Capitolo XXIV

Era stata sufficiente un’ occhiata penetrante di Oreste Pacifici appena giunto nei pressi del Pentagono per afferrare la situazione. “Bravi! - disse - Come al solito questi yankes tengono tutto sotto controllo.” Un po’ troppo per la verità. Infatti malgrado la presenza del suo agente Henrica avvolta in uno splendido fuseau color verde mare che l’attendeva assieme al suo vecchio amico Louis (i due si erano precipitati al Pentagono appena ricevuta la notizia dell’arrivo dell’agente numero 3), l’accoglienza non era proprio delle più cordiali.

L’automobile non si era ancora fermata che due energumeni in tuta mimetica lo avevano violentemente strappato dal sedile: mentre uno gli piantava nelle costole un M16 l’altro lo frugava come solo può fare un borsaiolo sul metrò nelle ore di punta, con la sola differenza che questa volta la perquisizione era tutt’altro che delicata.

Il tapino aveva cercato invano di fornire spiegazioni con il suo americano broccolineggiante ma i due continuavano imperterriti lasciandosi di tanto in tanto sfuggire a voce alta alcune considerazioni del tipo: “he is an unsavoury type” (letteralmente: è uno sporco figuro).

Solo dopo che Louis ebbe mostrato il distintivo della CIA il nostro poté accedere all‘interno dell’edificio.

Ancora sconvolto dall’accoglienza nel giro di pochi minuti era stato finalmente messo a conoscenza degli ultimi avvenimenti compreso quello straordinario dell’esistenza di “Work” e della contestuale presenza presso il Pentagono del suo scopritore il sergente, pardon, tenente Bartod.

Tutto gli cominciava ad apparire chiaro. La scoperta era forse la chiave di volta del caos che si era scatenato in Italia. Pacifici in verità lo definiva “un grande casino”. Mancavano peraltro alcuni insignificanti anelli della catena.

Chi se ne fregava - pensava - di come WORK fosse arrivato nella penisola italiana; del perché aggredisse solamente i dipendenti pubblici. L’importante era trovare una soluzione e perché no magari scoprire qualche collegamento con quei brutti musi gialli (per lui quella era una pista difficile da accantonare) ed infine poter scalare ancora i due restanti gradini della piramide del SIGENAZ per diventare lui il numero uno.

La sala posta al decimo piano dell’ala sud dell’edificio fu raggiunta dopo un vero e proprio percorso di guerra.

Rigorosamente racchiusi in un perimetro rappresentato da sei marines, armati sino ai denti gli “ospiti” avevano dovuto percorrere almeno tre chilometri di corridoi, scendere e salire da innumerevoli ascensori, rispondere ad una ventina di parole d’ordine, farsi fotografare di lato, dietro e di fronte, radiografare per scoprire chissà quale diavoleria nascosta nel loro corpo ed infine dopo aver lasciato ogni oggetto metallico in loro possesso (dura era stata per Orefici convincere l’addetto che la sua protesi in acciaio che collegava il secondo molare superiore destro al secondo premolare non poteva essere rimossa), giunsero a quella che era diventata il centro dell’operazione “SW - (Spit Work,” che letteralmente stava a significare “Trafiggere Work)”. Invero il generale Steffen la definiva in modo più prosaico: “SW - to Spit Work”, ossia “sputacchiare quel fetente di Work”.

La sala sembrava un hangar. Una tavola che avrebbe potuto ospitare in contemporanea almeno gli ottavi di finale del torneo mondiale di ping-pong, vedeva seduti al vertice principale il già citato generale Steffen, l’inviato del Presidente e il Capo della Sezione “B”. Sulla destra stava il tenente Bartod, affiancato vi era l’amico Chilow e, in successione, l’equipaggio della Sayuz 3 vale a dire il maggiore Colbert e l’ing. Baylor.

Di fronte, solo per citare i più diretti interessati alla questione, stavano il colonnello Williams comandante di Carol Space, l’addetto alle pubbliche relazioni verso i Paesi terzi, nonché una folta schiera di personaggi di ambo o meglio dei tre sessi, in borghese o in divisa. La maggior parte di essi avevano una serie di stelle sulle spalline tali da far impallidire l’osservatorio di Monte Palomar. In tutto erano almeno una ottantina di persone.

Dal gigantesco lampadario che sovrastava la tavola una nutrita serie di piccoli fari illuminava ogni leggio posto di fronte ai convenuti. Essi avevano a disposizione anche una selva di pulsanti, altoparlanti, cuffie, microfoni ed altre diavolerie frutto della più moderna tecnologia.

Tre delle pareti della sala erano del tutto occupate da giganteschi schermi raffiguranti l’intero globo terrestre. Su di essi una miriade di luci multicolori  continuavano ad accendersi e spegnersi mentre i simboli di navi ed aerei si muovevano in continuazione.

Alle spalle della “Presidenza” un grande schermo bianco attendeva solo di essere utilizzato.

Infine seduti tra lo schermo ed il tavolo, pronti a scattare al minimo segno, era presente una vera e propria schiera di addetti, dattilografe, stenografe, esperti, segretari e segretarie.

Gli addetti alla sicurezza ostentavano calma ma le loro mani continuavano ad accarezzare le armi nascoste goffamente sotto completi grigi stile anni Venti.

Questa visione d’assieme strappò all’agente del SIGENAZ un sospiro di invidia.

“Quando mai in Italia potremmo disporre di tutto questo”. Ma poi riprendendosi con prontezza rivolse un largo sorriso alla “folla”. Pur dubitando che qualcuno avesse potuto notano anche a causa dell’immensità della sala egli prese posto con Henrica ed al suo collega USA all’altro lato del tavolo. Per alcuni momenti regnò un silenzio innaturale mentre il luccichio degli schermi continuava imperterrito. Poi prese la parola l’inviato del Presidente. Inutilmente Orefici cercò di afferrare senso e significato di quel brusio che veniva da lontano. Finché, con una vigorosa gomitata tra la terza e la quarta costola la Hebbler gli fece indossare la cuffia che aveva di fronte.

“ come vi ho già spiegato - la voce dell’inviato presidenziale gli giunse opportunamente tradotta in simultanea - il problema che sta alla base di Spit Work non ci riguarda proprio da vicino e semmai interessa un’altra Nazione. Tuttavia visti i buoni rapporti e soprattutto considerata l’innata benevolenza del nostro grande Paese verso i problemi di Nazioni più piccole ed in difficoltà abbiamo voluto attivare questa Task-force per aiutarlo”.

Orefici cominciò a dare segni di nervosismo.

“Se quello che mi hanno raccontato appena arrivato - pensò - corrisponde al vero questi dapprima causano con i loro viaggi una grande confusione e poi fanno i missionari cercando di venderci qualche specchietto quasi fossimo gli indiani incontrati da Colombo”.

Imperterrito il rappresentante della Casa Bianca continuava la relazione. “Dobbiamo alla sensibilità del tenente Bartod se si è scoperto Work. Si tratta di una scoperta veramente storica che è stata resa possibile dalla eccezionale tecnologia spaziale posseduta dagli americani e dall’eroismo dei suoi astronauti il maggiore Colbert e l’ingegner Baylor.”.

Inutile: la questione veniva prospettata con la furbizia degna di uno sfacciato venditore arabo di tappeti. Di soluzioni neppure a parlarne.

Uguali almeno nella sostanza furono gli interventi che seguirono. Il generale Steffen pigiando su una serie di pulsanti dimostrò la forza di dissuasione dell’apparato militare a propria disposizione facendo apparire sullo schermo posto dietro di sé, grafici, animazioni, zoommate su particolari difensivi collocati a difesa del Palazzo e un ingrandimento tridimensionale di Work.

A vederlo così grande e per la prima volta Orefici si chiese come poteva quel mostriciattolo costringere un archivista di seconda classe del Ministero dei beni Culturali a catalogare in una sola nottata tutte le qualità di pietre degli scavi di Pompei. Poi vista la piega assunta della discussione prese il coraggio a due mani. Si alzò e stese la destra ben al disopra della propria testa cercando di farsi scorgere da quanti sedevano all’altro capo del tavolo. Per un po’ nessuno lo notò. Poco dopo mentre gli altri proseguivano imperterriti nella manfrina iniziata dall’inviato del Presidente, Orefici ebbe uno di quegli scatti che fanno di un uomo un uomo più.

Ricordatosi dell’illustre precedente di un “mugik” sovietico assurto alla massima carica del suo Paese, si tolse la scarpa destra e cominciò a picchiare energicamente sul tavolo.

Ahimé, il risultato fu diverso da quello che sperava. Quella volta alle Nazioni Unite lo “scarpatore” aveva attirato l’attenzione del mondo intero. Oggi invece gli addetti alla sicurezza in un lampo gli assestarono un paio di poderosi schiaffoni. L’unico esito positivo del suo comportamento fu che egli venne notato da tutti.

Alla fine benché dolorante Orefici poté parlare.

Non ci volle molto per convincere gli ascoltatori che le notizie giunte dall’Italia erano tutt’altro che esagerate. Il quadro tracciato da Orefici era addirittura apocalittico. Anche per gli americani la possibilità che Work li costringesse ad abbandonare durante il fine settimana la sana pratica del taglio d’erba dei graziosi giardini che circondavano le loro abitazioni fuori New York, servì assai di più di lunghe e dotte dissertazioni. In breve la faccenda assunse un’altra piega.

Seguirono i racconti dei due astronauti e le imbarazzate spiegazioni del Comandante della base in merito al bonsai. Finalmente grazie al dettagliato racconto del chimico si giunse ad afferrare la chiave del mistero. Il capo della sezione “B” intervenne più volte fornendo preziose informazioni di ordine scientifico.

Work, l’indesiderato viaggiatore dello spazio giunto sulla terra, era il responsabile di quell’assurda attività che aveva stravolto l’Italia.

Rimaneva semmai da capire perché proprio in Italia fosse esplosa l’epidemia e per quale ragione solo nei confronti dei dipendenti della Pubblica Amministrazione i suoi perniciosi effetti erano affiorati in modo così clamoroso. Gli esami cui era stato sottoposto Work non avevano dato apprezzabili risultati né d’altro canto si era ancora riusciti ad isolare la minima sostanza capace di fornire basi su cui lavorare per approntare un idoneo antidoto o vaccino. La decisione cui si pervenne era essenzialmente indirizzata in due direzioni. La prima consisteva nel porre fine all’inutile stato di allerta del Pentagono. Anche il generale Steffen seppure a malincuore convenne che marines, mitragliatori, filo spinato, carri armati, nulla avrebbero potuto contro una eventuale “invasione” di Work. La seconda fu quella di imbarcare quanti erano maggiormente interessati alla questione su un Jumbo diretto a Roma per collaborare con i colleghi italiani alla risoluzione del problema. L’ultimo ad imbarcarsi fu proprio lui, un esemplare di Work, debitamente racchiuso in un contenitore a tenuta stagna scortato da quattro agenti.

Tolto l’allarme al quinto piano dell’immenso edificio finalmente 1 ‘ausiliaria Betty Grable, visto sostituire il messaggio “ALARM FIVE LEVEL” con quello più rassicurante “WC Staff Only”, poté velocemente varcare quella porta.

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