) i quali fornendoci la chiave di volta della questione potranno aiutarci. E Dio sa se ne abbiamo bisogno! “.

Dopo tale introduzione l’attenzione dell’uditorio crebbe ulteriormente per cui non vi fu più bisogno di esortare i presenti in tal senso.

“Il quadro è questo: ho preferito suddividere gli eventi che ci riguardano e che sono di nostra conoscenza settore per settore, limitandomi ai principali ed indicando per ognuno un esempio. Ciò con la precisazione che tali esempi sono solo emblematici e carenti per difetto. La realtà purtroppo appare assai più preoccupante”.

Ed iniziò a leggere alcune cartelle che aveva predisposto. La prima dedicata ai Rapporti con l’Estero, precisava quanto segue:

“Le Ambasciate, i Consolati e le Legazioni presenti in terra straniera sono sommerse da una serie di richieste che pervengono loro giorno e notte, cosicché le normali linee intercontinentali e in parecchi casi gli speciali collegamenti via radio sono al limite della capacità.

La manifestazione di viva protesta sfociata in un sit -in attuato nei pressi della Farnesina dalla due alle tre di notte da parte dagli addetti dell’Ufficio delegato per gli accordi per la Proprietà Intellettuale, è stato motivato dalla mancata concessione di asilo politico ad un abitante della Costa Rica recatosi presso la nostra Legazione di Belize e che aveva dimostrato, senza incertezze di saper risolvere un cruciverba ad incastro dell’ultimo numero, il 41, dell’‘Enigmistica Quiz” del 1951. Tale fatto illustra assai bene lo stato di irrequietezza e tensione del settore”. La seconda che aveva per oggetto l’Agricoltura, così recitava:

“Non sono più eccezionali casi come quello riguardante taluni Addetti presso la Direzione Generale per l’Economia Montana e le Foreste, della Divisione quinta che organizzatisi in proprio grazie all’impiego di attrezzate mountain-bike, hanno pedalato per quindici ore per scoprire la causa della segnalata defogliazione di un arbusto di sempre verde sulle pendici del Colledoro nei pressi di Velletri. Forse la vicenda è stata causata dal fatto che la Divisione Quinta della Direzione centrale per l’Economia Montana e le foreste ha specifica competenza in tema di ricerca applicata e sperimentazione in materia di foreste, produzione forestale, difesa del suolo e valorizzazione dell’ambiente naturale. Tecnologia e merceologia del legno. Boschi da seme, disciplina e controllo qualità e certificazione varietale dei prodotti forestali e delle sostanza di uso forestale, oltre ad essere Commissione tecnico-consultiva per il libro nazionale dei boschi da seme. Se a ciò aggiungiamo anche l’episodio che ha visto quali protagonisti altri dipendenti della dodicesima divisione che in relazione al contenzioso arretrato sono riusciti, in una sola mattinata, ad evadere e trasmettere alla firma centotrentadue cause in tema di “martello forestale”; il quadro che emerge non è certo rassicurante”.

La terza parte, che si occupava del Commercio con l’Estero comprendeva la seguente analisi:

“La situazione è al limite dell’assurdo. Le cinque direzioni generali e conseguentemente le 28 divisioni da esse dipendenti su cui si fonda l’Ente, hanno dato vita ad una specie di comitato di urgenza e razionalizzazione per cui una pratica anche se inoltrata per via normale, non appena lasciato il protocollo viene esaminata ed evasa nell’arco di soli tre giorni. Così al quinto, massimo sesto giorno non solo essa può dirsi esaurita ma addirittura precede la partita di merce a cui essa si riferisce.

I riflessi verso l’estero ed anche nei confronti delle importazioni hanno già suscitato un vespaio di contestazioni nei confronti dell’Italia rea di condurre una politica di bassa concorrenza e sleale comportamento verso quasi tutti i Paesi del resto del mondo. Per le rimesse in valuta, ad esempio, il sistema bancario, che come è risaputo provvede con estrema oculatezza e dopo i necessari controlli ad accreditare le diverse somme con ritardi anche ragguardevoli, si trova a dover sopportare un’accelerazione delle procedure che gli erodono anche in maniera consistente, una giusta (ed a volte eccessiva) remunerazione sulla giacenza delle somme. Quello che poi più colpisce è che da parte degli altri Ministeri - ad esempio gli Affari Esteri che tramite le Unità Organizzative Responsabili dell’Istruttoria, ai sensi dell’art. 13 del Decreto Presidente Consiglio dei Ministri. n. 94 del 23/2)91 poteva interloquire in determinate materie - oggi non solo non si contestano tali anomali procedure ma viceversa le si sollecitano.

Per le finanze il problema appare ancora più drammatico. Non solo si è avviato un processo di razionalizzazione delle tasse, imposte, addizionali, contributi, una-tantum ecc., giungendo ad individuarne al massimo una diecina ma quello che veramente è grave è che non sia più eccezionale il caso di un contribuente che telefonicamente si rivolga agli uffici per delucidazioni od altro e che nel giro di poche ore veda presentarsi a casa propria un addetto che oltre a dissipargli ogni dubbio è in possesso della copia dell’intera documentazione a lui conferente e che seduta stante rilascia eventuali mandati di pagamento da riscuotersi presso una qualsiasi banca di importo pari alle imposte indebitamente o erroneamente percepite dallo Stato.

Abbandonata la lettura delle cartelle egli proseguì in questi termini: “Esempi ditale natura ne potrei citare a bizzeffe. Desidero però aggiungerne ancora uno che riguarda un settore particolarmente delicato della nostra vita. L’episodio cui mi riferisco e che è stato oggetto anche di alcune notazioni giornalistiche proprio nelle ultime ore è attinente all’Amministrazione della Giustizia. Come loro hanno di certo appreso - continuò - in una Pretura una causa pendente da quasi un decennio è stata decisa e la relativa sentenza emessa nel corso di una sola nottata. E questo ancora passi. Il fatto che però ha sollevato un sentimento che rasenta lo sdegno e l’indignazione è stato quello che ha visto condannare entrambe le parti in causa ad una penale di 25.000.000 cadauna sulla scorta di un asserito e colpevole dilungarsi di una causa che avrebbe ben potuto, a detta del Giudice, essere risolta molto tempo prima. Vi risparmio quello che ciò ha comportato non solo in riferimento alle rimostranze dei Consigli Forensi ma anche da parte di numerosi imputati che sino ad oggi potevano sperare in una qualche decadenza dei termini e che complice anche la smodata disponibilità di cancellerie, dattilografe ed organi preposti alle fotocopiature degli atti, sembra ormai appartenere ad un passato più che remoto. La macchina della Giustizia ha assunto una velocità inusitata e non esiste in pratica più nessun grado di giudizio che superi il mese!”

Descrivere lo sguardo dei presenti dopo tale esposizione o cercare di interpretare i loro sentimenti è impresa impossibile.

Constatare di persona che un intero mondo fatto di radicate abitudini era stato sconvolto, che granitiche consuetudini si erano disciolte come neve al sole sotto l’impeto di quella che poteva definirsi “la pazzia del secolo” era davvero troppo. Troppo anche per dei rappresentanti della rispettata categoria del “bollo tondo”, della circolare, dell’interpretazione puntigliosa della prassi e del richiamo puntuale alla normativa vigente. Lo stesso Presidente capì che forse si era spinto troppo oltre.

Nel frattempo gli ospiti, che non riuscivano a capire quali sentimenti albergassero nei presenti e che per la verità, non avevano neppure seguito con estrema attenzione lo svolgersi della relazione, intuirono che era arrivato il loro turno.

La pausa era loro servita per distendersi un po’. Il viaggio dagli USA non era stato dei migliori e mentre i rimanenti componenti la missione si erano recati subito a riposare in albergo, Orefici per il Sigenaz, il tenente Bartod, l’inviato del Presidente, Henrica Habbler, l’Addetto alle Pubbliche Relazioni verso i Paesi terzi, l’equipaggio della Sayuz 3 nonché un paio di interpreti, erano stati caricati su alcuni taxi ed ora si ritrovavano lì dinnanzi alla Commissione per contribuire a dipanare l’ingarbugliata matassa.

Ancora una volta il prof. Rigelli prese la parola. “Signori il momento è grave lo ammetto, ma grazie alla collaborazione di questi signori (e compì un nuovo largo gesto per indicarli uno per uno) se non siamo sul punto di trovare la soluzione potremo almeno conoscere come è iniziato questo stravolgimento e quali cause lo abbiano prodotto.”

La storia che venne raccontata a turno dagli ospiti aveva dell’incredibile. L’intera vicenda di Work, di come era arrivato sulla Terra e in che modo si era diffuso all’interno della Pubblica Amministrazione, degli effetti che provocava divenne così di pubblica conoscenza dei membri della Commissione. Se da un lato poteva tranquillizzarli (un virus alla fin fine può essere debellato) dall’altro non mancava di far sorgere loro altre e più inquietanti preoccupazioni. Si aveva un bel affermare che oggi sappiamo cos’è. Diverso era poter affrontare la questione e constata la vastità del fenomeno bloccarne le conseguenze eliminandone alla radice le cause.

Ci vollero alcune ore di discussione durante le quali tutti ebbero da dire la loro, ma alla fine alcuni punti risultarono fermi. Primo: la questione era talmente grave ed ampia che solo il Governo aveva i poteri per intervenire. Secondo: occorreva trovare un antidoto. Terzo: si doveva trovare il modo di somministrarlo a quanti risultassero già colpiti dal male o che corressero il rischio di esserlo entro breve tempo. Ultimo: tenere la cosa segreta.

Sul primo punto non si incontrarono difficoltà. Il professor Rigelli venne incaricato di chiedere un immediato incontro con il Consiglio dei Ministri o in subordine con il Presidente del Consiglio, il Ministro della Sanità e con quello della Funzione Pubblica.

Sui punti restanti la questione si ingarbugliava. Come era possibile trovare un antidoto se non si avevamo cavie a disposizione? Ed, inoltre, come somministrarlo visto che aveva colpito decine di migliaia di persone. Infine come era possibile tenere segreta la notizia?

Gli interrogativi superavano di gran lunga le proposte per cui per stanchezza si decise di delegare a poche persone: Rigelli, Orefici, Bartod, il Direttore del Ministero della Sanità, il commendator Esposito ed Henrica, con funzioni di segretaria (l’interessata non ne fu per nulla entusiasta considerati gli impegni precedentemente assunti con Louis), l’incarico di formulare una proposta da sottoporre al Governo nel corso dell’imminente incontro.

Era ormai notte inoltrata quando la riunione si sciolse. Ognuno con i propri pensieri e tutti con la medesima preoccupazione - almeno per parte italiana e con la solita eccezione della Habbler irritata più che mai per il fallimento dei propri progetti - si avviò verso le rispettive abitazioni. Nel frattempo la troupe americana veleggiava accompagnata da Orefici verso Via Veneto per compiere alcune interessanti “divagazioni” prima del rientro in albergo.

Fu proprio durante questo spostamento che la delegazione americana constatò direttamente la gravità della situazione.

Gli autisti che dovevano condurli a destinazione e messi a loro disposizione dalla Presidenza del Consiglio si rifiutarono categoricamente di lasciarli a spasso in Via Veneto. Continuarono a seguirli nel caso in cui gli ospiti avessero avuto bisogno di loro. Solo al rientro in albergo e dopo che gli autisti origliando alle porte si accertarono che gli ospiti si erano addormentati, le automobili rientrarono in garage

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