CAPITOLO XI

Un avvenimento come quello interessante la vita dell'ERCA non è cosa di tutti i giorni per cui l'interessamento dei "servizi", se da un lato poteva apparire spropositato, dall'altro si dimostrava pienamente giustificato se veniva traguardato nell'ottica che guidava da tempo le scelte del SIGENAZ (Sicurezza Generale Nazionale).

Infatti, contrariamente ad altri servizi, quello della difesa o della sicurezza dello Stato tanto per fare un esempio, il SIGENAZ aveva la tendenza ad ingigantire le inezie e, purtroppo, a trascurare segnali ben più gravi che intervenivano nella vita socio-politico-economica del Paese.

Non che gli uomini (e le donne) del servizio fossero agenti di  seconda categoria e neppure che l'influenza e le disponibilità economiche del SIGENAZ fossero minori rispetto ad altre ma, più semplicemente, sfuggendo ad ogni inquadramento schematico e non dovendo rispondere a questo o quel Ministero, venivano maggiormente coltivati tutti quegli aspetti che per la loro caratteristica non potevano essere fatti risalire ad un casistica definita.

Ciò spiegava almeno in parte perchè i contatti internazionali erano basati fuoriuscendo dai normali canoni dello spionaggio e del controspionaggio ed erano attivati sulla scorta di "intuizioni", spesso cervellotiche: tipico al riguardo il fatto che, per esempio, a fronte di una crisi che aveva colpito il settore della cosmesi maschile (barbe e parrucchini) era sembrato logico inviare negli States una squadra di agenti con il preciso compito di scoprire come mai i "barboni" ospiti della Grande Mela erano così chiamati e, vieppiù, perchè molti di essi non portavano la barba.

Quindi quando il capo del settore "prime avvisaglie" del SIGENAZ ricevette un allarmato rapporto che segnalava quanto stava succedendo all'ERCA, risultò del tutto naturale che lo stesso dirigente convocasse nel suo ufficio gli esperti di cose del Sol Levante, sulla scorta della assoluta convinzione che l'episodio dovesse essere ascritto ad una manovra di quei "piccoli" giapponesi che erano capaci di vivere in spazi sempre più ristretti e, di maggior peso, erano in grado di lavorare a ritmi indiavolati, senza mai scioperare o, peggio, lavorare di più durante le manifestazioni sindacali.

"E' senza dubbio una operazione giocata a largo spettro" sentenziò il numero 3 (si chiamava in verità Oreste Pacifici ma la sua passione per i romanzi di J.A.Fleming lo aveva indotto a "numerare" tutti e tutto per cui nomi e cognomi erano quasi in disuso). "Nella sfera degli equilibri mondiali, a fronte di un Europa che probabilmente si appresta a divenire una grande, unica potenza economico-commerciale, grazie anche all'apporto dell'Est che sino ad oggi ne era escluso, l'Europa è un concorrente temibile per il Giappone" - poi, infervorandosi, approfondì il suo pensiero- "Tutto si spiega a fronte di un fatto incontrovertibile. I mercati dei Paesi in via di sviluppo sono in attesa. L'America non ha più il suo tradizionale nemico e cerca uno sbocco commerciale per la sua economia sino ad oggi aiutata dalla produzione bellica. La stessa America rischia perciò di trovarsi stretta da una tenaglia commerciale rappresentata dal Giappone e dalla futura Europa".

Seguì una pausa di rispettoso silenzio per la verità frutto più di incomprensione che di effettiva deferenza.

Gli agenti convenuti nell'ufficio del numero 3 erano quattro: il numero 16, il numero 22, il (meglio dire la) numero 6 e il numero 201 (di fresca assunzione).

Fu proprio quest'ultimo che con la candida incoscienza dei neofiti ruppe il silenzio. "Scusi capo, Lei afferma che l'Europa, e quindi anche noi, ed il Giappone rappresentano una temibile concorrenza per l'America. Allora perchè i Giap dovrebbero prendersela con noi?"

Quello che fa diverso un capo e lo pone molto più su di un comune mortale è un insieme di magnanimità paternalistica e di supremo disprezzo verso gli inferiori.

Il numero 3 sospirò con bonaria sopportazione.

"Vedi giovane collega, quando dico che la causa del problema è la situazione economico commerciale ed il ruolo che l'Europa giocherà contro l'America e -con- il Giappone non dico -insieme- al Giappone".

Sempre più frastornato il tapino si affrettò ad annuire ma, oramai, il capo era lanciato.

"Cosa crediamo che succederà quando l'America avrà perso la propria battaglia? Immaginiamo proprio che i giapponesi ci lasceranno dividere la torta del mercato mondiale con loro? O piuttosto non cercheranno di eliminare anche la concorrenza europea?"

Le teste del numero 16, del 22 e quella bionda della numero 6, annuirono più volte.

"E se é così perché non colpire da subito l'Europa e in essa la nazione che reputano più debole? in che modo vi chiederete. Semplice!".

Porre delle domande e, nello stesso tempo fornire le risposte, è un'altra caratteristica dei condottieri.

"Semplice - soggiunse il capo - obbligando l'Italia a compiere sforzi innaturali, stroncando sul nascere ogni velleità di concorrenza operativa con il Giappone e con i suoi ritmi di lavoro. In altri termini far sì che la capacità della macchina pubblica italiana si spezzi, sottoponendola a ritmi di intensità insopportabile, prima che la vera battaglia si sviluppi, privando in tal modo la stessa Europa di un partner che per la sua tradizione e la sua posizione geografica è indispensabile: causando in tal modo la fine dell'unità europea!"

Un breve detergersi del sudore (solo apparente) e poi la stoccata finale.

"Individuato il nemico. Cerchiamo gli alleati."

La discussione che ne seguì non spostò di una virgola l'analisi del numero 3 e le decisioni scaturite la confermarono nei fatti.

La numero 6 doveva immediatamente partire per l'America e cercare con l'Agenzia ogni segnale che confermasse il pericolo per entrambi i Paesi (anche perchè un alleato di oggi non vietava che potesse diventare oggetto di attacco domani); il numero 201 veniva "assunto" dall'ERCA con effetto immediato; il 21 ed il numero 16 componevano il nucleo operativo dell'operazione "yellow": il numero 3, ovviamente, era la mente di tutto.   

 

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