Capitolo XVII

La situazione era notevolmente peggiorata tanto che non poteva più parlarsi di episodi ma di preoccupante stato di irrazionalità e di crisi che giorno dopo giorno colpiva nuovi e diversi settori della Pubblica Amministrazione. Iniziato come fatto eccezionale degno forse più di una notazione di colore che di un vero e proprio problema, il fenomeno della super attività segnalava nuovi focolai col passare delle ore.

Al Ministero della Funzione Pubblica non si respirava aria meno preoccupata di quella che aveva già coinvolto le centrali sindacali.

Il fatto che anche nell’indotto i riflessi si facessero sentire sempre più pesantemente non costituiva certo motivo di tranquillità.

Nei trasporti pubblici, ad esempio, la crisi appariva evidente. Avendo molti dipendenti dei Ministeri e degli Enti pubblici autonomamente scelto di sospendere la pausa per il pranzo e soprattutto di posticipare l’uscita serale e/o anticipare l’entrata del mattino, il flusso dei passeggeri della metropolitana e delle linee di superficie era del tutto cambiato con la conseguenza di provocare intasamenti e super affollamenti nelle cosiddette ore di calma, che degeneravano sovente in autentici assalti ai pochi mezzi in circolazione. I piani di servizio consolidati da decenni di consueti spostamenti non reggevano più e ciò aveva visto il proliferare nella vicinanza degli uffici, di veri e propri attendamenti (i più fortunati disponevano di roulotte talvolta usate in coabitazione) all’interno dei quali era possibile trascorre le poche ore di riposo per essere in tal modo pronti a riprendere il lavoro senza “perdere” tempo in faticosi spostamenti.

Altro settore entrato in crisi era quello della ristorazione o più semplicemente dei bar e delle tavole calde. Erano in molti che preferivano acquistare (uno per tanti) pane, acqua minerale e “qualcosa” da mangiare al fine di evitare abbandoni del posto di lavoro.

I giornalai dal canto loro vedevano con preoccupazione crescere le “rese” dei quotidiani che rimanevano invenduti per il semplice fatto che ai più pareva un’inutile perdita di tempo leggere notizie che potevano essere conosciute in pochi minuti grazie ai tele e radio giornali.

In generale si poteva ben affermare che salvo qualche rara eccezione, l’intero comparto del Pubblico impiego era in procinto di far precipitare l’economia verso il baratro di una irrazionalità cui nessuno sino a pochi mesi addietro avrebbe mai osato pensare.

Questa situazione, innescando una specie di spirale pericolosissima, provocava tutta una serie di episodi che partendo dal pubblico riverberavano sull’indotto privato.

Al Ministero quindi la richiesta di incontro avanzata dalla Triplice apparve più come un’ancora di salvezza per “salvare il salvabile” che una nuova fonte di preoccupazione.

Nel quadro generale una particolarità era però degna di nota. Dalle notizie acquisite e che ormai formavano una raccolta assai voluminosa, emergeva che, stranamente e con le dovute eccezioni l’ansia di lavoro e la voglia di strafare era inversamente proporzionale rispetto a due specifiche componenti. La prima riguardava la tipologia della struttura coinvolta: maggiore si era rivelato il fenomeno, tanto minore era la “pubblicità” della struttura. Vale a dire che nei Ministeri tradizionali e nelle Direzioni centrali minore era la sensibilità e la smania rispetto a quanto si verificava nelle strutture decentrate e non strettamente “ministeriali”. L’altro elemento consisteva nel fatto che tanto minore era il coinvolgimento dei singoli rispetto al “grado” ricoperto: cioè i massimi livelli dirigenziali parevano meno vulnerabili al problema rispetto ai livelli medi e a quelli inferiori.

Come a dire che la “tradizione” e le “esperienze” maturate nella Pubblica Amministrazione pareva fungessero da antidoto nei confronti della rivoluzione in atto.

Perciò quando al dottor Esposito Comm. Vincenzo, Direttore Generale del Ministero della Funzione Pubblica con delega al riordino delle procedure e all’introduzione delle tecnologie informatiche, venne affidato il compito di preparare la riunione postulata dai Sindacati, egli affrontò il problema con la pacatezza e la sicurezza che solo i suoi trascorsi presso diversi Ministeri e la consolidata preparazione conseguita presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione gli permettevano.

Primo occorreva stendere l’elenco dei partecipanti. Una situazione tanto diversa imponeva che la riunione fosse “plenaria”. Gli pareva un errore gravissimo preparare una riunione in cui data l’esiguità dei presenti si potesse correre il pericolo di assumersi precise responsabilità. Secondo il luogo di riunione. Altro errore da evitarsi era quello di evidenziare troppo tramite la sede la titolarità e la paternità dell’iniziativa. Terzo, il grado “minimo” posseduto degli intervenuti: doveva essere per usare una sua espressione, rigorosamente equitativo e comunque sia non sperequato tra le varie istanze presenti.

La prima delle questioni venne facilmente risolta.

Dovevano essere presenti il Ministro della Funzione Pubblica (meglio se con espressa delega da parte del Presidente del Consiglio), i rappresentanti della Triplice (che d’altro canto erano proprio quelli che si erano presi la responsabilità di richiedere la riunione), i Direttori Generali dei Ministeri interessati al problema (in pratica tutti), i Direttori degli Istituti Superiori del Lavoro, della Sanità, della Statistica, dell ‘Economia, dei rapporti con i Paesi Terzi, dei Servizi Difesa e Informazioni (i cosiddetti servizi segreti), della Ricerca scientifica e la Direzione Nazionale Anti Tutto (DNAT) in pratica le forze deputate alla prevenzione-repressione della criminalità e poste a tutela dell’ordine pubblico.

Unico assente il potere Giudiziario ma ciò era perfettamente comprensibile alla luce della sua assoluta indipendenza nell’ordinamento dello Stato.

Partecipanti consultivi gli esponenti delle Forze Sociali e della Presenza nella Società (vale a dire un ‘altra trentina di persone in rappresentanza di Industriali, Mass media, Terza Età, Commercio all’ingrosso ed al Minuto, Categorie protette ecc, ecc.).

Per la Sede il problema appariva un po’ più complesso. Scartato il Ministero organizzatore (per i motivi indicati in precedenza) non rimaneva che il Dipartimento della Protezione Civile che come è noto dipendeva dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e quindi era un’istituzione super partes. La scelta si rivelava azzeccata tanto più che a fondamento della sua attività detto Dipartimento possedeva una duplice valenza: costituire un servizio dello Stato col compito di proteggere la vita e i beni dei Cittadini da calamità naturali o indotte dall’attività dell’Uomo e cosa non meno importante, essere articolato in quattro distinti momenti operativi: Previsione,Prevenzione, Soccorso ed Interventi per la ripresa della vita economica e sociale nelle aree colpite.

Per il terzo problema riferito al grado degli intervenuti, il Direttore dottor Esposito annotò con mal celata soddisfazione, che già nella redazione della lista degli invitati alla riunione la sua esperienza gli aveva fornito risposta positiva anche a tale questione.

Per la data nessun problema, sarebbe stato lo stesso Ministro a deciderla.

Soddisfatto il Commendatore sollevò il telefono e si annunciò al Ministro. Non era tutto sommato una scelta facile. Il Ministro rigirava i fogli e pensava. Pensava e rigirava i fogli.

“Dunque vediamo, per i partecipanti mi pare che sia tutto a posto, per la sede lo stesso. E’ la data che costituisce il vero problema!”.

“Da scartarsi il lunedì, troppe le normali assenze per servizio. Il martedì c’è Consiglio dei Ministri. Per i prossimi due mercoledì, neppure a parlarne. La Nazionale di calcio giocava nel pomeriggio del primo alle 14,30 (e la partita era trasmessa anche per TV) e per il secondo era previsto il recupero di Milan-Roma. Non rimaneva che il giovedì. Esistevano è vero alcuni problemi quali ad esempio quello della Convocazione della Direzione del suo Partito ma, ormai siamo in ballo - rimuginò tra sé e sé il Ministro - vada per giovedì alle 15.’

Con un sospiro firmò le convocazioni e il Direttore soddisfatto trasmise il tutto ai competenti Uffici.

All’esterno intanto si verificavano le solite scene causate dall’irrazionale follia che aggrediva sempre più l’articolata e multiforme “famiglia” dei Pubblici Dipendenti. Con un crescendo quasi “rossiniano” i cui echi riuscivano anche a superare le massicce mura del Palazzo l’attività si intensificava facendo aumentare i problemi.

Finalmente arrivò il giovedì.

Superati gli ultimi problemi organizzativi non meno importante quello di trovare una sala abbastanza grande e degna di tanto pubblico considerato che alla Protezione Civile non solo gli Uffici erano scarsi ma tutto sommato lo stesso Dipartimento era più una espressione “cartacea” che una realtà effettivamente operativa, anche questo ultimo dettaglio trovò soluzione. La riunione venne preparata nel giardino interno del Dipartimento sotto una tenda da campo modello “alluvione con sisma” ove vennero sistemate un numero adeguato di poltroncine ed una lunga tavola a ferro di cavallo.

Registrati i presenti e constatato che praticamente tutti i settori invitati erano rappresentati il Ministro prese la parola. Alla sua destra nel frattempo gli esponenti della Triplice sindacale finivano di sistemare le consuete agende su cui erano rigorosamente riportati gli appunti delle riunioni precedenti così come si conviene ad ogni buon sindacalista.

“Il motivo di questo gradito incontro - esordì - per il quale ringrazio tutti i presenti,Vi è forse noto”. Dopo una breve pausa di circostanza preseguì: ”Su sollecitazione delle rappresentanze sindacali centrali che in verità hanno interpretato una iniziativa che il Ministero aveva già in calendario (mai lasciare agli altri il merito di qualcosa: è una regola non scritta ma sempre rigorosamente osservata), abbiamo deciso di convocare su esplicita delega del Primo Ministro la presente riunione alla quale come tutti potranno constatare abbiamo il piacere di annoverare tutti - e calcò su questa parola

- i massimi Dirigenti dei Ministeri, i Direttori degli Istituti Superiori dello Stato, dell’Ordine Pubblico, della Sicurezza e delle realtà sociali. In pratica è qui presente ogni ganglio - e pronunciando il termine sorrise compiaciuto - operativo dello Stato talché sarà possibile ad ognuno per la parte di propria competenza fare il punto su una questione che a ragion veduta preoccupa non poco l’ordinato operare della nostra Nazione”

Si trattava di una introduzione lungamente pensata e concretizzata in modo tale da non precludersi alcuna via di uscita e soprattutto da non esporre l’oratore ad alcun pericolo in relazione alle diverse accuse che secondo l’uso ognuno rivolge agli altri prima che potessero essere loro rivolte.

“Si tratta di un problema, così come si legge nell’ordine del giorno inviatoci dai sindacati che attiene al modo di lavorare, produrre e servire nell’interesse dello Stato. E’ un tema che come è facile capire riveste la massima importanza per l’intera collettività”

Niente da fare. Il Ministro non pensava minimamente ad affrontare il nodo della questione.

Fu a questo punto che il dottor Esposito venne in aiuto del suo Capo. Con un colpo di tosse attirò l’attenzione del Ministro al quale non parve vero di interrompersi, chiedendo se per caso ci fosse qualche proposta per dare ordine e produttività ai lavori.

“Se il signor Ministro mi consente - esordì il Direttore - forse sarebbe utile che ognuno per la propria parte relazionasse brevemente su quanto è di sua diretta conoscenza. Ciò risulterebbe utile per la comune consapevolezza circa l’esatta dimensione del problema posto all’ordine del giorno”. Un colpo da maestro.

Spiazzati i Sindacati che erano in procinto di sollevare la pregiudiziale della salute dei lavoratori sottoposti ad un vero e proprio attacco all’essenza stessa delle conquiste frutto di lunghe lotte (la presenza dei rappresentanti dei mass media non era ininfluente a siffatta impostazione), ben volentieri gli astanti aderirono all’invito. Sia pure con sfumature e precisazioni diverse il quadro che emerse appariva terrificante. In effetti si poteva affermare senza tema di smentite che il fenomeno dell’iper attività oramai non lasciava indenni che rare isole dell’arcipelago della struttura burocratica dello Stato. Non vi era Ministero che non si trovasse nell’esigenza di segnalare casi “anomali”; non esisteva praticamente più una omogeneità comportamentale all’interno del Pubblico Impiego.

Con il proseguire delle relazioni il clima della riunione passò rapidamente dal preoccupato all’ ansioso sino a che in un silenzio glaciale la relazione del rappresentante dell‘Istituto di Statistica si trovò a collimare quasi perfettamente con le rilevazioni di quello della Sanità.

Il fenomeno aveva colpito e colpito duro specialmente in quei soggetti che non si erano mai discostati dal tradizionale, apatico “sorvolare” sulle tentazioni che viceversa concretizzavano il modo di lavorare tipico delle strutture private: annullati i rinvii, rinnegati i regolamenti e le prassi, stravolti i rapporti gerarchici, ignorati i “bolli tondi”, sottovalutati i “ponti feriali”, dimenticate la cure termali gli interpreti fedeli del “non fare oggi quello che potresti rinviare domani” erano risultati i più vulnerabili. Gli artisti del “non fare” o meglio “dello scazzo”, una forma di sublimazione dell’attesa, erano quasi del tutto scomparsi.

Gli unici che fatte le debite proporzioni parevano non risentire di questa singolare epidemia erano i soggetti che in qualche modo svolgevano le mansioni loro affidate.

Le altre relazioni confermavano tutta la pericolosità della questione.

Così quella dei “servizi” che con dovizia di particolari grazie anche alla presenza del Direttore del SIGENAZ, evidenziava l’inutilità delle indagini sino ad allora svolte. Dello stesso tenore la pedissequa elencazione delle iniziative intraprese, anche in questo caso inutilmente, da parte della Difesa Nazionale Anti Tutto (D.N.A.T.).

Oramai il problema sollevato dai Sindacati era passato in secondo piano e gli stessi rappresentanti della Triplice se ne erano resi perfettamente conto. Non si trattava più di una conflittualità risolvibile in qualche modo: era una vera e propria Caporetto.

Anche le diverse proposte avanzate nella vana ricerca di soluzioni dimostravano la loro inutilità.

Non serviva certo “privatizzare” i settori infetti in modo che non si potesse affermare che la Pubblica Amministrazione era rea di un simile sconquasso ma semmai lo era il “privato” teso secondo consolidata tradizione alla ricerca del massimo profitto. E neppure introdurre qualche nuova forma di ticket in modo da frenare l’afflusso delle richieste dei cittadini nei confronti della Pubblica Amministrazione, parevano ai più le strade da percorrere. Fu proprio a questo punto che il rappresentante della Sanità chiese di nuovo la parola.

Con evidente imbarazzo tergendosi la fronte egli si accinse a rendere di dominio pubblico uno dei segreti maggiormente custoditi dallo Stato.

“Avrei voluto evitare questa mia dichiarazione ma credo che sarò capito soprattutto perché sono convinto che se non riusciremo ad arrestare questa spirale perniciosa non ci sarà più nulla da nascondere: potrebbe infatti essere la fine dell’intero assetto storico-burocratico del nostro Paese.”

L’attenzione si fece quasi palpabile.

“Forse molti di voi si sono chiesti come mai nel corso di tanti anni nessuna innovazione, protocollo di intesa, nuova procedura sia mai riuscita a scalfire l’ordinato, granitico, rassicurante sistema di “lavoro” all’interno della struttura dello Stato. La risposta esiste!”.

Lo stesso Ministro smise di disegnare la solita rosa dei venti che lo aveva reso famoso.

“La risposta esiste - continuò il Direttore del Ministero della Sanità - essa si chiama SAL. - Scarsa Attività Lavorativa. E’ un anticorpo presente nei dipendenti dello Stato che li rende refrattari a qualsiasi innovazione, immuni ad ogni tentativo di razionalizzare, aggiornandolo, il modo di lavorare. E’ un anticorpo la cui esistenza è stata rilevata da diversi decenni e che è presente nel sangue di molti dipendenti. Il Ministero della Sanità lo ha scoperto casualmente nel corso delle ricorrenti indagini di massa sui dipendenti statali. La scoperta, per collegiale decisione dei massimi Dirigenti, è stata finora rigorosamente tenuta segreta proprio per evitare situazioni simili a quelle che oggi purtroppo dobbiamo registrare.”

“Infine - concluse con una specie di lamento - negli ultimi tempi abbiamo scoperto che i soggetti colpiti da questa che potremmo ben definire l’epidemia del secolo, sono proprio quelli che possiedono l’anticorpo SAL mentre quanti ne sono privi non hanno aumentato neppure di un millimetro la velocità della loro attività.”

L’ultima rivelazione gelò letteralmente tutti i presenti.

Poco importava a questo punto se non ne erano mai stati messi al corrente. Il problema oggi era quello di trovare la causa dell’irrazionale mutazione del SAL. Almeno su questo ci fu concordanza assoluta. Nello stesso modo venne sottoscritto un patto: il segreto doveva essere mantenuto ed ognuno doveva attivarsi per trovare la soluzione.

Dopo aver stabilito che doveva essere lo stesso Ministro vincolato anch’esso al segreto, a fare da capofila per raccogliere ogni novità al riguardo la riunione si sciolse. Ed assai più mestamente di come erano arrivati, saliti sulle auto blu i massimi dirigenti dell’apparato dello Stato fecero ritorno alle rispettive sedi.

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