Capitolo XIX

Al Ministro il risultato della riunione non era piaciuto.

Per prima cosa si era ritrovato sulle spalle la responsabilità di “fare da capofila” per un problema che rischiava di diventare una vera e propria bomba. Inoltre era diventato detentore di un segreto, quello riferito alla presenza del SAL, che quando meno poteva costargli l’accusa di omissione di atti d’ufficio se non peggio. Il suo umore perciò non era certo dei più trattabili quando il dottor Esposito adempiendo al solito rito della “visita” al Ministro, chiese udienza per rendergli omaggio. L’atmosfera che si respirava nell’Ufficio mise immediatamente in allarme il Direttore. Alcuni indizi gli rivelarono che qualcosa non andava.

I giornali: non erano neppure stati aperti; la cartella della firma era ancora rigorosamente chiusa.

Il tambureggiare delle dita del Ministro sul ripiano della scrivania facevano inoltre presagire un prossimo temporale.

Faire bon vis à mouvais jeu” disse fra sé e sé il Commendatore.

Con un leggero inchino cercò di informarsi sulla salute del Ministro, su come egli avesse dormito.

Nulla da fare questa volta. Il tambureggiare era diventato più insistente.

Il dottor Esposito maledisse in cuor suo di non aver scelto la strada dell’assenza fuori sede.

“Allora dottore non Le sembra che la sua “sparata” di far parlare tutti si sia rivelata un vero e proprio boomerang? Eccoci qui con questo coccodrillo sulla scrivania che se non riusciamo a passarlo a qualche altro, rischia di divorarci”. Il plurale majestatis del Ministro voleva dire un’unica cosa:

“Caro dottore io me ne tiro fuori. Tutto il resto sono cavoli suoi e sarà lei a pagare”.

“Signor Ministro- replicò subito il suo interlocutore (un Direttore Generale infatti non si fa mai chiudere in un angolo) - come avrà certamente notato è stato il rappresentate della Sanità responsabile di quanto avvenuto. Se costui si fosse limitato ad esporre le solite tabelle senza parlare di problemi che riguardavano unicamente il suo ministero tutto sarebbe filato liscio ed anzi avremmo colto il risultato di sottoscrivere un accordo con la Triplice; fatto che si può sempre spendere positivamente sulla stampa.”

“Poi - aggiunse - esiste comunque la possibilità di relazionare al Primo Ministro che Le ricordo l’aveva espressamente delegata.”

Come nel gioco del biliardo quando si colpisce una palla per indirizzarla su un’altra che a sua volta finisce sui birilli, Esposito tentava di scindere tra l’altro le sue e le responsabilità del Ministro.

Nell’ordine: si toglieva da una posizione scomoda; metteva in cattiva luce il collega della Sanità che, non lo dimenticava mai, lo aveva superato di 0,01 punti di coefficiente attitudinale nelle classifiche qualitative dei Direttori Generali; spostava infine il tiro verso una Autorità più alta che se ve ne fosse stata la necessità poteva fungere da para fulmine.

Il Ministro parve rasserenarsi. Era proprio vero: che cosa centrava lui? In fondo solo un “delegato”. Il Primo Ministro, Lui doveva provvedere a sbrogliare la matassa. L’assioma che la Gloria ha cento Padri e la sconfitta è orfana trovava un’ulteriore conferma.

Dal momento che il Primo Ministro era il naturale destinatario alla carica “di Padre dell’orfano”, era altrettanto naturale che la palla passasse a lui.

“Dottore mi sembra che il suo suggerimento sia pertinente. Mi faccia la cortesia. Cerchi il Primo Ministro e me lo passi al telefono.”

Nel giro di mezz’ora le rispettive Segreterie avevano stabilito il contatto. “Ti ricordi di quella riunione alla quale ho partecipato al tuo posto?”, insinuò il Ministro della Funzione Pubblica “Ma sì, quell’incontro senza importanza con la Triplice e qualche altro. Sì proprio quello. Ecco vedi mi pare che sarebbe opportuno che potessimo vederci per dieci minuti, così tanto per relazionarti. In tal modo come è giusto potresti prendere in mano la questione. No! - proseguì - Nulla di importante. E’ che essendo una questione che potrebbe interessare diversi Ministeri mi sembra doveroso che sia tu a seguire direttamente la cosa. Allora d’accordo ci vediamo nel pomeriggio, alle 15. Ciao!”.

Bel colpo! Ancora una volta quella vecchia volpe del suo Direttore aveva visto giusto.

Ma una cosa è il dire e l’altra è il fare.

Il colloquio tra il Ministro ed il Presidente del Consiglio si trasformò ben presto in una rissa.

“Hai un bel dire - quasi urlava il Primo Ministro - prima metti in piedi tutto questo casino ed ora te ne vuoi lavare le mani. Ma ti rendiconto che mi hanno presentato un pacco così di interrogazioni ed interpellanze? Quasi tutti i Ministri - aggiunse seccato - mi assediano dicendo che non è più possibile vivere. I dipendenti sono degli esagitati e poiché ogni mattina i Ministri si trovano una pila enorme di decreti e pratiche da firmare e vistare dovrei essere proprio io a trovare la soluzione del problema?”.

“Fai come ti pare, chiama pure il Ministro della Sanità e quel bel tomo che con una faccia angelica ci viene oggi a raccontare che i dipendenti dello Stato e del parastato hanno un qualcosa che rischia di sovvertire e rivoluzionate l’intero assetto della macchina burocratica! E tu vorresti che io, solo perchè sono Ministro della Funzione Pubblica mi prenda questa gatta da pelare! Tu sei matto!”.

A nulla valsero i reciprochi richiami alla appartenenza allo stesso partito ed alla medesima corrente. I due non si spostavano di un passo. Finalmente forse presi per stanchezza concordarono su una ipotesi: affidare ad una speciale Commissione composta dal rappresentante del Consiglio Nazionale delle Ricerche (che come è noto dipendeva dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri) vale a dire nella persone del suo Presidente Prof. Rigelli, da quello dell’Istituto Superiore della Sanità Prof. Strambellini, dai Direttori della Direzione Nazionale Anti Tutto e dei Servizi, dai Direttori Generali della Sanità e della Funzione Pubblica oltre alla segreteria generale della Triplice, il compito di compiere una urgente analisi per proporre poi gli adeguati provvedimenti del caso.

Steso il relativo decreto di nomina, ai sensi della legge 23 agosto 1988, n. 400, articolo 5, lettere e), h) e i), il problema per il momento trovò soluzione indipendentemente dall’ aggravarsi della situazione esterna giunta oramai al punto di rottura.

Gli episodi puntualmente riportati all’attenzione del Governo e che trovavano eco sulla stampa, si commentavano da soli.

Giornalmente diversi cortei percorrevano le vie delle varie città. Una volta era il turno dei dipendenti degli istituti privati di analisi cliniche che avevano registrato una verticale caduta di richieste. Un’altra toccava agli addetti del comparto delle telecomunicazioni che non riuscivano più a sottrarsi, nell’ambito delle rispettive convenzioni di manutenzione, a far fronte alle richieste dei vari uffici pubblici: situazione quest’ultima che era sfociata in più di una occasione in vere e proprie vie di fatto nei loro confronti in quanto ritenuti responsabili di ritardare gli interventi e quindi di bloccare l’operare degli uffici.

Anche elettricisti, dipendenti delle imprese dei telefoni, falegnami, imbianchini, fornitori ecc. contestavano.

Per parte loro poi i medici di base denunciavano la scomparsa dei “malati da fine settimana” che è risaputo costituiscono lo zoccolo duro delle loro prestazioni.

Ad eguale sorte contestataria non sfuggivano i già ricordati dipendenti delle aziende di trasporto che erano sul procinto di rinunciare a prendere servizio a causa della folla che già dalle primissime ore del mattino rumoreggiava alle fermate rivolgendo nei loro confronti insulti ed epiteti vari con la pretesa di raggiungere i luoghi di lavoro percorrendo la via più breve e nel minor tempo possibile.

All’interno degli uffici non erano rari i casi di dipendenti che letteralmente sfiniti, senza cibo né riposo stramazzavano sul pavimento mentre altri approfittando del fatto gli sottraevano le pratiche da evadere.

A colmare la misura era poi giunta la notizia di parte sindacale che almeno il quaranta per cento dei distaccati pretendeva di rientrare in produzione rinunciando così ai vari permessi ottenuti in precedenza.

Eguale caotica situazione caratterizzava i trasporti ferroviari.

Incuranti del nuovo status che era seguito alla riforma dell‘Ente i dipendenti sottoponevano i convogli a velocità del tutto inusuali giungendo a saltare quelle fermata che a loro dire non avevano ragione di esistere considerato l’esiguo numero dei passeggeri che se ne servivano. Osservare l’orario di arrivo era un imperativo cui nessuno intendeva sottrarsi. Circolava anche la voce che un macchinista giunto con 5 minuti di ritardo alla stazione terminale fosse disceso dalla locomotiva e piangendo si fosse scusato correndo di vagone in vagone con tutti i passeggeri.

Nelle USL eguale, assurda situazione.

I prelievi erano stabiliti con orari rigorosamente sfalsati in modo che i pazienti non dovessero attendere per più di cinque minuti, mentre i referti erano recapitati a casa al di fuori dell’orario di servizio, dai dipendenti dell’Ente Poste. Essi salivano rampe e rampe di scale al fine di evitare il rischio di depositare in cassetta un risultato che poteva essere urgente.

Del tutto normale era poi apparso poi il fatto che un pensionato giunto nella sede della propria USL senza il tesserino sanitario dimenticato a casa, venisse fatto accomodare nell’ufficio del responsabile di turno mentre un usciere evitando di prendere l’ascensore si precipitava alcuni piani più sotto a predisporne un duplicato.

In tale situazione la Commissione nominata dal Primo Ministro tenne la prima riunione. Esauriti i convenevoli e non ancora fugati gli interrogativi, prese la parola il Prof. Rigelli che all’atto della nomina era stato indicato quale coordinatore generale.

Il prof. Rigelli era un uomo “tutto di un pezzo”. Premio Nobel per la biologia era di formazione e mentalità prettamente privatistica. Nel suo curriculum oltre ad un piano di studi di prim’ordine, figuravano numerosi incarichi dirigenziali ed una conosciutissima mentalità organizzativa che gli imponeva di evitare lungaggini e saltare gli ostacoli. In altre parole un vero e proprio manager.

“Il motivo della riunione vi è già stato spiegato dalla cortesia del dottor Esposito al momento stesso della trasmissione del provvedimento di nomina per cui non aggiungo altro. Siamo in gran parte dei tecnici e come tali dobbiamo cercare di capire perché la parte pubblica del Paese sembri letteralmente impazzita. Il Primo Ministro ci chiede di capirne le ragioni, individuare le eventuali cause e responsabilità e suggerire i rimedi.”

Il dito del dottor Oreste Pacifici (quello del SIGENAZ, tanto per capirci), si alzò quasi timidamente.

“Dica, ma cominciamo a capirci subito - aggiunse Rigelli - evitiamo di dire sciocchezze e di ripetere la solita solfa. Se qualcuno ha delle idee le esponga succitamente e non giochi a fare il furbo!”.

Deglutendo il numero “tre” cominciò ad esporre la sua teoria sui Giapponesi.

Non era ancora giunto alla fase dell’intervento dell’America che il professor Rigelli sbottò.”Avevo premesso che era opportuno non dire sciocchezze e vedo che lei ha afferrato il concetto. Infatti queste sono autentiche cazzate! “. Ammutolito Pacifici ripiombò sulla sedia.

“Ora vi consegnerò un sintetico rapporto che illustra i vari sintomi e le notizie che sino ad ora sono a conoscenza dell’Istituto che ho l’onore di presiedere. Vi invito a leggerlo tenendo presente che rispetto alla normalità delle conoscenze, il fatto denunciato dalla sanità e riferito al SAL rappresenta l’unica, vera novità”. Poi alzatosi a sua volta, continuò: “Credo di interpretare la volontà di tutti con la decisione di aggiornarci a domani in modo che ognuno possa ritornare con le idee un po’ più chiare e soprattutto portare con sé valide ipotesi”. Volse lo sguardo su Pacifici quasi a sottolineare le sue parole, poi distribuendo il rapporto strinse le mani di numerosi intervenuti e la riunione si sciolse.

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