Capitolo XXIII

Le cose non andavano proprio nel verso giusto. O per meglio dire non marciavano nel senso tradizionale.

I casi “anomali” oramai non si contavano più. Passi per quello che sembrava un nuovo modo di concepire tempi e intensità del lavoro: rapidità, efficienza, dedizione ed attaccamento alle proprie funzioni non meravigliavano più di tanto. Frattanto l’organizzazione sempre più tesa alla eliminazione dei tempi morti o dei ritardi, si affinava di nuovi aggiustamenti sino a raggiungere livelli sovrumani.

Uffici, dipendenze, sezioni, divisioni persino i più sperduti uffici periferici della macchina statale erano completamente stravolti dall’inarrestabile attività degli addetti che, non paghi di aver sbrigato l’intero arretrato ed in spasmodica attesa di nuove pratiche, utilizzavano quello che a loro sembrava “tempo perso” e cioè i rari momenti di sosta, per ridipingere pareti, riparare serrature ed infissi, lustrare pavimenti e via di questo passo.

Quello che assestò il colpo di grazia al sistema e fece piombare nello sconforto più desolato anche gli incalliti membri della super-commissione era la notizia che la malattia aveva attecchito anche in uno dei templi della oculata gestione del tempo e delle scadenze: il comparto della Giustizia.

In particolare un episodio legato ad una banale causa discussa in una sede pretorile, aveva evidenziato come il virus continuasse a colpire

La causa era una delle solite: un problema insorto da almeno un decennio tra due confinanti sull’uso di una strada interpoderale che in ragione di vari rinvii (ognuno di circa otto mesi) non riusciva a giungere a decisione

Le “riserve” del Pretore erano immancabilmente alternate da altri rinvii Alcuni erano predisposti d’ufficio a seguito delle ferie del titolare della causa ed altri erano provocati dalla sua sostituzione con altro Giudice in conseguenza del trasferimento ad altro incarico

Le richieste di termini a difesa per consultazione dei diversi documenti o memorie (autorizzate o meno) che la controparte produceva, erano un altro tassello dell’interminabile calendario della causa.

Così quando una mattina scavalcando i colleghi intenti a “prestare” la propria schiena ad un altro collega affinché questi potesse appoggiarvisi per stendere un qualche verbale d’udienza (i tavoli per la verità c’erano o meglio ve n’era uno solo anche se era costantemente occupato da valanghe di fascicoli messi sottosopra da avvocati, procuratori, praticanti e patrocinatori vari, ognuno dei quali disperatamente ricercava il proprio), i legali in causa si apprestarono ad una nuova udienza. Dalle due parti la cosa venne presa con serafica abitudine e con il pensiero volto più alle cose da dire ai rispettivi clienti dopo l’ennesimo rinvio e forse ai principali motivi che potessero ben giustificare un ulteriore incremento del fondo spese.

Conquistata l’attenzione del Giudice essi si accorsero subito che qualcosa non andava per il verso solito.

Intanto non c’era la solita ressa intorno al tavolo. I Colleghi se ne stavano tranquillamente a debita distanza in silenzio ed i fascicoli d’ufficio erano ben allineati sul tavolo del Pretore.

L’avvocato Bellavisi uno dei più anziani del Foro e che presenziava di persona solo in ragione del fatto che la notte precedente non aveva dormito bene per cui alzatosi di buon’ora si era deciso a “fare un passo” in Tribunale per salutare i vecchi amici, ammiccò verso il Collega: “Che cosa è questa novità? Non vorrà mica fare sul serio! “. Un gelida occhiata del Pretore gli tolse il sorriso.

Il Giudice aprì il fascicolo ed esordì nel seguente modo:

“Dunque la causa mi sembra sufficientemente istruita e quindi ben si può giungere ad una rapida decisione.”

Seguì un silenzio surreale.

Anche gli altri avvocati, con gli occhi sbarrati seguivano la scena.

Imperturbabile il Giudice proseguì: “Loro hanno qualcosa da aggiungere?”. Silenzio di tomba. Sempre più sbalorditi i due Legali non azzardavano parola. Poi infondendosi coraggio l’avvocato Bellavisi disse: “Vede, signor Giudice nell’ultima udienza, Lei, se ben ricordo si riservò in merito alla produzione di prove che il mio esimio collega, ancorché tardivamente postulò e noi nel supremo interesse della Giustizia non ci opponemmo”.

Non ebbe tempo di aggiungere altro . Il Pretore lo interruppe bruscamente:

“La riserva è sciolta: niente prove. Ci mancherebbe altro: sono dieci anni che i vostri assistiti attendono giustizia ed ora vorreste ancora bloccare una decisione che avrebbe dovuto essere stata assunta da tempo.”

“Vuoi vedere che ora la colpa è nostra?”, pensò il collega di causa di Bellavisi ma si guardò bene dall’esternare la sua valutazione.

“Dunque questa questione mostra due cittadini che si sono rivolti a Noi per sapere chi dei due abbia o meno la possibilità di fruire del tratto di strada in questione. Inoltre chiedono chi nel caso entrambi intraprendessero il percorso con i loro mezzi meccanici, debba cedere la precedenza all’altro. La

causa è di una semplicità esemplare; mi meraviglio che entrambe le parti in causa non abbiano trovato subito - e sottolineò con forza questo termine - una soluzione alla cosa. Ma forse non conveniva a qualcuno ... “. Il riferimento alle questioni parcellari era più che evidente.

Timidamente dopo una rapida consultazione l’avvocato Bellavisi chiese la parola. “Va bene sentiamo cosa ha da dire la parte attrice”, tagliò corto il Pretore, senza dimenticarsi però di aggiungere: “E mi raccomando concisamente!”.

“Vede Signor Giudice anche la Suprema Corte con la nota sentenza delle Sezioni Unite del 1965 ha stabilito che a fronte della complessità della causa ed alla impossibilità di un accordo debbano essere concessi, a mente delle disposizioni del Codice di Procedura Civile, adeguati termini a difesa prima di poter giungere alla udienza di P.C. (precisazione e conclusioni) che sola, proseguì dopo uno breve sospiro, può avviare l’iter definitivo della questione e consentire al Giudice di emettere la sentenza”.

Il Pretore lo fissava sempre più imbufalito.

“Lei vorrebbe dirmi che io non conosco la procedura? Vorrebbe insinuare che violo il Codice?.” “Assolutamente no, Signor Giudice replicò l’Avvocato. Solo vorrei richiamare la Sua illuminata attenzione sul fatto che ci pare occorra ancora almeno un’udienza prima di porre finalmente la parola fine a questa questione, almeno in questo grado di giudizio” - si lasciò incautamente scappare il

difensore.

“Bene allora il Pretore, visti i relativi articoli del Cod.Proc.Civ., rinvia la causa ..“ (solo dopo queste parole il sorriso dei difensori che cominciava ad increspare le loro labbra scomparve di colpo) “... alle ore 22,00 di questa sera per udienza di precisazioni e conclusioni a cui seguirà nella mattinata di domani l’ultima udienza in cui verrà letto il dispositivo della sentenza”.

“Ma signor Giudice come faremo a prendere rispettiva conoscenza delle nostre posizioni in un termine così breve? “. “Semplice - fu la risposta - durante la notte!”.

Altre dodici cause che figuravano nel calendario d’udienza quella mattina seguirono l’identica sorte.

E’ appena il caso di sottolineare come la vicenda fosse destinata a sollevare un vespaio, per cui alle 22,00 con la contestuale, eccezionale presenza di tutti all’interno del “Palazzo” dattilografe, cancellieri, addetti al registro, alle fotocopie, ecc., l’aula d’udienza mostrava il tutto esaurito. In prima fila stava l’intero Consiglio dell’Ordine era debitamente schierato e giustamente preoccupato.

Una velocità come quella che andava appalesandosi non solo era anormale ma soprattutto rischiava di travolgere usi, costumi e quant’altro connesso aveva costituito sino ad allora il cardine dell’adeguato tempo dibattimentale (e di durata di causa) su cui poggiavano i rapporti tra Clienti ed Avvocati e tra questi ultimi e la macchina della Giustizia.

Su un lato della sala alcuni giornalisti non si lasciavano sfuggire nulla.

Il Pretore non perse tempo in preamboli. “Dunque ci sono le memorie di precisazione?”.

L’attenzione era al massimo.

Lentamente l’avvocato Bellavisi conscio di essere al centro dell’attenzione si alzò. Sistemata la toga nuova sfoderata per l’occasione iniziò a parlare. “Signor Giudice, un fatto nuovo, veramente eccezionale mi impone, ci impone di esaminare la vicenda sotto un profilo totalmente diverso.

Da quando la causa prese avvio e ben sussistevano i motivi di gravare l’Eccellentissimo Signor Pretore, il problema appare profondamente mutato.’,

Ancora una volta il Giudice non nascose la propria impazienza.

“Avvocato o meglio avvocati - disse - poiché mi sembra di capire che lei parli anche a nome del collega, vuole essere chiaro. Qui non abbiamo tempo da perdere! “.

“Deve scusarmi - replicò - ma il supremo interesse della Giustizia mi obbliga a riepilogare sia pure brevemente i fatti”. Preso coraggio l’avvocato proseguì.

“Come Lei ben sa il Paese è profondamente mutato. La stampa, le televisioni ne hanno fornito ampia testimonianza. La velocità che permea tutto l’alacre operare della nostra Nazione ha provocato momenti di sbandamento, creato aspettative innaturali, in ultima analisi ha modificato radicalmente rapporti e consuetudini, innovato profondamente nel radicato modo di operare, servire, lavorare! “.

“E questo dove vuole andare a parare?”, si chiedeva il Giudice.

“I tempi si sono accorciati, le soluzioni si sono imposte, il divenire da prossimo è diventato immediato!“.

“Avvocato e questo cosa c’entra?” - esclamò.

“C’entra, c’entra signor Giudice. Le esporrò alcune brevi premesse. Sulla scorta di quanto è venuto via via affermandosi nel Paese anche l’an della causa è mutato.

In breve: nel corso di causa attraverso il ricorso ad una Conferenza dei Servizi, attivata per la verità con sospetta frettolosità, è stato modificato l’assetto idro-geologico, strutturale e pianificatorio dei territori in cui gravita l’oggetto della vertenza: la strada interpoderale. In altri termini la strada non c’è più: al suo posto scorre una veloce autostrada e le parti in causa a ben vedere non hanno più motivo di doglianza.”

Poco mancò che il Giudice urlasse.

“E voi venite adesso dopo tutti questi anni a dirmi che è cessata la materia del contendere?.”

Il brusio che sulle prime era appena percettibile lasciò il posto ad una canea. Tutti volevano esprimere la propria opinione. I rappresentanti del Consiglio Forense si appellavano alla “insostituibile” funzione della difesa; il cancelliere (che questa volta era ben presente e non lasciava agli avvocati l’onere della verbalizzazione), non sapeva che pesci prendere; gli avvocati cercavano disperatamente di spiegare agli ignari clienti (convocati in fretta e furia) che la colpa era di qualcun altro. Insomma si ebbe una specie di pandemonio. Il Giudice si alzò. Imposto il silenzio si ritirò per decidere.

Dopo pochi minuti rientrò leggendo il dispositivo della sentenza.

“In nome del Popolo Italiano, visti gli art. ecc. ecc.. si condannano le parti in causa a rifondere allo Stato, ex art. 96 codice procedura civile, le spese di giustizia quantificate in lire 25.000.000 cadauna. Nel merito si dichiara cessata la materia del contendere. Spese compensate. L’intera sentenza verrà depositata entro le ore 8 di domani. La seduta è tolta”.

Quello che seguì è difficilmente spiegabile.

Chi si allontanava in preda a incubi. Chi protestava a viva voce. Chi infine continuava a non capirci nulla.

Nello stesso modo andarono un’altra decina di causa discusse o meglio decise nell’arco di poche ore.

Il fatto non era certo da passare sotto silenzio. I giornalisti presenti si precipitarono al telefono e la mattina successiva unitamente alle innumerevoli altre notizie sul tema dello stravolgimento dei ritmi della Pubblica Amministrazione, anche quella riguardante l’andamento della Giustizia trovò adeguato spazio aggiungendosi a quella sorta di bollettino di guerra che di ora in ora segnava l’evolversi e l’allargamento dei perniciosi effetti di Work. Deve sottolinearsi che contrariamente all’inizio del fenomeno la stampa aveva trovato in Work un filone ricco di spunti per cui ogni quotidiano dedicava ampi spazi aprendo sovente con titoli a tutta pagina. “L’ondata di eccessi non accenna a diminuire”. “I dipendenti del Poligrafico si barricano negli Uffici”. “Il Parlamento vuole lo stato di emergenza” e via di questo passo. All’interno mescolati ai vari annunci economici non era inoltre raro trovarne altri come questo: “Dipendente dello Stato offresi a titolo non oneroso a favore di piccolo Comune per qualsiasi mansione”.

Una notizia, infine aveva avuto l’onore della prima pagina su quasi tutte le testate.: “Si riapre tangentopoli” e nel sottotitolo “Un imprenditore arrestato mentre corrompeva un Direttore dei Lavori Pubblici”.

Nulla di nuovo si potrebbe pensare. Invece la novità, e che novità risiedeva nel fatto che vi era stato un tentativo di corruzione ma di segno opposto rispetto a quelli che avevano portato una Procura a ricoprire il ruolo dell’Angelo giustiziere.

La corruzione o per meglio dire il tentativo riguardava una pratica di costruzioni autostradali. La novità era costituita dal fatto che questa volta il “corruttore” non tendeva ad accelerarne l’iter ma semplicemente a ritardarne l’esito positivo. Era successo infatti che egli basandosi sui normali tempi necessari per ottenere le diverse autorizzazioni avesse iniziato le pratiche collegate (acquisizione dei terreni, assunzione delle mano d’opera, reperimento dei fondi necessari, acquisto dei macchinari) fidandosi su tempi che nella nuova situazione non si rivelavano più adeguati.

Il risultato a questo punto era quello che una volta ottenuti i relativi permessi ed autorizzazioni i lavori non avrebbero potuto puntualmente iniziare e concludersi con il rischio di vederseli annullare.

Da questo ed esclusivamente da questo dunque era nata la cattiva idea di cercare di “rallentare” la pratica. La reazione sdegnata del direttore del Ministero lo aveva però portato in carcere.

Di questa vicenda si era poi impossessata la stampa estera e la notizia dopo aver fatto il giro del mondo gettava nuove ombre sull’andamento dell’intero apparato produttivo in Italia.

La misura sembrava proprio colma. In questo clima appunto,si riunì nuovamente la super commissione.

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