Capitolo  XXII

Erano anni che al Pentagono non si respirava un’aria così decisamente irrequieta.

Forse ai tempi della mancata invasione della Baia dei Porci o più di recente dell’operazione Tempesta nel deserto o in quelli della massima tensione nell’ex blocco sovietico si era notata eguale eccitazione nei piani alti dell’immenso edificio cuore del sistema difensivo degli States.

In fondo a provocare tutto ciò era bastato davvero poco.

Da un lato l’atterraggio in una base vicina del Phantom che portava i reperti della scoperta dell’allora sergente Bartod: il “famoso” Work; dall’altro alcune telefonate provenienti dall’Agenzia e quella per la verità assai più allarmata del Sigenaz che per bocca del suo numero tre aveva parlato, senza mezzi termini, di “pericolo per l’ordinamento mondiale” e di “proditorio attacco messo in atto forse dai Giap” le cui conseguenze avrebbero fatto passare in secondo piano anche quello di Pearl Arbour.

Il Generale a quattro stelle (con fronde di ulivo a ricordo della sua missione di pace in Somalia) Antony Steffen masticava rabbiosamente un sigaro.

Seduto di fronte a lui il Vice Assistente del Sottocapo per la Sicurezza alla Casa Bianca cercava da almeno un’ora di fargli comprendere la complessità del caso.

“Generale - ripeteva per l’ennesima volta - non è una questione militare in senso stretto (strictu sensu aveva più volte ripetuto ma vista l’inutilità della cosa ormai preferiva esprimersi più chiaramente). Il problema investe aspetti sociali, economici e politici. E’ come se, tanto per fare un esempio, lei impartisse un ordine ad un battaglione di marines e l’ordine prevedesse che questi dovessero attraversare un ponte in punta di piedi camminando lentamente e in fila ordinata. Viceversa l’ordine venisse eseguito in maniera opposta con i soldati urlanti di corsa e disordinatamente: ognuno incurante dell’ordine teso solo a raggiungere con la massima velocità possibile l’altro capo del ponte. Se lo immagina che caos?”.

“Immagino un cazzo - sbottò il generale - tutti sotto la Corte Marziale altro che balle. Questa sarebbe la soluzione”

Tombola! Con il viso ormai rassegnato il Vice Assistente tentò un’altra carta.

“Vede Generale lei ha indubbiamente ragione ma questo non si può fare”. “E perché? Chi me lo impedisce?”

Inutile. Proprio tutto inutile.

“Questo becero di militare - pensò l’uomo della White House - non capisce proprio niente”.

Sospirando giocò l’ultima carta.

“Generale! Sono ordini dall’alto!” Meccanicamente il Generale si aggiustò la cravatta. “Dall’alto, quanto?”. “Da molto alto”.

“Proprio Alto, Alto?”

“Sì! La secca risposta non ammetteva repliche.

Il Generale balzò in piedi mentre il suo sguardo tradiva, nel sottofondo, le note della banda della Marina che gli parve di udire come quando al rientro da Mogadiscio il Presidente gli aveva stretto la mano. “Obbedisco!” mentre la mano era tesa sulla sua fronte.

“Finalmente!” - gioì in cuor suo l’uomo di Washington. “Ora mi ascolti bene. Questi sono gli ordini” - una breve pausa e riprese - “Tutto ciò che ha attinenza con Work riveste carattere di segretezza; deve essere subito allertata la Guardia Nazionale; a ore arriveranno alcuni Agenti della Sicurezza Nazionale assieme ad alcuni colleghi italiani: a tutti deve essere assicurata la massima assistenza. Ed infine il sergente, pardon il sottotenente Bartod della Base di Carol Space deve essere immediatamente - e sottolineò con enfasi la parola - ripeto immediatamente, trasferito alla sezione C del Pentagono e per nessun motivo deve avere contatti con l’esterno. In ultimo tutta l’ala del predetto settore C è posta sotto la sorveglianza diretta della CIA”.

Stupefatto il Generale dimenticò di sedersi. Possibile? Dei civili all’interno del Pentagono con pieni poteri?

Ancora con un minimo di dubbio quasi balbettando soggiunse. “Siamo proprio sicuri? Sono ordini dall’Alto? Molto dall’Alto?”“Senza alcun dubbio!”

Solo nelle Filippine il Generale aveva conosciuto eguale incertezza. Comprendendo lo stato d’animo del suo interlocutore quasi mosso a pietà il Vice Assistente aggiunse “Forse ci sono dietro i Giap!” Altro scatto d’orgoglio del Generale: “Allora cambia tutto!” Meccanicamente aprì il primo cassetto della scrivania ne trasse l’amica di tante battaglie una luccicante Colt 45 con l’impugnatura di avorio e ficcandosela nella cintura alzò il telefono iniziando ad impartire, con voce tonante gli ordini che l’Uomo del Presidente (per lui ormai era quasi il Presidente in persona) gli aveva teste trasmesso.

Quello che di lì a poco successe nell’immenso edificio e più precisamente nell’ala che ospitava il famoso settore C era degno di un film di John Ford. Gruppi di marines in assetto Rambo prima maniera si appostavano dietro ogni angolo; pesanti porte in acciaio uscivano dagli scomparti e bloccavano ogni accesso; luci rosse lampeggiavano sulle porte, mentre la scritta “ALARM FIVE LEVEL” prendeva il posto del più prosaico cartello “WC Staff Only”.

L’allarme era scattato in grande stile e questa era appunto la scenografia che attendeva di lì a poco Oreste Pacifici che, sia detto per inciso, durante il precipitoso viaggio intrapreso da Roma verso gli USA appena avuto il messaggio inviatogli da Henrica Habbler, aveva pensato bene di mettersi in contatto satellitare con il suo omologo dell’Agenzia. Durante la conversazione aveva trasmesso le ultime novità dimenticandosi di dire (o meglio omettendo di dire) che i Giapponesi non c’entravano nulla. Si avvalse invece per dare il giusto risalto alla cosa della comune lontana discendenza (erano imparentati con uno stesso cugino amico tra l’altro di Salvatore Mestino nativo di Corleone). Il risultato era stato quello di scatenare quel pandemonio che a quanto si è avuto modo di vedere aveva coinvolto persino il Pentagono.

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