Capitolo XVI

 La missione in America dell’agente numero sei, la biondissima Henrica Habbler (che malgrado il nome era italianissima o meglio “romana de Roma”), non era la prima compiuta all’estero. Già altre volte aveva avuto modo di andare negli States per collaborare con i colleghi della CIA per cui tutto si svolse come di routine.

Radunate in poco tempo le sue cose (in tutto tre bauli di vestiti ed attrezzature varie), un salto all’Ufficio Cassa per ricevere il congruo fondo di dotazione e via. Nel giro di poche ore comodamente seduta a bordo del 747 della TWA, Henrica aveva modo di riflettere sull’incarico ricevuto.

Iniziò passando in rassegna i probabili contatti che avrebbe attivato all’arrivo.

Ne conosceva diversi di agenti della CIA e non tutte le conoscenze erano superficiali, come quella “consumata” con l’atletico Alan durante un favoloso fine settimana a Miami e che le aveva lasciato un certo languore. Di qui i rosei contorni dell’imminente arrivo. Poi c’era quella vecchia volpe di Louis, fine intenditore dei ristoranti alla moda e ciò che forse più contava proprietario di un attico con vista, dotato di un letto vistavision a due piazze e mezza oltre ad un impianto superstereo CD che l’avevano cullata per diverse notti.

Sì, decisamente si configurava una missione nata sotto i migliori auspici. Poco importavano in tale contesto le curiose osservazioni del suo capo:

Giapponesi o no avrebbe svolto il minimo di lavoro indispensabile e ricercato il massimo svago possibile durante il soggiorno americano.

Socchiuse gli occhi e mentre il brontolio dei motori la faceva sprofondare in un sonno profondo l’ultimo pensiero che la colpì riguardava il negligè color fuxia che si augurava proprio di non aver dimenticato a Roma.

Il trasferimento dall’aeroporto alla sede della CIA si svolse secondo il solito copione. Una Buick marrone scuro con autista di colore si trovava all ‘uscita. Pochi convenevoli con un tizio “da non passare inosservato” che l’attendeva alla dogana, qualche imprecazione degli addetti ai bagagli che si chiedevano come mai, nei film, l’agente in arrivo avesse al massimo un beauty case mentre questo viaggiasse con tre bauli formato extra large e di lì a poco Henrica fece l’ingresso nella storica sede della CIA , la Central Intelligence Agency.

Qualcosa univa il SIGENZ alla CIA. Infatti quest’ultima fondata nel 1947, oltre ai compiti specifici di informare il Presidente ed il Consiglio di Sicurezza nazionale sugli sviluppi internazionali; nonchè condurre ricerche su problemi politici, economici, scientifici, tecnici e militari, con il passare degli anni e sotto la guida del suo più famoso presidente Allen Welsh Dulles, si trovò ad espandere la propria attività in numerose operazioni ed indagini segrete. Storia che gli consentiva ancora oggi e malgrado le modificazioni introdotte a partire dal 1976, di interessarsi delle questioni più disparate. Così quando l’agente Habbler espose i dubbi e le preoccupazioni del proprio Capo in merito alle misteriose cause che avevano determinato la grave crisi operativa dell‘ENRCA risultò del tutto naturale l’immediata costituzione di un gruppo di lavoro, con adeguate facoltà di iniziativa e di indagine per far luce sul caso.

Per prima cosa venne richiesta ampia documentazione al settore notizie e stampa su casi consimili. Successivamente il super elaboratore venne “interrogato”. Nel giro di pochi giorni sul tavolo della “nostra” vennero raccolti sette casi degni di nota racchiusi in altrettante cartelline ove, manco a dirlo, il timbro della “massima segretezza” faceva bella mostra.

Nell’ordine i casi erano:

- 1) una mandria di bufali aveva corso in tondo, senza fermarsi, per quattro giorni e tre notti;

- 2) l’addetto ad una pompa di carburante aveva prestato servizio senza mai dormire per 124 ore consecutive;

- 3) in una scuola del Sud Dakota un insegnante, tale Alfred Ghardy, si era barricato all’interno di un’aula rifiutandosi di andare in vacanza asserendo che “doveva finire di correggere i compiti”;

- 4) il sergente Bartod, addetto alla catalogazione dei reperti presso la base spaziale di Carol Space, pareva in preda ad una sorta di allucinata, spasmodica, voglia di lavoro e rifiutava cibo e sonno;

- 5) a China Town una banda di piccoli cinesi, tra cui un giapponese, avevano percorso 112 miglia correndo su skate appositamente attrezzati intorno alla statua del generale Lin Pahu Let;

- 6) gli addetti alla catena dei super magazzini “Fast e Last” avevano rifiutato l’aumento di 24 cents l’ora motivando il fatto con la diminuzione delle vendite dello 0,01% rispetto al mese precedente;

- 7) il quotidiano Carol New riportava la notizia di un aumento abnorme delle dimensioni di un bonsai che aveva compiuto un “viaggio” spaziale. Non è neppure il caso di sottolineare quante e quali fossero le motivazioni che facevano propendere l’attenzione del “gruppo di studio” a favore dell’uno piuttosto dell’altro caso.

Per intere giornate tutto era passato sotto la lente degli investigatori o forse è più corretto dire di “quasi” tutti gli investigatori impegnati nel caso. Infatti la bionda Henrica (complice il ritrovato, atletico Alan) preferiva altri interessi che la portavano la sera nei migliori ritrovi per farla ritrovare assonnata al mattino a ricercare un nesso tra quei sette casi. Nel frattempo la situazione in Italia rischiava di peggiorare sempre più.

Per questo motivo i “rapporti” trasmessi al SIGENAZ parlavano di approfondimento, di piste utili, di strane coincidenze ma purtroppo non consentivano di cavare un ragno dal buco anche se puntigliosamente elencavano gli “strani” episodi su cui si lavorava.

Inutili le sfuriate telefoniche del numero tre: dei “giap” nessuna traccia né sul fronte americano né su quello interno dell’ENRCA.

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